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	<title>Wittgenstein &#187; Vanity Fair</title>
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	<description>Piove sui giusti e sugli iniqui. E cosa c&#039;entriamo noi nel mezzo?</description>
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		<title>Sanremo ai tempi del governo Monti</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Feb 2012 17:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È un periodo che cerco di immaginare che ogni cosa italiana possa attraversare un cambiamento in conseguenza della rivoluzione politico culturale costituita dal governo Monti: tipo, visto che i talkshow politici vanno male, è forse arrivato il momento di una &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2012/02/11/sanremo-ai-tempi-del-governo-monti/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È un periodo che cerco di immaginare che ogni cosa italiana possa attraversare un cambiamento in conseguenza della rivoluzione politico culturale costituita dal governo Monti: tipo, visto che i talkshow politici vanno male, è forse arrivato il momento di una tv più creativa, finalmente?<br />
Oppure, come sarebbe fatto un festival di Sanremo in tempi di governo Monti? Male, direte voi, avendo già visto i nomi: ma non possiamo dire che anche questo Sanremo sia eredità del governo precedente, come la crisi economica? Perché se fosse un vero Sanremo dell’era Monti, un Sanremo dei tecnici, avrebbe artisti in gara di questo genere.<br />
PGR (naturalmente avrebbero un nuovo nome, tipo PDL, MMS, C1P8)<br />
Baustelle (che Pippo Baudo, nella parte del gestore della transizione, pronuncerebbe <em>Bostèl</em>)<br />
Mina (quella che si commuove, e tutti a dire che ha finto)<br />
Subsonica (a coprire il fronte sabaudo)<br />
Ivano Fossati (al suo rientro dopo una lunga assenza, uno scoop)<br />
Morgan (in continuità con la Seconda Repubblica, un po’ a rischio Michel Martone)<br />
Elio e le storie tese (in continuità col precedente governo tecnico)<br />
Dente (“di Peveri-Dente-Peveri…”)<br />
Philip Glass e Laurie Anderson (con una composizione in italiano, in cui lei sbaglia un giusto numero di pronunce)<br />
Sarebbe bellissimo. No?</p>
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		<title>Bright side</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 17:13:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A me “Shame”, il film, non è piaciuto, ma il cinema son gusti, molte persone intelligenti dicono che è bello («ho molti amici a cui è piaciuto Shame»). Tutto quell’andamento cupo, depresso, autolesionista, lento e sofferente non fa per me, &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2012/02/02/bright-side/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A me “Shame”, il film, non è piaciuto, ma il cinema son gusti, molte persone intelligenti dicono che è bello («ho molti amici a cui è piaciuto Shame»). Tutto quell’andamento cupo, depresso, autolesionista, lento e sofferente non fa per me, o forse non ero nella serata giusta. Forse ero nella serata in cui uno deve guardare “Tutti pazzi per Mary” o andare in un locale di karaoke. L’ho sospettato rendendomi conto che l’unico momento che mi aveva eccitato del film, e risvegliato da un certo intorpidimento adesivo alla poltrona del cinema, era stato quello in cui sul giradischi suona il vinile di “I want your love” degli Chic. Che per voi ragazzi, là fuori, era una leggendaria band di discomusic guidata da Nile Rodgers – grande produttore di cose del genere e musica nera – gemella del gruppo femminile delle Sister Sledge. “I want your love” doveva essere un pezzo delle Sister Sledge, poi invece la misero nel disco degli Chic del 1978, quello dove stava la sfinente (vabbè, giudizio mi anche questo) “Le freak”. Il singolo rimase in classifica negli Stati Uniti 19 settimane, e ora sono passati 34 anni, e in certe serate cupe, torbide e dolorose ha sempre una sua efficacia.</p>
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		<title>Etta</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 13:34:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il sito di un giornale inglese ha costruito la scorsa settimana questo goffo e spiacevole titolo: “At Last singer Etta James dies of leukemia”, che poteva suonare “Finalmente la cantante Etta James muore di leucemia”. L’incidente nasceva dalla canzone più &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2012/02/02/etta/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il sito di un giornale inglese ha costruito la scorsa settimana questo goffo e spiacevole titolo: “At Last singer Etta James dies of leukemia”, che poteva suonare “Finalmente la cantante Etta James muore di leucemia”. L’incidente nasceva dalla canzone più celebre del repertorio di Etta James – “At last”, appunto – ricordata da tutti alla sua morte, la settimana scorsa.<br />
“At last” era stata scritta nel 1941 per un film musicale in cui era eseguita da Glenn Miller e la sua orchestra, “Orchestra wives” (i suoi autori sono gli stessi di “Chattanooga Choo Choo”, tra le altre cose). Dopo molte altre interpretazioni, Etta James la incise nel 1960. Divenne popolarissima da allora, e usata e abusata in occasioni private e promozioni commerciali, fino a raggiungere la celebrazione maggiore della sua settantennale vita la sera del 20 gennaio 2009. Alla storica festa dell’insediamento di Barack Obama, lui ballò con la first lady sulla musica di “At Last” cantata in quel contesto da Beyoncé (che aveva interpretato Etta James in un film). Qualche giorno dopo Etta James protestò pubblicamente che Obama non era il suo presidente e disse cose tremende su Beyoncé e sulla sua interpretazione, probabilmente seccata di non essere stata invitata a cantare la “sua” canzone. Poi si scusò spiegando che scherzava. Però a guardare il video di quella sera, che pure è straordinario, possiamo finalmente dirlo: aveva ragione Etta James.</p>
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		<title>Gelido</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 20:45:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Vanity Fair]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel 1985 Lloyd Cole pubblicò questa canzone, che si chiama “James” e non ho mai capito bene quale sia il problema del James ragazzo a cui lui parla, ma era deprimentissima, soprattutto se uno aveva all’epoca meno di vent’anni come &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2012/01/18/gelido/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 1985 Lloyd Cole pubblicò questa canzone, che si chiama “James” e non ho mai capito bene quale sia il problema del James ragazzo a cui lui parla, ma era deprimentissima, soprattutto se uno aveva all’epoca meno di vent’anni come sembrava di capire del protagonista. E si conclude dicendo “domani ti sveglierai, e niente sarà cambiato”.<br />
Stava nel secondo disco di Lloyd Cole &amp; the Commotions, come si chiamava la band allora, molto bello come era stato molto bello il primo: entrato dritto in quella corrente riverita di pop-jazz languido e un po’ patinato che sofisticò gli anni Ottanta più di plastica: Everything but the girl, Style Council, Sade, quelle cose lì. Poi Cole perse originalità, fece ancora buoni dischi che non si filò quasi nessuno, si trasferì in America e si appassionò al golf. Si dice in giro che da anni faccia concerti solo dove ci sono buoni campi di golf.<br />
Non sono esperto abbastanza da sapere come sono i campi di golf di Roma, ma Lloyd Cole suonerà il 21 marzo alla Chiesa di san Paolo con un trio acustico. Ha fatto un disco nuovo l’anno scorso, ma spero faccia “James”, che ormai sono un vecchio gelido e non mi commuovo più. No, niente, è solo un bruscolino in un occhio.</p>
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		<title>Con la musica</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 19:55:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Vanity Fair]]></category>

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		<description><![CDATA[È uscito negli Stati Uniti un film del regista Cameron Crowe, con Matt Damon, che si chiama We bought a zoo: è la storia di una famiglia inglese che va a vivere in campagna in una tenuta che è uno &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2012/01/11/con-la-musica/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È uscito negli Stati Uniti un film del regista Cameron Crowe, con Matt Damon, che si chiama <em>We bought a zoo</em>: è la storia di una famiglia inglese che va a vivere in campagna in una tenuta che è uno zoo pieno di animali esotici (in Italia arriva a marzo).<br />
Cameron Crowe è un grande appassionato di musica: cosa che ha raccontato in “Almost famous”, uno dei più bei film sul rock di sempre. Qualche mese fa è uscito il suo documentario dedicato ai vent’anni dei Pearl Jam. Per <em>We bought a zoo</em> ha fatto scrivere le musiche a Jonsi, il leader della band dei Sigur Ros: sono islandesi, eterei e ipnotici, e hanno avuto un gran successo qualche anno fa (è appena uscito un loro doppio live e faranno un disco nuovo l’anno prossimo). Crowe ha raccontato che per convincere Damon a fare il film gli aveva portato una copia di <em>Local Hero</em> (un vecchio film con le belle musiche di Mark Knopfler) e una raccolta di canzoni rock che gli dessero la sensazione di quello che voleva raccontare. Damon ne è rimasto colpito e nei giorni scorsi ha raccontato di quanto ascoltare la musica di Jonsi sia stato importante nel coinvolgerlo durante la recitazione del film: “va dritto al cuore, non è razionale, se sei un attore ti tira fuori le cose”. E Crowe ha spiegato che per la troupe e Damon la musica è diventata quello che è sempre stata per lui: “una specie di partner emotivo”. Quello è, la musica.</p>
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		<title>Nel 2012</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jan 2012 04:26:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Vanity Fair]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel 2012 dovrebbe uscire il nuovo disco degli Air. Nel 2012 dovrebbe uscire il nuovo disco di Madonna. Nel 2012 dovrebbero uscire i nuovi dischi dei Fleetwood Mac e dei Magnetic Fields. Dovrebbe anche uscire il nuovo disco di Leonard &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2012/01/07/nel-2012/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2012 dovrebbe uscire il nuovo disco degli Air. Nel 2012 dovrebbe uscire il nuovo disco di Madonna. Nel 2012 dovrebbero uscire i nuovi dischi dei Fleetwood Mac e dei Magnetic Fields. Dovrebbe anche uscire il nuovo disco di Leonard Cohen, e quello di Rufus Wainwright. Poi dovrebbe uscire il nuovo disco dei Soundgarden, e anche quello di Morrissey. E quello di Paul Weller, genere ballerino. Nel 2012 dovrebero uscire i nuovi dischi di Cat Power, di Andrew Bird e degli Of Montreal. E quello di Paul McCartney (la prima canzone anticipata è un po’ una lagna). Poi quelli dei Lambchop, dei Kaiser Chiefs, di Damien Jurado e di Lyle Lovett. E dovrebbero uscire i dischi di Fiona Apple e di Johnny Marr (ognuno il suo). Dovrebbero far uscire un nuovo disco Regina Spektor e i Sigur Ros. E i Pearl Jam stanno lavorando da mesi a un nuovo disco che dovrebbe infine uscire nel 2012. Poi ci sono l’annunciato nuovo disco dei Beach Boys insieme, e quello dei Killers, tutti previsti per il 2012. Poi, forse, nel 2012 esce il nuovo disco degli U2 di cui si parla da due anni, finora dato per intitolato “Songs of ascent”.<br />
Hanno persino annunciato un nuovo disco i Cultre Club, Boy George compreso, nel 2012.</p>
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		<title>Pagelline 2011</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 09:39:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Vanity Fair]]></category>

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		<description><![CDATA[Vanity Fair mi ha chiesto un giudizio e una valutazione scolastica sui primi dischi in classifica prenatalizia. Michael Bublé – Christmas Gli album di Natale una volta erano un creativo divertissement, e mettevano di buonumore, e avevano qualche originalità snob, &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2011/12/26/pagelline-2011/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Vanity Fair mi ha chiesto un giudizio e una valutazione scolastica sui primi dischi in classifica prenatalizia.</em></p>
<p>Michael Bublé – Christmas<br />
Gli album di Natale una volta erano un creativo divertissement, e mettevano di buonumore, e avevano qualche originalità snob, nel loro riscoprire cose vetuste e da nonni. Ora sono diventati peggio degli sms circolari di auguri: tutti uguali e noiosissimi. Poi si può fare di peggio e di meno peggio: Bublé fa di meno peggio, e mentre si cerca la carta di credito alla cassa può andare. PROMOSSO</p>
<p>Adele – 21<br />
Uno dei migliori bestseller dell’ultimo decennio, gran disco, vera diva lei, tutti ne parlano bene e non si può che parlarne bene, malgrado ormai ci esca dalle orecchie e dagli autogrill. PROMOSSO</p>
<p>Tiziano Ferro – L’amore è una cosa semplice<br />
Uno che continua a fare quello sforzo di tenere a bada le sillabe che gli scappano da tutte le parti merita apprezzamento per lo sforzo e l’originalità, tutto sommato: anche se l’originalità finisce un po’ per somigliarsi. E non è colpa sua se tra i dischi più venduti non ce n’è uno di buon vecchio rock. PROMOSSO</p>
<p>Vasco Rossi – Vivere o niente<br />
Non è colpa sua se i giornali si annoiano e per due settimane hanno fatto un caso di ogni suo sospiro su Facebook. Però forse è arrivato a un momento di santificazione in cui varrebbe la pena scartare di lato e inventarsi una stranezza, piuttosto che replicare le stesse due canzoni urlate da anni. Che so, canzoni di Natale, persino. BOCCIATO</p>
<p>Coldplay – Mylo Xyloto<br />
“Devi ascoltarlo diciotto volte, poi ti piace tantissimo”, mi ha detto un amico dopo il mio diciassettesimo ascolto, quando stavo per mollare. Ma chiude il giornale e devo mandare la rubrica, vi farò sapere. RIMANDATO</p>
<p>Jovanotti – Ora<br />
Nel decennio scorso aveva fatto la più bella ballata italiana del decennio, “Mi fido di te”. In questo ha fatto il miglior pezzone “anthem” di questo, “Il più grande spettacolo dopo il Big Bang”. È ancora oggi, con carriera assai longeva, sulla breccissima. Numero uno. PROMOSSO</p>
<p>Amy Winehouse – Hidden Treasures<br />
Con quella voce lì poteva fare un po’ di tutto, quindi anche una raccolta di inediti, cover e avanzi si fa ascoltare, una volta, due, alla terza già rimetti Adele. RIMANDATO</p>
<p>Scala &amp; Kolacny Brothers &#8211; Scala &amp; Kolacny Brothers<br />
Ok, ho imbrogliato, che nella classifica di iTunes prima c’erano Alessandra Amoroso e la “Papeete Beach Compilation”, su cui non mi sento pronto ad avere un parere. Ma di loro, coro belga spettrale, abbiamo scritto qui altre volte e vale sempre la pena trovargli un angoletto: è il disco più interessante in questa lista. PROMOSSO</p>
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		<title>Singalong</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 20:53:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Vanity Fair]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho visto in ritardo “Super 8”, il film di JJ Abrams con i bambini e l’alieno cacciato dai grandi che però è buono e gli inseguimenti e le scene spettacolari (e un memorabile deragliamento del treno), insomma tutto il repertorio &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2011/12/18/singalong/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho visto in ritardo “Super 8”, il film di JJ Abrams con i bambini e l’alieno cacciato dai grandi che però è buono e gli inseguimenti e le scene spettacolari (e un memorabile deragliamento del treno), insomma tutto il repertorio di E.T., ma riproposto con esperta maniera. La musica è di Michael Giacchino, quello della musica di Lost e di altre cose notevoli, ma in mezzo c’è anche una piccola scelta di canzoni rock di cassetta dei tardi anni Settanta – da “Heart of glass” a “Don’t bring me down” &#8211; e i ragazzini a un certo punto cantano tutti assieme “My Sharona” dei Knack. E quella cosa lì di cantare tutti assieme nei film, funziona sempre moltissimo: scelta facile e ruffiana, ma efficace appunto. Le migliori del genere che mi ricordo sono la famiglia di Nanni Moretti nella Stanza del figlio che canta in macchina “Insieme a te non ci sto più”, e la simmetrica, più triste, “La prima cosa bella” nel film con lo stesso nome di Paolo Virzì. Ma soprattutto “Tiny dancer” di Elton John sul pullman di Almost Famous, e “The tracks of my tears” in Platoon. Non lo so perché funzioni sempre – lo chiamano “singalong”, gli americani &#8211; dev’essere lo stesso meccanismo del karaoke, e delle lucine di natale.</p>
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		<title>Abbiamo l&#8217;aria di italiani d&#8217;Argentina</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 09:16:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Ivano Fossati]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono andato al primo concerto dell’ultimo tour di Ivano Fossati, a Milano. Avendo lui, come si sa, annunciato che poi smetterà di suonare. Che poi magari cambierà idea, come capita spesso (e sulle difficoltà di mantenere simili proponimenti c’è anche &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2011/11/23/abbiamo-laria-di-italiani-dargentina/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono andato al primo concerto dell’ultimo tour di Ivano Fossati, a Milano. Avendo lui, come si sa, annunciato che poi smetterà di suonare. Che poi magari cambierà idea, come capita spesso (e sulle difficoltà di mantenere simili proponimenti c’è anche il bel libro nuovo di Alessandro Baricco), e allora le band fanno i tour della “reunion”: ma i solisti, come lo chiamano quando tornano a suonare, di nuovo da soli?<br />
Comunque, Fossati dà soddisfazione e fa un sacco di canzoni vecchie, anche se poi alla fine ti restano sempre in testa quelle che non ha fatto. Io ne ho una, che non è di quelle che si dicono sempre (La costruzione di un amore, su tutte: e quella la fa), che mi sono chiesto perché mi piaccia tanto: forse quel trascinare le vocali, forse che una volta la mettemmo in un documentario a cui lavorai, che parlava dell’Argentina: e si chiama, appunto, Italiani d’Argentina.<br />
“Abbiamo l’aria di italiani d’Argentina”, dice. L’ho ripensata molto, in questi anni, perché quel sentimento lì di malinconia distante, di essere altrove con qualcosa che ti manca, rassegnati – “e nessuna fotografia ci basterà” – quella cosa lì è diventata il modo in cui spesso ci siamo sentiti in questi anni, anche senza essere dall’altra parte del mondo. Abbiamo tutti un po’ l’aria di italiani d’Argentina.</p>
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		<title>Everybody cut Footloose</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 09:47:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa cosa che esce una nuova versione di Footloose, il film, non so se mi fa ridere o mi deprime. Ai tempi del primo avevo vent’anni e, combattuto tra un prolungamento di adolescenza e un’ambizione di maturità, non sapevo se esserne appassionato o giudicarlo una scemenza. Il regista era Herbert Ross (quello di “Provaci ancora Sam”, per dirne solo uno), Kevin Bacon sembrava un ragazzetto (ma aveva 26 anni) e non lo avevamo praticamente mai visto, e quel vecchio meccanismo “ribelle porta aria nuova in un contesto retrogrado” (Brubaker, Qualcuno volò sul nido del cuculo, L’attimo fuggente, e mille altri) funzionava: per quanto ammosciato dal lieto fine, in questo caso.<br />
Però era una cosetta, salvata da un paio di scene divertenti e corredata da una colonna sonora veramente scadente, fatta da americanate mediocri dell’epoca una delle quali vinse persino un Oscar. Ora scopro che la colonna sonora del remake è fatta di nuove versioni delle stesse canzoni affidate a nuovi interpreti ancora più insulsi. E immagino che un sacco di ragazzi andranno nei cinema a vederlo e faranno i passetti del campo di football e canticchieranno le canzoni mediocri. Proprio come noi, quasi trent’anni fa.</p>
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		<title>Six by six</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 15:51:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 1982 Peter Gabriel pubblicò il suo quarto disco da solo, quello di <em>Shock the monkey</em> (rimasta nota al grande pubblico italiano per l’esecuzione al Festival di Sanremo con Gabriel che si gettava sul pubblico appeso una liana e si infranse su un altoparlante, fingendo indifferenza). Nel disco c’erano molte canzoni belle – tutte, direi – e una bellissima, che si chiamava <em>Wallflower</em>. Secondo alcune versioni fu ispirata dalle storie dei prigionieri torturati sotto la dittatura di Pinochet, secondo altre dalla detenzione di Lech Walesa. Nel 1990 Gabriel la cantò a Santiago del Cile assieme agli Inti Illimani. Con il tema del prigioniero “chiuso in una scatola” Gabriel si era già cimentato ai tempi della più famosa <em>Biko</em>, dedicata a Steven Biko, morto in un carcere sudafricano nel 1977, e che era stata usata nel film omonimo. La melodia di <em>Wallflower</em> finì invece in un altro film di prigionia, <em>Birdy</em> di Alan Parker, in versione strumentale. Adesso Gabriel ha pubblicato una raccolta di sua vecchie canzoni in versione orchestrata, che ha fatto storcere il naso ai fans duri e puri che aspettano un suo disco nuovo da quasi dieci anni: però il risultato è dignitosissimo, perché il materiale originale era di prima classe. C’è anche <em>Wallflower</em>, e noi fans teneri e affezionati ci commuoviamo, per tutti questi motivi insieme.</p>
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		<title>Quando tocca alla tv?</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 12:37:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Della smaterializzazione dei palinsensti televisivi, che ha raccontato Riccardo Luna su Repubblica la settimana scorsa, qui abbiamo parlato molte volte negli anni passati. Della fruizione dei video su molte piattaforme diverse, della fine della televisione in quanto contenitore e della &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2011/10/12/quando-tocca-alla-tv/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Della smaterializzazione dei palinsensti televisivi, che ha <a href="http://www.kataweb.it/tvzap/2011/10/04/addio-cara-tv-nasce-il-palinsesto-fai-da-te-307009/">raccontato</a> Riccardo Luna su Repubblica la settimana scorsa, qui abbiamo parlato molte volte negli anni passati. Della fruizione dei video su molte piattaforme diverse, della fine della televisione in quanto contenitore e della sua rinascita in quanto contenuto: la televisione non è più quel cassone in soggiorno (già assai assottigliato) ma le cose che mostra, e che però oggi si possono vedere dove e quando vogliamo. E anche farci un sacco di cose, come la “social tv” in cui la visione dei programmi televisivi viene condivisa sul web e sui social network, e i video vengono scambiati e passati online. O la creazione di propri archivi online tramite YouTube.<br />
Quello che tutto questo sta portando, mi sembra, non è quindi solo che non esistono più i “palinsesti” e il rapporto passivo con la tv: ma che forse, appunto, non esisterà più la tv in quanto tale. Non abbiamo ancora cominciato a pensare che i destini di crisi e ripensamento che le nuove tecnologie – insieme a mille opportunità creative e di fruizione – hanno portato nel giornalismo, nella musica, nel cinema, forse nell’editoria, possano riguardare anche la tv. Però rispondete a una domanda: oggi guardate la tv più o meno di dieci anni fa? O di cinque?<br />
Io dico meno.</p>
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		<title>Vedi, Shazam</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 07:37:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Come raccontai qui qualche mese fa, la vita di un fanatico di canzonette con Shazam è completamente travolta. Aziono l’applicazione sull’iPhone in ogni negozio, ogni bar, anche per strada per metterlo alla prova e fargli riconoscere ogni melodia passeggera, e lui riesce quasi sempre. Mi ha deluso solo quest’estate quando non ha trovato una cover di Springsteen fatta dal “Gay Men Chorus of Los Angeles” (l’ho individutata bussando alla porta del signore dalla cui casa usciva la musica, alla vecchia maniera).<br />
Questa settimana in un grande magazzino ho sentito un pezzo che mi ricordava qualcosa, ma non lo conoscevo. Shazam mi ha detto che era Nina Simone, e la canzone “Mr. Bojangles”. Confesso qui che di “Mr. Bojangles” sapevo solo la versione assai tarda di Robbie Williams, assai più ordinaria delle precedenti. Ora ne ho scaricate altre sei, tra cui quelle di Neil Diamond, Frank Sinatra e Harry Nilsson.<br />
La canzone è di Jerry Jeff Walker, un cantante country che la incise nel 1968. Il Bojangles del titolo – nome ipnotico e indimenticabile, che però allude a una ciondolante e non elegantissima parte anatomica maschile – era un cantante di strada di New Orleans, conosciuto da Walker in carcere, e l’incontro è raccontato dal testo, malinconico assai.<br />
Non so come avevo fatto a stare senza, finora. Vedi, Shazam.</p>
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		<title>La moratoria su Hallelujah</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2011 16:59:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“Hallelujah” è una canzone del 1984 di Leonard Cohen, grandissimo cantautore canadese che la settimana scorsa ha compiuto 77 anni. La canzone la conoscono quasi tutti perché da un certo punto in poi si sono messi a farne cover a bizzeffe. In particolare, nel 1994, Jeff Buckley: che morì giovane nel 1997 e lasciò come firma del suo mito postumo il sospiro all’inizio della sua bellissima versione di “Hallelujah” (a sua volta ripresa da un adattamento di John Cale). Da lì iniziò la seconda vita più popolare della canzone – fino ad allora confinata all’apprezzamento dei fans del vecchio e tenebroso Cohen – che la portò ai posti alti delle classifiche di vendita, nelle cerimonie inaugurali delle Olimpiadi, dentro Shrek, e in mille e mille sfruttamenti e riproduzioni, fino a entrare negli avvilenti repertori dei talent show.<br />
Tanto che qualche giorno fa David Daley del sito Salon ha scritto dell’”uso criminale” di “Hallelujah” dopo aver assistito alla versione dell’improbabile gruppo dei “Canadian Tenors” alla serata di premiazione degli Emmy, e ha ricordato come lo stesso Cohen abbia detto un paio d’anni fa che “la canzone è bella ma forse l’hanno cantata un po’ in troppi”. Daley si è associato a Cohen nel chiedere una moratoria, e soprattutto ha ricordato che malgrado la successiva trasformazione in svenevolezza da boy band o da raduno di preghiera, Buckley la canzone la spiegava così: “Chiunque la ascolti attentamente scopre che è una canzone sul sesso, sull’amore e sulla vita terrena. Non è un hallelujah per una fede, un idolo o un dio, ma l’hallelujah dell’orgasmo”.</p>
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		<title>Fermatemi, se vi sembra di averla già sentita</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Sep 2011 11:23:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Era l’inizio del 1984 e avevamo appena cominciato l’università quando il mio amico che in quei mesi stava traghettando le mie passioni musicali verso la contemporaneità (io avevo vissuto tra i dinosauri del rock tutti gli anni del liceo) con &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2011/09/23/fermatemi-se-vi-sembra-di-averla-gia-sentita/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Era l’inizio del 1984 e avevamo appena cominciato l’università quando il mio amico che in quei mesi stava traghettando le mie passioni musicali verso la contemporaneità (io avevo vissuto tra i dinosauri del rock tutti gli anni del liceo) con l’aiuto di Mister Fantasy di Massarini mi chiese di accompagnarlo nel nostro negozio di dischi di riferimento per comprare un disco di una band nuova che sapeva lui. Gli Smiths.</p>
<p>Sono passati quasi trent’anni. Il mio amico comprò l’ellepì che si chiama “The Smiths”, ma io nel negozio mi innamorai di una canzone che non c’era nel disco e che trovai su un EP (quei dischi grandi come 33 giri ma che di solito giravano a 45 e contenevano una canzone sola): si chiamava “This charming man” e aveva un gran ritmo rispetto agli altri pezzi, ma sempre la stessa ipnotica voce lamentosa del cantante. E tutte e due le copertine erano strane, foto in bianco e nero virate di corpi maschili, non il genere di cose che dei teenagers eterosessuali di provincia al tempo si portavano a casa a cuor leggero.</p>
<p>Gli Smiths, nella provincia la notizia ancora non era arrivata, erano già un superfenomeno in Inghilterra. Quel disco era arrivato al numero due della classifica e andarono molto bene diversi singoli, pur attraversando polemiche sui contenuti dei testi che alludevano spesso ad ambiguità sessuali e furono accusati di celebrazione della pedofilia e anche di un orrendo crimine contro dei bambini avvenuto a Manchester, accuse che la band respinse con forza.</p>
<p>La band era soprattutto Morrissey, cantante che divenne rapidamente famoso per le performances live in cui gettava fiori sul pubblico e per gli esibiti atteggiamenti omosessuali uniti a un sistematico rifiuto di discutere il tema del proprio orientamento sessuale. Malgrado fiori, gorgheggi e testi delle canzoni, l’immagine della band era però molto sobria rispetto alle baroccherìe britanniche degli anni Ottanta, cosa che sommata ai suoni più acustici – un sacco di chitarra del fondamentale Johnny Marr e una formazione tradizionale voce-chitarra-basso-batteria – li sistemò stabilmente sul lato più rispettato e rock delle rivoluzioni musicali di quei tempi.</p>
<p>Gli Smiths si sciolsero presto, nel 1987, dopo appena quattro dischi di studio e manciate di singoli e registrazioni sparse raccolte in altri ellepì. La band prese forti posizioni posizioni politiche, in particolare contro il consumo alimentare della carne, ma anche contro il governo di Margaret Thatcher e la monarchia britannica (che Morrissey è tornato ad attaccare di recente): Morrissey però non si è mai astenuto da posizioni conservatrici e anche accusate di antisemitismo o vicinanza alla destra inglese. Lui continuò una carriera solista che gli diede ancora successo e culto (e una nuova vita californiana con un cospicuo successo presso gli statunitensi sia bianchi che latinos), Marr mise la sua apienza musicale al servizio di molte collaborazioni e produzioni. I loro fans non li hanno mai dimenticati, e non è mai più apparso niente del genere sulla scena musicale capace di citarsi e riviversi spesso.</p>
<p>Adesso l’etichetta Rhino investe sulla permanenza di quel culto e pubblica una super antologia per curiosi, una per fanatici e una per mezzi fanatici. La più preziosa comprende vinili, copie numerate, poster, dvd, riproduzioni di copertine e mp3 ad alta qualità: e costa ben 250 sterline. Un cofanetto dei soli vinili costa 150 sterline. E quello di 8 CD (i quattro dischi più 4 raccolte di singoli e canzoni varie) costa 35 sterline ed è un ottima alternativa per chi non abbia avuto gli amici che ho avuto io.</p>
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		<title>Approcci diversi</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Sep 2011 16:46:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sulla scelta delle notizie al Tg1 e di come vengono raccontate si è già ormai detto di tutto e nessuno si scandalizza più, casomai si ride: è un meccanismo italiano tipico, di rassegnarsi al disastro e trattarlo come una inoffensiva &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2011/09/15/approcci-diversi/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sulla scelta delle notizie al Tg1 e di come vengono raccontate si è già ormai detto di tutto e nessuno si scandalizza più, casomai si ride: è un meccanismo italiano tipico, di rassegnarsi al disastro e trattarlo come una inoffensiva macchietta, e il disastro così diventa norma (anche se non pare che l’indignazione permanente sia invece servita a qualcosa in questi anni, forse bisognava farsi venire delle idee e darsi da fare). Così oggi quello che fa il Tg1 è giudicato nella categoria “tv di alleggerimento” piuttosto che “informazione”, salvo pochi che ancora ricordano almeno ai suoi “giornalisti” che ci sono altri modi di raccontare il mondo e informare le persone (ultima, la nuova direttrice di Sky News 24, che ha detto che “il Tg1 ha una gerarchia delle notizie che non mi piace”). Non so, perché lo guardo saltuariamente e per dovere, se il Tg1 abbia coperto l’apparizione di un fantasma a Napoli, ma in quella gerarchia la notizia ci sta senz’altro. Però so che ne ha parlato il Tg2, con un servizio che ha diffusamente mostrato la foto scattata a un ectoplasma di bambina apparso in un museo napoletano, e una giornalista che spiegava che la foto suddetta “non presenta manomissioni né manipolazioni” (“una bambina <em>immortalata</em> in una foto”, ha anche detto senza ironia) e che adesso sarebbero intervenuti “esperti docenti universitari” sulla questione (esistono esperti docenti universitari sui fantasmi? Ma in che università?).<br />
Poi il giorno dopo è andato in onda un servizio sullo stesso tema al Tg3 che ha mostrato l’applicazione di iPhone che costruisce rapidamente fotomontaggi per fingere apparizioni di fantasmi e svelato l’autore dello scherzo, un tecnico del museo. E se è vero che quello dei nostri sogni sarebbe un Tg che dello scherzo scemo manco se ne occupa, la differenza tra quello che annuncia fantasmi e quello che li sbugiarda non è da poco.</p>
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		<title>London&#8217;s burning</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Aug 2011 14:01:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La lunga e intensa storia dei &#8220;riots&#8221; anglosassoni (che da noi è per fortuna così povera da costringere a traduzioni anacronistiche: &#8220;tumulti&#8221;, &#8220;sommosse&#8221;) ha creato ovviamente un&#8217;intensa letteratura anche nella musica. La sera che le violenze di Londra si sono &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2011/08/27/londons-burning/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La lunga e intensa storia dei &#8220;riots&#8221; anglosassoni (che da noi è per fortuna così povera da costringere a traduzioni anacronistiche: &#8220;tumulti&#8221;, &#8220;sommosse&#8221;) ha creato ovviamente un&#8217;intensa letteratura anche nella musica. La sera che le violenze di Londra si sono estese e hanno toccato per prima la città di Birmingham, è stato impossibile non ricordare i versi iniziali di &#8220;Panic&#8221; degli Smiths: &#8220;Panic on the streets of London, panic on the streets of Birmingham&#8221;. E altrettanto a proposito suonava &#8220;London&#8217;s burning! London&#8217;s burning!&#8221; dei Clash, anche se nessuna delle due era esattamente dedicata a dei riots &#8220;sociali&#8221;.&#8221;The guns of Brixton&#8221; dei Clash venne prima degli scontri di Brixton degli anni Ottanta ma descriveva già l&#8217;aria che tirava. Invece Bob Marley predicava roghi e saccheggi contro le ingiustizie in &#8220;Burnin&#8217; and lootin&#8217;&#8221;. E poi la leggendaria &#8220;Ghost town&#8221; degli Specials, che solo un mese fa &#8211; per il trentennale &#8211; la BBC aveva definito &#8220;la canzone che descrisse un&#8217;epoca&#8221; e diceva &#8220;il governo sta accantonando i giovani&#8221;.  Più di recente i Kaiser Chiefs citavano la tipica scintilla di molti scontri degli ultimi decenni in Inghilterra, le violenze della polizia, in &#8220;I predict a riot&#8221; (anche gli UK Subs, prima, avevano cantato &#8220;We want a rito&#8221;, contro la polizia), e c&#8217;era il racconto degli Arctic Monkeys di &#8220;Riot van&#8221;. Per varietà geografica cito anche &#8220;Panic in Detroit&#8221; di Bowie (lì le sommosse erano avvenute alla fine degli anni Sessanta). Vediamo se qualcosa di buono esce da questa volta.</p>
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		<title>Le 10 migliori canzoni di protesta</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Aug 2011 08:35:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cartastampata]]></category>
		<category><![CDATA[Vanity Fair]]></category>

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		<description><![CDATA[Here’s to you, Joan Baez, 1971 Scritta con Ennio Morricone per il film su Sacco e Vanzetti El pueblo unido jamas sera vencido, Inti Illimani, 1973 L’ha cantata persino Claudio Baglioni Free Nelson Mandela, The special AKA, 1984 La più &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2011/08/17/le-10-migliori-canzoni-di-protesta/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Here’s to you, Joan Baez, 1971</em><br />
Scritta con Ennio Morricone per il film su Sacco e Vanzetti</p>
<p><em>El pueblo unido jamas sera vencido, Inti Illimani, 1973</em><br />
L’ha cantata persino Claudio Baglioni</p>
<p><em>Free Nelson Mandela, The special AKA, 1984</em><br />
La più allegra e vivace canzone di protesta della lista, la ballarono nelle discoteche di mezzo mondo</p>
<p><em>Eppure soffia, Pier Angelo Bertoli, 1976</em><br />
Spruzza acqua alle navi sulla prora</p>
<p><em>Hasta siempre comandante, Carlos Puebla, 1965</em><br />
Con indulgenza per il verso che cita pure Fidel, su cui ci sono stati dei ripensamenti.</p>
<p><em>Woman is the nigger of the world, John Lennon 1972</em><br />
Da una battuta di Yoko Ono, la prima canzone femminista della storia del rock.</p>
<p><em>Contessa, Paolo Pietrangeli, 1966</em><br />
Nella versione “irlandese” dei Modena City Ramblers, che si poga.</p>
<p><em>Biko, Peter Gabriel, 1980</em><br />
Sull’attivista anti-apartheid sudafricano Steven Biko, ucciso in carcere, come dice la canzone nel “september seventy-seven” a Port Elizabeth.</p>
<p><em>Redemption song, Bob Marley, 1980</em><br />
Da un discorso del 1937 di Marcus Garvey, intellettuale panafricanista</p>
<p><em>I shall be released, Bob Dylan, 1967</em><br />
Scelta prioritaria della chiusura dei concertoni.</p>
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		<title>Il terzo degli America</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Aug 2011 08:34:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cartastampata]]></category>
		<category><![CDATA[Vanity Fair]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[dan peek]]></category>

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		<description><![CDATA[All’università a Londra erano in tre, figli di militari americani di stanza in Inghilterra: il primo disco e la canzone più famosa &#8211; si chiamava “Un cavallo senza nome” &#8211; li incisero lì, poi se ne tornarono negli Stati Uniti, &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2011/08/16/il-terzo-degli-america/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>All’università a Londra erano in tre, figli di militari americani di stanza in Inghilterra: il primo disco e la canzone più famosa &#8211; si chiamava “Un cavallo senza nome” &#8211; li incisero lì, poi se ne tornarono negli Stati Uniti, dove spopolarono ancora per un po’ per tutti gli anni Settanta. Furono la faccia un po’ melensa del rock ribelle degli anni Settanta, più pulitini degli altri e con un nome ambizioso e dissacrante insieme – “America”, scelto quando erano a Londra &#8211; ma di una la melensaggine che conosceva bravure. Poi uno di loro mollò e si convertì al cristianesimo e alla musica religiosa, e gli altri due trascinarono ancora qualche successo negli anni Ottanta con dischi piuttosto noiosi. Quell’uno si chiamava Dan Peek, ed è morto lo scorso 24 luglio a sessant’anni nella sua casa nel Missouri, mettendo così fine anche alle annose e mai interrotte richieste dei giornalisti su una possibile riunione del trio. E come si fa in questi casi, ho ritirato fuori i vecchi vinili degli America, comprati a tremila lire quando ero al liceo ed eravamo tutti un po’ melensi e un po’ ribelli e ci mettevamo le spillette, e ho ascoltato “A horse with no name” e “Sister Golden hair” (gli mp3, però), e mi sono chiesto se ci fossero riflessioni da fare e ho pensato che sì, ma tutte banali.</p>
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		<title>Smile</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Aug 2011 09:55:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cartastampata]]></category>
		<category><![CDATA[Vanity Fair]]></category>
		<category><![CDATA[amy winehouse]]></category>
		<category><![CDATA[robert downey jr.]]></category>

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		<description><![CDATA[Nei giorni dopo la morte di Amy Winehouse molti giornali e tv americane hanno pubblicato riflessioni su rockstar e personaggi dello spettacolo che hanno avuto problemi con l’alcool o le droghe, ed è stato spesso citato il nome di Robert &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2011/08/04/smile/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nei giorni dopo la morte di Amy Winehouse molti giornali e tv americane hanno pubblicato riflessioni su rockstar e personaggi dello spettacolo che hanno avuto problemi con l’alcool o le droghe, ed è stato spesso citato il nome di Robert Downey jr. Che c’entra assai più dei molti che casualmente sono morti a 27 anni, benché la “maledizione dei 27” abbia trovato grandi eccitazioni sui media. Robert Downey jr. ha avuto simili prolungati casini, e abbastanza contemporanei a quelli di Amy Winehouse: ma per ragioni e variabili non paragonabili, lui a un certo punto ha smesso di scappare dalle cliniche e si è rimesso in sesto, rilanciando tra l’altro la sua carriera, sebbene con ruoli un po’ più ordinari di quelli che lo avevano reso famoso.<br />
Ma l’analogia che mi ha messo in testa da giorni una canzone non è quella sui rapporti con le cliniche: è proprio roba di canzoni. Robert Downey jr. è infatti, come era Amy Winehouse, un cantante: anche se non lo sanno in molti e i suoi impegni di attore sono assai più intensi. Ha cantato le canzoni di diverse colonne sonore, e soprattutto ha fatto un disco nel 2004, The futurist: che era, credeteci, molto bello e quasi tutto di canzoni sue. Con l’eccezione di una cover degli Yes (con comparsata di Jon Anderson degli Yes) e della sua versione di “Smile” di Charlie Chaplin, registrata per il film biografico di cui Downey fu protagonista. E così, per via della triste storia di Amy Winehouse, ho in testa da giorni una canzone che dice “Sorridi, anche se hai il cuore a pezzi”.</p>
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