A forza di trascurare i leader

Incollo un passaggio di Un grande paese, a proposito dello spettro della “personalizzazione della politica” che – nato con buone e fondate e ragioni – è diventato il tabù della discussione sul valore e l’importanza dei leader.

C’è in giro un’altra ipocrisia linguistico-politica, che produce espressioni come «non contano gli uomini, contano i programmi», «non concentriamoci sui leader», «non abbiamo bisogno di un Messia» eccetera. La diffidenza invidiosa e competitiva nei confronti delle capacità altrui e della straordinarietà eventuale di alcune figure ricatta ogni progetto che si affidi invece all’idea che «gli uomini contano», che contano le teste, contano le generosità e le competenze e il senso di responsabilità: e questi non sono in vendita al supermercato, e non discendono dai programmi, casomai il contrario. Stanno nelle persone, stanno negli uomini e nelle donne, che diventano leader per questo: e non è fingendo che queste qualità da leader ce le abbiano tutti in ugual misura che ricompenseremo coloro che le posseggono di meno, in un ridicolo egualitarismo coi sensi di colpa. Continuiamo a rispettare e a ripetere un’espressione di lealtà e correttezza come «vinca il migliore», ma non consentiamo che possa esistere un migliore quando si tratta di gestione dei destini pubblici. Non siamo disposti a riconoscere che la democrazia garantisce la vittoria del migliore solo se si accompagna alla pedagogia, come diceva Parise, ovvero alla scelta informata: altrimenti è come cronometrare una gara con gli orologi rotti. I grandi cambiamenti li hanno suscitati persone speciali quando non hanno avuto codardie o paure, come quelle che oggi travolgono i potenziali di leader contemporanei e futuri e lasciano il campo a chi non teme l’esibizione vanitosa e spaccona di sé. Un «Messia» è un’ottima cosa, e ne avremmo un gran bisogno: l’ultima volta che ne è venuto uno vero ci ha insegnato un sacco di cose, e se non arrivava lui quelle cose mica le imparavamo e le costruivamo da soli dando retta a san Tommaso. Un leader vero, una persona che guidi un progetto, che ne sia il comunicatore convincente, che ne se ne faccia modello, è un dono benedetto per qualunque causa.

Fanno paura questi allegri paragoni sacri? Torniamo sulla terra, e immaginiamo che qualcuno avesse detto a Martin Luther King, a Gorbaciov, a Gandhi, a Barack Obama: «non abbiamo bisogno di un Messia» e li avesse convinti ad appoggiare invece i punti di una piattaforma condivisa, in nome di un percorso di concretezza che attraverso successivi compromessi e pragmatismi avrebbe permesso di ottenere dei bus solo per i neri ma più comodi, o un sistema sovietico più aperto, alla cinese, o un protettorato inglese sull’India, o una presidenza Hillary Clinton ma con «il primo vicepresidente nero degli Stati Uniti». Certo, poi un leader bisogna anche trovarlo: o almeno qualcosa che gli somigli rispetto alle necessità. E se pensiamo che quel tipo di leader non possa più esistere, o non qui, allora quello che dobbiamo cercare è solo, pragmaticamente, un candidato che abbia un progetto convincente e che abbia chances di realizzarlo, altro che Messia. Abbiamo bisogno o no di qualcuno bravo che ci aiuti a cambiare le cose?

 

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