Poi qualcuno chiede: “ma perché, i giornali stranieri sono tanto meglio?”. E la risposta è che no, non sono tanto meglio. Sono un po’ meglio, e i quotidiani più importanti pubblicano meno scemenze, meno notizie che non lo sono, meno comunicati stampa truccati da notizie, meno sondaggi insignificanti, meno notizie d’agenzia copiate e incollate senza fare nessun controllo.
O per esempio, quando si tratta di semplici errori, alcuni giornali anglosassoni adottano una pratica apparentemente banale e ovvia ma ignorata da noi, che la Gazzetta ha importato due anni fa: li correggono. Questi sono alcuni esempi di “corrections” pubblicati questa settimana.
«Nel nostro articolo sul Kenya abbiamo parlato della “durata di quattro anni della presidenza”. In realtà la Costituzione stabilisce che siano cinque. Ci scusiamo”, (The Economist).
«Un articolo pubblicato domenica sul giocatore di baseball Milton Bradley riportava erroneamente il ruolo del suo compagno Michael Young. Gioca da interbase, non in seconda base dove aveva giocato all’inizio della sua carriera», (The New York Times).
«Un articolo pubblicato il 23 febbraio conteneva un errore nel nome di un giocatore di golf australiano che è stato sconfitto nelle finali del Torneo Accenture: si chiama Ogilvy, non Ogilvie», (The New York Times).
«Il necrologio di William Buckley pubblicato il 28 febbraio attribuiva a Edmund Burke, membro del parlamento britannico nel XVIII secolo, la nazionalità inglese: era irlandese», (The Washington Post).
«Nelle cronache dalla conferenza sui robot militari, era riportato erroneamente il nome dello scienziato che è intervenuto prima della conferenza: il suo nome è Noel Sharkey, non Richard Starkey», (International Herald Tribune).
Gazzetta dello Sport
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