Mi è sfuggito qualcosa

Sei anni fa in questi giorni uscì un libro che avevo scritto mettendo insieme un po’ di cose poi diventate molto attuali e discusse, e ormai da almeno un anno ci faccio dei pensieri intorno, che condivido qui. Si chiamava Un grande paese e a un certo punto dell’introduzione avevo provato a spiegarlo così:

Questo libro insomma parla di noi, ovvero di voi, e del nostro paese. Ne parla con una solida opinione che questo paese sia spacciato: che la tragedia di un paese ridicolo si sia ormai compiuta. Ma neanche la solidità di questa opinione riesce a toglierci la nostalgia per una cosa che non c’è mai stata e la tentazione di cercarla: un posto di cui essere orgogliosi, contenti, a cui appartenere. Un desiderio che spinge molti ad andarlo a cercare altrove, questo posto, o a sognare di farlo. E che non sarà invece mai esaudito davvero fino a che l’Italia e le sue persone non avranno ricominciato a fare progetti e sacrifici che vadano oltre le prossime due settimane. Se si salva, l’Italia si salva tra vent’anni e solo cominciando a lavorarci come dei matti da subito. Altre strade non ci sono, altre cose non succederanno.

Queste cose giravano intorno a delle riflessioni che allora non erano così centrali – e forse nemmeno io le capivo così centrali – sulla crisi dell’autorevolezza della politica e dell’informazione, e su tutte quelle spinte che muovevano le nostre società e tutti noi a gratificare il nostro crescente egocentrismo con l’idea che ciascuno di noi sia migliore degli altri, e che successi e leadership siano immeritati da chi li ottiene: e su chi sfrutta queste dinamiche, e su come invertire la tendenza crescente verso quello che oggi viene chiamato “populismo“.

Adesso, il punto di esigua soddisfazione può essere che l’analisi di quello che stava succedendo è stata poi confermata dai fatti e da tante altre analisi che – magari anche meglio – hanno poi detto le stesse cose. Ma mi interessa di più il punto di fallimento, ovvero che dove io vedevo un pericolo crescente e proponevo – pur col disincanto di cui sopra – dei progetti di affrontarlo, è invece successo che il pericolo ha stravinto.
Non abbiamo lavorato per contenere un’onda in arrivo: siamo stati travolti dall’onda.
E la via che seguivano i miei ragionamenti – più elitismo, non meno – si è mostrata fallimentare e complice dei suoi stessi insuccessi: adesso è ovvio che di fronte a un avversario che trae forza dallo sprezzo della qualità, dei fatti e del sapere non si può pensare di vincere esibendo qualità, fatti e sapere. Quel libro usava argomenti ragionevoli per contrastare tendenze irragionevoli: parlava probabilmente ai convertiti, o ai convertibili, una minoranza. E faceva, direi, lo stesso errore che di recente ho criticato qui.
Però la cosa buona, penso, è che chi lo ha letto allora ci è arrivato più preparato a cosa è successo dopo: e magari gli verrà prima degli altri qualche buona idea, più efficace di quel “comportiamoci bene”. Il consiglio che gli do, e a me stesso – che come vedete un po’ mi scappa – è di non indugiare su “l’avevamo detto”, e approfittare per chiedersi “cosa abbiamo sbagliato”.

– Un grande paese: L’introduzione

 

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