C’è un dibattito in crescita, in Gran Bretagna, sull’eventualità di rimpiazzare Gordon Brown come candidato del labour alle prossime elezioni. Molti temono che la potenza innovativa e l’efficacia comunicativa del leader quarantenne dei tories, David Cameron – che lo dà avanti di dodici punti nei sondaggi rispetto a Brown – si possa combattere soltanto con armi analoghe. Da qui è saltato fuori il nome di David Miliband, coetaneo di Cameron, allievo e clone politico di Tony Blair.
Il dibattito è interessante anche per noi, naturalmente: ai ragionamenti già fatti sul successo della candidatura Cameron, aggiunge la considerazione che il primo passo di rinnovamento mette in moto un meccanismo benigno. E che solo la simmetria delle mediocrità e degli anacronismi permette agli schieramenti politici di sopravvivere nelle attuali gerontocratiche condizioni.
La possibilità Miliband è probabilmente inattuabile: troppe forze consolidate sostengono Gordon Brown, e la sua sconfitta non è così certa e così consolidata come era disastrosa la conzione dei tories quando nominarono Cameron (oggi sul Guardian Peter Preston suggerisce a Brown di prendere Miliband dalla sua parte). Ma le cose cambiano, se si comincia a parlare di cambiarle
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