Mi sottraggo per una volta alla solita elencazione di notizie errate, false, smentite, per raccontare di un interessante dibattito della settimana passata al Festival del Giornalismo di Perugia, a cui ho partecipato in qualità di autore di questa rubrica. E anche per fare una riflessione sulla rubrica stessa, che si avvia a compiere i quattro anni: fu inventata dall’allora direttore della Gazzetta dello Sport (sono grato a lui e al suo successore che l’ha voluta proseguire) dopo aver letto un estemporaneo elenco di notizie sbagliate che avevo messo insieme sul mio blog. Siccome quel racconto fu apprezzato dai lettori, la Gazzetta mi chiese di replicarlo ogni settimana: io dissi che non sapevo se sarei stato in grado di farlo con tanta frequenza, trovare tutte quelle storie sbagliate pubblicate sui giornali, e poi quasi mai smentite. Ma ci provammo.
Adesso siamo a quasi quattro anni, e grazie al contributo dei lettori che mi inoltrano le loro scoperte questa rubrica si potrebbe fare persino con cadenze più intense. E questo racconta molto di una parte del giornalismo italiano e mondiale (fatto grazie al cielo anche di cose affidabili e di grande qualità): e per raccontare questo mi invitano ai dibattiti, anche. A quello di Perugia c’era il giornalista tedesco che guida la rigorosissima sezione di “fact checking” della rivista tedesca Spiegel, composta da decine di persone. Ha raccontato dell’accuratezza meticolosa con cui gli articoli vengono controllati, corretti, riscritti. Una cosa che da noi non si fa, per ragioni anche terribilmente concrete di costi e benefici: e questo rende ancora più ammirevole il lavoro dei molti giornalisti italiani che stanno attenti all’esattezza di ciò che scrivono.