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	<title>Wittgenstein &#187; Internazionale</title>
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	<description>Piove sui giusti e sugli iniqui. E cosa c&#039;entriamo noi nel mezzo?</description>
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		<title>I vecchi tempi nei nuovi tempi</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Mar 2009 14:34:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">Sarebbe interessante capire se stiano cambiando anche i nostri sentimenti, ai tempi di internet. Che cambino le nostre relazioni con gli altri è ormai condiviso. La risacca spinge a riva quelli che ancora discutono se tutto sia perduto e i vecchi tempi eccetera, oppure se il nuovo mondo sia meraviglioso e perfetto. Ma fuori, al largo nella rete, le persone si frequentano, si conoscono e stanno assieme. Stanno davvero assieme, anche se in altri modi. Ma chissà che sentimenti hanno, adesso, per i loro “amici”: può darsi che una complicità da esploratori e una minor frequenza fisica li rendano persino più forti e nobili, questi sentiment, rispetto alle relazioni tradizionali.</p>
<p class="MsoNormal">Un pezzetto del successo di Facebook è appoggiato proprio sulla “coscienza” dei suoi utenti e su sentimenti “buoni”, come la lealtà e la correttezza. L’introduzione del termine “amici” per definire le proprie conoscenze in questo network è stata una trovata geniale (“Amici? Nemici? Semplici conoscenti?” diceva una vecchia striscia di Sturmtruppen). In qualunque altro forum l’approccio degli utenti che si registrano è sempre un po’ spaesato e diffidente: ci si entra da estranei, e si sa di trovarci altri estranei. Si faranno persino incontri spiacevoli, ospiti che sono venuti con pensieri e intenzioni diversi dalle nostre.<br />
Invece a Facebook si accede attraverso un giuramento, una dichiarazione di impegno: che non è “mi impegno a comportarmi bene e non essere irrispettoso”, che sarebbe facile da violare con la coscienza pulita (“perché dovrei riconoscere le vostre regole?”). Ma è “voglio diventare tuo amico”: un doppio impegno che mette in campo le “proprie” regole. Dichiaro che ti sono amico, e che sono io a volerlo: ignorare questo vincolo è tradire se stessi, sarebbe una vergogna non di fronte agli altri ma alla propria coscienza. Quello di Facebook è un geniale ricatto morale.<span id="more-13356"></span></p>
<p class="MsoNormal">Voi direte che è pieno di barbari, là fuori, e presto arriveranno anche su Facebook: vi si diranno amici e faranno Arancia Meccanica della vostra bacheca. Può darsi: è successo con Second Life, che a un certo punto vi nascessero persino attentati terroristici. Ma attentarono alle macerie, che Second Life si stava già sgonfiando da sola.<br />
Però Facebook è costruito in modo da espellere con una certa facilità eventuali minacce al suo Truman Show. Ogni tanto c’è un po’ di maretta perché come in ogni club ci sono alcuni che vogliono spiegare le regole agli altri, e si irritano se qualcuno le segue a modo suo. Ma alla fine è un posto dove ci sono molti amici.</p>
<p class="MsoNormal">La relativa serenità che aleggia su Facebook (le pagine di odiatori tendono a sfarinarsi, senza l’aiuto dei quotidiani scandalistici) è in effetti piuttosto anomala per la rete. Persino i più appassionati sostenitori della comunicazione online consentono che questa ha creato lo spazio per un nuovo ecosistema dell’aggressività. È da poco uscito negli Stati Uniti un libro che si chiama “Snark” (scritto da David Denby, uno dei due ammirati e famigerati critici cinematografici del New Yorker). “Snark” è un neologismo che associa due parole inglesi (“snide” e “remark”) ed è nato per definire un nuovo tipo di linguaggio in cui prevalgono il sarcasmo, l’insinuazione, la malizia e spesso l’intenzione di ferire o diminuire l’interlocutore. Da alcuni anni si discute in rete di quella porzione di comunicazione cresciuta online a forza di aggressività, maleducazione, polemica e inciviltà: le stesse cose che esistono nel mondo fuori dalla rete ma non avevano mai avuto altrettante opportunità per esprimersi. Internet è un gran luogo di sfogo di frustrazioni e necessità di affermazione di sé attraverso la violenza verbale. Denby sostiene che questa china stia peggiorando in generale tutto il nostro sistema di relazioni, fuori e dentro la rete. Ai critici le sue argomentazioni sono apparse un po’ fragili e faziose: ma se è vero che una snarkizzazione del linguaggio in rete c’è stata, è anche vero che appartiene a una fase infantile del rapporto con gli altri online. Anche i peggiori polemici dopo un po’ si calmano, man mano che si consolidano le loro relazioni con la rete e con gli altri. O forse invecchiano.</p>
<p class="MsoNormal">S’avanza una fase nuova dell’occupazione umana della rete. Superata l’era in cui era campo di sperimentazione e scorribanda di un’élite avanzata di esploratori alfabetizzati, geek e curiosi del mondo, che ne erano la maggioranza visibile, ormai il web è diventato mainstream. La stragrande maggioranza dei suoi frequentatori ci va come legge il giornale: non ha bisogno di conoscere i meccanismi con cui funziona o di essere appassionata dell’informazione e delle cose del mondo. Ma ci trova quelle cose che le interessano e che conosce. Giovanni Boccia Artieri, studioso della comunicazione, ha individuato nel successo di Facebook “l’ascesa della borghesia” in rete. E questo non solo significa che i meccanismi della rete coinvolgono molte più persone che ne erano estranee, ma ha anche un effetto opposto.</p>
<p class="MsoNormal">Internet si “normalizza”. Viene ricolonizzata dal mondo di prima. I suoi nuovi abitanti, meno coraggiosi e attrezzati, vi ricostruiscono i modelli familiari. Il successo di Facebook è un successo di funzioni semplici e tradizionali: relazioni con vecchi compagni di scuola, album di ricordi, piccole conversazioni, campagne per i cani abbandonati, promozioni editoriali. Il noioso spauracchio del “dove andremo a finire” applicato sulla rete, si rivolge indietro: dove andremo a tornare?</p>
<p class="MsoNormal">La settimana scorsa Google ha annunciato un nuovo servizio (ne ha annunciata una mezza dozzina, e non gli si sta dietro): si chiama Latitude e si installa sui cellulari e i palmari. Permette di vedere sulle mappe di Google dove si trovano i vostri “amici”, ovvero coloro che si sono registrati al servizio e hanno consentito a farsene individuare (attraverso il GPS e la rete telefonica). L’effetto grafico è già piuttosto spettacolare, e sarà interessante vedere come cambierà il nostro pensiero rispetto al conoscere gli spostamenti dei nostri conoscenti: un passo ulteriore in confronto a quando non sapevamo neanche di chi erano le chiamate in arrivo. Ma anche questa novità va in direzione opposta rispetto agli allarmi sulla alienazione dal “mondo reale”. Latitude restituisce concretezza e senso spaziale ai rapporti digitali: li colloca su una mappa, e li colloca nel mondo. Sparirà il vituperato “dove sei?” dall’approccio telefonico (lo sostituirà un “mi compri il giornale, già che sei lì?”) e torneremo a immaginarci più realisticamene il contesto attorno all’interlocutore. Il virtuale si riavvicina al reale.</p>
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		<title>La coscienza per legge</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jan 2009 10:17:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[obiezione di coscienza]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">Se usciamo dal merito della dolorosa questione che ne è stata occasione – la scelta di lasciar morire Eluana Englaro &#8211; forse bisognerebbe fare un discorso più generale sulle parole del cardinal Poletto a proposito dell’obiezione di coscienza, e di cosa essa significhi per un paese civile e democratico. Dopo che l’arcivescovo di Torino l’ha suggerita ai medici che dovessero occuparsi di quel caso, molti hanno cercato di riportare alla sua nobiltà l’obiezione di coscienza, divenuta negli ultimi anni un alibi strumentale per dare dignità a semplici violazioni della legge. Ciò che dovrebbe discriminare un “profondo convincimento” che va contro una regola dello Stato, si è ripetuto, è la disponibilità a pagare un prezzo pur di non allontanarsi da quel convincimento e di disubbidire a quella regola: regola inaccettabile al punto di tollerare un sacrificio. Una legge sull’obiezione di coscienza, in termini pratici, dovrebbe sancire una sorta di pena alternativa: lo Stato rispetta le tue ragioni per violare alcune leggi, e attenua le conseguenze penali e civili della tua violazione (nel caso del servizio militare, l’obiettore accettava di svolgere il servizio civile alternativo, per una durata persino maggiore in un primo tempo). Ma appunto le attenua, queste conseguenze, mantenendo un deterrente contro gli abusi strumentali: non le sostituisce con l’impunità.<br />
Contrariamente a quanto vuole far credere chi ne parla a vanvera, in Italia non esiste una legge “sull’obiezione di coscienza”. Esistono delle norme che ne prevedono la possibilità in relazione a violazioni della legge ben definite: sul servizio militare obbligatorio (norme superate dalla sua abolizione), l’aborto, la vivisezione*. Ma estendere il concetto dandogli una validità generale per creare eccezioni ad altre leggi o sentenze è del tutto arbitrario e illegale: quelle eccezioni sono reati e come tali giustamente perseguibili. Quindi è sbagliato dire che il cardinale Poletto abbia suggerito ai medici di “praticare l’obiezione di coscienza” sul caso di Eluana Englaro: quello che ha suggerito è di violare le legge. Nessun giudice così zelante vorrà perseguire questa istigazione a delinquere, si spera: ma chi la seguisse non ha alibi legali.<br />
Il cardinal Poletto ha quindi detto una cosa male informata quando ha sostenuto nell’intervista a Repubblica che “esiste la possibilità di fare obiezione quando l&#8217;applicazione di una legge contrasta con i propri convincimenti profondi”. Questo non è vero. E sarebbe impensabile che la legge prevedesse un’eccezione così generica e ambigua alla sua applicazione. Chi decide quali siano “i convincimenti profondi” tollerabili? Ci sono in molti cittadini convincimenti profondissimi in disaccordo con le leggi più varie: ci sono persone che sinceramente credono che sia un sopruso igienista esagerato e statalista la legge contro il fumo nei locali pubblici. Che facciamo, consentiamo loro di fumare in rispetto del loro convincimento? E chi ritiene che il canone Rai sia una tassa che viola le norme sulla concorrenza? Si può contestare la grande distanza morale di questi casi – ma si può? – ma qui stiamo parlando di legge e sua applicazione: stiamo parlando di regole.<br />
Ma soprattutto, se volete un paragone meno terreno: andiamo sostenendo a ogni occasione che l’Italia accoglie culture e religioni diverse e le rispetta fino a che gli immigrati che le coltivano obbediscono alle nostre leggi. Chiediamo ai musulmani di mantenere separata la loro fede dal rispetto delle regole e ci sembra che questo possa garantire la convivenza. E però nel frattempo consentiamo ai cattolici di violare le regole in nome della “legge di Dio”? E cosa faremo quando il lapidatore di un’adultera chiederà di non essere perseguito perché è obiettore di coscienza?</p>
<p class="MsoNormal"><em>*questo dato ha avuto un </em><a href="http://www.wittgenstein.it/2009/02/01/scusate/"><em>aggiornamento</em></a></p>
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		<title>If I had a Hummer</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Sep 2007 17:45:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Hummer]]></category>

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		<description><![CDATA[Il lettore di Internazionale, secondo una mia personalissima analisi, può essere di due tipi. Tipo A, una persona normale a cui piace perché è un bel giornale, pieno di storie e cose da leggere, che spiega il mondo, e soprattutto &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2007/09/14/if-i-had-a-hummer/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il lettore di Internazionale, secondo una mia personalissima analisi, può essere di due tipi. Tipo A, una persona normale a cui piace perché è un bel giornale, pieno di storie e cose da leggere, che spiega il mondo, e soprattutto senza fesserie di quelle che stanno sugli altri giornali. Tipo B, un infodipendente un po&#8217; fighetto, a cui piace Internazionale perché fa far bella figura senza essere palloso.</p>
<p>Venendo all&#8217;oggetto della rubrica di oggi, il tipo A non ha idea di cosa sia un Hummer: lui è una persona normale. Mentre il tipo B lo sa. Oggi questa rubrica è di servizio per il tipo A, che verrà informato, e demagogica per il tipo B, che leggerà ciò che va pensando da un pezzo (sarà mica l&#8217;unica, no?).</p>
<p>Lo Hummer nacque come mezzo militare prodotto da una società poi acquistata dalla General Motors e usato dagli americani nella cosiddetta operazione Desert Storm. Poi, quindici anni fa &#8211; la leggenda vuole su insistenza di Arnold Schwarzenegger -fu messo in produzione per uso civile. È un auto pratica per operazioni impegnative ma orrenda, al cui cospetto i famigerati SUV paiono giardinette, via di mezzo tra un cellulare della polizia e un robot quadrupede di Guerre Stellari. Naturalmente la stupidità dell&#8217;operazione commerciale attirò i tipi umani conseguenti, e usi ridicoli nel traffico cittadino. Consuma un botto, ed è diventato di culto tra ricchi rappers, gangsters moderni e calciatori europei.</p>
<p>Potrebbe essere quindi apprezzato l&#8217;impegno di Fergie dei Black Eyed Peas, che tormentata dal rimorso ambientalista, ha messo in vendita il suo Hummer su eBay, e siamo a 63mila dollari. Certo, giù da un dirupo sull&#8217;oceano avrebbe fatto un effettone.<em><br />
</em></p>
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		<title>Generazioni</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2005 16:17:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Adriano Celentano]]></category>
		<category><![CDATA[masturbazione]]></category>
		<category><![CDATA[Una carezza in un pugno]]></category>

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		<description><![CDATA[La lunghezza e la varietà della carriera di Adriano Celentano sono tali che uno ci può trovare tutta la sua vita, quella dei suoi genitori, e forse anche quella dei suoi figli, avendo pazienza. Quando ho visto “Asso” al cinema &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2005/10/28/generazioni-2/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La lunghezza e la varietà della carriera di Adriano Celentano sono tali che uno ci può trovare tutta la sua vita, quella dei suoi genitori, e forse anche quella dei suoi figli, avendo pazienza. Quando ho visto “Asso” al cinema avevo 16 anni (DVD, 15 e 99). Quando ho capito che il testo di “Una carezza in un pugno” era un inno alla masturbazione, mi sono sentito ampiamente legittimato (45 giri, 4 euro, il venditore offre anche molti reggiseni). Ludovica Ripa di Meana, coautrice della sua biografia uscita che avevo 17 anni, mi piaceva parecchio, allora (“Il paradiso è un cavallo bianco che non suda mai”, 9 e 99). Come anche Giannina Facio, ritratta insieme a lui in un numero di Oggi con in copertina il terremoto dell’Irpinia (5 e 99). E poi a sei anni il mio calciatore perferito era Anastasi, con cui Celentano condivise allora un doppio poster dell’Intrepido (1 e 99). E lo Stereo 8 dei successi di Celentano secondo me mio nonno ce lo aveva, assieme a quello di Modugno, nella Lancia Fulvia (9 e 99). Quello che non sono riuscito a trovare su eBay è il Corriere della Sera di nove anni fa con la lettera in cui Adriano Celentano difese mio padre da una falsa accusa.</p>
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