Non fate come faccio, fate come dico

(da Un grande paese, 2011)

Prima ancora che nella sua vita arrivasse stabilmente Woodstock, un giorno Snoopy si ritrovò un nido sul tetto della cuccia («Inquilini!») e poi delle uova nel nido («Santo cielo, sono nonno!»). Nel giro di poche strisce le uova divennero uccellini, e il nonno Snoopy si sentì responsabile della loro educazione, persino sulle materie della vita su cui era del tutto impreparato, e fu così che si dispose a impartire la «prima lezione di volo»: che si concluse con una gran capocciata sul prato davanti alla cuccia, e l’assennato insegnamento:

Non fate come faccio, fate come dico.

Ecco: un altro cliché della dialettica contemporanea è quello che gira intorno all’accezione negativa dell’espressione «predicare bene e razzolare male». Nell’uso comune la si utilizza per indicare (a) qualcuno le cui buone prediche non siano ritenute credibili perché contraddette dalle sue opere, o (b) qualcuno le cui prediche siano ritenute cattive perché contraddette dalle sue opere, buone in quanto opere, in quanto avvengono. Entrambe le interpretazioni dell’espressione sono però forzate e sbagliate, (a) per ragioni linguistiche e (b) per ragioni logiche.

Nel primo caso, il modo di dire adatto per definire la scarsa credibilità di un’asserzione contraddetta dalle opere è piuttosto «da che pulpito viene la predica». «Predica» qui è neutro, privo di avverbi e accezioni positive: sta lì solo per opporsi a «pulpito», segnalare la differenza. Nella frase di cui stiamo parlando «predicare bene» vuol dire invece predicare bene, e «bene» vuol dire bene, punto. Chi predica bene fa una cosa buona, qualunque opera lo contraddica. Non si capisce infatti perché un cattivo razzolamento debba diminuire la bontà di una predica. Se io insegno ai miei bambini a chiedere «per favore», e poi non lo faccio io stesso, il mio insegnamento non sarà meno buono per questo: tutt’al più sarà meno efficace perché non avrà accanto l’esempio, ma non meno giusto. E sarà sempre meglio che razzolare male predicando male, che è quello che pretenderebbero certe vestali della coerenza, gente che apprezza un ladro che insegni al mondo a rubare più di uno che ammetta che rubare è sbagliato. Insomma, chiedere «per favore» resta una cosa giusta, chiunque ve lo insegni e comunque si comporti chi ve lo insegna. (Questa è un’altra ovvietà morale tra le più ignorate nei dibattiti politici: che una cosa è giusta o sbagliata indipendentemente da chi la sostenga, e attaccare la coerenza di chi la sostiene è spesso un trucco dialettico per eludere e sminuire la correttezza della cosa detta.)

Il secondo travisamento dell’espressione «predicare bene e razzolare male» è quello che pretende non solo che l’esempio sia più importante della predica – e questo sarebbe un uso corretto – ma addirittura che annulli la bontà della predica, rendendola cattiva. In poche parole: dal momento che rubi, la tua tesi che rubare sia male è sbagliata. E soprattutto «zitto, tu, ladro!». Questo inganno dialettico è abusatissimo per contraddire le asserzioni più assennate del mondo, perché riesce sempre a togliere credibilità a una tesi togliendo credibilità a chi l’ha espressa, il quale difficilmente sarà senza peccato: garantisce successi assicurati, forzando il vecchio «scagli la prima pietra» (che ha fatto un sacco di danni disegnando come lapidatore sanguinario chiunque poi si sia azzardato a fare obiezioni senza essere un santo). E in più azzera il valore di principi e regole universali (o quasi universali: nessuna regola è davvero assoluta) sulla base di eventi e di accadimenti singolari che non li abbiano rispettati.

Okay, voi direte: e allora che accidenti vuol dire «predicare bene e razzolare male»? La contraddizione non significa nulla, la coerenza non è rilevante?

Non c’è nessuna differenza con chi predichi bene e poi razzoli altrettanto bene? Eccome se c’è, ed è questo il senso reale con cui sottolineare la contraddizione: quando serva cioè a indicare (1) che l’obiettivo dovrebbe essere razzolare bene come si predica e (2) che quell’obiettivo è assai lontano e c’è una grossa distanza tra la bontà della predica e l’inadeguatezza dell’opera. Ma non il contrario: la predica è buona.

Le parole che Snoopy dice ai suoi uccellini sono una delle molte citazioni bibliche nel repertorio dei Peanuts. Dal Vangelo secondo Matteo:

Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno».

Anche Gesù aveva capito che il razzolare male – ai farisei subito dopo gliele ammolla col botto – non modifica la bontà delle buone prediche: «vi dicono, fatelo e osservatelo».

C’è un secondo argomento per difendere i preziosi buoni insegnamenti dagli attacchi strumentali di chi non vuole vedere definito ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Ed è che predicare bene è anche di per sé razzolare bene. Chi predica bene ha capito quale sia il bene, e questo è già un risultato notevole e fecondo. Nel fondamentale percorso verso la costruzione di un mondo migliore che ha come tappe prima il capire cosa sia giusto e cosa sbagliato, e poi il fare quello che è giusto (e continuare a fare ciò che è giusto), chi predica bene ha superato la prima tappa. È a metà dell’opera. E non è solo a metà dell’opera su se stesso – passaggio decisivo per il miglioramento di tutto il mondo, ricordatevi Man in the Mirror – ma anche dell’opera di cui è responsabile nei confronti degli altri: che è, per ognuno, quella di insegnare le cose che ha capito.

I’m Starting With The Man In The Mirror
I’m Asking Him To Change His Ways
And No Message Could Have Been Any Clearer
If You Wanna Make The World A Better Place
Take A Look At Yourself, And Then Make A Change.

Michael Jackson, Man in the Mirror

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