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	<title>Wittgenstein &#187; Unità</title>
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	<description>Piove sui giusti e sugli iniqui. E cosa c&#039;entriamo noi nel mezzo?</description>
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		<title>Lettera da Riotorto</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2009 05:34:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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<p class="MsoNormal">La riunione di Piombino (Riotorto, a essere precisi) l’hanno inventata un mese fa Ivan Scalfarotto, Paola Concia, Pippo Civati e Sandro Gozi. Ne hanno scritto i giornali, e se ne è occupata molto l’Unità, ma provo a raccontarla da dentro. Voleva essere dapprima l’occasione di un incontro comune e una sintesi di questioni politiche tra persone che hanno cari il PD, la sinistra, l’Italia e il mondo (in ordine inverso) e che si sono tenute in contatto e hanno lavorato assieme negli ultimi anni, stando alla larga dai più rigidi e pigri meccanismi del partito (che ci sono). Poi la rete si è allargata, altri si sono incuriositi all’occasione e alla fine siamo diventati cinquanta. Tre erano parlamentari del PD, tre candidati probabili alle europee, uno candidato sindaco a Firenze, uno nella Direzione nazionale del PD. Gli altri quaranta erano responsabili e amministratori locali, appartenenti ai circoli e persone con competenze che dovrebbero essere interessanti per la politica.<br />
Avremmo potuto essere molti di più, soprattutto a giudicare dalle richieste di contatto arrivate in questi giorni, dopo che i giornali ne avevano parlato. Faremo in modo di esserlo, alla prossima occasione.<br />
Ma intanto abbiamo fatto tre cose a noi molto care e importanti. Abbiamo parlato e discusso assieme, e condiviso intenzioni e desideri simili sulla politica e sul Partito Democratico. Siamo ovvero diventati un gruppo, aperto e fluido, ma con molte cose in comune. Anche se lontani dal volersi formalizzare in una corrente: siamo il PD nel suo progetto originale. Siamo il PD.<br />
Poi abbiamo comunicato a tutti &#8211; interessati o preoccupati &#8211; che esistono un pensiero e un lavoro dentro al PD distanti dalle semplificazioni verticistiche e dalle eredità più deludenti dei partiti che lo hanno preceduto. Sono un pensiero e un lavoro diffusissimi in tutta Italia, che hanno una visibilità troppo ridotta, e che vorremmo cercare di aggregare, tenere in contatto, rendere fruttuosi. Infine abbiamo discusso di molte cose, e di molte avremmo potuto ancora discutere. Dal federalismo fiscale al testamento biologico, dai congedi di maternità al servizio pubblico Rai, dal funzionamento dei circoli al parlamento europeo, dal codice etico del PD ai luoghi comuni di destra e sinistra sull’immigrazione. Abbiamo cominciato a costruire e sintetizzare un investimento di idee comuni, di cui questo elenco è solo una piccola parte. Il Partito Democratico e le persone che gli sono vicine hanno capacità e ambizioni straordinarie che hanno molto bisogno di essere organizzate, coordinate e sfruttate. Soprattutto con i tempi che corrono, fuori e dentro al PD. Per quel che riguarda il dentro, vogliamo come molti altri che si faccia il congresso a ottobre, che non è più tempo di vivere provvisori. Ottobre del 2009.</p>
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		<title>Audiremo Nabokov</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Jan 2009 09:25:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Unità]]></category>
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		<description><![CDATA[La storia è questa. Gino Paoli ha fatto un disco nuovo. Dentro c’è una canzone che parla di un uomo che violenta una bambina. Poi l’uomo morirà e la bambina avrà un momento di tenerezza e pietà per lui. Tutto &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/01/25/audiremo-nabokov/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">La storia è questa. Gino Paoli ha fatto un disco nuovo. Dentro c’è una canzone che parla di un uomo che violenta una bambina. Poi l’uomo morirà e la bambina avrà un momento di tenerezza e pietà per lui. Tutto questo potrebbe essere consegnato alle notizie minori di un giornale di spettacolo. Se non fosse che l’ufficio stampa di Paoli deve aver fiutato l’opportunità, e in alcune redazioni si è accesa la lucina “scottante tema della pedofilia”.<br />
E qui è intervenuta Alessandra Mussolini, a capo della commissione parlamentare per l’infanzia. Che ha deciso di “convocare” Gino Paoli. Tutto vero. Avrebbe detto la Mussolini: “È un testo equivoco. Visto il testo della canzone abbiamo deciso di audirlo <em>(sic!)</em> perché è equivoco e non c’è una giustificazione per atti del genere”. “<span lang="EN-US">Tutto ciò è di pessimo gusto”, ha aggiunto Gabriella Carlucci.</span> E ancora la Mussolini: “Se fosse stata in vigore la legge contro la pedofilia culturale forse Paoli non avrebbe potuto cantare questo brano”. La <em>cosa</em>? Una legge <span lang="EN-US">“contro la pedofilia culturale che tra pochi giorni sarà firmata in Parlamento”.<br />
Insomma: c’è in Italia una commissione parlamentare che convoca un cantautore per chiedergli conto di una sua canzone, e che annuncia una legge che impedisca la libertà di espressione nella musica e nella cultura. Vieteranno la vendita di “Lolita”. Sono matti.</span></p>
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		<title>Nessuno tocchi Riccardo</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jan 2009 07:43:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Unità]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>
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		<category><![CDATA[Riccardo Villari]]></category>

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		<description><![CDATA[Ammesso che sia finito il caso Villari, resterà un pateracchio da primato nella storia dell’Italia repubblicana. La cui responsabilità sta tutta sulle spalle del Partito Democratico e di chi volle insistere capricciosamente sulla candidatura di Leoluca Orlando (la cui inconsistenza &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/01/23/nessuno-tocchi-riccardo/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">Ammesso che sia finito il caso Villari, resterà un pateracchio da primato nella storia dell’Italia repubblicana. La cui responsabilità sta tutta sulle spalle del Partito Democratico e di chi volle insistere capricciosamente sulla candidatura di Leoluca Orlando (la cui inconsistenza è stata dimostrata ulteriormente dall’indifferenza in cui è sparita). Fu un bluff sciocco e presuntuoso – e suggerito solo da disdicevoli interessi traffichini – che la maggioranza ebbe buon gioco a mangiarsi in un sol boccone, consegnando al PD danno e beffe come molti avevano previsto, e anche su questo giornale.</p>
<p class="MsoNormal">Ma quel disastro è ormai consegnato alla storia delle figuracce e della pessima immagine che la dirigenza del PD riesce a dare di sé. Storia giovane ma già assai ricca di precedenti.<br />
Quello che è inedito e veramente spiacevole per il curriculum della sinistra repubblicana è l’imbroglio di cui si è resa promotrice e complice per rimuovere le tracce del disastro, gagliardamente impersonate dal senatore Villari. Il quale è indifendibile da se stesso e dalla sua illusione martire, ma il tentativo di stornare su di lui ogni onta è vile e irresponsabile. Villari fu candidato dal Partito Democratico come suo esponente insieme ad altri similmente inaffidabili: scelte che allora ci fu chi criticò, inascoltato. E non è di certo l’unico pronto a fare gli interessi propri piuttosto che quelli del partito: agli altri non è ancora capitata ancora occasione così ghiotta, grazie al cielo.<br />
Ma soprattutto, Villari era stato eletto democraticamente da un organismo parlamentare. Un evento regolato dalla legge, a cui la legge e lo spirito democratico chiedono che si obbedisca: e non si può opporre a questi due termini una “tradizione” disattesa, come se questa dovesse avere maggior forza. Ancora di più in giorni in cui si protesta giustamente contro la violazione del diritto attuata sul caso Englaro. Nel cui caso, come in altri noti, l’inclinazione a fregarsene di sentenze, leggi e istituzioni era stata caratteristica del centrodestra.<br />
Col caso Villari, la sinistra entra ufficialmente – non a caso in accordo con la maggioranza – tra i manipolatori delle regole democratiche quando queste non diano i risultati voluti. Con la coscienza dei responsabili sollevata da uno sguardo alla figura dell’impresentabile senatore: è la vecchia tradizione del garantismo solo con i buoni.<br />
Ed è istruttivo che questo avvenga nello stesso giorno in cui Obama si affretta a ripetere il giuramento per rispettare persino il dettaglio della corretta scelta della parole.<br />
Quando la dirigenza del PD si lamenta dell’attitudine della sinistra a farsi del male da sola, beh: è un autocritica.</p>
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		<title>Grandi e piccole cose</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Dec 2008 12:59:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Unità]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">La prima cosa notevole del lavoro fatto dallo staff di comunicazione di Barack Obama sul sito <a href="http://change.gov/">Change.gov</a> è che si tratta di un ottimo lavoro. Le iniziative politiche su internet sono di solito poche, in ritardo, e soprattutto povere e inadeguate. Se non arriveranno marce indietro o distrazioni, un sito come questo potrebbe essere una cosa rivoluzionaria prima di tutto in termini di efficienza.<br />
Quanto all’idea che gli sta dietro, quella di usare la rete per consolidare il rapporto con gli americani (sia raccogliendo le loro proposte e i loro messaggi, sia comunicando più rapidamente le scelte e le iniziative dell’amministrazione), è naturalmente un’ottima idea: benché stia allarmando molti giornalisti, che si vedono sottrarre un altro pezzetto di ruolo. Il problema sarà avere le forze necessarie a tenere all’altezza uno strumento di una potenza così straordinaria, e non dimenticarsi che esiste ancora un gran numero di persone con cui bisogna comunicare in modi più tradizionali.<br />
Poi, è interessante sotto due aspetti paragonare tutto questo alla giornata italiana di l’altroieri. La riunione della Direzione Nazionale è andata in diretta sul web, e raccontata da alcuni siti. Il risultato, ha <a href="http://www.mantellini.it/?p=6187">notato</a> Massimo Mantellini sul suo blog, è stato catastrofico: migliaia di persone hanno potuto percepire la distanza tra la novità comunicativa e la pesantezza, il disordine e i linguaggi anacronistici di quella riunione. L’altro aspetto interessante è che proprio in quella riunione sia Walter Veltroni che Piero Fassino hanno criticato la scarsa affidabilità della stampa nel raccontare il PD, e suggerito di “rendere il proprio umore più autonomo dai giornali”. Forse un investimento di comunicazione via web più risoluto e combattivo di quello di YouDem, e una revisione dei propri novecenteschi codici avvicinerebbero un po’ a quel modello Obama tanto rincorso.</p>
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		<title>Per Enzo, tra l&#8217;altro</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Dec 2008 09:19:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tre anni fa il Guardian, uno dei migliori quotidiani del mondo, decise di eliminare la striscia quotidiana di Doonesbury: “per ragioni di spazio”. La striscia disegnata da Garry Trudeau parla molto degli Stati Uniti, e le cose che racconta sono &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/12/15/per-enzo-tra-laltro/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><span><img class="alignleft size-full wp-image-11599" title="whitehouse" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2008/12/whitehouse.gif" alt="whitehouse" width="290" height="195" />Tre anni fa il Guardian, uno dei migliori quotidiani del mondo, decise di eliminare la striscia quotidiana di Doonesbury: “per ragioni di spazio”. La striscia disegnata da Garry Trudeau parla molto degli Stati Uniti, e le cose che racconta sono familiari soprattutto agli americani. Ma il giornale londinese fu lo stesso sommerso dalle proteste dei lettori, e la striscia fu reintrodotta. In Italia è sempre apparsa su Linus, ma mai su un quotidiano: da due settimane i lettori dell’Unità si sono aggiunti ai milioni che trovano Doonesbury ogni mattina sul loro quotidiano.<br />
Doonesbury ha quasi quarant’anni: un libro non basterebbe per raccontare tutto quello che le è successo in questo tempo. Mettiamo insieme quindi un po’ di informazioni per i suoi nuovi lettori.<span id="more-11598"></span><br />
Garry Trudeau ha sessant’anni e vive a New York. È stato il primo cartoonist a vincere un premio Pulitzer, nel 1975, ed è stato finalista altre tre volte. Negli Stati Uniti è considerato una via di mezzo tra un romanziere e il più importante opinionista della nazione. Si racconta sempre di una battuta di Henry Kissinger: </span><span lang="EN-US">“C’è solo una cosa peggiore di essere presi in giro su Doonesbury: non essere presi in giro su Doonesbury”. O di una di Gerald Ford: </span><span lang="EN-US">“Per tenersi informati su quel che succede a Washington ci sono i giornali, la tivù, e Doonesbury. E non necessariamente in quest’ordine”. </span><span lang="EN-US">Lo storico traduttore di Doonesbury per l’Italia era Enzo Baldoni, il generoso pubblicitario milanese ucciso in iraq nel 2004 (Trudeau gli dedicò allora una striscia). In America Doonesbury è un’istituzione. Fuori dall’America è un modo divertente e di straordinaria efficacia per capire le cose che succedono laggiù. Nessun fumetto ha mai saputo mettere insieme così a lungo la capacità di far affezionare i lettori ai suoi personaggi e quella di leggere acutamente le vicende sociali e politiche di un paese.<br />
E di cosa parla, quindi, Doonesbury? Il titolo deriva dal cognome di un compagno di università di Trudeau ed è il cognome del primo protagonista della storia, Mike Doonesbury. Ma negli anni i personaggi si sono moltiplicati, e Mike oggi appare saltuariamente. Il tratto rivoluzionario della striscia è la costante evoluzione cronologica delle vicende: i protagonisti invecchiano, muoiono, nuove generazioni appaiono, e le loro storie si svolgono sullo sfondo di Americhe sempre aggiornate. Dentro Doonesbury sono passati il femminismo, il Vietnam, tutti i presidenti dal 1970 a oggi, il Watergate, l’11 settembre, l’Iraq. E anche l’AIDS, la lotta al fumo, Monica Lewinski, la crisi del giornalismo e l’avvento dei blog. Le storie che si alternano sono ormai moltissime, con i personaggi che si incrociano dall’una all’altra come in una soap-opera. I lettori dell’Unità ne hanno già conosciute diverse. Il trafficone-lobbysta senza scrupoli Duke e suo figlio Earl in cerca di un reinvestimento di sé dopo l’elezione di Obama e la crisi economica; Alex, la giovane figlia di Mike Doonesbury e JJ Caucus, che fa una ricerca universitaria sulla deputata Lacey Davenport, di cui sua nonna Joanie fu a lungo la principale collaboratrice. Ma a capire tutti i rapporti vorrete arrivarci da soli più avanti, man mano che I personaggi vi diventeranno familiari: Joanie fu uno dei personaggi principali dei primi tempi, femminista per brutta esperienza coniugale, trapiantata nella comune universitaria di Walden, nido di gran parte delle storie. Che adesso sono sull’Unità, a colori, tutti I giorni.</span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Non sono stato io, è stata internet</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Dec 2008 07:32:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cartastampata]]></category>
		<category><![CDATA[Unità]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>

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		<description><![CDATA[È  un‘abitudine molto comune, molto umana, quella di pretendere dal nuovo molto più di quello a cui ci ha abituato il vecchio. In ogni novità vediamo grandi difetti, ma gli stessi difetti abbiamo smesso di criticarli nello status quo. Un &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/12/09/non-sono-stato-io-e-stata-internet/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="EN-US">È<span>  </span>un‘ab</span><span lang="EN-US">itudine molto comune, molto umana, quella di pretendere dal nuovo molto più di quello a cui ci ha abituato il vecchio. In ogni novità vediamo grandi difetti, ma gli stessi difetti abbiamo smesso di criticarli nello status quo. Un esempio facile ed attuale è il famoso ricambio generazionale della classe politica. Andiamo dicendo che non vediamo in giro grandi giovani leader, e magari è vero: ma chiediamo molto meno ai nostri rappresentanti, di cui tolleriamo le peggiori inadeguatezze pur di non affidarci al nuovo.<br />
Idem per il cliché sull’inattendibilità di internet o sulla sua inclinazione a diffondere falsità. Ne ha scritto ancora Michele Serra sul Venerdì, questa settimana. Sentite l’argomento di Serra: il Giornale ha scritto una balla (la balla riguarda la scuola a cui sarebbero iscritte le figlie di Anna Finocchiaro). La balla è stata segnalata come vera da un lettore a Michele Serra, che ha pubblicato la sua lettera nella rubrica sul Venerdì. E Anna Finocchiaro gli ha scritto per smentire la balla. “Ma quello che mi ha maggiormente colpito”, scrive questa settimana Serra analizzando l’accaduto, “è scoprire che l’errore del Giornale ha centuplicato i suoi effetti grazie a internet”. Serra conclude che “fa pensare la velocità con la quale le bufale galoppano in rete”.<br />
Insomma, un giornale – stiamo parlando di gente che di mestiere dovrebbe dire la verità e controllare le fonti – pubblica una cosa falsa; un altro giornale la riprende – ancora senza porsi il problema di controllare – e Serra<span>  </span>è colpito dal fatto che il loro falso sia “galoppato in rete”. E non una parola sul difetto di professionalità o accuratezza dei giornalisti, non una parola su chi ha sellato il cavallo.<br />
Non è la prima volta che sento quest’inversione logica. In altri casi è capitato che giornalisti attribuissero all’inaffidabilità di internet la falsità di cose che avevano scritto, rimuovendo completamente la questione della loro responsabilità o attenzione, assai più rilevante.<br />
Internet è un pezzo di mondo, non la voce di Dio: se io sento dire al bar che Michele Serra ha tre orecchie, non lo scrivo sul giornale. E se lo scrivo, la responsabilità è mia, non del bar. E non mi colpirà il fatto che il giorno dopo ne parlerà tutta la città: mi colpirà la mia dabbenaggine. Invece molti giornalisti, sempre pronti a sostenere che gli unici intitolati a informare sono loro, poi pretendono di usare quello che trovano in giro in rete come se fosse una voce dell’Enciclopedia Britannica, e di non verificare niente e non saper distinguere una fonte affidabile. Ma la quantità di notizie false, inesatte, smentite, di comunicati stampa neanche riletti, di sentito dire non verificati, che leggiamo ogni giorno sui giornali è invece perdonata e tollerata, come la loro capacità di seminare false convinzioni nei lettori: è tutta colpa di internet. E se scriviamo una fesseria, ci lamentiamo della rete che ne ha “centuplicato gli effetti”. </span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>A nome di chi</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Dec 2008 09:01:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Unità]]></category>
		<category><![CDATA[D'Alema]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico]]></category>

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		<description><![CDATA[L’Unità di ieri riferiva che Piero Fassino starebbe cercando di “stemperare il clima” tra Walter Veltroni e Massimo D’Alema. Altri quotidiani parlano di Fassino in cerca di “una mediazione” tra i due. Non vi pare che si stia esagerando? Detto &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/12/01/a-nome-di-chi/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">L’Unità di ieri riferiva che Piero Fassino starebbe cercando di “stemperare il clima” tra Walter Veltroni e Massimo D’Alema. Altri quotidiani parlano di Fassino in cerca di “una mediazione” tra i due.<br />
Non vi pare che si stia esagerando? Detto che forse Fassino ha cose più importanti da fare, siamo in grado di guardare ancora il PD come un partito normale e chiederci quale legittimazione abbia questa sfinente e imbarazzante contesa tra il suo segretario democraticamente eletto e un suo militante, per quanto stimato?<br />
Non entro nel merito delle questioni politiche che separano i due Bibì e Bibò – dicono che ci siano –, ma mi impressiona il dirottamento del Partito Democratico e del suo funzionamento. Giovane com’è, il PD ha ancora per fortuna poche cariche e poche istituzioni. La più concreta è quella del suo leader, eletto a grande maggioranza nelle primarie dell’anno scorso. Quindi solidamente legittimata – la carica &#8211; e inattaccabile fino a nuove primarie. Ovvio che questo non implichi una gestione unilaterale e indiscussa (anche se verrebbe da dire “magari!”, ogni tanto): e infatti esistono ruoli e contesti con larghi spazi di confronto, in un partito democratico come il Partito Democratico. Gli avversari di Walter Veltroni, loro sì, alle primarie hanno a loro volta ottenuto quote notevoli di legittimazione democratica: se oggi Fassino ritenesse di “stemperare il clima” tra Veltroni e Rosy Bindi – ce ne fosse bisogno – la sua iniziativa avrebbe un senso. Staremmo parlando di due rappresentanze fondate. Ma perché le diffidenze di Massimo D’Alema – con tutto il rispetto e l’ammirazione eccetera – dovrebbero incatenare e bloccare il dibattito nel PD più di quelle di un qualunque membro della Direzione Nazionale quale lui è insieme ad altri duecento e passa? Prendete Irene Tinagli: si è dimessa dalla Direzione Nazionale, ha spiegato perché, ha chiesto risposte, e ha avuto esplicite solidarietà. Ma nessuno nella segreteria le ha risposto, da Veltroni in giù, e Fassino non si è preoccupato di stemperare il clima tra lei e il segretario. Nel frattempo Massimo D’Alema, che non ha ritenuto di sollevare un’obiezione o un dubbio quando ha partecipato alla recente riunione della Direzione Nazionale – il contesto adatto, no? &#8211; chiede chiarimenti in diretta al Tg1.<br />
Che il PD sia alla deriva e in cerca di una spina dorsale è chiaro a tutti – fuorché a Goffredo Bettini che qualche giorno fa ha chiesto “dove sono gli errori?” – ma questo non giustifica la condiscendenza generale nei confronti di atteggiamenti complottardi e golpistici. Se D’Alema voleva guidare il partito, poteva candidarsi alle primarie: in molti allora chiedemmo che opposizioni vere a Veltroni si manifestassero. Se con più pudore vuole che lo guidi qualcuno diverso da Veltroni, deve individuare un qualcuno che abbia il fegato e la faccia di farsi avanti da solo: un futuro leader raccomandato da un vecchio leader è un ossimoro.</p>
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		<title>La fine del mondo come la conosciamo</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Nov 2008 08:45:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">“Siamo davanti a mesi e mesi di sofferenze”. Giornalisti e commentatori in tutto il mondo discutono di come raccontare, spiegare e far percepire ai lettori e agli spettatori l’attuale crisi mondiale. La recessione, la catastrofe finanziaria, la minaccia di una nuova depressione. “Le persone non si rendono davvero conto che cosa le aspetta, quanto è grave la situazione”, dicono soprattutto i cronisti italiani: quelli americani si aiutano sempre col famoso ’29, anche se un bell’<a href="http://www.boston.com/bostonglobe/ideas/articles/2008/11/16/depression_2009_what_would_it_look_like/">articolo</a> del Boston Globe ha spiegato che la “depressione 2009” sarà una cosa molto diversa, con tutti chiusi in casa sfaccendati a guardare la televisione e mangiare carne in scatola e cibi pronti.<br />
Il fatto è che la sensibilità delle persone rispetto a potenziali catastrofi, in Italia, è stata devastata in questi anni da due tipi di esperienze. Il primo, banalmente, è quello &#8211; mai gridare al lupo &#8211; costituito dalla quantità quotidiana di allarmi, apocalissi, sciagure, pericoli, annunciati dai nostri media da anni. Vedrete che tra qualche giorno il paese sarà “nella morsa del gelo”, e per quasi tutti noi questo non cambierà una virgola delle nostre giornate, cappotti a parte. Eccetera. Siamo già sopravvissuti a ogni sciagura immaginabile e immaginata.<br />
L’altro problema, ammesso che un problema sia, è che anche i grandi allarmi reali, anche le grandi crisi che rischiavano davvero di travolgerci, alla fine ci hanno risparmiato. Pensate a questi anni. Il Millennium Bug è stata una gigantesca e cieca sopravvalutazione. La tragedia dell’ex Iugoslavia “poteva capitare anche a noi”: e forse era vero, ma non è capitata. Il disastro argentino si sarebbe replicato qui, l’Italia era esattamente nelle stesse condizioni, pareva: ma non è successo. Persino il più devastante evento della storia recente del mondo, quello con il significato politico e storico più travolgente, quello per cui “niente sarà più come prima” – l’11 settembre 2001 – a noialtri nel nostro paesetto non ci ha cambiato la vita neanche un po’. A qualcuno magari sì, ma non necessariamente in peggio.<br />
Siamo diventati così ricchi che nessuna crisi ci travolgerà davvero, dicono alcuni: al massimo diventeremo un po’ meno ricchi. Spiegalo ai poveri. Però è vero che se non riusciamo a figurarci che il nostro mondo crolli, siamo un po’ giustificati. Ci sforziamo, ce lo diciamo, fingiamo consapevolezza, annunciamo sventure. “Siamo davanti a mesi e mesi di sofferenze”: l’ha detto venerdì Mike Bongiorno, quello che era diventato celebre a forza di “Allegria!”. Ma oggi è una giornata di sole.</p>
<p class="MsoNormal">p.s. scrive giustamente Massimo: &#8220;Per non parlare di mucca pazza e SARS e influenza aviaria. Si prevedevano milioni di morti anche da noi&#8221;</p>
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		<title>Perdenti</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Nov 2008 06:49:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“È l&#8217;annuncio del tentativo di mettere le mani sul servizio pubblico da parte del PdL”, ha detto Walter Veltroni a proposito del voto di ieri sulla Commissione di Vigilanza Rai. La frase forse è stata mal riportata: il tentativo di mettere la mani sulla Rai da parte del centrodestra data ormai a qualche lustro fa. Veltroni fa bene a esserne allarmato, e a cercare di combatterlo, basta che non pensi di arginarlo chiudendo a chiave la porta mentre bombardano il tetto.<br />
La battaglia condotta in questi mesi dal PD sulla presidenza della Vigilanza ha superato la soglia della tollerabilità e della comprensibilità da parte degli elettori. Fateci caso, su nessun tema – economia, giustizia, Alitalia, immigrati, diritto alla vita e alla morte – il PD si è speso e messo di traverso quanto su questa poltrona di puro capriccio (il presidente passerà poi le sue giornate a mandare scandalizzati comunicati stampa sui minuti concessi al centrosinistra nei tg) a cui destinare il rappresentante di un partito ex alleato.<br />
Per sottrarre la Rai ai desideri egemonici del centrodestra, la soluzione è cambiare la Rai. La soluzione è – come ha scritto qualche giorno fa Carlo Rognoni – battersi per cambiare la legge Gasparri, per cominciare. Non, viceversa, rimanere ancora sul terreno trafficone delle nomine e contronomine da scambiarsi. Non impuntarsi su un nome che – rispettabilissimo – non ha nessuna competenza particolare sulla materia, non appartiene al tuo partito, ed è indigesto alla maggioranza che si permette addirittura di mettere il PD alla berlina, come è avvenuto ieri. Ieri la maggioranza ha fatto una pagliacciata che non si sarebbe dovuta permettere (una pagliacciata, non “regime”: sarebbe il primo regime che fa eleggere un uomo dell’opposizione): ma è una pagliacciata che il PD si è cercato, legittimata dalla scellerata e perdente ostinazione di non volersi accordare su un altro candidato – e ce ne sono, di brave e competenti persone da proporre – in nome di intenzioni che le persone normali, fuori dalla Rai, dalla politica e dai giornali, non riescono a capire. Mentre le persone dentro vanno dicendo che a Di Pietro non gliene freghi niente, di Orlando. O anche che il PD miri a tirarselo in casa, Orlando, una volta piazzato. O che nessun altro sia disponibile a restare con le pive nel sacco dopo tanta insistenza. Si dicono cose pettegole e poco belle, che non sono considerabili in una discussione seria dentro un partito serio.<br />
Che dovrebbe fare una sola cosa, dignitosa, saggia e vincente: proporre alla maggioranza degli altri nomi, ottenere che un buon candidato occupi quel posto, e poi battersi per cambiare la Rai, il suo funzionamento, e soprattutto il modo con cui la politica l’ha devastata in questi decenni: e non solo quella di destra. </p>
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		<title>La Provvidenza</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Nov 2008 09:41:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><span>È in corso una pubblica battaglia tra autorità del PD sul rinnovamento generazionale del partito. Ci sarebbe da esserne contenti: il rinnovamento è stato il primo obiettivo del PD, e però ultimamente non se n’è visto molto. Ma nella recente festa di buone intenzioni è difficile credere alle promesse degli attori coinvolti. Parlo delle rispettive interviste di D&#8217;Alema, Veltroni, Bettini, Cuperlo, persone su cui in molti abbiamo investito a suo tempo speranze e fiducia. Massimo D&#8217;Alema – un uomo capace, intelligente, esperto eccetera – non possiede nel suo curriculum una ragione al mondo per rendere credibile un progetto di rinnovamento del partito o di sua modernizzazione vincente. Casomai di restaurazione, a chi piace il genere. Veltroni e Bettini hanno promesso molto, offerto delle benvenute speranze, e a conti fatti conseguito un bel niente, sotto questo profilo: non bastasse guardarsi intorno, lo stesso insistere &#8211; dopo un anno &#8211; sul rinnovamento generazionale del PD dimostra che non lo si è neanche cominciato. Di Cuperlo è condivisibile quasi tutto quello che dice, ogni volta che lo dice. Il fatto è che lo dice una volta ogni tre mesi, e nel frattempo ha evidentemente altro da fare. Sarebbe interessante se qualcuno avesse il fegato e la faccia di praticarlo, questo benedetto e indispensabile rinnovamento del partito, invece che annunciarne continuamente la necessità, come se però dovesse occuparsene qualcun altro, o venire dal cielo. Una mattina ci si alza, e oplà, il partito si è rinnovato.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Parentesi necessaria: non si dica che non basta il rinnovamento generazionale per cambiare e migliorare il partito, il suo funzionamento, il modo di fare politica. Da una parte è ovvio a tutti, dall’altra è palese che senza un ringiovanimento della dirigenza le cose non cambiano. Non si può chiedere a Totti di giocare terzino.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Si potrebbe anche assecondare la ricostruzione fatta da Giuliano Da Empoli : l&#8217;altroieri sul Riformista ha definito ironicamente &#8220;fantastico&#8221; il dibattito rilanciato appunto dal Riformista (il pluralismo di opinioni in alcuni quotidiani sta raggiungendo livelli divertenti, avete notato?). Da Empoli interpreta nel peggiore dei modi questo dibattito, leggendoci solo una guerra di autoconservazione all&#8217;interno del Partito Democratico, che ottiene attenzione sui giornali per ragioni tautologiche: ovvero perché qualsiasi chiacchiera diffusa dai longevi rappresentanti dell&#8217;establishment politico viene esaltata dai longevi rappresentanti dell&#8217;establishment mediatico. Compresa la discussione sul rinnovamento del suddetto establishment affidata al suddetto establishment. Da Empoli ha usato termini come “elefanti” e “zombies”, e ha smontato con solidi argomenti ed esempi il cliché strumentale per cui non ci sarebbero capaci trentenni in giro.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La lettura è tentatrice, ma proviamo a starne alla larga. Proviamo ancora a credere che la discussione sia sincera, come le intenzioni dei suoi promotori. Domani ci svegliamo e Veltroni ha costruito una nuova credibile segreteria del PD, innocente rispetto ai fallimenti della sinistra in questi decenni, D&#8217;Alema ha combattuto per abbassarne l&#8217;età media, Cuperlo si è candidato a farne parte e Bettini è il nuovo responsabile di una scuola di politica finanziata dal PD. Sai che interviste, dopo.</span></p>
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		<title>Fly me to the moon</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Nov 2008 06:22:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Unità]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">Ho passato la notte che Obama è diventato presidente degli Stati Uniti assieme a un gruppo di amici poco più giovani di me, tra i trenta e i quarant’anni. Alle cinque del mattino ci stavamo abbracciando e abbiamo brindato con un fragolino: l’unica cosa con della schiuma nel frigorifero dei padroni di casa, e di un colore scuro abbastanza da essere all’altezza della situazione. Abbiamo scherzato un po’ sull’ultima gioia così di cui ci ricordavamo – i mondiali dell’82, ma alcuni erano troppo piccoli – e poi seriamente abbiamo convenuto che questa fosse la cosa più bella capitata al nostro mondo dal 1989, era novembre anche allora.<br />
Qualche ora prima, la tensione della vittoria che non arrivava ancora era stata alleggerita con grandi risate durante un servizio di Porta a Porta che si apriva sulle “somiglianze tra Obama e Berlusconi” e proseguiva sostenendo che tra i primi sostenitori di Obama in Italia c’erano stati Sandro Bondi e Maria Stella Gelmini. Era stato il momento più clamoroso dell’incongruenza tra quello che stava accadendo e le persone che lo commentavano in televisione, l’Italia come si mostra.<br />
La vittoria di Barack Obama è la prima grande gioia storica della generazione dei trentenni. Gli osservatori tradizionali nel circo italiano la possono paragonare a quando videro cadere il muro, a quando gli uomini andarono sulla luna, persino – e non sono pochissimi – a quando finì la guerra mondiale. Passioni a cui parteciparono, eventi che travolsero le loro vite e le loro emozioni, ormai corrose dall’età e dal disincanto nel momento in cui un nero diventa presidente degli Stati Uniti. Possono fare ricorso a tutto il loro repertorio di esperienze (poche) e di cliché (molti) per analizzare quello che è successo l’altra notte: ma questa non è più roba loro.<br />
La vittoria di Barack Obama è di quelli che hanno l’età di Barack Obama, e di quelli che ci hanno investito tutte le speranze e gli altruismi che finora non avevano mai avuto l’occasione di usare e che il tempo non aveva ancora sbriciolato. Sono loro che lo capiscono, sono loro che appartengono a quel mondo, alla retorica sincera della speranza e del migliorare il mondo che è nei suoi discorsi, alla modernità che è stata nella sua campagna, alla leggerezza poco pomposa che sta nelle sue discrete consapevolezze, a una comunicazione fatta di immagini e comune interesse per il futuro. Sono loro che la nottata di ieri l’hanno seguita sui blog e in rete, che si sono congratulati con migliaia di mail, che hanno festeggiato assieme dai quattro angoli del mondo; che hanno saputo capire cosa succedeva a ogni nuovo dato e non farsi ingannare da notizie sbagliate o male interpretate, come nel frattempo avveniva nei talk show televisivi. Sono loro che si sono abbracciati, l’altra notte, e sono stati felici di una cosa che alla fine neanche li riguardava, a giudicarla con lo sguardo distaccato dei loro padri. Felici di una gioia vera, buona, lieve delle soddisfazioni incattivite e “contro” che gravano spesso sugli altri eventi con cui hanno a che fare. Non è per Bush, che sono felici, né per i bianchi razzisti, e McCain lo hanno apprezzato e molto. Sono felici perché questa è una cosa che sentono infine dentro il loro tempo, una cosa che è come loro, e che conoscono. Il mondo di fuori adesso assomiglia al loro mondo, la vita del mondo alle loro vite, non sono più controcorrente. Obama è uno di loro, e uno dei migliori. Hanno messo piede sulla luna, finalmente. Ed è tutta un’altra luna.</p>
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		<title>Casabianca (zero!)</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Nov 2008 08:25:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Unità]]></category>
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		<description><![CDATA[Giornata di stanca, ieri: sembrava come quando mancano cinque minuti alla fine dei supplementari nella finale dei mondiali, e siamo ancora pari e si andrà ai rigori. Si tirano i remi in barca, si comincia a riposarsi, e si cerca &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/11/04/casabianca-zero/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">Giornata di stanca, ieri: sembrava come quando mancano cinque minuti alla fine dei supplementari nella finale dei mondiali, e siamo ancora pari e si andrà ai rigori. Si tirano i remi in barca, si comincia a riposarsi, e si cerca di non combinare guai.<br />
Comizi finali, qualche battuta, le cattiverie affidate agli ultimi spot. I blog in cerca di microscoop, ma niente. Sui siti maggiori, consuntivi sulla campagna elettorale, gallerie fotografiche, gli ultimi sondaggi. Primi pensieri sul dopo.<br />
Sarà una giornata storica diceva John Dickerson su Slate. Naturalmente lo sarà se vince Obama, per tutte le ragioni del mondo. Ma se vince McCain sarà una giornata memorabile per tutto il circo dell’informazione: il più colossale fallimento di previsioni, e di affollamento sul carro del perdente, che si ricordi.<br />
Obama è andato a MTV, dove lo aspettavano col consueto pacco di domande da parte degli spettatori. Un Eric gli ha chiesto un parere sulle leggi locali che censurano alcuni costumi delle culture giovanili: tatuaggi, piercing, cose così (l’intervistatore Sway ha fatto una battuta sui suoi dreadlocks). E Obama ha detto di essere molto tollerante ma ha preso una posizione netta e definitiva sulle braghe calate e le mutande che sbucano dai calzoni: “vietare le braghe calate sarebbe una sciocchezza, abbiamo cose più importanti di cui occuparci, ha risposto Obama. “Detto questo, ragazzi: tiratevi su i calzoni. State camminando al fianco di vostra madre, di vostra nonna, e vi si vedono le mutande. Voi dite, che c’è di male? Dai, per favore. Ci sono questioni che non si regolano per legge, ma c’è anche una questione di rispetto per quelli che non vogliono vedere le vostre mutande. E io sono uno di quelli”.<br />
Ogni maledetto martedì si può vincere o perdere, ma quel che conta è vincere o perdere da uomini. Con i calzoni in ordine.</p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Casabianca (meno uno)</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Nov 2008 07:42:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[politica USA]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">Anche lo scandalo della zia di Obama immigrata clandestina a Boston non ha avuto il respiro di una mezza giornata (un consigliere di McCain l’ha definito “un affare di famiglia”, ed è addirittura partita un’indagine sulla violazione della privacy). Quindi ci si riprova: la presunta bomba di ieri è questa. In un’intervista con Obama pubblicata a gennaio il San Francisco Chronicle lasciò fuori una risposta in cui il candidato dichiarava di voler far pagare ai responsabili le emissioni di carbone o gas serra. La registrazione di quella battuta è circolata ieri e alcuni blog l’hanno convertita in: “Obama vuole mandare in bancarotta l’industria del carbone”.<br />
McCain intanto, sta cercando di fare il simpatico più che può. È andato al Saturday Night Live a fare il piazzista per scherzo, e a un altro programma ha annunciato questa “nuova strategia”: “Negli ultimi giorni, farò tutto quello che mi dice chiunque. Qualunque cosa. Se non funziona, allora do fuori di matto e terrorizzo tutti”.<br />
Anche Obama ha fatto lo spiritoso, durante un comizio nel Nevada, commentando l’endorsement più velenoso che McCain potesse ricevere dopo quello di bin Laden: “Voglio congratularmi col senatore McCain per l’appoggio ricevuto da Dick Cheney”, ha detto Obama, “Se lo è davvero meritato”. Un portavoce di McCain gli ha risposto ricordando la tesi per cui Obama e Cheney sarebbero lontani cugini, e insomma Cheney lo scansano tutti come la peste.<br />
Intanto, mentre i giornali italiani stanno ancora rincorrendo cappucci bianchi ovunque, il giornale online Salon ha raccontato di una contea nell’Ohio dove “negli anni Venti prosperava il Ku Klux Klan” e in cui il voto è sempre stato esemplare di quello dello stato in generale: solo che stavolta Obama pare avanti di quattro punti. A fidarsi dei soliti sondaggi.</p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Casabianca (meno due)</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Nov 2008 10:44:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mancano tre giorni alle elezioni del Presidente, e dov’è, il Presidente? Se lo chiedeva il New York Times, ieri, sottolineando la sparizione dalla scena di George W. Bush, in questi giorni, e attribuendola all’intenzione di tenerlo lontano dall’associazione con McCain, &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/11/02/casabianca-meno-due/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
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<p class="MsoNormal">Mancano tre giorni alle elezioni del Presidente, e dov’è, il Presidente? Se lo chiedeva il New York Times, ieri, sottolineando la sparizione dalla scena di George W. Bush, in questi giorni, e attribuendola all’intenzione di tenerlo lontano dall’associazione con McCain, in questa vigilia. Il massimo delle sue apparizioni pubbliche è stato ricevere il presidente del Paraguay, dice il Times.<br />
Poi c’è qualche dietrologo, come Josh Marshall del blog Talking Points Memo che sospetta che Bush qualcos’altro lo stia facendo. Sarebbe infattti un funzionario dell’amministrazione ad aver diffuso le informazioni sulla zia di Obama. Già, il caso del giorno è la zia di Obama, e siamo agli sgoccioli. La signora ha 56 anni, vive a Boston, e finora non se ne era parlato, nel ricco repertorio di inchieste e interviste ai più lontani parenti di Obama in ogni angolo del globo. L’altroieri ne aveva scritto il Times di Londra, e così si è scoperto che è un’immigrata clandestina: nel senso che è del Kenya e un giudice le ha negato l’asilo quattro anni fa, ordinandone il rimpatrio. Le implicazioni sono due: una è che un parente stretto di Obama vive in condizioni di illegalità, l’altra è che Obama – che ha fatto dire di non saperne niente e di ritenere che la legge debba essere applicata &#8211; è un uomo che se ne frega di sua zia. Cosa piuttosto antipatica, se si considera che risultano a nome della zia contributi alla sua campagna per un totale di 260 dollari, l’ultimo dei queli di 5 dollari lo scorso settembre. Il condominio di due piani di case popolari – ci si chiede come la signora Zeituni Onyango vi abbia avuto accesso, data la sua condizione clandestina – è così diventato il luogo di Boston più riprodotto sui siti, blog e giornali americani in queste ore. Lei è sparita, con l’aria che tira, ma i vicini ne parlano molto bene.</p>
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		<title>Casabianca (meno tre)</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Nov 2008 06:50:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il caso Palin è entrato in una nuova fase. Se è vero che molte analisi in questi giorni l’hanno rilanciata come soggetto politico destinato a rimanere comunque, e addirittura come possibile candidata alla presidenza tra quattro anni, la sua uscita &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/11/01/casabianca-meno-tre/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">Il caso Palin è entrato in una nuova fase. Se è vero che molte analisi in questi giorni l’hanno rilanciata come soggetto politico destinato a rimanere comunque, e addirittura come possibile candidata alla presidenza tra quattro anni, la sua uscita di scena di questi giorni è spettacolare quasi quanto il suo ingresso. Di lei si parla ormai per tre ragioni, ovvero una sola: perché qualcuno dichiara che non voterà McCain per via di Sarah Palin, perché un esperto dice di non crederla pronta per la carica, e perché un sondaggio dice che anche gli americani ne dubitano. Ieri è stato il turno dell’ex Segretario di Stato e sostenitore di McCain Joseph Eagleburger: “Non credo sia all’altezza, ma è anche vero che ne abbiamo già avuti, di vicepresidenti all’altezza. Magari dopo un po’ sarà “adeguata”, anche se non proprio un genio all’opera”.<br />
Il Washington Post, intanto, ha attaccato le accuse dei repubblicani sui rapporti di Obama con Rashid Kahalidi, consigliere dell’OLP all’inizio degli anni Novanta (ne avevamo parlato qui l’altroieri). Ma soprattutto, dice il WP, uno stimato professore americano ugualmente critico con le violenze israeliane e palestinesi e travolto da infamie che non merita. “Aspetto che questo vento idiota passi”, ha detto Khalidi rifiutandosi di intervenire sulla faccenda.<br />
Obama si è preso il rischio di indispettire la stampa che lo adora, escludendo gli inviati di tre quotidiani poco amici (New York Post, Washington Times e Dallas Morning News) dai voli del suo aereo di questi ultimi giorni. La scusa è che gli serve spazio per altri reporter: ma poche cose compattano i giornalisti che si odiano come il timore corporativo. Quindi la notizia, data da Drudge Report, sta facendo un gran giro delle redazioni (agli elettori naturalmente non gliene può fregare di meno).</p>
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		<title>Un grande campionato</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Oct 2008 09:03:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi commuovo sempre un po’ quando vedo le foto della mia città sui giornali. In questi giorni sull’Unità c’erano i lungarni di Pisa e Piazza dei Cavalieri, per via delle proteste universitarie. Posti fotografati e riprodotti in mille occasioni, belli &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/10/31/un-grande-campionato/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">Mi commuovo sempre un po’ quando vedo le foto della mia città sui giornali. In questi giorni sull’Unità c’erano i lungarni di Pisa e Piazza dei Cavalieri, per via delle proteste universitarie. Posti fotografati e riprodotti in mille occasioni, belli come sono.<br />
<img class="alignright" src="http://ecx.images-amazon.com/images/I/51J0ZAGG8BL._SL500_AA240_.jpg" alt="" width="240" height="240" />C’è un posto, a Pisa, che non vedrete mai in fotografia. È un posto insulso e anonimo alla periferia della città (la periferia, a Pisa, è a dieci minuti di cammino dal centro): una rotonda stradale circondata da sterpaglie, casette basse, e un cavalcavia di fronte. I pini di un viale le fanno ombra. Lì, in mezzo a quella rotonda, venticinque anni fa stava il nostro ricevitore.<br />
Quando sanno che segui il baseball, e che pure ti piace, in Italia ti guardano come se gli avessi detto che ti nutri solo di uova di quaglia. Non si capiscono le regole, e tutte quelle pause, è una roba da americani (metà delle nostre vite è una roba da americani, nel frattempo). E hai voglia a spiegargli la grandezza letteraria ed epica delle storie che stanno dentro a una partita di baseball, persino superiore a quella che trovi nel calcio, che pure è più avvincente. Alla fine io mi limito a dire: “no, è che giocavo, da ragazzo”. E allora vedo facce più sollevate, rassicurate, come avessero scoperto che non ho una malattia contagiosa ma una innocua malformazione dalla nascita: un po’ impietosite, persino. Possono cambiare argomento.<span id="more-10711"></span><br />
Il baseball in Italia ebbe una breve stagione di crescita, piccola piccola, concentrata soprattutto nei posti dove stavano gli americani – Livorno, Nettuno – o nell’Emilia dei sogni americani gucciniani. Anche a Pisa, come a Livorno, avevamo la base di Campo Darby vicina, e per qualche vicenda di cui dovrei tornare a farmi raccontare, un signore che noi ragazzi chiamavamo “il Professore” mise in piedi sia una squadra di ragazzi che una di ragazze (le ragazze giocavano a softball, la variante più soft, appunto, del baseball). Le ragazze andarono molto forti nel loro campionato, noialtri assai meno. Una specie di squadra dei Peanuts. Io poi ero una schiappa completa, avevo tredici anni e un fisico da tre anni meno. Quando non mi tenevano in panchina mi parcheggiavano in fondo al campo, esterno destro, ad aspettare palle che non arrivavano mai. Non credo di aver mai infilato una battuta in tutta la mia carriera. Mio fratello, schiappa quanto me ma mancino, otteneva rari momenti in prima base. Avevamo persino uno sponsor, la Tiglio, che faceva delle scarpe da tennis improbabilmente battezzate “Go-Scarpa”, e allora di qualche notorietà. Le tute arancioni.<br />
<a href="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2008/10/pratale.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10712" style="margin: 5px;" title="pratale" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2008/10/pratale.jpg" alt="" width="244" height="152" /></a>E avevamo un campo. Il Professore aveva conquistato non so come una piccola distesa di terra dove finiva la città, presa tra una discarica abusiva e un capannone industriale, e circondata da una fragile rete metallica. I fuoricampo, rari per noi, finivano nell’erba altissima o in un fosso. Lo spogliatoio era una baracca di lamiera ondulata. La domenica mattina i genitori venivano a vederci giocare arrampicati su una tribunetta di tubi Innocenti, o ci accompagnavano in trasferte che si spingevano ai quattro angoli della Toscana. Di solito perdevamo. Poi partecipammo a un torneo di respiro nazionale, che si svolse però molto vicino, a Tirrenia. Dei ragazzini di Alghero ci ammollarono una batosta impressionante, e quello segnò di fatto la fine della squadra. Probabilmente cominciavano a mancare voglia o soldi, ma a me nessuno lo spiegò. Ho il piccolo guantone dentro qualche soffitta.<br />
Il campo se ne andò in malora, anno dopo anno. Poi, una quindicina di anni fa, fu progettata una nuova viabilità in quella zona della città che oggi ospita il mercato bisettimanale, e sul mio posto di esterno destro venne costruita una strada. Al posto del campo, ora c’è questa rotonda. Ci ho pensato, quando un mese fa le due squadre di New York hanno abbandonato i loro storici stadi &#8211; lo Yankee Stadium e lo Shea Stadium – in mezzo a grandi cerimonie e commozioni.<br />
Ieri notte ho fatto tardi: dopo due giorni di sospensione per pioggia i Phillies di Philadelphia hanno vinto le finali del baseball contro i Tampa Bay Rays, e sono campioni. È l’unica notizia che ha rubato la prima pagina alla campagna elettorale, in questi giorni. Ne scriveranno anche i giornali italiani, ma i lettori saranno pochi: non si capiscono le regole, e tutte quelle pause, troppo una roba da americani. Magari cerco su Facebook i miei compagni di squadra, domattina.</p>
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		<title>Casabianca (meno quattro)</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Oct 2008 08:59:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’è stato il caso Colin Powell, e da un po’ di giorni l’attenzione è sulle posizioni dei tradizionali sostenitori delle posizioni conservatrici: chi si butta con Obama, e chi resiste. Ieri è stato diffuso un articolo di Francis Fukuyama, politologo &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/10/31/casabianca-meno-quattro-2/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">C’è stato il caso Colin Powell, e da un po’ di giorni l’attenzione è sulle posizioni dei tradizionali sostenitori delle posizioni conservatrici: chi si butta con Obama, e chi resiste.<br />
Ieri è stato diffuso un articolo di Francis Fukuyama, politologo e neocon pentito da lunga data, che annuncia che voterà Obama “per una semplice ragione: è difficile immaginare una presidenza più disastrosa di quella di George Bush, e per quanto McCain provi a prenderne le distanze i repubblicani non meritano di essere premiati”.<br />
Qualche giorno fa era stato Ken Adelman, collaboratore di amministrazioni presidenziali repubblicane dai tempi di Nixon, amico di Cheney e Wolfowitz, insomma un falco, a raccontare al New Yorker che voterà per Obama. Deluso da McCain sull’economia e sulla scelta di Sarah Palin.<br />
Per i reduci del Circo Massimo, è piuttosto fastidioso l’articolo di Fouad Ajami sul Wall Street Journal a proposito delle folle ai comizi di Obama. Ajami è arrivato in America a diciotto anni dal Libano, è amico anche lui di Paul Wolfowitz ed è stato consigliere di Condoleezza Rice: “Fino a oggi, le folle non avevano un ruolo centrale nella politica americana. Le associamo ai paesi del Terzo Mondo. Ci fanno pensare a posti come l’Argentina, l’Egitto, o l’Iran; a moltitudini radunate dalla fedeltà a un Peron o un Nasser o un Khomeini. In queste società, la folla si fa avanti a confermare la sua fede in un uomo che sistemerà il mondo”. Ma dopo questa analisi, Ajami si lancia in una debordante critica a qualsiasi cosa riguardi Obama e una conclusione minacciosa e un po’ infame sul fatto che i comizi di Obama gli ricordino gli stati arabi da cui lui, Ajami, proviene. Ma certo, non ci si poteva aspettare che l’onda di endorsement a favore di Obama sconvolgesse anche il fortino di destra nelle pagine dei commenti del Wall Street Journal</p>
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		<title>Casabianca (meno cinque)</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Oct 2008 05:00:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Stanotte è andata in onda quasi a reti unificate la mamma di tutti gli spot elettorali: ben mezz’ora di Obama, una specie di film. Le tv hanno detto al suo staff che gli sarebbe costato un botto di soldi. Loro &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/10/30/casabianca-meno-quattro/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stanotte è andata in onda quasi a reti unificate la mamma di tutti gli spot elettorali: ben mezz’ora di Obama, una specie di film. Le tv hanno detto al suo staff che gli sarebbe costato un botto di soldi. Loro hanno risposto non è un problema: li abbiamo. E non fossero bastati i soldi, hanno avuto anche fortuna. La pioggia di questi giorni ha fatto slittare la finale del baseball, che quindi è andata a finire proprio la sera dello spot: anzi, il suo orario è stato ritardato di un quarto d’ora per via dello spottone. McCain ha protestato e dichiarato che se diventa presidente lui, nessuno rimanderà una finale del baseball.<br />
Un altro video è invece sparito, e i repubblicani si stanno seccando. Erano le immagini del senatore Barack Obama che nel 2003 parlava della sua amicizia con Rashid Khalidi, un importante leader politico palestinese. Il Los Angeles Times lo aveva citato in un articolo di qualche mese fa, e ora la campagna McCain pretende che quel video venga reso pubblico per mettere in difficoltà l’immagine di Obama, renderlo inviso ai simpatizzanti di Israele e tornare ad associarlo con l’Islam. Il Los Angeles Times ha risposto di aver dato ogni informazione necessaria sul contenuto del video (ma un conto sono i lettori del quotidiano, e un altro gli spettatori di un video che i repubblicani diffonderebbero ovunque), e di aver promesso alla sua fonte che il video non sarebbe stato reso pubblico: “Il Los Angeles Times mantiene le promesse fatte alle sue fonti” (la frase forse alludeva maliziosamente al caso Miller-Rove di tre anni fa, quando un giornalista di Time fece i nomi delle sue fonti per timore di essere arrestato).<br />
Intanto, anche ieri, altri sondaggi. Adesso danno Obama a rischio di vincere anche a casa di McCain, in Arizona. Facciamo che ne parliamo martedì notte.</p>
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		<title>Casabianca (meno sei)</title>
		<link>http://www.wittgenstein.it/2008/10/29/casabianca-meno-sei/</link>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 05:30:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Unità]]></category>

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		<description><![CDATA[I maggiori quotidiani americani hanno confinato alle pagine interne il delirante piano per uccidere Obama, la cui concretezza è stata riassunta ieri da un portavoce dei servizi segreti: “al momento, non sembra esserci nessun reale progetto di attentato”. Da noi, &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/10/29/casabianca-meno-sei/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I maggiori quotidiani americani hanno confinato alle pagine interne il delirante piano per uccidere Obama, la cui concretezza è stata riassunta ieri da un portavoce dei servizi segreti: “al momento, non sembra esserci nessun reale progetto di attentato”. Da noi, la precipitosa traduzione di “plot” – che vuol dire anche progetto, disegno, trama – nel tenebroso “complotto” ha generato qualche sopravvalutazione.<br />
Nella precipitosa corsa ad analizzare gli errori di McCain, ieri sul sito Daily Beast lo si è accusato di aver trascurato gli Amish: in effetti, nel combattuto stato della Pennsylvania sembra che la comunità sia piuttosto indifferente al voto, mentre la sua partecipazione fu a suo tempo decisiva per Bush, che seppe corteggiare gli Amish e rassicurarli sulla sua devozione religiosa.<br />
A dire quale partita si giochi là, in Pennsylvania ieri erano tutti e due i candidati. Anzi, c’era pure Sarah Palin. Obama ha tenuto un comizio alla Widener University intirizzito sotto un diluvio che nel frattempo impediva la conclusione della finale di baseball a Philadelphia, poco lontano. C’erano novemila persone e nessuno ha poi discusso se fossero centomila o cinquantaquattro (mentre qui si esibiscono milioni, gli americani consentono serenamente che i centomila ai recenti comizi di Obama fossero folle straordinarie).<br />
Qualche sostenitore di Obama sovreccitato ha sostenuto in rete in questi giorni che a un comizio di Sarah Palin qualcuno avrebbe gridato “negro!” all’indirizzo di Obama, e lei non avrebbe reagito. Diversi presenti hanno smentito, ma la cosa buffa è che la smentita sostiene che all’indirizzo di Obama sia stato invece urlato “redistributore!”, per via della solita accusa di voler redistribuire la ricchezza. Insomma, stanno contestando Obama a suon di “socialista!” e “redistributore!”: non si può dire che i toni non si siano attenuati.</p>
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		<title>Casabianca (meno sette)</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Oct 2008 08:54:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Unità]]></category>
		<category><![CDATA[politica USA]]></category>

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		<description><![CDATA[In mancanza di ulteriori spaventosi estremismi da associare a Barack Obama, alcuni media conservatori stanno adesso cercando di far paura agli elettori americani dipingendolo come “socialista”. Che fa un po’ ridere, ma per gli americani socialista non richiama tanto la &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/10/28/casabianca-meno-sette/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">In mancanza di ulteriori spaventosi estremismi da associare a Barack Obama, alcuni media conservatori stanno adesso cercando di far paura agli elettori americani dipingendolo come “socialista”. Che fa un po’ ridere, ma per gli americani socialista non richiama tanto la tradizione di Turati e Nenni, ma piuttosto l’idea che lo stato ti freghi i soldi. Voler “redistribuire la ricchezza” è in questi giorni un’offesa ripetuta e infamante. Due giorni fa l’intervistatrice di una tv della Florida ha chiesto a Joe Biden se Obama “vuole far diventare gli Stati Uniti un paese socialista come la Svezia”. La terribile accusa di voler somigliare agli svedesi ha fatto ridere persino Biden, che ha risposto “Sta scherzando? È una domanda vera?”. La petulante giornalista ha poi così insistito con le domande provocatorie che lo staff Obama ha fatto sapere che avrebbe cancellato ogni appuntamento con quella tv.<br />
Ieri mattina è stato il pettegolo ma influente sito Drudge Report – quello famoso per il ruolo nello scandalo Lewinsky – che ha diffuso un’intervista con Obama del 2001 definendola persino “una bomba”. Nell’intervista Obama parla in realtà di diritti civili e Corte Suprema, ma ci mette anche un passaggio<span>  </span>- molto legalese &#8211; sul fatto che la stessa Corte non si sia mai occupata “della giustizia economica in questa società”, e che questa debba quindi essere affrontata in altre sedi. Tanto è bastato a Drudge, e a decine e decine di siti web e tv vicine ai repubblicani per tornare sulle accuse di cui sopra. Il fuoco di fila sembra ingente, da proviamo-anche-questa: ma un qualsiasi scontrino sulle spese di vestiti di Sarah Palin sembra avere più impatto pubblico di questa intricata contestazione.</p>
<p><!--EndFragment--></p>
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