Quando l’anno scorso a Condor parlammo di “Crazy Heart” leggendo le recensioni americane, ci meravigliammo della banale prevedibilità della storia: sembrava un film visto mille volte, in un contesto o l’altro. Vecchio eroe sfasciato e in declino che cerca l’occasione per rinascere e un amore giovane e magari un figlio trascurato per anni. In questo caso, il contesto è la musica country. Quindi immaginammo che per ricevere tante lodi in America il film dovesse avere qualcos’altro, fosse anche solo l’interpretazione giudicata da Oscar di Jeff Bridges (che infatti è ora favorito come migliore attore). Si parlava anche molto bene delle canzoni scritte da T-Bone Burnett.
Invece niente. Ho visto il film ieri sera, ed è esattamente come sembrava: piattamente prevedibile proprio come la musica country, non noioso ma niente di più, con un intreccio stravisto e molto più debole delle altre volte: alla drammaticità vera di The wrestler non gli lega nemmeno le scarpe. Qui siamo alla favoletta. Resta Jeff Bridges, che è bravo, ma il suo personaggio lo ha fatto diventare uguale a Kris Kristofferson: ed è lontano mille miglia dalla grandezza di Lebovski, a cui i critici americani lo hanno paragonato. Però ha un paio di guizzi – bravura anche di chi glieli ha scritti – qua e là, per un attimo (il mio preferito: quello del lunotto posteriore). La ragazza è mortalmente noiosa, il bambino insopportabile (condizione aggravata dall’incolpevole figlio di qualcuno della distribuzione italiana che hanno scelto per doppiarlo). Il doppiaggio spesso artificioso, ma tollerabile rispetto a quel che si sente in giro; la traduzione trascurata come al solito. Si parla di baseball e di “palle effettate” (a effetto, si dice in italiano) e si parla di “country music”, va’ a capire per quale arguzia.
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