A domanda risponde

A un certo punto di Notizie che non lo erano avevo ricostruito la serie di incidenti delle interviste di Eugenio Scalfari con Papa Francesco per dire qualcosa su come vengono costruite e trascritte di solito le interviste sui giornali italiani. Incollo un pezzetto di quel capitolo per introdurre due cose di oggi.

La questione era comunque giornalisticamente rilevante: un grande quotidiano, attraverso il suo fondatore, aveva attribuito al Papa – con grande spazio ed enfasi – delle cose che a quanto andava sembrando il Papa non aveva detto. Sono cose che negli Stati Uniti poi entrano nei precedenti storici degli incidenti giornalistici, e sconvolgono carriere e imbarazzano testate: dopo le si citano e ricordano per anni. Si poteva capire un interesse per i meccanismi dell’incidente. Sul quale incidente qualche giorno dopo Scalfari diede la sua versione:

Sono andato, abbiamo avuto una lunga conversazione, non ho preso alcun appunto. L’incontro è durato un’ora e venti. Alla fine ho detto: «Santità, Lei mi permette di dare notizia pubblica sul fatto che abbiamo avuto questa riunione?». «Certamente», mi ha risposto. «Ho il Suo per- messo di pubblicare il contenuto del nostro colloquio?» «Ma certo, certo, lo racconti». «Come Lei capirà, Le manderò la copia». «Mi sembra tempo perso», ha detto. Io ho ribadito che non sarebbe stato tempo perso, perché io ricostruisco quello che ci siamo detti, ma può darsi che a Lei non piaccia; in quel caso Lei rompe tutto e come se non fosse stato scritto. O meglio, fa tutte le correzioni. Metto questo testo nelle Sue mani. Ha detto: «Va bene, se Lei insiste, me lo mandi, ma, ripeto, perdiamo del tempo. Io mi fido di Lei».

Scalfari spiegò quindi una cosa che molti suoi colleghi sanno, ma che ai lettori non è familiare: spesso i giornalisti italiani trascrivono interviste e conversazioni a memoria, non solo non avendole registrate – che è garanzia massima di fedeltà ma non sempre praticabile, o praticata – ma senza neanche avere scritto degli appunti, operazione che implica sempre una quota di ricostruzione arbitraria al momento della confezione dell’intervista, ma permette ai giornalisti in buona fede di limitare errori di memoria sostanziali. Un’altra cosa che i lettori dei giornali e delle interviste spesso immaginano è che le conversazioni siano avvenute nella realtà così come le leggono: c’è invece nella scrittura delle interviste un lavoro di editing più o meno intenso, volto a rendere più leggibili ed efficaci il testo e la sostanza delle cose dette. Che però per tutta una ricca scuola di giornalisti italiani ha preso anche il criterio di rendere più teatrali le interviste scritte, attraverso un lavoro di riscrittura delle domande, di parte delle risposte, della loro successione, che spesso è fatto di vere e proprie forzature. Sicuramente della forma, a volte anche della sostanza (approfittando del fatto che ovviamente neanche l’intervistato ha preso appunti o ha registrato il dialogo, e al massimo potrà smentire a parole, scrivendo una lettera che forse sarà pubblicata in fondo alla rubrica della posta con una replica del giornalista che confermerà l’esattezza di quello che ha scritto).

Per fare un esempio, la giornalista televisiva Giulia Innocenzi scrisse questo al «Corriere della Sera» a proposito di una sua intervista pubblicata il giorno prima:

Egregio Direttore,
l’intervista che ho rilasciato a Fabrizio Roncone ha ben poco a che vedere con quella pubblicata sul Suo quotidiano il 26/9. Nel testo rilevo molte domande mai poste, altrettante risposte conseguentemente mai date, nonché dichiarazioni esposte in ordine diverso da quello originario in modo da cambiarne il senso.
L’episodio mi suggerisce due riflessioni. La prima è che questo tipo di giornalismo sembra finalizzato soltanto a mettere in cattiva luce i personaggi di cui si occupa: Roncone, durante l’intervista, ha insistito nel pormi domande su altre persone, cercando evidentemente di strapparmi giudizi negativi nei loro confronti; non essendoci riuscito ha manipolato quello che ho detto allo scopo di mettere in cattiva luce almeno me.
In secondo luogo, Roncone ha disposto le domande e le risposte (sia quelle inventate, sia le poche vere) in un ordine tale da farmi apparire politicamente opportunista e umanamente frivola, secondo uno stereotipo fondato su pregiudizi sessisti che ritenevo non potessero avere cittadinanza sul «Corriere».
Sul mio blog è a disposizione l’intervista corredata da mie precisazioni, correzioni, chiarimenti.

Naturalmente può anche darsi che per qualche strana ragione Innocenzi avesse deciso di contestare il giorno dopo la se stessa del giorno prima, non possiamo saperlo. Ma insomma, difficilmente le conversazioni come le leggiamo scritte sono avvenute così nella realtà, per una serie di ragioni in parte sensate e in parte scorrette.

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Ho ripreso queste considerazioni dopo aver letto due interessanti (lo sono) interviste sui quotidiani di oggi – una a Luciano Benetton e una a Francesco Totti – nelle quali la trascrizione delle conversazioni raggiunge però dei momenti di formidabile indipendenza tra le domande e le risposte.

«Hanno smesso di fabbricare i maglioni. È come se avessero tolto l’acqua a un acquedotto. Ho visto cappotti alla russa, con il doppiopetto, il bavero largo, le spalle grosse…, di colore grigio sporco. Pensi che hanno chiuso le tin-to-rie».
Il protettore dei tintori era san Maurizio, il santo dei cavalieri, con la pelle nera. Sembra inventato da Oliviero Toscani.
«A vent’anni mi innamorai dei colori guardando Kandinsky».

 

Quanto pesano una giacca e una cravatta?
«All’inizio parlavo da solo, come un matto: sono infortunato, sono squalificato, adesso rientro. Però adesso mi sono abituato».

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