Quando arriva l’album di cover, di solito la carriera del rocker è finita: quello che una volta erano le serate a Las Vegas. Magari si continua a vendere, come Rod Stewart, ma agli autogrill e a un pubblico da barbecue la domenica.
Lo stesso è successo a Bryan Ferry, che con il suo curriculum gli si perdonerebbe persino un duetto a Sanremo con Meneguzzi. Eppure.
Eppure le cover di Bryan Ferry hanno ancora qualcosa di rock: passé, ma rock. Venerdì esce una raccolta di sue canzoni di Dylan – “Dylanesque” – ed è meglio di tante cose che passano i novizi del convento.
Vanity Fair
(a risentirlo, è molto meglio: io vado matto per “Positively 4th street” che già mi piaceva rifatta dai Simply Red)
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