Coscienze gratis

Come accade spesso coi dibattiti pubblici da queste parti, il rinnovato dibattito sull’obiezione di coscienza – legata in questo caso alle interruzioni di gravidanza – è reso assurdo e sbilenco dalla confusione tra due cose che sono su due piani drasticamente diversi:
– l’obiezione di coscienza
– le leggi sull’obiezione di coscienza

L’obiezione di coscienza è un concetto, assai sfuggente e ambiguo come la “coscienza” che cita: è una formula usata per spiegare il rifiuto di obbedire a una regola o a una legge che non si condivide. È appunto sfuggente e scivoloso, perché è indimostrabile che il mio rifiuto risalga a nobili e sentite ragioni “di coscienza”, appunto, piuttosto che ad altri miei legittimi interessi e obiettivi, più prosaici (se non pago le tasse perché credo che lo Stato sia impostore, bugiardo e illegittimo, chi può discutere questa mia ragione di coscienza?). È proprio l’introduzione del discrimine della “coscienza” a rendere il tema non misurabile, e a consigliare di lasciarlo al massimo nel campo del dibattito teorico, e non della sua codifica legale.
Al funzionamento della comunità le tue ragioni intime per non rispettare una legge non devono interessare, e non dovrebbe essere permesso che abbiano a priori e al buio valore maggiore o minore delle mie: sia per motivi etici che per motivi pratici. È un giudice, a posteriori, che decide eventualmente di attenuanti e aggravanti, sui singoli casi.

Invece, abbiamo introdotto delle leggi sull’obiezione di coscienza, ovvero delle eccezioni “in bianco” al rispetto della legge (che diventano a loro volta legge, creando un buffo paradosso), che nei fatti annullano l’obiezione di coscienza stessa: se si può non rispettare la legge, non c’è infatti neanche “obiezione”. Non c’è neanche più la legge. C’è una scelta tra A e B, come ai tempi della scelta del servizio civile rispetto a quello militare, che infatti veniva presa molto spesso per preferenze che poco avevano a che fare con la coscienza.

L’ulteriore paradosso è che ciò che ha sempre accompagnato e misurato l’obiezione di coscienza – ovvero la disponibilità a pagare un prezzo, anche alto, per ciò in cui si crede fortemente – è stato annullato dalla gran parte delle norme sull’obiezione di coscienza: che stabiliscono che se vuoi violare una legge basta che tu dica che vuoi violare la legge. E per giunta, solo su determinate leggi. Ognuno di noi avrebbe decine di opinioni in buona fede e coscienza su molte delle regole condivise (vaccini, matrimoni gay, canone Rai, sparare agli intrusi, crocefissi a scuola, raccolta differenziata, proprietà privata, inferiorità delle donne) e ci mancherebbe che ognuna godesse di status di normalità rispetto alle regole condivise: in ultima analisi, l’omicidio del ragazzo investitore a Vasto può essere esibito dal suo autore come un’obiezione di coscienza rispetto alle regole sulla pena di morte, per dire l’esempio più drammatico dei molti che coinvolgono “coscienze”.

La verità è che permettere ad alcuni di violare gratuitamente le leggi in nome di ragioni così opinabili e personali come quelle “di coscienza” genera da una parte abusi e ingiustizie, e dall’altra avvilisce le stesse ragioni di coscienza. Se le nostre democrazie hanno espresso delle regole, quelle regole sono da ritenersi fondate su buoni principi, approvati dalle maggioranze: se decidiamo che non lo sono, la soluzione è cambiare le regole, non lasciare libertà di seguirle o no. Non si creano aree di giurisdizioni personali e autonome, opinabilissime, dove alcuni fanno come gli pare con lo stesso diritto con cui altri rispettano le leggi.

Dare dignità all’obiezione di coscienza – rispettabilissima – passa per l’unico tratto che la rende credibile: la disponibilità a violare la legge e pagare per ciò in cui si crede. Le coscienze gratis, son coscienze vuote.

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