A me che il film di Gore contenga errori o no, che l’allarmismo meterologico sia sproporzionato o no, che il Nobel sarebbe stato più utile per un povero eroe di un povero paese invece che per un milionario americano, forse non importa. O forse non ho voglia di piantar grane: ce ne sono già molti. A me piace che Gore si sia fatto ammirare ed apprezzare e premiare conducendo una battaglia – ripeto: prescindo dal merito – che non ha come tratto distintivo la definizione di un nemico. Come scrive Thomas Friedman, c’è un lavoro che unisce nell’iniziativa di Gore (lo so, lo so, che poi un sacco di gente gli va dietro ancora per antibushismo: ma spero che lui non ci caschi), in tempi in cui per radunare seguiti si lavora solo sull’odio o l’indignazione verso qualcun altro, merci a buon mercato
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