Erano alcuni mesi che mi dicevo: io ‘sto Codice Da Vinci voglio leggerlo. Bando alle polemiche ridicole, bando agli snobismi da bestseller: potrebbe essere divertente, se va tanto forte. Sono un avido ed esperto lettore di Crichton e Grisham, e mi sono sempre divertito con i loro modi di costruzione del thriller, anche da quando questi modi sono diventati palesemente ripetitivi e di maniera.
E insomma, ho cominciato il Codice Da Vinci.
E lo volete sapere?
È una vaccata sensazionale.
Cioè, è scritto e raccontato con una povertà e una superficialità imbarazzanti. Avete presente quella letteratura pittoresca sull’Europa per americani, piena di clichés e banalità ridicole? Piena di leggende e aneddoti anacronistici o semplicemente falsi? Ecco.
Rispetto ai due casi detti, di cui sono esperto, so questo: Grisham sa costruire la tensione e l’intreccio con una grande padronanza della forma. Dan Brown neanche sa cosa sia, la forma. Crichton sa raccontare storie avvincenti con una grande preparazione sul contenuto e il contesto. Dan Brown scrive sbadatamente pacchi di castronerie (e non parlo di quelle che riguardano l’Opus Dei o la religione).
È come se si fosse appuntato il plot di un polpettone assurdo e rocambolesco, e si fosse dimenticato di scriverlo, pubblicando l’appunto.
Non so se andrò avanti: è estate, è vero, ma mi era venuta voglia di leggere Peyton Place (è estate), o il romanzo di Adelphi che mia moglie sta con successo consigliando a tutti (“Quella sera dorata”). Ma vi lascio – delle molte che sarebbe fin troppo citare – un esempio di come Dan Brown racconta il mondo. Il protagonista, un americano, si ferma a interrogarsi su quali siano i rapporti tra una giovane francese e un uomo anziano: “sapeva che spesso, in Francia, gli uomini attempati si prendono amanti giovani”
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