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	<title>Wittgenstein &#187; Wired</title>
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	<description>Piove sui giusti e sugli iniqui. E cosa c&#039;entriamo noi nel mezzo?</description>
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		<title>«Perché senti dentro che devi farlo»</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Mar 2011 11:49:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cartastampata]]></category>
		<category><![CDATA[Wired]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Saviano]]></category>

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		<description><![CDATA[La conversazione che abbiamo fatto con Roberto Saviano, per Wired.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La <a href="http://www.ilpost.it/2011/03/18/saviano-sofri-wired/">conversazione</a> che abbiamo fatto con Roberto Saviano, per Wired.</p>
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		<title>La Banca per l&#8217;Innovazione</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Feb 2011 10:32:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Wired]]></category>
		<category><![CDATA[banca per l'innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[edmund phelps]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa intervista con Edmund Phelps è stata pubblicata sull&#8217;ultimo numero di Wired. Edmund Phelps ha 77 anni, insegna alla Columbia University, ha vinto il premio Nobel per l’Economia nel 2006 e l’hanno scorso ha pubblicato una serie di proposte per &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2011/02/07/la-banca-per-linnovazione/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em> Questa intervista con Edmund Phelps è stata pubblicata sull&#8217;ultimo numero di Wired.</em></p>
<p>Edmund Phelps ha 77 anni, insegna alla Columbia University, ha vinto il premio Nobel per l’Economia nel 2006 e l’hanno scorso ha pubblicato una serie di proposte per la creazione di una “Banca dell’Innovazione” dedicata alla promozione e all’incentivo dell’imprenditoria creativa che è sempre stata nella tradizione dello sviluppo americano.<br />
<strong>Quando ha cominciato a pensarci, a un credito per l’Innovazione?<br />
</strong>All’incontro Sarkozy-Blair a Parigi del gennaio 2009 mi resi conto che servivano nuove banche per dare credito ai progetti innovativi. Il mio modello era la Deutsche Bank, che fece molto per finanziare le industrie dell’acciaio in Germania alla fine dell’800.<br />
<strong>E come dovrebbero essere queste banche?<br />
</strong>Penso a una rete simile a quella creata per il credito agricolo negli Stati Uniti, col Governo che fa un investimento iniziale e fornisce garanzie e incentivi, permettendo così la raccolta di fondi addizionali a un tasso di interesse basso. La banca raccoglierebbe competenze nel prestito per progetti innovativi, non sufficientemente garantiti per le grandi banche e troppo ambiziosi per le piccole.<br />
<strong>Ma è il momento giusto per un progetto del genere?<br />
</strong>Sarebbe il momento giusto sempre, ma adesso in particolare: gli investimenti sono molto fiacchi e dobbiamo riavviarli per rilanciare l’occupazione e portarla a livelli normali.</p>
<p><span id="more-21666"></span><br />
<strong>Che differenza c’è tra una Banca dell’Innovazione e una banca esistente?<br />
</strong>Le banche tradizionali chiedono garanzie molto onerose e impongono tassi di interesse alti. La BdI avrebbe le competenze adatte e i costi contenuti per fare concedere credito dove le altre banche non osano.<br />
<strong>Perché no, non sono interessate nell’innovazione?<br />
</strong>Hanno alti costi di capitale e sono soggette a obblighi finanziari onerosi. E poi non sono adatte a dedicarsi alla competenza necessaria per giudicare i progetti giusti ed evitare quelli sbagliati.<br />
<strong>E come fa una banca diversa a sopravvivere e ottenere risultati</strong> <strong>finanziari se non segue i criteri convenzionali?<br />
</strong>Si scaverebbe un mercato attualmente poco sfruttato e poco servito e avrebbe il vantaggio dei sussidi e delle garanzie statali.<br />
<strong>Non c’è una contraddizione nel suo riferirsi alle tradizioni passate dell’imprenditoria americana per incentivare progetti che invece debbano essere innovativi?<br />
</strong>No, perché sarebbe bello se le grandi banche si adattassero a questa tradizione, ma non lo fanno: quindi è di nuove banche che parliamo per soddisfare la domanda di innovazione.<br />
<strong>Perché sostiene che stimolare la domanda non sia una buona soluzione per uscire dalla crisi?<br />
</strong>Perché non basta senza una drastica crescita dell’innovazione, e la domanda è stata abbondante per molti anni senza che l’innovazione crescesse. Anzi, gli incentivi fiscali che favoriscano la domanda potrebbero fa crescere i tassi di interesse e scoraggiare ancora di più i nuovi progetti.<br />
Quando lei parla di innovazione a cosa si riferisce esattamente? Ai prodotti o ai metodi di business, o ai metodi produttivi?<br />
Gli economisti generalmente definiscono innovativo un nuovo prodotto o un nuovo metodo per produrlo che ottenga una diffusione significativa, che lasci un segno: un prdodotto nuovo che non sia adottato non genera innovazione, per capirsi.<br />
<strong>E come la si genera?<br />
</strong>Secondo Joseph Schumpeter l’innovazione arrivava solo dalle scoperte scientifiche o dalle esplorazioni estranee al settore del business. Oggi è riconosciuto che la maggior parte dei progressi economici avvengono a partire da innovazioni grandi e piccole concepite dalle imprese stesse e da chi ci lavora, motivato dal desiderio di risolvere problemi tecnici e commerciali attraverso l’esperienza e l’intuito maturati nella propria carriera.<br />
<strong>E la ricerca scientifica?<br />
</strong>Naturalmente il mondo beneficia dei risultati della ricerca in ogni settore. E ogni paese raccoglie i frutti dei prodotti e metodi introdotti negli altri paesi. Ma una nazione – compresa l’Italia – è arricchita soprattutto dall’innovazione che la sua stessa economia vuole ed è in grado di produrre. E a dirla tutta, la stessa costante ricerca di progresso è un risultato di per sé.<br />
<strong>Quali sono i “profondi limiti strutturali della nostra economia” di cui parla nei suoi articoli?<br />
</strong>Negli Stati Uniti, la bolla immobiliare, la quasi insolvenza di moltissime banche, il grande indebitamento di molte famiglie. E il sistema delle ipoteche è un disastro.<br />
<strong>E che prospettive di miglioramento ci sono?<br />
</strong>Ci sono: il surplus di case va incontro a un inevitabile detrioramento materiale, l’indebitamento delle famiglie sta migliorando. E le forze del mercato stanno generando nuove idee per prodotti e metodi che le società a un certo punto si troveranno a dover sviluppare. Questo genera la creazione di posti di lavoro in alcuni settori, e successivamente su tutti.<br />
<strong>Lei accusa le grandi aziende di non prendersi dei rischi e non pianificare obiettivi a lunga scadenza: ma non c’è una componente di prudenza a ragion veduta in questo comportamento?<br />
</strong>Sono gli amministratori delegati a prendersi dei rischi solo sull’immediato e sui bonus che ne riceveranno, come i manager bancari nel 2006. Ma temono che progetti a lunga scadenza non mostrino risultati abbastanza rapidi e li facciano sostituire.<br />
<strong>C’è stato un calo degli investimenti nelle aziende di nuove tecnologie e nella Silicon Valley: è stata inevitabile cautela, o pavidità degli investitori?<br />
</strong>Io non accuso gli investitori: quello che dico è che la Silicon Valley si è ridimensionata quando era ancora troppo piccola per finanziare investimenti innovativi sull’ampiezza complessiva dell’economia americana.<br />
<strong>Il mese scorso Obama ha citato i successi di Steve Jobs per lodare lo stimolo del successo economico nella grande imprenditoria americana: a cosa mirava?<br />
</strong>Forse voleva dare fiducia nell’economia in generale, ma credo che stia anche cercando di riorientare l’economia dagli investimenti a breve termine e poco rischio verso iniziative più creative e coraggiose, come quelle prese da Jobs.<br />
<strong>Obama insiste molto sull’educazione sulla formazione di profesionalità qualificate e adeguate ai nuovi tempi…<br />
</strong>Sì, ma non si deve dimenticare dei lavoratori meno qualificati e della creazione di incentivi per le aziende che creino posti di lavoro a salari più bassi. A Singapore il progetto di sgravi fiscali di questo genere ha arrestato una grossa crisi e ha invertito una tendenza di crescita della disoccupazione.<br />
<strong>Non c’è il rischio che un progetto di questo genere consenta un più ampio abbassamento dei salari?<br />
</strong>No, se lo studi bene non abbassa nessun salario.<br />
<strong>L’idea della Banca dell’Innovazione ha fatto progressi da quando l’ha esposta la prima volta?<br />
</strong>Il Senato americano l’ha inclusa in un disegno di legge quest’estate. Io sono fiducioso che se venisse adottata farebbe un gran bene e sarebbe apprezzata. Sarebbe molto rischioso non fare niente per reindirizzare l’economia verso l’innovazione.<br />
<strong>Anche fuori dagli Stati Uniti?<br />
</strong>Una rete di banche di questo genere sarebbe un’ottima cosa per ogni economia con una tradizione di innovazione.</p>
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		<title>Il Senso Comune della parole</title>
		<link>http://www.wittgenstein.it/2010/10/19/il-senso-comune-della-parole/</link>
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		<pubDate>Tue, 19 Oct 2010 15:36:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cartastampata]]></category>
		<category><![CDATA[Wired]]></category>
		<category><![CDATA[guido vetere]]></category>
		<category><![CDATA[senso comune]]></category>
		<category><![CDATA[tullio de mauro]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa intervista con Tullio De Mauro, e con Guido Vetere, è pubblicata sul numero di Wired di settembre. Che cos’è Senso Comune? Allora, la premessa personale è che io avevo fatto dei dizionari. Premessa superflua, abbiamo sfogliato il De Mauro &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2010/10/19/il-senso-comune-della-parole/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa intervista con Tullio De Mauro, e con Guido Vetere, è pubblicata sul numero di Wired di settembre.</em></p>
<p><strong>Che cos’è Senso Comune?<br />
</strong>Allora, la premessa personale è che io avevo fatto dei dizionari.</p>
<p><strong>Premessa superflua, abbiamo sfogliato il De Mauro tutti quanti. Però se partiamo così da lontano approfitto e chiedo come si fa un dizionario.<br />
</strong>Si cercano dei bravi collaboratori – il mitico dizionario Johnson del Settceneto era fatto da una sola persona -, si costituiscono delle redazioni in parte tematiche e in parte no, e si coordina il loro lavoro dando indicazioni molto dettagliate ed esplicite in modo che sia garantita una grande coerenza nella stesura delle parole.</p>
<p><strong>E come si fa a essere sicuri di non perdersi delle parole?<br />
</strong>No: siamo sicuri di perdercele. Ma si cerca di non perdersi quelle essenziali.</p>
<p><span id="more-21092"></span></p>
<p><strong>Ci sono gerarchie di parole?<br />
</strong>Le parole che hanno una circolazione vera nella lingua si stimano a molti milioni. Ma molte di queste parole hanno un “indice di cercabilità” bassissimo. Ci sono anche parole che intuitivamente ci sembrano frequenti ma compaiono poco: le pensiamo ma non le usiamo, come “abbottonare” e “sbottonare”. Sono parole di “alta disponibilità”: le abbiamo in testa ma non le usiamo. Sono un migliaio, forse 1500. Ma in tutto ci sono 260 mila parole nel nostro Grande Dizionario. Il grande Oxford inglese in dodici volumi ha circa trecentomila parole, poche di più ed è stato fatto in quarant’anni.</p>
<p><strong>Voi quanto ci avete messo, più o meno?<br />
</strong>Non più o meno: l’informatizzaione ci ha permesso rapidità e calcolabilità dei tempi: nove anni. Tra il 1990 e il 1999. Poi ne abbiamo fatto una seconda edizione e una terza.</p>
<p><strong>E quella che era sta messa online?<br />
</strong>Ci arrivo: ci sono state declinazioni per la scuola e un dizionario monovolume finito online e poi tolto per beghe editoriali. La storia è complessa, forse rientrerò nei diritti: ma adesso invece pensiamo di rimetterci le mani, farne una nuova versione e rimetterla online.</p>
<p><strong>Chi l’aveva pubblicato?<br />
</strong>Paravia, poi diventato Bruno Mondadori, poi diventato Pearson. Utet e Paravia avevano fatto una società assieme per la produzione del dizionario. Utet aveva pubblicato il Grande Dizionario (sei volumi nella prima edizione e otto nella seconda) Paravia l’edizione monovolume.</p>
<p><strong>Torniamo a oggi.<br />
</strong>Oggi con un gruppo di informatici e lessicografi che si chiama Senso Comune stiamo progettando la messa online del vocabolario “di base”: come le spiegavo, sono le duemila parole più frequenti, più altre 2500 di grande frequenza. Le duemila parole sono quelle che ricorrono tanto frequentemente da coprire il 90% delle occorrenze.</p>
<p><strong>Ah, la coda lunga del dizionario è piuttosto esigua quindi.<br />
</strong>Ancora di più se pensa che il 5-6%  è coperto dalle altre 2500 che ho chiamato di grande frequenza.</p>
<p><strong>Ma state solo mettendo online un dizionario o c’è altro nel progetto?<br />
</strong>C’è altro eccome. Ci interessa che il materiale messo a disposizione consenta l’interattività, cioè che consenta all’utente di intervenire criticamente e propositivamente sull’impianto delle definizioni, proponendo correzioni, integrazioni, precisazioni.</p>
<p><strong>Non mi dica che affidiamo agli utenti anche il dizionario e la definizione dei termini: demagogia linguistica?<br />
</strong>No, no: non consegnamo questo materiale ai lettori, lo consegnamo a contributi che in un sistema wiki controlliamo e selezioniamo. Raccogliamo informazioni ma gli utenti non modificano immediatamente il repertorio. È una specie di consultazione popolare. Offriamo il nostro lavoro a una lettura che ha l’opportunità del controllo.</p>
<p><strong>E non temete che questo controllo si traduca in capricci e giustizialismi grammaticali, nel trollismo da internet virato dizionario?<br />
</strong>Non sono così preoccupato, filtreremo: i rompiscatole possono esistere, ma l’accesso non è “liberi tutti” . Chiediamo un autoidentificazione, ma non mi aspetto grandi molestie. È molto difficile sparare sentenze su “così non si può dire, così si deve dire”: c’è una complessità. Se poi si scopre che c’è un colonnello in pensione di Novara che tormenta il dizionario, vedremo…</p>
<p><strong>Se è di Novara è sospetto, però…<br />
</strong>Perché? Ah, no, noi siamo buoni amici della De Agostini.</p>
<p><strong>A che punto siete?<br />
</strong>Abbiamo già pronta una redazione idonea delle duemila parole fondamentali, stamo lavorando su quelle di base.</p>
<p><strong>Tecnicamente chi se ne occupa?<br />
</strong>Guido Vetere a Roma. Può parlare con lui.</p>
<p><strong>Pronto, sono Luca Sofri, mi ha detto di chiamarla il professor De Mauro.<br />
</strong>Lo ha detto anche a me, buongiorno.</p>
<p><strong>Mi spiega cosa fa?<br />
</strong>Sono il direttore del centro di studi avanzati di iIBM, dove facciamo ricerca avanzata in collaborazione con l’università: con una caratterizzazione specifica sull’intelligenza artificiale e le tecnologie cosiddette semantiche.</p>
<p><strong>Ovvero?<br />
</strong>Ovvero cose su cui i sistemi devono essere in grado di ragionare in rapporto col mondo reale: e questo ha una declinazione linguistica, perché la conoscenza linguistica è centrale in queste operazioni. L’informatica di oggi è molto interessata allo schema classico dell’ontologia ma ne ha una concezione abbastanza ingenua</p>
<p><strong>E lei come è finito a occuparsi di queste cose?<br />
</strong>Sono un linguista, mi sono laureato con De Mauro con una tesi di linguistica computazionale, e da lì sono entrato in IBM.</p>
<p><strong>Mi parli del dizionario online di Senso Comune.<br />
</strong>Ci sono altri dizionari online, non siamo a zero: ma manca uno della ricchezza e della preparazione di quello che la Paravia aveva messo online senza averne i diritti, e che quindi è stato rimosso.</p>
<p><strong>Lo chiedo anche a lei: è solo un dizionario consultabile online?<br />
</strong>No. L’idea è di non avere solo un vocabolario ma una base di conoscenza: ovvero un lavoro di associazione a qualcosa di ontologico. Per esempio se dico sedia nell’accezione diffusa sedia è un artefatto. Un artefatto dal punto di vista ontologico è un oggetto, non è un evento. L’artefatto deriva da un processo di fabbricazione (umano o no). Dire tutto questo serve a classificare la sedia. Costruiamo una rappresentazione della conoscenza che che dietro il linguaggio.</p>
<p><strong>E dopo cosa ci fate?<br />
</strong>Potenzialmente un sacco di cose. Potremo usare questo patrimonio di conoscenza come base per i sistemi di ricerca delle informazioni o per i sistemi di classificazione automatica di documenti di testo. Il tutto grazie alla partecipazione degli utenti, come le avrà detto il professor De Mauro.</p>
<p><strong>Me lo ha detto, e mi ha spiegato che non è come Wikipedia.<br />
</strong>Io sono un grande ammiratore di Wikipedia e penso che funzioni bene così com’è. Ma nel nostro caso il sistema è più “controllato”. Noi pensiamo che la conoscenza dietro il lessico sia molto strutturata e tecnicamente più specifica, e che ci voglia la conoscenza di elementi lessicografi che un utente qualsiasi non padroneggia. Gli utenti però possono testimoniare il loro uso linguistico.</p>
<p><strong>Chi paga tutto questo?<br />
</strong>Un parziale sostegno della fondazione IBM, diecimila euro all&#8217;anno, e poi il lavoro volontario.</p>
<p><strong>Di chi?<br />
</strong>Mio e dei miei studenti in IBM. Ma vogliamo collaborare con le università e i privati: la semantica appartiene a tutti, la conoscenza linguistica appartiene a tutti.</p>
<p><strong>Ci sono prospettive di business online di qualche tipo?<br />
</strong>No, non nel senso di farne un progetto remunerativo in sé. Ma io personalmente ritengo che in prospettiva potranno nascere opportunità interessanti sfruttabili anche commercialmente. Il contenuto del dizionario avrà comunque una licenza Creative Commons.</p>
<p><strong>E quando partite sul serio?<br />
</strong>Non partiamo “sul serio”: siamo online in alpha per una comunità ristretta di utenti registrati, ma non immaginiamo un lancio vero e proprio Pensiamo a una nostra politica di piccoli passi, non grandi annunci a cui non segue niente, vedi wolphram alpha.</p>
<p><strong>Io però ho cercato ontologia e il dizionario online di Senso Comune mi ha detto “il lemma cercato non esiste”.<br />
</strong>Perché ci sono ancora solo le parole fondamentali.</p>
<p><strong>E io come faccio a sapere cosa vuol dire ontologia?<br />
</strong>Aspetti, oppure cerchi su Wikipedia.</p>
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		<title>Intervista col Pulitzer</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Aug 2010 04:38:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cartastampata]]></category>
		<category><![CDATA[Wired]]></category>
		<category><![CDATA[propublica]]></category>
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		<description><![CDATA[Questa intervista con Sheri Fink è pubblicata sul numero in edicola di Wired. Tu facevi altro. Come sei finita a lavorare a ProPublica? Già. Al primo colloquio mi hanno chiesto “Facci capire, hai una laurea in medicina, un dottorato, e &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2010/08/03/intervista-col-pulitzer/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa intervista con Sheri Fink è pubblicata sul numero in edicola di Wired.</em></p>
<p><strong>Tu facevi altro. Come sei finita a lavorare a ProPublica?</strong><br />
Già. Al primo colloquio mi hanno chiesto “Facci capire, hai una laurea in medicina, un dottorato, e vuoi fare la giornalista?”. Proprio, gli ho detto. Adoro la medicina e ho sempre pensato di fare il medico. Ma poi ho fatto uno stage estivo in un gironale dell’Oregon per occuparmi di scienza, e ho scoperto che mi piaceva. Dopo la laurea sono stata nei Balcani, e ho scritto un libro sulla pratica medica durante la guerra di Bosnia. E ho lavorato con le organizzazioni umanitarie. Ma alla fine, quello che volevo fare è scrivere.<br />
<strong> E come hai fatto?</strong><br />
Nel 2007 ho letto che stava nascendo ProPublica, una redazione non-profit dedicata al giornalismo investigativo di interesse pubblico e gli ho mandato il mio curriculum.<br />
<strong> Mi spieghi come funziona?</strong><br />
Nella redazione di New York, al 23mo piano di un palazzo sullo Hudson, lavorano tre dozzine tra giornalisti, web editors e impiegati. I principi di etica e correttezza giornalistica sono quelli dei maggiori quotidiani americani. Le cose in cui ProPublica è speciale sono il modo in cui si paga, il genere di storie che produce e il modo in cui raggiungono i lettori.<br />
<strong> Che sono ben tre cose…</strong><br />
Legalmente ProPublica è un’organizzazione non-profit e il suo lavoro è pagato con i contributi di fondazioni e le donazioni volontarie. Molte storie sono prodotte in collaborazione con grandi gruppi di informazione e sono pubblicate sia sul sito di ProPublica che sui giornali (o siti web, o programmi radio o tv) partner. Possono essere lette gratuitamente e quasi tutto il lavoro di ProPublica può essere usato e riprodotto allo stesso modo, con una licenza creative commons.<span id="more-20560"></span><br />
<strong> E perché dici che sono storie particolari?</strong><br />
Perché le nostre inchieste sono dedicate ad abusi di potere e violazioni della fiducia del pubblico. Spesso i giornalisti lavorano per mesi o anni seguendo diversi aspetti di una storia e scrivendone per diversi media. Tra queste inchieste c’è stata quella sulla mancanza di controlli sulle garanzie professionali degli infermieri in California, quella sugli abusi dei vigilantes contro gli afroamericani dopo Katrina, quella sui pericoli per le falde acquifere degli impianti di trivellazione del gas naturale.<br />
<strong> La storia che ha vinto il Pulitzer come è nata?</strong><br />
Circa un anno dopo Katrina, un medico e due infermieri sono stati arrestati a New Orleans e accusati di omicidio per le morti di diversi pazienti durante l’emergenza. Volevo capire cosa fosse davvero successo e perché, e ho cominciato a lavorarci nel 2007 quando ero ancora una freelance. Più tardi ho ricevuto il contributo di una fondazione.<br />
<strong> Il Pulitzer è stato presentato dai media internazionali come un premio al giornalismo online. Ma sbaglio se noto che si trattava di un’inchiesta tradizionale, pubblicata sul magazine del New York Times?</strong><br />
L’articolo era sotto molti aspetti una lunga inchiesta tradizionale da magazine. La sua peculiarità è che ProPublica si è potuta permettere ampie risorse in un momento in cui altri media avrebbero avuto difficoltà a finanziare un simile progetto. Quanto a internet, l’articolo è stato un successo su internet, piuttosto che di internet. In molti lo hanno letto in rete, smentendo la tesi per cui la gente non leggerebbe pezzi lunghi online. Il team di ProPublica poi ha creato una serie di elementi grafici e accessori che aiutano i lettori a capire meglio la storia.<br />
<strong> Quali altri articoli avevi ammirato quest’anno e avrebbero meritato il Pulitzer?</strong><br />
Sono stata molto fortunata, ce n’erano molte di notevoli. Mi ha colpito tantissimo la serie di puntate di David Rhode sulla sua prigionia e la sua fuga dai talebani. Ha avuto la presenza di spirito di scrivere un racconto dettagliato e profondo di una cosa che lo aveva coinvolto a lungo personalmente e in modo terrificante. E lo ha fatto immediatamente, in pochissimo tempo, aiutando i lettori a capire i pensieri e le vite di uomini sconosciuti agli americani benché così coinvolti nelle loro vite.<br />
<strong> Secondo te ProPublica è un isolato successo attentamente costruito, o un modello replicabile?</strong><br />
Un modello di giornalismo finanziabile anche in questi tempi difficili, direi. Il giornalismo è tra le fondamenta della democrazia, e la scomparsa di molti giornali è pericolosa: c’è bisogno di modelli innovativi di business alternativi alla pubblicità.<br />
<strong> Adesso a cosa stai lavorando?</strong><br />
Collaboro occasionalmente con ProPublica e sto scrivendo un libro.<br />
<strong> Secondo te il giornalismo scientifico rischia di più in termini di affidabilità nel passaggio al caos di informazioni della rete?</strong><br />
C’erano problemi di affidabilità, sensazionalismo e accuratezza nel giornalismo scientifico già molto prima di internet. Però un tempo ne i lettori erano selezionati e temporanei, e poi gli errori sparivano nell’oblio: adesso una storia falsa potenzialmente può rimbalzare per la rete e anche amplificarsi col tempo. Bisogna che i lettori imparano a guardare con scetticismo a ogni cosa e a controllare le fonti: un’abitudine che ovrebbe essere diffusa presto da genitori e insegnanti.<br />
<strong> Quali sono le tue fonti preferite di informazione? Cosa hai letto per seguire il disastro del Golfo del Messico?</strong><br />
Le fonti più ricche e interessanti sono di solito quelle che danno voce alle persone coinvolte nelle conseguenze degli eventi. Anche se, avendo poc tempo, mi affido di solito ai giornalisti per la selezione delle notizie. Sul disastro del petrolio sono stata in Louisiana, e leggevo la Plaquemines Gazette, un giornale locale di una zona molto colpita, il Times-Picayune di New Orleans, e ascoltavo le radio locali.<br />
<strong> E su internet?</strong><br />
Il sito di BP e delle agenzie governative impegnate nell’emergenza. Anche ProPublica, che ha fatto un gran lavoro di raccolta e organizzazione delle notizie. E in generale Google News è un buon punto di partenza. Poi, naturalmente, lasciamelo dire: per fare il giornalista non c’è niente di meglio che esserci e capire le cose con i tuoi sensi.</p>
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		<title>La pandemia della divulgazione scientifica</title>
		<link>http://www.wittgenstein.it/2010/07/03/la-pandemia-della-divulgazione-scientifica/</link>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 15:28:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cartastampata]]></category>
		<category><![CDATA[Wired]]></category>
		<category><![CDATA[adam bly]]></category>
		<category><![CDATA[seed]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa intervista con Adam Bly è pubblicata sul numero di Wired di luglio. Ciao, dove sei adesso? A New York, vivo qui. Tu dove sei? A Milano. Dicci cosa è Seed. Siamo un’organizzazione che crede che la scienza possieda un &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2010/07/03/la-pandemia-della-divulgazione-scientifica/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa intervista con Adam Bly è pubblicata sul numero di Wired di luglio.</em></p>
<p><strong>Ciao, dove sei adesso?</strong></p>
<p>A New York, vivo qui. Tu dove sei?</p>
<p><strong>A Milano. Dicci cosa è Seed.</strong></p>
<p>Siamo un’organizzazione che crede che la scienza possieda un potenziale unico di miglioramento del mondo e creiamo informazione e tecnologia – dalle riviste ai blog alla comunicazione dei dati al software – per aiutare a realizzare questo potenziale</p>
<p><strong>Una specie di impero moderno dell’informazione scientifica: come è nato?</strong></p>
<p>Come nelle storie, io ero molto appassionato di cose scientifiche fino da quando ero bambino.</p>
<p><strong>Non la prendevo così alla lontana…</strong></p>
<p>Beh, quando ho cominciato a fare il ricercatore a Montreal al Consiglio Nazionale delle Ricerche avevo solo sedici anni, ero piuttosto giovane. E ho cominciato presto a pensare di facilitare l’accesso alla divulgazione scientifica, sia nell’informazione tradizionale che su internet. Seed è nato nel 2005, quando avevo 24 anni.<span id="more-21090"></span></p>
<p><strong>Cosa pensi dell’attitudine diffusa a considerare il metodo scientifico e la scienza come “un modo” di vedere le cose, un punto di vista come un altro?</strong></p>
<p>Che non è una cosa nuova e riguarda molti tempi e molti tipi di società: in America c’è di certo un atteggiamento antiscientifico molto popolare che cerca di contestare la validità del pensiero scientifico alla sua base e di suggerire che ci siano approcci antiscientifici di altrettanta validità.</p>
<p><strong>Ma secondo te chi crede invece nella scienza e nel pensiero razionale deve cercare di affermarne la validità solo restandogli fedele, o ci sono situazioni di “guerra delle idee” che impongono anche di contestare i propugnatori di tali idee? Penso per esempio alle combattive campagne portate avanti in questi anni dai pensatori “atesisti” come Dawkins, o anche Hitchens, per contestare razionalmente la fede in Dio.</strong></p>
<p>Guarda, io non voglio vivere in un mondo che dice dovete credere alla scienza punto. Penso che a ogni teoria e pensiero debba essere data cittadinanza fino a che il dibattito si svolge sul piano del rispetto reciproco e degli argomenti non fanatici. Rispetto alla fede, ci sono grandi spazi di compromesso e convivenza – dimostrati dal gran numero di persone che occupano questi spazi – tra il pensiero religioso e quello scientifico.</p>
<p><strong>E la scienza cosa può fare per popolare ancora di più questi spazi?</strong></p>
<p>Capire come mai c’è chi non li abita: io ho imparato – dopo una educazione religiosa ebraica piuttosto assidua – a separare la componente della religione che riguarda la fede e che non pretende di spiegare perché le cose avvengono, dalla sua parte più “tribale” di chi cerca di trovarci le soluzioni ai propri problemi o del mondo. Questo tipo di abitudine a pensare ai fondamenti e dogmi religiosio come qualcosa che “è” e non va discusso né spiegato limita poi la nostra disposizione a capire le cose.</p>
<p><strong>Quando il mese scorso è stata annunciata la creazione della prima cellula artificiale, la notizia circolava da diversi giorni ma l’Economist aveva imposto un embargo agli altri media rispetto alla propria esclusiva. Naturalmente l’embargo è stato violato in rete alcune ore prima dell’annuncio. Possono essere ancora validi questi meccanismi che riguardano informazione e divulgazione scientifica?</strong></p>
<p>La questione ha diversi aspetti. Intanto oggi molta scienza arriva sui giornali in base a meccanismi economici: ci sono grandissimi investimenti che riguardano sia i media che chi fa ricerca. Questo business, che è notevolisimo che è tutto sul limitare l’accesso alle informazioni, hai giorni contati se non già finiti. Rispetto a temi come quelli scientifici tutte le istituzioni che trattengono le informazioni stanno compiendo enormi ingiustizie per il mondo: ci vogliono regole e leggi che favoriscano l’accesso libero a ogni tipo di dati e documenti.<br />
Ma non bisogna neanche pensare a un mondo illusorio: c’è un sacco di gente che lavora per calcolare l’impatto di questo o quel giornale rispetto alle notizie e alle ricerche che vengono diffuse. È un gran business, e dobbiamo tenerlo in considerazione se vogliamo capire e cercare di padroneggiare il cambiamento.</p>
<p><strong>E quindi, sulla questione della scoperta…</strong></p>
<p>In quella storia ci sono molte implicazioni relative all’informazione. Craig Venter non ha creato la vita, e lui è stato attento a chiamarla “cellula sintetica”: la vita ha migliaia di definizioni e non è solo una questione di lingua ma sostanziale. Perché ha a che fare col modo in cui regoliamo le cose e per regolarle dobbiamo definirle: e Venter sta molto attento a usare il temine vita. E se scientificamente può essere l’inizio di una nuova era, i giornali ne parlano perché ne vogliono palare subito, ma pochi giornali sono in grado di spiegare cosa significa, dare le risposte, e non farne sensazionalismo.</p>
<p><strong>Anche l’Economist?</strong></p>
<p>La copertina stessa dell’Economist (con l’uso di un dettaglio della creazione michelangiolesca, ndr) è piuttosto discutibile, non so se sia il modo giusto di presentare la notizia.</p>
<p><strong>Ma un giudizio critico sui media, il sensazionalismo e la scienza riguarda anche il modo in cui sono stati trattati i rischi di epidemie in questi anni.</strong></p>
<p>Certo col senno di poi non c’è stata questa pandemia mondiale di febbre suina, né di aviaria, ma non so dire se si sia trattato di un vero fallimento dei media: c’è stato un sensazionalismo – e non è mai una bella parola – ma chi può dire che quell’eccesso di cautela non abbia anche aiutato a controllare più attentamente gli sviluppi dell’epidemia.</p>
<p><strong>Cosa ti appassiona più di Seed in questi giorni?</strong></p>
<p>Una cosa simile alla pandemia: la possibilità di allargare geograficamente gli obiettivi di divulgazione scientifica. Abbiamo lanciato dei blog in Brasile e stiamo lavorando sulla Germania. Sui blog facciamo tre milioni di utenti unici al mese. Capire quali altri paesi e lingue possano essere colonizzati da una buona informazione scientifica è la cosa più stimolante, ora.</p>
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		<title>Amelia, del Partito Pirata</title>
		<link>http://www.wittgenstein.it/2010/06/03/amelia-andersdotter/</link>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 09:12:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cartastampata]]></category>
		<category><![CDATA[Wired]]></category>
		<category><![CDATA[Amelia Andersdotter]]></category>
		<category><![CDATA[parlamento europeo]]></category>
		<category><![CDATA[partito pirata]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa intervista con Amelia Andersdotter è pubblicata sul numero di Wired in edicola. Da quanto sei al Parlamento Europeo? Dipende. Dipende da cosa? Sono al Parlamento Europeo, in effetti. Sto lavorando al Parlamento Europeo da gennaio, ma la transizione verso &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2010/06/03/amelia-andersdotter/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa intervista con Amelia Andersdotter è pubblicata sul numero di Wired in edicola.</em></p>
<p><strong>Da quanto sei al Parlamento Europeo?</strong><br />
Dipende.</p>
<p><strong>Dipende da cosa?</strong><br />
Sono al Parlamento Europeo, in effetti. Sto lavorando al Parlamento Europeo da gennaio, ma la transizione verso il Trattato di Lisbona non è ancora completata, e quindi non sono ancora formalmente un deputato. Dovrei diventare intanto un “osservatore”. Non tutte le nuove nomine nazionali sono state individuate e devono avvenire simultaneamente. Spero che la questione si chiuda entro la primavera.</p>
<p><strong>L’elezione col Partito Pirata ti ha cambiato la vita?</strong><br />
Uhm. Sì.</p>
<p><strong>Ti dispiace aver lasciato l’università?</strong><br />
Qualche volta, ma l’università serve a imparare cose, e c’è un sacco da imparare a Bruxelles.</p>
<p><strong>E che vita fai? Lavoro e malinconiche serate in birreria con colleghi spagnoli e polacchi?</strong><br />
Non sono mai maliconica. O molto felice, o molto triste. Ho affittato una stanza in una casa di Bruxelles, vicino alla metro, e ci sono molti parchi vicino. E molti supermercati (pensavo non avessero i supermercati, in Belgio).<span id="more-20195"></span></p>
<p><strong>E il lavoro com’è? In Italia c’è una vecchia polemica sugli stipendi eccessivi dei deputati europei rispetto alla mole di lavoro.</strong><br />
Una volta c’erano molti deputati che non andavano quasi mai in commissione a Bruxelles e comparivano solo a Strasburgo. Altri che non andavano neanche a Strasburgo. Però dal 1999 le cose sono cambiate, il parlamento ha acquistato più importanza e la maggior parte dei deputati si sbatte parecchio. Quanto agli stipendi, per gente che si fa il mazzo sei giorni alla settimana e ha la responsabilità del funzionamento dell’Europa, se li meritano o no?</p>
<p><strong>Non so, dimmi tu.</strong><br />
Te lo dirò, al momento non l’ho mai vista, una paga da deputato.</p>
<p><strong>Come sei finita nel Partito Pirata?</strong><br />
Grazie a un amico.</p>
<p><strong>Quali sono le cose migliori che il PP ha fatto finora?</strong><br />
Beh, più di cinquantamila persone hanno aderito a un movimento che vuole creare una società dell’informazione più libera e giusta. Nascono Partiti Pirata in tutto il mondo: evidentemente c’era un vuoto politico e il PP lo sta riempiendo. È un successo.</p>
<p><strong>Da deputato su quali progetti pensi di lavorare?</strong><br />
Questioni industriali e di ricerca: sulle nuove tecnologie di comunicazione e il loro impatto sulla privacy e sulla raccolta di dati. E credo sia importante facilitare l’accesso ai contenuti culturali: librerie, database, queste cose. E maggior trasparenza nelle istituzioni. Ho lavorato sul controllo dei bilanci e mi interessano i meccanismi in quel campo.</p>
<p><strong>Quali altre questioni politiche ti interessano, a parte queste?</strong><br />
Quasi tutte.</p>
<p><strong>Ci sono altri partiti con cui avete sintonia?</strong><br />
Il PP belga e il PP olandese, direi.</p>
<p><strong>Ma sulla pirateria, quali comportamenti sostenete e quali no?</strong><br />
Tutti quelli che facilitano l’accesso delle persone alla cultura, alla conoscenza e alle informazioni che altrimenti non potrebbero raggiungere sono buoni. Tutti quelli che creano innovazione e incoraggiano il progresso sono buoni.</p>
<p><strong>Secondo te la questione del diritto d’autore nell’era di internet si affronta con regole diverse o bisogna ripensare completamente il suo senso?</strong><br />
Probabilmente dobbiamo riconsiderare il modo in cui pensiamo alla cultura e alla sua produzione in generale. Non è nemmeno una questione di regole e copyright: sono come esplose in un pessimo approccio che avvilisce ogni libertà e innovazione culturale. Con quello che è successo in questi 20 anni in termini di accessibilità delle informazioni, la cosa più sensata è adattare le economie e la produzione di cultura. Ogni altro atteggiamento è assurdo.</p>
<p><strong>Quando l’industria musicale dice che la pirateria danneggia il mercato e limita le opportunità per gli artisti commercialmente meno forti che non trovano compenso per quello che fanno, si sbaglia del tutto? O qualcosa in questo discorso ha senso?</strong><br />
No, non ha senso. E sì, l’industria musicale si sbaglia del tutto. E non voglio dire che tutto può funzionare come prima e tutti contenti: probabilmente gli artisti grandi e piccoli non potranno più lavorare nel modo di sempre. Ma questo crea nuove opportunità e vantaggi per quelli – grandi e piccoli – che sperimentano nuovi metodi di lavoro nel nuovo sistema di business. E innovatori di questo genere ce ne sono eccome.</p>
<p><strong>Cosa pensi del dibattito su Google? È un grande servizo per gli utenti e dev’essere libero di sfruttare I contenuti disponibili, o rappresenta un pericolo per il resto della rete?</strong><br />
Mah: il resto della rete è in pericolo se qualcuno limita la possibilità di raccogliere informazioni da parte dei motori di ricerca. Quanto all’uso dei dati privati individuali, quest’uso da parte di Google è stato glià limitato con iniziative legali e politiche che hanno portato a limitazioni dell’uso degli indirizzi IP, dei cookie e delle informazioni legate ai dati personali.</p>
<p><strong>In India hanno approvato degli emendamenti piuttosto libertari alla legge del Copyright. Cory Doctorow ne ha dato un buon giudizio, voi cosa ne pensate?</strong><br />
In molti paesi del terzo mondo gli accordi TRIP sulla proprietà intellettuale sono stati assunti in modo troppo rigido, mentre c’erano dei margini di elasticità che potevano essere sfruttati meglio Alcuni di questi paesi stanno cercando di rimediare, ma il problema sono gli accordi stessi. L’India dovrebbe essere libera di costruirsi una sua legge in materia che non sia dettata dagli interessi dell’industria occidentale.</p>
<p><strong>L’Economist ha scritto che invece sta funzionando la legge contro la pirateria in Corea del Sud.<br />
<span style="font-weight: normal;">Sta funzionando per chi? Per i cittadini o per il business? A quanto ne so io la cultura e l’arte in Corea del Sud stanno soffrendo molto, e proprio per questo molti studiosi e attivisti si stanno alleando con i loro colleghi americani per contestare gli accordi tra i due paesi in questo settore.<br />
Quindi sì: se per “funzionare” intendono uccidere la libertà della cultura e gli artisti indipendenti, hanno ragione. Sta funzionando.</span></strong></p>
<p><strong>Pensi che un Partito Pirata sia una cosa possibile in Italia?</strong><br />
So che si sta cercando di fondare un PP italiano ma non sono direttamente in contatto con chi se ne occupa. Sicuramente sarebbe utile per far luce su questi temi. La condanna italiana a Google ha dimostrato che ce n&#8217;è un gran bisogno. Se poi diventasse forte, i ministri italiani che si battono per il diritto alla diffusione della cultura troverebbero un sostegno utile, no?</p>
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		<title>La vita eterna con la barba lunga</title>
		<link>http://www.wittgenstein.it/2010/05/06/la-vita-eterna-con-la-barba-lunga/</link>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 09:21:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cartastampata]]></category>
		<category><![CDATA[Wired]]></category>
		<category><![CDATA[Aubrey De Grey]]></category>
		<category><![CDATA[medicina rigenerativa]]></category>
		<category><![CDATA[Ray Kurzweil]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa intervista a Aubrey De Grey è pubblicata sul nuovo numero di Wired. Reduce dal suo intervento a un convegno milanese sulla medicina rigenerativa Aubrey De Grey entra a grandi falcate nella stanza, mi stringe la mano mentre butta le &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2010/05/06/la-vita-eterna-con-la-barba-lunga/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa intervista a Aubrey De Grey è pubblicata sul nuovo numero di Wired.</p>
<p><em>Reduce dal suo intervento a un convegno milanese sulla medicina rigenerativa Aubrey De Grey entra a grandi falcate nella stanza, mi stringe la mano mentre butta le sue cose sulla poltrona accanto alla mia, mi dice “arrivo subito, ancora solo un secondo”, e buttandosi indietro i capelli si riallontana lesto. Sto ancora assorbendo l’immagine di lui, che ritorna con una bottglia di birra in mano e mi si siede accanto sporto in avanti:</em></p>
<p>Allora!<br />
<strong>Allora a lei: cosa gli ha raccontato, oggi?<br />
</strong>Ah, oggi era facile. A queste persone interessano le cure che esistono già e meno quelle a cui mi interesso io, che ancora non esistono.<br />
<strong>Ah, non esistono?<br />
</strong>Beh, alcune “quasi” esistono: i test clinici sono molto avanzati sulle terapie con le staminali o sulle vaccinazioni contro l’amiloide nel cervello, rispetto all’Alzheimer. Diciamo che rispetto al mio piano che riguarda le patologie dell’invecchiamento ci sono progressi su due fronti dei sette che elenco. Sul resto siamo molto indietro, di alcune questioni stiamo solo parlando: ci vorrà molto prima che queste cure possano essere prescritte.<br />
<strong>E che reazioni ha avuto?<br />
</strong>Io spiego una cosa molto semplice da capire: che il corpo umano è una macchina e che possiamo farla funzionare anche oltre il suo “periodo di garanzia” così come facciamo con altre macchine. Ovvero, in sintesi, con riparazioni e manutenzione periodica. La medicina rigenerativa alla fine è questo: non una cosa che si applichi solo ai traumi o alle patologie più incidentali, ma a ogni patologia, compreso l’invecchiamento. La metto in termini generali, ma è abbastanza così: e quindi è facile da capire. In realtà ci sarebbero molti altri dettagli, ma non c’è mai tempo per i dettagli, quindi a un certo punto dico: “ok, per il resto leggetevi il mio libro”.<br />
<strong><a href="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/05/Aubrey.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-20008" style="margin: 4px;" title="Aubrey" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/05/Aubrey.jpg" alt="" width="200" height="301" /></a>Mi sta dicendo che lei va in giro a dire che guarirà la vecchiaia e nessuno fa una piega?<br />
</strong>Dipende da quanto è lungo il mio intervento, di solito. Oggi non ho detto niente di molto sconcertante: l’uso della medicina rigenerativa è già molto familiare, e alla cura dell’invecchiamento si lavora in molti modi. Diventa più difficile, e le persone sono più spiazzate, quando guardo più lontano. Quando dico che un giorno potremo essere in grado di vivere per secoli. Ma cerco di stare attento.<br />
<strong>Ovvero?<br />
</strong>Spiegando che la lunga durata della vita è in realtà un effetto collaterale del mio lavoro: il cui obiettivo non è farci vivere in eterno, ma è impedire che ci ammaliamo. La differenza tra quello che faccio io e quello che fa qualunque altro medico è solo che io credo che molto presto il nostro lavoro otterrà risultati così soddisfacenti che il rischio di morire sarà ridotto drasticamente.<br />
<em>(Il professor De Grey parla freneticamente, interrompendosi solo per attaccarsi alla birra e deglutire, e mentre ascolta si stira con le mani la lunga barba e la coda)<br />
</em><strong>C’è chi dice che gli interessi pragmatici delle industrie farmaceutiche non permetteranno mai che smettiamo di ammalarci…<br />
</strong>Ci sono due obiezioni altrettanto pragmatiche a questa tesi. La prima è che tuttora l’industria medica fa già gran parte dei suoi guadagni sulla medicina preventiva: la più remunerativa famiglia di farmaci nel mondo sono le statine, e sono farmaci preventivi. La seconda è che la medicina rigenerativa applicata nel modo che ho detto – restiamo sul paragone della manutenzione e delle riparazioni di una macchina – costituirà un impegno su cui si potranno fare un sacco di soldi: e l’industria farmaceutica lo sa e si sta già muovendo in questa direzione. Non credo si metteranno di traverso, se era questa la domanda.<br />
<strong>Lo era. Ci sono altri interessi che possono invece addirittura incentivare uno sviluppo della ricerca contro le malattie dell’invecchiamento? Non so, i tour operator…<br />
</strong>Ma molti altri, e molto meglio. Gli stessi governi…<span id="more-20007"></span><br />
<strong>Beh, i governi non sono fortissimi nel curare i loro interessi.<br />
</strong>Ok, è vero. Ma. Prima cambiano le opinioni pubbliche e poi arrivano i governi, ed è per questo che fino a oggi è stato difficile alzare l’età pensionistica: perché non ci siamo ancora abituati al fatto di essere in condizioni di salute molto migliori di un tempo alla stessa età. In più, quando i primi risultati di queste terapie saranno visibili, e ne parlerà persino Oprah Winfrey, la politica non potrà sottrarsi ad avere dei progetti su questi cambiamenti. Sarà come con gli interventi statali nella crisi finanziaria: prima non ne volevamo sapere, poi è arrivata la crisi e ci sembrano inevitabili.<br />
<strong>Cosa immagina degli effetti collaterali culturali degli “effetti collaterali” sua ricerca? Le cose cambieranno non poco, se smettiamo di morire o quasi.<br />
</strong>Non so se sia importante cosa penso: ho un’immaginazione, come tutti. Ma il mio lavoro è cercare di capire cosa succederà dal punto di vista medico e tecnologico. Per il resto sono pagati altri tipi di esperti: filosofi, teologi e politici. Però di solito ne discutono senza conoscere i piani medici e tecnologici e quindi le loro conclusioni sono inutili. Anzi peggio, che poi sbagliano e la gente si spaventa e fa cose spaventose eccetera. Quindi le dico la mia: tutto quello che so è che è impossibile sapere cosa succederà. Non ne ho idea. Cambiano troppe cose insieme: anche solo tra vent’anni – la scadenza più vicina in cui alcune delle cose che prefiguro potranno essere attuate – il mondo sarà così un altro posto sotto tutti gli aspetti che… è una perdita di tempo.<br />
<strong>E non ci pensa neanche rispetto alla sua stessa vita, o a quella dei suoi cari?<br />
</strong>Le rispondo due cose. Le mie motivazioni sono del tutto “umanitarie”. Lavoro per il mondo intero, non per me o chi mi è vicino. Anche per ragioni matematiche: se i progressi di questa ricerca riguardassero pochi, le mie chances di trovarmi in quei pochi sarebbero limitatissime. La seconda cosa che dico a chi mi chiede “e cosa ci farai con mille anni di vita?” è che non lo so ma non mi interessa: a me interessa non ammalarmi. Non voglio neanche morire, ma forse è perché non sono mai stato malato. Invece non volevo ammalarmi dieci anni fa, non voglio ammalarmi oggi, tendo a pensare che non vorrò ammalarmi tra dieci anni.<br />
<strong>Non abbiamo idea del mondo tra vent’anni, ma noi stessi siamo molto più prevedibili.<br />
</strong>Già. Il ketchup non mi piaceva vent’anni fa, non mi piaceva dieci anni fa e non mi piace oggi. Non mi piacerà mai. E non vorrò mai ammalarmi.<br />
<strong>Su Wired abbiamo parlato da poco con Ray Kurzweill delle sue visioni sull’”immortalità” di fatto resa possibile da biotecnologie e nanotecnologie: cosa ne pensa?<br />
</strong>Ray ha sostanzialmente ragione. Io credo che l’apporto delle biotecnologie sarà più importante e più precoce di quello delle tecnologie: ma le cose che dice sono credibili.<br />
<strong>E perché lui passa le giornate a prendere integratori e fare ginnastica e lei invece non risparmia le birre?<br />
</strong>È che siamo diversi: lui è geneticamente sfortunato. La sua storia medica familiare lo ha convinto a lavorare molto su se stesso. Prende 250 integratori al giorno (e sa anche che uno su dieci gli fa male: ma non sa quale). Io sono in una condizione opposta: ho fatto un sacco di test, invecchio bene <em>(ha 47 anni, ndr)</em> e quindi è meglio che non prenda neanche le cose che alla maggior parte della gente fanno bene. Come si dice: “se funziona, perché aggiustarlo?”<br />
<strong>“Squadra che vince non si cambia”, si dice da noi. Domanda pelosa: che reazione ha di fronte ai commenti sul suo aspetto, anche negli articoli scientifici?<br />
</strong>Ok, intanto le dico perché porto questa barba: piace a mia moglie. L’ho fatta crescere per lei e non avrei mai pensato che sarebbe diventata così, ma insomma. Detto questo, ci sono due categorie di reazioni. Quelli che dicono “è un tipo strano, una specie di hippie”: gente a cui non interessa quel che dico o scrivo e cercano solo un modo di criticarmi. Se il modo è questo, hanno già perso. Poi invece c’è molta gente che mi guarda e pensa: “questo tipo di certo non è legato a interessi economici e non sta cercando di far carriera o soldi: meglo ascoltare quel che dice”.<br />
<strong>Non sta cercando di far soldi?<br />
</strong>No. Conciato così, non ci riuscirei. Ma no, non mi interessa. Ho gusti sobri.<strong></strong></p>
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		<title>A proposito di Wikileaks</title>
		<link>http://www.wittgenstein.it/2010/04/05/a-proposito-di-wikileaks/</link>
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		<pubDate>Mon, 05 Apr 2010 09:04:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cartastampata]]></category>
		<category><![CDATA[Wired]]></category>
		<category><![CDATA[Islanda]]></category>
		<category><![CDATA[Julien Assange]]></category>
		<category><![CDATA[Wikileaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa intervista con Julien Assange, portavoce e responsabile di Wikileaks, è pubblicata sul nuovo numero di Wired Wikileaks (da leak, &#8220;fuga di notizie&#8221; in inglese) è un sito internet che dà spazio all&#8217;invio di materiale classificato e riservato, in genere documenti &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2010/04/05/a-proposito-di-wikileaks/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa intervista con Julien Assange, portavoce e responsabile di <a href="http://wikileaks.org/">Wikileaks</a>, è pubblicata sul nuovo numero di Wired</p>
<p><em>Wikileaks (da leak, &#8220;fuga di notizie&#8221; in inglese) è un sito internet che dà spazio all&#8217;invio di materiale classificato e riservato, in genere documenti di carattere governativo o aziendale, da parte di fonti coperte dall&#8217;anonimato</em><em>. Nella seconda metà del 2007 è stata pubblicata una cospicua documentazione, anche di grosso impatto per i media; si va da materiale sull&#8217;equipaggiamento militare nella guerra in Afghanistan fino a rivelazioni sulla corruzione in Kenya. La gestione del campo di Guantanamo è uno dei casi più celebri venuti alla conoscenza del grande pubblico grazie a Wikileaks. Nel 2008 il sito è stato chiuso per decisione di un tribunale californiano dietro le pressioni della banca svizzera Julius Baer, e successivamente riaperto.</em></p>
<p><em> <span style="font-style: normal;">(da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Wikileaks">Wikipedia</a>)</span></em></p>
<p>Da quattro giorni rincorro Julien Assange, che mi risponde puntualmente a ogni mail confermandomi un’intervista, ma glissa ogni volta sui tempi e modi. Non so dove chiamarlo, mi ha chiesto i miei numeri e contatti: sto per andare a cena quando ricevo da Skype questo messaggio:</p>
<p><em>hi luca<br />
this is iceland<br />
can you respond?</em></p>
<p>“Iceland?”. È uno dei soliti spammers su Skype? E come fa a sapere come mi chiamo? E poi realizzo e mi ricordo i titoli “Iceland aims to become an offshore haven for journalists”: l’Islanda mira a diventare un rifugio sicuro  per i giornalisti. Faccio due più due: è Assange. Rispondo, e mi appare in video la faccia da attore e la chioma platino inconfondibile.</p>
<p>Ciao, come va?<br />
<strong>Bene, grazie. Dove sei?<br />
</strong>Sono in Islanda.<br />
<strong>Per quel progetto?<br />
</strong>Sì. Su quattro tappe, siamo alla due.<br />
<strong><img class="size-full wp-image-19721 alignright" style="margin: 4px; border: 1px solid black;" title="Assange" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/04/Assange.jpg" alt="" width="223" height="209" />Ovvero?<br />
</strong>Ovvero c’è una proposta di legge firmata da 19 parlamentari perché l’Islanda accolga tutta una serie di misure protettive della libertà di stampa e informazione e incentivi che le consentano di diventare un equivalente dei paradisi fiscali per il giornalismo investigativo. In Islanda il parlamento ospita 63 deputati, quindi parliamo di un terzo di loro. E ora una commissione sta esaminando la proposta.<br />
<strong>Cosa succede se la proposta diventa legge?<br />
</strong>Che l’Islanda creerà un precedente e un modello per gli altri stati, soprattutto quelli che hanno regole più severe contro il giornalismo d’inchiesta e la libertà di informazione. In Inghilterra guardano con molta preoccupazione a questo progetto: la rigidità delle sue corti ha creato un fenomeno noto come il “turismo della querela”: da tutto il mondo si presentano cause contro i giornali in Inghilterra dove è più probabile vincerle. L’Inghilterra, ma anche la Francia, dove I conflitti sociali sono più aspri e I poteri economici più forti, hanno più interesse a limitare la libertà di stampa. In Islanda, soprattutto dopo il crack economico, c’è invece una grande attenzione verso una maggiore trasparenza.<span id="more-19720"></span> <strong></strong></p>
<p><strong>Wikileaks come è coinvolta?<br />
</strong>Stiamo collaborando con i promotori della legge, condividendo la nostra esperienza di perseguitati da cause e tribunali.<br />
<strong>Alla fine dell’anno scorso Wikileaks ha sospeso le operazioni ed è entrata in sciopero…<br />
</strong>No, non siamo mai stati in sciopero…<br />
<strong>Sono parole tue, le ho lette in un’intervista.</strong><strong><br />
</strong>Ok, abbiamo cercato di promuovere uno sciopero interno, diciamo. I costi per far funzionare Wikileaks sono diventati insostenibili e abbiamo spinto i volontari che ci lavorano a concentrarsi solo sulla raccolta di fondi.<br />
<strong>E a che punto siete? Il sito mi pare a mezzo servizio.<br />
</strong>Siamo a metà strada nella raccolta dei contributi che avevamo stabilito <em>(600mila dollari, ndr),</em> oltre metà strada: stiamo lavorando a rimettere tutto in piedi<br />
<strong>Adesso cosa funziona?<br />
</strong>Abbiamo ripreso a pubblicare deli documenti e lavoriamo costantemente nella protezione dei nostri server, dei nostri archivi e della sicurezza delle fonti. Abbiamo molti documenti che costituiranno le cose più importanti che abbiamo mai pubblicato. Video, database, elenchi.<br />
<strong>Puoi dire che tornerete a pieno regime in qualche mese?<br />
</strong>Stiamo già ripristinando diverse cose, gradualmente torneremo in servizio completo: questione di settimane.<br />
<strong>Sei soddisfatto di come ha funzionato Wikileaks in questi anni?<br />
</strong>Il suo successo me lo aspettavo. Ma sul rapporto con i media tradizionali sono ancora molto insoddisfatto. Non riescono a pubblicare tutto quello che gli diamo: e solo i media tradzionali hanno il tempo e i soldi per coprire i costi di tutte le verifiche e la competenza per comprendere i documenti e le storie. Non è una cosa che possa fare “internet” o le persone normali. Ma i grandi media hanno sempre paura di non essere abbastanza sull’attualità: ci saltano sopra solo nel momento in cui facciamo notizia. Possiamo diventare notizia grazie al pubblico, ai cittadini: che però spesso non hanno le capacità né le motivazioni di capire la notizia e possono “ammazzarla”.<br />
<strong>Da qui la soluzione delle esclusive?<br />
</strong>Il sistema dei media genera dei paradossi. Più materiale c’è e più e diffuso e più è difficile che trovi spazio sui giornali: meno una cosa circola e più è facile che i giornali ci saltino sopra. Quindi trattiamo con alcuni di loro delle esclusive.<br />
<strong>Ma diffidi dei dilettanti perché non hanno le capacità giornalistiche necessarie o perché non sono in grado di promuovere le notizie abbastanza?<br />
</strong>Dobbiamo stare attenti, se scrivono delle tue cose i dilettanti ci sono  più rischi che non le capiscano, le divulghino male e chi è chiamato in causa faccia causa o protesti. Su questo non ho dubbi: il giornalismo investigativo è roba da professionisti, solo loro possono venire a capo delle enormi quantità di documenti che noi mettiamo a disposizione.<br />
<strong>Però scusami: Wikileaks vuole smontare i meccanismi perversi dei poteri politici ed economici, attaccandone la segretezza. E però con i meccanismi perversi dell’informazione sceglie invece di venire a patti. Non c’è una contraddizione?<br />
</strong>Ok. Non mi faccio illusioni sui media: la maggior parte della stampa è spazzatura e andrebbe riformata. E l’unica via per riformarla forse sarebbe distruggerla. Però noi non le vendiamo l’anima come sostieni tu. Le nostre esclusive sono a tempo, ed è una strada che vorremmo non scegliere. Ma la nostra lealtà prioritaria è nei confronti della verità e delle nostre fonti a cui dobbiamo ogni sforzo per far uscire ciò che ci hanno affidato.<br />
<strong>Cambierà qual</strong>…<br />
E comunque siamo contenti di collaborare con i bravi giornalisti.<br />
<strong>Cambierà qualcosa nel funzionamento di Wikileaks?<br />
</strong>Avremo un sistema nuovo di pubblicazione.<br />
<strong>Solo tecnologia, o anche nuovi criteri?<br />
</strong>Soprattutto una cosa interna: prima l’accesso era uguale per tutti su ogni tipo di documento, dai verbali del liceo agli scoop giornalistici. Ora stiamo creando delle gerarchie di accesso.<br />
<strong>Tornerà online anche la possibilità di commentare i documenti?<br />
</strong>Stiamo lavorando a un sistema di commenti nuovo, ma siamo ancora indietro. Abbiamo capito che un sistema alla Wikipedia &#8211; un wikisistema di commenti &#8211; è un’idea pessima: arriva sempre qualcuno che non capisce niente, o scrive cose che non c’entrano. Una bella tecnologia, accessibile, ma sbagliata per noi. La riformeremo.<br />
<strong>Wikileaks ti impegna al 100%?<br />
</strong>Salvo scrivere degli articoli, sì.<br />
<strong>Hai cautele personali particolari?<br />
</strong>Nei paesi occidentali non ho preoccupazioni sulla mia vita. In Kenya c’è stato un raid nel mio ufficio, e gente che è stata uccisa in relazione alla storia sulla corruzione dell’ex presidente. In Occidente mi spiano di certo, ma non temo per la mia vita. Quando non do il mio numero è per cautele di segretezza e per proteggere le nostre fonti.<br />
<strong>Sei soddisfatto di quello che avete fatto?<br />
</strong>Sì. Ma avremo completato la nostra missione quando ogni tecnico informatico, ogni bambino dell’asilo, ogni burocrate di un ministero saprà di poter pubblicare quello che vuole senza correre rischi.<br />
<strong>Ma la vostra battaglia è contro la segretezza in sé o contro le sue corruzioni?<br />
</strong>Il nostro obiettivo è combattere le ingiustizie. Io non sono contro la segretezza in sé, ma succede sempre prima o poi che la segretezza corrompa. Che ci siano persone con molto potere non è di per sé pericoloso: il pericolo è che ci sia segretezza nelle cose che fanno con quel potere e che questa segretezza incentivi a fare cose sbagliate. C’è un limite nel grado di civiltà che una civiltà può avere, ma l’antidoto è unamaggiore trasparenza sui documenti storici che raccontano come funziona questa civiltà.<br />
<strong>Ci vediamo a Perugia?<br />
</strong>Senz’altro. E seguite l’Islanda. Seguite l’Islanda. E ******* Berlusconi!<br />
<strong>Questa non la scrivo. Ma ti mando la trascrizione dell’intervista su Wikileaks, anonimamente.<br />
</strong>La pubblichiamo.</p>
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		<title>La risposta è nel vento</title>
		<link>http://www.wittgenstein.it/2010/03/05/la-risposta-e-nel-vento/</link>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 11:25:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cartastampata]]></category>
		<category><![CDATA[Wired]]></category>
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		<category><![CDATA[energia eolica]]></category>
		<category><![CDATA[Joao Vieira Costa]]></category>
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		<description><![CDATA[Una sintesi di questa intervista è pubblicata nel numero di Wired in edicola. Joao Vieira Costa ha trent’anni e lavora con tre colleghi nello studio OnOffice che ha sede a Porto. Lui e i suoi colleghi vogliono costruire un albergo &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2010/03/05/la-risposta-e-nel-vento/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone" src="http://www.onoffice.no/images/thurbine/02%20copy.jpg" alt="" width="540" height="285" /></p>
<p><em>Una sintesi di questa intervista è pubblicata nel numero di Wired in edicola.</em></p>
<p><strong>Joao Vieira Costa</strong> ha trent’anni e lavora con tre colleghi nello studio OnOffice che ha sede a Porto. Lui e i suoi colleghi vogliono costruire un albergo dentro una centrale eolica in mezzo al mare a Stavanger, in Norvegia.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Quindi adesso dove sei?<br />
</strong>Adesso a Oslo. Dovevo discutere alcune modifiche per l’estensione dell’Hotel Terminus a Bergen, di cui poi cominceranno i lavori.</p>
<p><strong>Ma sei lì anche per la Turbine City?<br />
</strong>Anche. A Stavanger ad agosto si tiene una grande esposizione sull’energia e stiamo discutendo la nostra partecipazione per discutere di <a href="http://www.onoffice.no/thurbine/thurbine.html">Turbine City</a>, progettata proprio al largo di Stavanger.</p>
<p><strong>Come vi è venuta l’idea di una windfarm “abitabile”?<br />
</strong>Non è esattamente “abitabile” stabilmente, come capirai. Volevamo costruire un progetto di ricerca intorno alla Norvegia e al suo rapporto con le energie rinnovabili.</p>
<p><strong>“Volevamo” chi?<br />
</strong>Io e i miei partner dello studio OnOffice. Siamo due portoghesi, un italiano, un americano mezzo giapponese. Lo studio lo abbiamo creato nel 2008 a Oslo, poi ci siamo trasferiti a Porto.</p>
<p><strong>Aspetta, questo me lo racconti dopo. Torniamo ai mulini a vento…<br />
</strong>Leggemmo su un quotidiano che l’Unione Europea aveva chiesto ai paesi membri di portare al 20% del totale il consumo di energia rinnovabile, entro il 2020. La Norvegia, che ha una grande ricchezza di petrolio, era appena al 5% <em>(la Norvegia non è nella UE, ma ha firmato gli accordi economici e sull’energia, ndr).<span id="more-19296"></span></em></p>
<p><strong>Beh, a investire sull’eolico ci avranno pensato da soli…<br />
</strong>Infatti ci hanno pensato. La costa norvegese è una delle regioni più ventose d’Europa, ed è lunga 25mila chilometri. Però ogni progetto in questo senso è stato molto contestato dall’opinione pubblica.</p>
<p><strong>A torto?<br />
</strong>C’è stata pochissima informazione. Alcune obiezioni hanno degli argomenti, ma il dibattito è stato molto superficiale. Così la nostra idea è stata di sfruttare il secondo potenziale dei complesi eolici dopo la produzione di energia: quello turistico.</p>
<p><strong>In effetti, a fronte di un’opinione pubblica prevalentemente critica sull’impatto ambientale, è cresciuta negli anni anche una grande curiosità e passione per le pale. Ci sono viaggi organizzati che hanno come meta le windfarms di tutto il mondo.<br />
</strong>Infatti. Il nostro progetto vuole associare le due cose. Stavanger e la sua area hanno già un fascino turistico notevole: per l’ambiente naturale, per la bellezza della vecchia città. Ma sono anche associate alle piattaforme petrolifere: ed è un’immagine che può essere riqualificata, ma che significa anche una già sperimentata competenza nella costruzione di strutture marine di questo genere. Poi quello è il tratto più ventoso della costa norvegese. E un ultimo elemento stimolante è l’efficacia dell’associazione tra produzione di energia eolica e idroelettrica: la Norvegia produce il 50% dell’energia idroelettrica europea.</p>
<p><strong>E va bene, ma che bisogno c’è di metterci dentro un albergo?<br />
</strong>Le ragioni sono due. Da una parte stimolare la discussione e favorire una maggiore informazione sull’energia eolica: trasformare degli impianti industriali in attrazioni turistiche, “abitabili” e più familiari ai cittadini. Dall’altra il potenziale economico c’è. Le strutture ormai possono raggiungere altezze e dimensioni che permettono di includere grandi spazi abitativi. E l’attrattiva turistica è indiscutibile.</p>
<p><strong>Sicuramente. Ma cosa ti fa pensare che qualcuno voglia stare in un albergo in mezzo al nulla solo per vedere delle pale che girano sul mare? Forse andarci a prendere un aperitivo una volta nella vita è più che sufficiente…<br />
</strong>Beh, non è per passarci un mese. Ma ha un porto per imbarcazioni da diporto e un centro congressi per eventi di quel genere. E comunque ci sono già molti alberghi per turisti che arrivano solo per vedere la Torre Eiffel o la Grande Muraglia.</p>
<p><strong>Il vostro studio è nato in Norvegia ed è composto da persone di altre tre nazionalità diverse piuttosto giovani: è una cosa normale per gli studi architettonici globalizzati?<br />
</strong>Lo diventerà. Una delle nostre ambizioni, quando ci siamo conosciuti, era di riuscire al lavorare per culture diverse, in contesti diversi. Questa è una professione che si può applicare in ogni angolo del mondo, e ovunque in modi diversi. Finora abbiamo lavorato in Europa, in Sudamerica, in Medio Oriente e presto in Africa.</p>
<p><strong>E come si fa?<br />
</strong>Si costruisce un rapporto solido con le strutture locali. Fare l’architetto non è solo aver studiato, guardare le riviste e fare dei sopralluoghi. C’è una parte operativa e concreta che richiede che lo studio sia una macchina e che abbia capacità di relazioni con i giusti collaboratori a ogni livello del progetto e in ogni luogo in cui lavori. Noi investiamo molto sulla costruzione di una competenza e una consuetudine internazionale su questo, che ci permette di muoverci credibilmente ed efficacemente dovunque ci chiamino.</p>
<p><strong>Come mai il vostro studio è nato a Oslo?<br />
</strong>Ci eravamo incontrati lì. Io ci ero arrivato dopo aver lavorato in Danimarca e Olanda e volevo cominciare a fare cose mie. Rispetto al Portogallo, o all’Italia (dove abbiamo fatto cose su scala più piccola, in Sicilia), in Norvegia quella dell’architetto è una professione più normale: ci sono delle regole e delle richieste e si seguono quelle. In altri paesi succede sempre dell’altro, e le cose finiscono per uscire dal tuo controllo e da ciò che era prevedibile.</p>
<p><strong>E allora come mai adesso avete traslocato a Porto?<br />
</strong>Perché il Portogallo è una buona posizione strategica, sia per ragioni geografiche che linguistiche che di ricca scuola architettonica. Restare in Norvegia – a causa dei costi altissimi della vita e della professione – ci impediva di lavorare con quasi tutti i paesi del mondo salvo la Norvegia stessa e il Medio Oriente.</p>
<p><strong>Quanto di Turbine City è una boutade sperimentale e quanto un progetto realizzabile?<br />
</strong>Boutade per niente. In architettura la sperimentazione e la realizzazione sono due ambiti che spesso si sovrappongono. Se il nostro progetto comincia a entrare nel dibattito – e in Norvegia si discute pubblicamente di ogni cosa – le sue chances di pesare rispetto a ciò che si costruirà cresceranno molto. Abbiamo ricevuto molti feedback: e solo ieri 53 richieste di pubblicazione.</p>
<p><strong>Non ti viene il dubbio che sia perché le vostre immagini funzionano sulle riviste patinate?<br />
</strong>Intanto questo riguarderebbe anche te. Ne stiamo parlando perché Wired è una rivista patinata?</p>
<p><strong>No. Ne stiamo parlando perché c’è un’idea, realistica abbastanza da non essere fantascienza e innovativa abbastanza da non essere trascurabile.<br />
</strong>Bene. E comunque molte delle richieste vengono da riviste di architettura: spesso non sono neanche patinate.</p>
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		<title>Bravi ragazzi</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 23:29:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“Sono un ragazzo normalissimo, la sera esco con i miei amici”. Non è vero che sia un ragazzo normalissimo, Nicola Greco. Non solo ha delle ambizioni e delle capacità legate alla programmazione e a internet che non si trovano tanto facilmente tra i sedicenni. Ma non è neanche il prototipo del ragazzino geek e sfigato: non ha la montatura degli occhiali spessa né l’aria di quello che la prima ragazza la troverà se gli va bene al terzo anno di università, anzi. Ma qui la descrizione di Nicola comincia già a essere ardua, per uno come me che potrebbe essere suo padre: come si fa a raccontare un ragazzo di sedici anni, che ha tutti gli entusiasmi e le ingenuità dei sedici anni, senza suonare paternalistici? Senza <em>essere</em> paternalistici? Non si può, ho concluso: lo sono già con questa riflessione, e forse è sciocco anche cercare di evitarlo. Sarò paternalistico, pure con uno che sa una quantità di cose che io no, e che saprà stare al mondo molto più di me, probabilmente.<span id="more-18792"></span> Nicola Greco ha quindi sedici anni, vive a Roma dove si sono trasferiti i suoi genitori calabresi, e fa il liceo scientifico (“buona scuola, il preside è molto bravo: ma le scuole italiane non sono in grado di insegnare l’inglese bene, me la devo cavare da solo”). Ha un accento romano che cerca di moderare con gli adulti estranei, ma poi gli scappa “tempo <em>libbero</em>” o un “mo’ sto facendo” che subito corregge. Sta molto attento a come parla, abituato a confrontarsi con adulti e con persone diverse da lui e dai suoi riferimenti. Qualche volta adotta delle formule da verbale dei carabinieri – “all’età di tredici anni…” -, altrove azzarda con cautela termini tecnici che teme il suo interlocutore non capisca: e allora esita un secondo prima di dire “…javascript” o “…ubuntu”. Ha una bella faccia allegra, l’aria da bravo ragazzo e maturità e umiltà di cui qualunque genitore andrebbe fiero: compreso il suo, di genitore, un medico che l’ha messo davanti a un computer da piccolo, e poi ha permesso che usasse il suo nome per registrare i primi domini internet (aveva dodici anni). Parlando con Nicola della sua generazione, dei nativi digitali, la sua descrizione è assai più cauta dei cliché che ci raccontiamo noi adulti: “Mia sorella e la maggior parte dei ragazzi vede internet come un posto per perdere tempo e fare cose divertenti, a me piace fare dei progetti, scrivere codice: voglio produrre qualcosa, imparare cose, accumulare qualcosa che mi resta. Gli altri giocano a calcio, a me piace leggere manuali sul web semantico”. Dice che i ragazzi non usano Twitter – “Molti miei amici neanche lo sanno cosa faccio su internet. In classe mia lo sanno in quattro o cinque. Gli amici con cui condivido queste cose li ho conosciuti in rete” – perché offre loro troppo pochi “optionals” rispetto a Facebook. Negli ultimi due anni Nicola Greco ha scritto, diffuso e venduto applicazioni e plug-in per social networks. Ha cominciato a essere conosciuto in giro, gli è capitato di guadagnare abbastanza in un mese per comprarsi un MacBook Pro, ha trovato facce meravigliate nei primi BarCamp o raduni di adulti che ha frequentato, ma ormai gli hanno preso le misure e in questo momento ha due progetti in corso con la collaborazione di Telecom (uno è un’evoluzione del suo “Twittami”, un plug-in legato a Twitter, e un altro è un esperimento pubblicitario) e un’idea per un’applicazione di Facebook. Nella firma della sua mail ha scritto “Social network architect”. Gli ho chiesto cosa pensa del dibattito sull’equilibrio da trovare tra “conversazioni” e “contenuti”, e la sua risposta ha del tutto ignorato i secondi: “ci sono quelli che usano i social network per parlare di sé e quelli che li usano per comunicare con gli altri”. Wired vuole sapere da lui cosa farebbe se potesse governare l’Italia: Se governassi l&#8217;Italia investirei sui giovani e sulla rete. Investirei di più sulla scuola italiana che ha davvero bisogno di fondi. Credo nella banda larga in Italia come fattore per crescita economica. Ma non credo comunque di avere la maturità per governare il paese, almeno per ora”. Non ci scommetterei, ma parliamo d’altro. E a dimostrazione di quanto tutti i mondi siano micromondi, e spesso stagni, non sa cosa sia “Lost” (io ignoravo BuddyPress, per contro) ma sogna di conoscere Gianluca Neri, organizzatore tra l’altro dell’annuale “BlogFest”. Ma su tutto, Nicola ci tiene a mostrare quanto sia un ragazzo “normale”: fa sport, esce con gli amici, si “diverte” con le ragazze (“non sono alla ricerca di qualcosa di serio. Una volta però ho trovato una ragazza che conosceva l’HTML”).<br />
Ma a cosa pensi, quando dici “normale”? “Sono così normale che non ho niente di particolare da raccontarti”.</p>
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		<title>I nativi digitali, prima che diventino vecchi</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 23:04:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questo pezzo introduce una serie di ritratti di giovani italiani alle prese con le nuove tecnologie, sul nuovo numero di Wired “Non bisogna insistere troppo sull’essere giovani”, dice Nicola Greco all’inizio di un’intervista che gli ha fatto Alessio Iacona il &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2010/02/04/i-nativi-digitali-prima-che-diventino-vecchi/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo pezzo introduce una serie di ritratti di giovani italiani alle prese con le nuove tecnologie, sul nuovo numero di Wired</em></p>
<p><img class="alignright" style="margin: 4px;" src="http://www.singers.com/groupimages2/ViennaChoirBoysSailorSuits.jpg" alt="" width="180" height="181" />“Non bisogna insistere troppo sull’essere giovani”, dice Nicola Greco all’inizio di un’intervista che gli ha fatto Alessio Iacona il mese scorso al termine di un incontro sui nativi digitali. E qualche giorno dopo, sul suo <a href="http://nicolagreco.com/">blog</a>: “Digital natives in un futuro prossimo lo saremo tutti e la stessa etichetta, per l’ampiezza del suo significato, non valorizza sicuramente ciò che si fa”. Nicola Greco, se ne parla tra gli altri “nativi digitali” raccontati in questo numero di Wired, sta crescendo rapidamente: negli ultimi mesi è diventato – per meriti sul campo suoi e pigrizia di noialtri presunti indagatori dei giovani – il “poster boy” delle nuove generazioni di alfabetizzati digitali. È stato a molti convegni, ha fatto interviste, ha incontrato molti adulti interessanti, ha frequentato pezzi di mondo diversi da quelli consueti ai suoi coetanei: e nel frattempo andava a scuola. Il suo giudizio sulla superficialità di alcune analisi generazionali è quindi candido e competente assieme: “giovani, si è giovani per poco”. Dice “ggiovani”, anzi, con sincero accento romano: e involontariamente usa così la formula canonica che irride i cliché e le banalità che si dicono su quella fase della vita.<br />
I “ggiovani” non esistono, come non esistono molte categorie schematiche di cui leggiamo frequentemente. Per un giovane sviluppatore che traffica con Twitter ce ne sono venti che Twitter non lo hanno mai usato. Per dieci di loro che esibiscono l’elastico delle mutande (gli passerà?) ce n’è uno che legge Wired (e uno che legge Wired esibendo l’elastico delle mutande). Per tre di loro che mettono su YouTube i video della prof ce ne sono due che passano il tempo rimbalzando da una voce all’altra di Wikipedia. Per cinque che hanno un blog ce ne sono sei che non sanno la capitale della Colombia, e due che hanno un blog e non sanno la capitale della Colombia (uno però ha letto Cent’anni di solitudine: e chissà come sono le sue mutande).<span id="more-18779"></span> Quello di cui parliamo qui è quindi un’altra cosa: è il senso dell’espressione “nativi digitali” e che cosa descrive. Presto lo saranno tutti, e non avrà niente a che fare con l’età. Avrà a che fare con il sistema di riferimenti e le tecniche di comunicazione. Sancirà una differenza con il mondo di prima così netta che neanche sarà più visibile: se ne saranno già dimenticati, del mondo di prima. Ce lo stiamo dimenticando noi tutti e poco facciamo per conservarne quel che aveva di buono. Il rapporto con la rete e le nuove tecnologie diventerà come il rapporto che la generazione precedente ha costruito e rivoluzionato col mondo, i viaggi, gli spostamenti. Prima dei nativi digitali, ci sono stati i nativi globali: quelli nati in un tempo che ha reso consueto e normale il muoversi in ogni posto del mondo per lavoro e per vacanza, e a quelli che c’erano prima di loro sarebbe sembrato pazzesco. L’America era emigrare, la Cina era Marco Polo, prima: e all’improvviso ci lavoriamo e ci andiamo per le vacanze di Pasqua. E ci pare normale: ma ci ha cambiati, ha posto le basi per l’epoca successiva, non più muoversi nel mondo, ma starci dentro, al mondo (immaginate quale esperienza ulteriormente prodigiosa e spiazzante sarebbe stata internet prima dei mezzi di trasporto intercontinentali di massa).<br />
Per queste ragioni un’occhiata ai nativi digitali – a quelli di loro con esperienze più peculiari rispetto al cambiamento – è istruttiva, ma è anche temporanea, di passaggio. Loro stessi guarderanno presto con curiosità ai loro successori: i nativi ubiqui, nati dopo l’invenzione del teletrasporto. O i nativi eterni: quelli nati quando già non si moriva più.</p>
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		<title>La banda larga a Helsinki</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 07:29:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Suvi Linden]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa intervista con il ministro delle comunicazioni finlandese Suvi Linden è uscita sull&#8217;ultimo numero di Wired. Pronto? Chi parla? Mi chiamo Luca Sofri, mi hanno dato il suo numero all’Associazione della Stampa Estera, avevo chiesto il riferimento di un inviato &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2010/01/12/la-banda-larga-a-helsinki/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa intervista con il ministro delle comunicazioni finlandese Suvi Linden è uscita sull&#8217;ultimo numero di Wired.</p>
<p><strong><em>Pronto?<br />
</em></strong><em>Chi parla?<br />
<strong>Mi chiamo Luca Sofri, mi hanno dato il suo numero all’Associazione della Stampa Estera, avevo chiesto il riferimento di un inviato finlandese…<br />
</strong>Beh, io ormai vivo a Roma da molto.<br />
<strong>Ma magari può aiutarmi: io volevo qualche informazione sulla signora Suvi Linden, il ministro delle comunicazioni finlandese, che dovrei intervistare sulla questione della banda larga.<br />
</strong>Beh, non la conosco di persona, ma mi pare che se ne stia occupando seriamente. Cosa voleva sapere?<br />
<strong>Niente in particolare, ho già letto molte cose su di lei. Volevo solo assicurarmi che non ci fossero cose che dovrei sapere, che magari non sia un’incompetente arrivata lì per caso, o per qualche motivo meno nobile: ho visto che era una campionessa di tuffi…<br />
<em><span style="font-weight: normal;">Nooo, in Finlandia non succedono queste cose. Quello attuale è un governo di centrodestra, ma è un centrodestra moderno. E in Finlandia i politici, più o meno bravi, sono comunque seri e professionali.</span><br />
<em>Ok, non giri il dito nella piaga: mi basta. Grazie mille.</em></em></strong></em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong><em>Pronto?<br />
</em></strong><em>Sì?<br />
<strong>Buongiorno, mi chiamo Luca Sofri, per quell’intervista al ministro Linden…<br />
<em><span style="font-weight: normal;">Ah, sì, grazie di avermi chiamata. Ho visto il suo appunto sulle questioni di cui voleva parlare col ministro, le chiederei solo di trascurare la domanda sulle dimissioni da ministro della Cultura, che non mi sembrava rilevante.</span><br />
<em>Ah. Sa, io trovo rilevante qualunque cosa quando intervisto qualcuno, e avevo letto della storia dei finanziamenti accordati al golf club di cui lei stessa era socia, e della sua decisione di dimettersi…<br />
<em><span style="font-weight: normal;">Sì, ma è una storia di cui il ministro non ama parlare. Eventualmente chieda pure a me qualunque informazione di cui abbia bisogno, la prego.</span><br />
<em>D’accordo, lo farò. Grazie.<span id="more-18489"></span><br />
</em></em></em></em></strong></em></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Buongiorno signor ministro delle Comunicazioni. Anche in Finlandia il suo ministero di deve occupare quasi solo di televisione?<br />
</strong>No. Il progetto maggiore a cui abbiamo lavorato in questi tre anni è stata l’informatizzazione delle amministrazioni pubbliche, della scuola, della sanità. Il mio lavoro si svolge molto in coordinamento con gli altri ministri su ciascuno di questi settori. E il piano sulla banda larga è essenziale a questi obiettivi.<br />
<strong>Ci spieghi il piano sulla banda larga. A che punto è?<br />
</strong>Il governo finlandese ha approvato una legge che prescrive che ogni abitazione sia raggiunta da una connessione minima di 1 mega al secondo entro luglio dell’anno prossimo. Attualmente il 96% delle abitazioni può avere accesso a una connessione ADSL: a fare uso di una connessione a banda larga al momento è il 31%, concentrato nelle città. Abbiamo anche lavorato molto sulla copertura da parte di un network 3G per la connessione tramite mobile.<br />
<strong>Un mega non è un po’ poco?<br />
<span style="font-weight: normal;">Aspetti. La richiesta agli operatori telefonici di fornire connessioni a un mega sul 100% del territorio serve a stabilire che non stiamo parlando solo di opportunità di business, ma di un servizio a cui hanno diritto tutti. La fase successiva del progetto prevede di ottenere una velocità di 100 mega al secondo per il 2015, attraverso una rete a fibra ottica da cui il 99% di abitazioni, uffici e aziende disterà al massimo due chilometri.<br />
<strong>Ci sarà bisogno di un grande lavoro sull’infrastruttura esistente…<br />
<span style="font-weight: normal;">Questo lo valuteranno gli operatori telefonici, la legge impone loro la fornitura di un servizio, ma li lascia liberi di applicare le tecnologie che ritengano più efficaci. Ma durante questa amministrazione e la precedente è stato già fatto un buon lavoro sulle infrastrutture.<br />
<strong>Chi paga per tutto questo?<br />
<span style="font-weight: normal;">Gli operatori telefonici. Nessuna spesa di denaro pubblico. Mentre sull’obiettivo del 2015 lo stato interverrà per circa il 5%, per ottenere la copertura delle aree più costose da raggiungere dalla fibra ottica. Parliamo di 200 milioni di euro.<br />
<strong>Ci sono state opposizioni al progetto?<br />
<span style="font-weight: normal;">Da parte degli operatori, che si lamentano dei costi e dei guadagni a loro dire insufficienti. Tenga conto che in Finlandia le compagnie telefoniche sono moltissime. Ce ne sono tre maggiori, ma poi moltissime che lavorano localmente. Tra le forze politiche finlandesi c’è stato invece un ampio consenso sull’importanza di una rete diffusa e affidabile.<br />
<strong>Uno immagina che la Finlandia abbia un apopolazione molto disseminata sul territorio…</strong></span></strong></span></strong></span></strong></span></strong></p>
<p>Certo, ma non deve pensare a isolati eremiti in mezzo alla neve. Ci sono aziende agricole lontane dai centri abitati che hanno bisogno di una rete efficace per sfruttare le nuove tecnologie di produzione e gestione. E poi stiamo lavorando molto sul distant learning. Abbiamo nuclei abitati in cui non c’è un numero sufficiente di studenti per mantenere una scuola, e la rete evita loro grandi e dispersivi spostamenti.<br />
<strong>In effetti, pensavo a isolati eremiti in mezzo alla neve…<br />
</strong>No. L’85% dei finlandesi usa il net banking. Abbiamo programmi su cui investiamo molto rispetto all’alfabetizzazione informatica degli anziani. Cerchiamo anche di fare un grande lavoro di informazione sui pericoli e la criminalità.<br />
<strong>Ho letto che l’anno scorso ci sono state molte polemiche su un progetto di filtri sui contenuti online: molti hanno accusato il governo di intenzioni censorie…<br />
</strong>La libertà dei contenuti su internet è una materia molto delicata e su cui limitare al massimo gli interventi. Ci sono rarissime eccezioni, una delle quali è la pornografia infantile. E la questione è complicata dal fatto che molti di questi contenuti sono ospitati fuori dalla Finlandia. Gli operatori adesso possono filtrare anche quelli.<br />
<strong>Però questi filtri…<br />
</strong>Aspetti. Gli operatori telefonici applicano i filtri basandosi su richieste della polizia. All’inizio sono stati fatti degli errori, e si censuravano anch epagine innocue. Ma ora la polizia ha migliorato i criteri e le tecnologie e le controindicazioni dovrebbero scomparire. Guardi…<br />
<strong>Mi dica.<br />
</strong>Internet ha cambiato al mondo e ci ha facilitato la vita e le comunicazioni: non possiamo pensare a uno sviluppo che prescinda questo, uno sviluppo che riguardi tutti. Per questo penso che debba essere paragonato a un diritto fondamentale e per questo stiamo lavorando. Ma non possiamo nasconderci però che la rete, come è inevitabile, ospiti anche rischi e pericoli su cui bisogna aiutare i cittadini a tutelarsi.<br />
<strong>Avete avuto contatti e confronti con altri paesi europei sul progetto della banda larga? Con il governo italiano?<br />
</strong>I miei colleghi europei sono molto interessati a quello che stiamo facendo. In Olanda stanno facendo un bel lavoro sugli stessi temi.<br />
<strong>Quante donne ci sono nel governo finlandese?<br />
</strong>Dodici. Su venti ministri.<br />
<strong>Ho letto che è arrivata sul podio in diversi campionati nazionali di tuffi, da ragazza. Come è arrivata al ministero delle telecomunicazioni?<br />
</strong>Beh, avevo sedici anni, a quei campionati. Sono in parlamento dal 1995. E avevo studiato informatica all’università: nell’85 avevo un Commodore 64.<br />
<strong><em>Da: </em></strong><em> Luca Sofri<br />
<strong>Oggetto: Interview w. Minister Linden</strong><br />
<strong>A: </strong> ****<br />
Cara ****, grazie dell’assistenza. La conversazione col ministro è stata interessante e proficua. Le chiederei se ha una risposta da darmi rispetto alle ragioni delle sue dimissioni da ministro della cultura, nel 2002. Luca Sofri</em></p>
<p><strong><em>Da: </em></strong><em> ****<br />
<strong>Oggetto: Re: Interview w. Minister Linden</strong><br />
<strong>A: </strong> Luca Sofri<br />
Caro Luca, grazie a lei e cari saluti.</em></p>
 <img src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/plugins/wordpress-feed-statistics/feed-statistics.php?view=1&post_id=18489" width="1" height="1" style="display: none;" />]]></content:encoded>
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		<title>Cosa mi aspetto dal domani</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 09:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Singularity University]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo articolo (lungo lungo) è uscito sull&#8217;ultimo numero di Wired. Gli uffici della Kurzweil Technologies sono ai margini di una cittadina di ventiseimila abitanti pochi chilometri a ovest di Boston, equamente attraversata da parchi e autostrade. Tra i ventiseimila ci &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2010/01/11/cosa-mi-aspetto-dal-domani-5/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo (lungo lungo) è uscito sull&#8217;ultimo numero di Wired.</em></p>
<p><a href="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/railway.jpg"><img class="size-full wp-image-18464 alignleft" style="margin: 4px;" title="railway" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/railway.jpg" alt="railway" width="230" height="130" /></a>Gli uffici della Kurzweil Technologies sono ai margini di una cittadina di ventiseimila abitanti pochi chilometri a ovest di Boston, equamente attraversata da parchi e autostrade. Tra i ventiseimila ci sono Steven Tyler degli Aerosmith e diverse leggende dei Boston Celtics e dei Red Sox, ma la storia locale può andar fiera anche di aver visto crescere Sylvia Plath e di Vladimir Nabokov, che insegnò qui al college tra il 1941 e il 1948. Alle ultime elezioni gli elettori di Obama furono il doppio di quelli di McCain, nella lunga tradizione liberal dell’area di Boston. Le sue celebri istituzioni universitarie dall’attitudine storicamente progressista, consegnano a queste graziose magioni molti residenti, sotto forma di professori di Harvard o dell’MIT (pronuncia corretta: èmaitì, da cui l’uso della preposizione apostrofata).<br />
Dal centro di Boston, è una mezz’ora di piacevole viaggio in metropolitana: la metro di Boston – la T – è come molte cose di Boston antica e sonnolenta, e molto poco sotterranea. In anticipo sull’appuntamento convenuto a un’ora che per noi aspiranti suicidi per errata alimentazione sarebbe quella del pranzo, entro in uno Starbucks ai margini di un laghetto e compro un panino al tacchino e un succo d’arancia. Tiro fuori il librone giallo, e mi siedo a un tavolino vicino a un’anziana coppia con un cane.<br />
Apro il librone giallo &#8211; che ho finito di leggere la notte prima &#8211; al capitolo 11: “Un articolo pubblicato nel 2008 sul prestigioso Journal of the American College of Cardiology sostiene che il danno per le vostre arterie comincia già dopo un solo pasto poco sano (per esempio cheeseburger, patatine, e una bibita gassata)”.<br />
Non si parla di tacchino. Patatine non ne ho prese. Il succo d’arancia non vale bibita, anche se avrei fatto meglio a frullare dei mirtilli (come suggerito a pagina 303). Chiudo il librone giallo. Si chiama “<a href="http://www.amazon.com/gp/product/1605299561?ie=UTF8&amp;tag=wittgensteini-20&amp;linkCode=as2&amp;camp=1789&amp;creative=390957&amp;creativeASIN=1605299561">Transcend</a>”. Sottotitolo: “Nove tappe per vivere bene in eterno”. Living well forever. Un lettore ignaro che lo trovasse sugli scaffali di una libreria potrebbe pensare che quel “forever” sia un modo di dire, un riferimento alla lunghezza di tutta la propria vita. Invece il manuale di Ray Kurzweil e Terry Grossman si riferisce letteralmente all’eternità: per sempre. Rimetto nello zaino il librone giallo e mi incammino verso l’ordinario edificio che ospita la Kurzweil Technologies, un prefabbricato di quattro piani nobilitato solo dalla elegante grafica modernista con il nome della via e il civico esposti sul fronte strada.<span id="more-18463"></span><a href="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/desk.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-18465" style="margin: 4px;" title="desk" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/desk-300x168.jpg" alt="desk" width="240" height="134" /></a>Non ero venuto da Ray Kurzweil per parlare di diete e alimentazione: a Wired di solito non ci occupiamo di manualistica salutista. Ma il fascino del librone giallo risiede esattamente nella sua apparente distanza dalla complessità scientifica e straordinaria di cui si era occupato finora il suo autore principale. Mentre lo aspetto – la segretaria mi annuncia che è leggermente in ritardo – mi aggiro indiscretamente per gli uffici: ogni parete e ogni mobile sono affollati da premi, targhe, medaglie, fotografie di Kurzweil con celebrità di ogni genere – Bill Clinton, Stevie Wonder – copie dei film su di lui, edizioni dei suoi libri tradotti in decine di lingue diverse. Soprattutto quello più celebre, “<a href="http://www.amazon.com/gp/product/0143037889?ie=UTF8&amp;tag=wittgensteini-20&amp;linkCode=as2&amp;camp=1789&amp;creative=390957&amp;creativeASIN=0143037889">La singolarità è vicina</a>”, in cui l’autore prevede un’accelerazione dell’innovazione tecnologica nei prossimi anni a ritmi impensati da chiunque (esponenziale, o persino esponenziale dell’esponenziale), tali da generare un cambio di paradigma totale, e un cambiamento del mondo imparagonabile con quelli che abbiamo sperimentato finora. Secondo Kurzweil le intelligenze artificiali diventeranno autosufficienti, quasi onnipotenti, e si fonderanno intimamente con le nostre intelligenze biologiche. Niente sarà più come prima, a cominciare da quel che chiamiamo “vita”, che diventerà quasi totalmente controllabile. “La singolarità è vicina” è un libro di cinquecento pagine, e questo riassunto non gli rende merito: sono pagine di grafici, esempi, storia del mondo, formule scientifiche e analisi di grande logica e chiarezza. Non un’implicazione delle sue previsioni sfugge all’analisi di Kurzweil, dalla coscienza di sé delle nuove intelligenze, al rapporto con l’universo, al concetto di Dio. Oltre a molte previsioni azzeccate sulle nuove tecnologie degli ultimi anni, si incontrano elaborazioni sul futuro affascinanti e stimolanti, ed è uno di quei libri che fa venire voglia di capirne di più e di discuterne con l’autore. Leggendolo per preparare questo incontro mi sono segnato molte cose, dubbi, obiezioni da fare. Fino a che sono arrivato al capitolo nove – “Risposte alle critiche” – che contiene tutte le obiezioni che mi ero segnato e altre ancora, e tutte le risposte di Kurzweil relative.</p>
<p><a href="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/fredric.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18466" style="margin: 4px;" title="fredric" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/fredric-168x300.jpg" alt="fredric" width="168" height="300" /></a>Ray Kurzweil. Se esiste qualcuno per cui usare quel termine un po’ macchiettistico e semplificatorio che è “genio”, quello è Ray Kurzweil. È fatto a forma di genio. Nella sala d’attesa, di fronte a me è seduto un signore calvo e con una gran barba bianca, elegante, con la pipa in mano. Sulla giacca ha appuntata una targhetta: “inventore”. È un manichino, forse di cera, a grandezza naturale, molto inquietante: ripensandoci, il mio aggirarmi per le stanze credo abbia a che fare anche con lui, seduto là. Chissà chi lo avrà regalato a Kurzweil, in suo onore e scherno.<br />
Raymond Kurzweil è nato nel 1948 a New York da genitori ebrei fuggiti dall’Austria alla vigilia della II Guerra Mondiale. Nella sua stanza, tra i diplomi e le medaglie, è appoggiato a terra il manifesto incorniciato che annuncia un concerto di suo padre Fredric, pianista e direttore d’orchestra, in un teatro di Long Island l’anno che Ray nacque. C’è una foto di Fredric, una bella faccia affascinante e sicura, moro e leggermente stempiato. Morì nel 1970, ma Ray progetta di resuscitarlo, un giorno. Ha messo da parte tutte le sue cose, che potrebbero tornare utili nel lavoro di ricostruzione della sua memoria. I genitori Kurzweil – anche la madre era un’artista – si interessarono alla fede Unitaria, studiando i precetti e le storie di molte chiese diverse in cerca di una sintesi e di radici comuni, e coinvolgendo Ray in questa ricerca. Lui però si appassionò rapidamente alla tecnologia e alla scienza: a quindici anni scrisse il suo primo software, che fu rilevato dalla IBM. Negli anni successivi applicò lo studio dei modelli – il tema su cui avrebbe lavorato fino a oggi, in ogni direzione – alla composizione musicale, e produsse software e hardware per la produzione di musica. A diciassette anni fu ospite di un programma televisivo e ricevette il suo primo premio come inventore, con tanto di ricevimento alla Casa Bianca (c’era Lyndon Johnson). Dopo il liceo si iscrisse all’MIT e cominciò a produrre sequenze vincenti di software innovativi, società tecnologiche, e accordi con grandi compagnie. Per molti anni lavorò simultaneamente sulla musica e sul riconoscimento vocale (in entrambi i sensi: computer che traducono in testo scritto un contenuto audio, o che “leggono” un testo scritto), producendo sia software che hardware. Il suo primo grande sostenitore – per ovvie ragioni interessato ad ambedue le questioni – fu Stevie Wonder, che vide in tv la presentazione della “Kurzweil Reading machine” e ne acquistò immediatamente un esemplare, nel 1976: da allora fu complice e ispiratore del lavoro di Kurzweil sulla sintesi musicale, e delle sue invenzioni dedicate alla musica elettronica.<br />
<a href="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/pills.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-18467" style="margin: 4px;" title="pills" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/pills-300x168.jpg" alt="pills" width="240" height="134" /></a>In giro per l’ufficio della Kurzweil Technologies ci sono riproduzioni dei suoi primi apparecchi e altri cimeli elettronici. Su una cassettiera di metallo sono invece esposti gli integratori alimentatori prodotti da Kurzweil e dal suo socio Grossman sotto il marchio “Ray and Terry Longevity Products”: decine di boccette di plastica di diverse dimensioni ed etichette colorate. Prendo in mano la confezione da 60 pillole di Resveratrolo, ha l’etichetta rossa, costa 26 dollari e 80 centesimi. Il librone giallo dice che è un elemento prodotto da alcune piante e dall’uva, e presente nel vino rosso. Malgrado si sia dimostrato che può allungare la vita delle mosche della frutta, di alcuni pesci e dei lieviti, Kurzweil e Grossman scrivono che “è ancora troppo presto per sapere se gli integratori di Resveratrolo possano aiutare significativi allungamenti nella durata della vita degli umani”. Ma – hai visto mai – “Ray e Terry ne assumono 50 milligrammi due volte al giorno”. Due pillole dalla boccetta rossa. Kurzweil ne prende ogni giorno altre 248, di ogni genere e colore, tutte descritte nel librone.</p>
<p>“Hai visto mai” è un elemento centrale nella visione di Kurzweil, e quello che attenua lo spaesamento dei profani. Le sue certezze profetiche nella descrizione del futuro sono dissimulate dalla pacatezza degli argomenti, e il suo è un proselitismo garbato, poco battagliero. “Quel libro è una sveglia per le persone della mia generazione, che devono lavorare molto per essere in buona forma per i prossimi 15 anni”, mi dirà dopo, “quando l’aspettativa di vita crescerà di un anno ogni anno. Io ho 61 anni ma i risultati delle analisi dicono che ho un’età biologica di 41. Se riesco a rimanere sotto i 50 per i prossimi 15 anni, potrò beneficiare delle nuove biotecnologie che verranno prodotte in questo tempo” (quando gli parlerò della familiarità che un ascoltatore italiano ha con un caso di esibizione della propria giovinezza biologica e di pretesa di immortalità, Kurzweil mi chiederà guardingo quanti anni ha il caso in questione e se sto registrando – sì – limitandosi quindi a un sorriso).<br />
Sto rimettendo al suo posto il Resveratrolo – era accanto agli Isoflavoni di Soia o alle bacche di Acai? &#8211; quando il titolare mi si fa discretamente incontro, scusandosi per il ritardo. Ray Kurzweil non somiglia al manichino: è un uomo stempiato come suo padre, non tanto alto, che porta gli occhiali e parla piano e lentamente. Quando ascolta, guarda spesso in basso o da un’altra parte, intento ad assorbire quel che ascolta e a rifletterci. Mi guida nella sua stanza, dove mi ero solo affacciato nella mia perlustrazione precedente. È un ufficio luminoso e col soffitto basso, gremito di cose intorno alla scrivania e ai due piccoli divani: ancora medaglie e diplomi, ritagli di giornale, disegni di bambini, un grande ritratto su tela di Fredric Kurzweil, molte riproduzioni di gatti sovrappeso (FatKat è il nome della società di investimenti creata da Kurzweil), libri, pile di documenti, trofei, un’antica edizione di “Ventimila leghe sotto i mari”, un paio di piante, dei quadri a soggetto vegetale ai muri e altri quadri appoggiati per terra, tutto piuttosto ordinato ma decisamente esuberante. Al centro della scrivania c’è un PC, poi altri apparecchi e accessori e molti fili che li collegano. Ci sediamo di fronte, sui divani, e Kurzweil mi chiede immediatamente della Singularity University, dove sono stato un mese fa.<br />
<a href="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/pool.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-18468" style="margin: 4px;" title="pool" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/pool.jpg" alt="pool" width="230" height="173" /></a>All’inizio del 2009 Kurzweil e Peter Diamandis (l’imprenditore spaziale e fondatore del progetto X-Prize che Wired intervistò nel numero di giugno) hanno annunciato la creazione di una sorta di seminario ispirato alla teoria della Singolarità, la “Singularity University”. Non si tratta di una vera e propria università con corsi annuali, ma di un’istituzione che al momento ospita un corso estivo e si appresta ad avviare dei costosi seminari di pochi giorni per manager e amministratori delegati. La Singularity University è stata creata con la partecipazione della NASA e di Google, e la sua sede è all’interno della base Ames della NASA , nella Sylicon Valley. Per il corso estivo dedicato a “laureati e post-laureati” sono stati selezionati 40 curriculum su oltre mille domande. Un gruppo notevolissimo, non tanto di cervelloni, quanto di persone che stanno facendo o hanno fatto cose straordinarie nel campo dell’innovazione tecnologica in ogni parte del mondo (età media: trent’anni). Di fatto, una sorta di campo estivo , in cui allo scambio di informazioni ed esperienze tra i partecipanti – che hanno convissuto per tre mesi e pagato 25mila dollari – si è aggiunta una fittissima serie di incontri e di lezioni tenute da personaggi di ogni tipo di eccellenza: responsabili della NASA, grandi venture capitalist, presidenti di Google, capi di network televisivi, scienziati, fondatori di internet, inventori, esperti di tecnologie, oltre allo stesso Kurzweil, al centro del network di relazioni e reciproca stima che ha permesso questa impressionante concentrazione di celebrità tecnologiche. Ma le giornate della SU sono state dedicate anche a riunioni, brainstorming e confronti tra gli studenti, costruzione di robot, discussioni di teologia, lancio di missili, partite di pallone ed elaborazione di ogni tipo di progetto: dalle energie alternative ai trasporti alla gestione delle risorse.<br />
<a href="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/flags.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-18469" style="margin: 4px;" title="flags" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/flags-300x225.jpg" alt="flags" width="240" height="180" /></a>Il progetto, raccontato così, fa impressione per densità di contenuti e qualità degli intervenuti (gli studenti cosiddetti erano poi bioarchitetti turchi, consulenti del Ministero della Difesa israeliano, inventori di sistemi di diagnostica medica, progettisti indiani di innovativi sistemi di gestione aziendale, laureati portoghesi in neuronanorobotica, giovani progettisti di Google, studiosi di “chirurgia spaziale e telemedicina”, esperti di computer quantistici). Ma l’elemento di straordinaria efficacia del progetto di Kurzweil e Diamandis sta proprio nell’idea del “summer camp”, della condivisione e dello scambio. La relazione della Singularity University con la teoria che le dà il nome si riduce all’idea che di fronte a un imminente grande cambiamento si debba essere preparati a definirlo, orientarlo e capirlo, ma un accessorio delle visioni di Kurzweil è l’idea che i grandi cambiamenti avvengano nelle zone di contatto tra aree di studio diverse. Salim Ismail, ex vicepresidente di Yahoo e ora direttore della SU, spiega che è questa la grande differenza metodologica con le istituzioni accademiche tradizionali, a cominciare dall’MIT: “Sono strutture universitarie chiuse, dove la ricerca è compartimentata tra settori e dipartmenti che non si parlano tra loro. Noi qui pensiamo che personalità e competenze straordinarie possano affrontare il cambiamento studiandolo assieme sotto i suoi aspetti più diversi”. Sono percorsi – quello della costruzione di occasioni di confronto e condivisione e quello della dimestichezza con l’esposizione efficace del proprio sapere – di cui ci sarebbe molto bisogno in Italia, pensavo in quei giorni californiani privi del glamour e della pubblicità del TED: tutti in un prefabbricato polveroso con la colazione appoggiata su un banco di formica mentre Trevor Blackwell aveva già cominciato a parlare dei suoi robot umanoidi, o più tardi seduti sul marciapiede davanti al prefabbricato discutendo con John Smart (nomen omen, futurista e teorico del “cambiamento accelerato”) del rapporto con la propria motivazione personale rispetto all’innovazione. Il responsabile dei progetti europei della Singularity University è un italiano di origine ungherese, David Orban, e alla base Ames ha tenuto un’affollata lezione sulla “internet degli oggetti”. Orban sta lavorando alla trasposizione in Europa del modello dei corsi per manager: e al più complicato progetto del corso estivo, per cui in Europa è impensabile una disponibilità geografica in un solo luogo di così tanti protagonisti del cambiamento.</p>
<p><a href="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/SU.jpg"><img class="size-full wp-image-18470 alignleft" style="margin: 4px;" title="SU" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/SU.jpg" alt="SU" width="230" height="173" /></a>“Il problema delle università è che sono sempre più specializzate, e uno studente può studiare un tipo di neurone per tutta la sua carriera accademica”, conferma Kurzweil. “Noi cerchiamo di avere uno sguardo più ampio e coprire diversi campi, e di trovare le intersezioni tra questi diversi campi. Perché le soluzioni sono lì: nell’applicare l’intelligenza artificiale e le nanotecnologie alla biotecnologia, per esempio. Le soluzioni ai grandi problemi sono sempre più interdisciplinari. E solo con una prospettiva ampia sulla crescita della information technology e su tutti questi campi si possono considerare le implicazioni sociali, filosofiche, etiche e legali di tutto questo e di dove stiamo andando”.<br />
La prospettiva della Singolarità, di un tempo vicino in cui le intelligenze artificiali saranno autosufficienti e creeranno un unico sistema potenzialmente immortale con le intelligenze biologiche ha creato molto interesse nel mondo scientifico, ed è stata molto discussa anche per le sue implicazioni etiche, appunto. Lo studio dei modelli del passato e l’idea che l’accelerazione sarà straordinariamente più rapida di quello che ci aspettiamo sono stati presi molto sul serio da tutti, ma l’affermazione delle intelligenze artificiali nella misura in cui la immagina Kurzweil (in un attentissimo equilibrio tra l’immaginare tendenze e scenari e fermarsi prima di dettagliarli troppo, per non trasformare le previsioni in fantasie) ha trovato molti dubbiosi. Qualcuno la giudica impossibile tecnicamente, qualcuno ne teme le conseguenze e sostiene che gli uomini sapranno tenerla a bada, altri ne temono le conseguenze e accusano di Kurzweil di eccitarsi per quella che invece sarà la fine del genere umano. Molti non riescono a capire esattamente a cosa alluda – ma lui stesso, appunto, dice di non saperlo <em>esattamente</em> – e questo li spiazza nel giudizio. Altri lo accusano di stare creando una specie di religione senza Dio, un “disegno intelligente per cervelloni”. La stroncatura più lucida e pittoresca è quella di Douglas Hofstadter, il celebre studioso di scienze cognitive divenuto popolare per il suo tomo divulgativo “Gödel, Escher, Bach”. In un’intervista del 2007 Hofstadter spiegò che il giudizio sulle teorie di Kurzweil è un terreno minato: “Propongono una cosa molto confusa, una varietà bizzarra di idee fondate e buone assieme ad altre che sono folli. È come se prendeste dell’ottimo cibo per cani e lo mescolaste così bene con della cacca di cane che poi non si capisce più cosa è buono e cosa fa schifo. Un densissimo frullato di buone idee e spazzatura”.<br />
Hofstadter invitò Kurzweil e altri teorici della Singolarità a un incontro pubblico, qualche anno fa, ma secondo lui si sottrassero a prendersi la responsabilità delle cose più estreme che Kurzweil aveva scritto nei suoi libri. Secondo Kurzweil, al di là delle mille obiezioni di cui si è trovato a discutere, la ragione principale dei dubbi nei suoi confronti è che “le persone sono abituate all’idea della morte, ne hanno bisogno e hanno elaborato complesse filosofie in relazione alla morte: nelle nostre culture la prospettiva della morte dà senso alla vita e la definisce. Non è una cosa che la gente è disposta a credere che possa essere rimossa”.</p>
<p>Mentre spiega, Kurzweil cita continuamente questo o quel capitolo del suo libro e lo apre per mostrarmi i grafici che indicano le curve esponenziali dell’innovazione nella storia del genere umano. Gli chiedo come si confronti col fatto – che lui stesso sottolinea – che “le persone <em>non capiscano</em> che questa svolta sarà molto rapida e rivoluzionerà completamente le nostre vite, diverremo padroni del nostro destino”: la presunzione di averlo capito solo lui non gli sembra un argomento su cui riflettere? È perché si crede più intelligente di tutti, cosa non da escludere? Ma Kurzweil ha una risposta equlibrata su tutto, e riesce a rendere credibile ogni prospettiva con argomenti semplici e documentati. La discussione lo appassiona e fa parte del suo lavoro, accoglie curioso ogni obiezione (salvo quelle di chi “parla senza avere letto i miei libri”): “No, è solo che io studio queste cose da trent’anni. Trent’anni fa anch’io avrei trovato incredibili le cose che ho capito poi. Ho lavorato sui modelli e sulla loro evoluzione come nessuno, e so leggere un corso di eventi e capire che strada prenderà. Non possiamo sapere esattamente dove porterà quella strada, ma possiamo capire in che direzione va. Per il successo di tutte le mie invenzioni è stato fondamentale non solo averle progettate e prodotte, ma avere studiato e capito quale fosse il momento giusto per farlo, arrivare puntuali a quell’appuntamento”.</p>
<p><em>“Inventare è un po’ come fare surf: bisogna vedere l’onda in anticipo e catturarla al momento giusto”<br />
</em>(La singolarità è vicina, Ray Kurzweil)</p>
<p>Kurzweil ha scritto che nel 2029 i computer saranno in grado di superare il test di Turing, ovvero di dare risposte non distinguibili da quelle di un’intelligenza umana, e che entro il 2045 “la singolarità ci permetterà di superare le limitazioni di corpo e cervello biologico. Otterremo il controllo dei nostri destini. La nostra mortalità sarà nelle nostre mani. Potremo vivere finché lo desidereremo (una cosa leggermente diversa dal dire che vivremo per sempre)”.<br />
“A un certo punto l’intelligenza artificiale supererà quella biologica, è inevitabile. La prima cresce esponenzialmente, la seconda è immobile da quando le nostre fronti si ampiarono per accogliere una corteccia cerebrale più grande. Ma saranno in stretta relazione, una sola cosa, non parliamo di un’invasione aliena da Marte”.<br />
Non resisto alla tentazione di esporgli anch’io i pensieri più immediati che noi umani abbiamo rispetto a questi scenari.<br />
<strong>E cosa ci garantisce questa relazione? A che serviremo ancora, noi “biologici”?<br />
</strong>L’intelligenza artificiale nasce da modelli tratti dall’intelligenza biologica, farà ancora parte di “noi”, avrà rispetto per ciò da cui proviene.<br />
<strong>Noi per le scimmie non abbiamo avuto tanto rispetto, le abbiamo uccise e messe negli zoo, eppure proveniamo da lì. I “noi” del futuro potrebbero non avere rispetto per i “noi” di oggi.<br />
</strong>Qualcun altro ha fatto questa ipotesi, immaginando una specie di guerra: ma sarebbe come una guerra tra un complesso militare industriale e gli Amish. Non sarebbe neanche una guerra. Ma semplicemente non ci saranno “noi di oggi”: nessuno rifiuterà la crescita di sé, delle opportunità, dei modi per curare il proprio corpo e controllare la propria vita. Quando proponi alle persone l’uso di nanorobot che diffusi nel sangue permettono al sistema immunitario di sconfiggere il cancro, le implicazioni filosofiche diventano secondarie. Se parte del tuo cervello è distrutto dal Parkinson e puoi introdurre un computer a sostituire i nervi, vorrai essere sicuro che funzioni davvero, ma non dirai che non vuoi avere un computer in testa<br />
<strong>Non crede che le variabili siano troppe e troppo incontrollabili per poter fare previsioni in termini di anni e così definite? Non basta un batter d’ali di farfalla a ribaltare tutto lo studio dei modelli di crescita passati?<br />
</strong>“Batter d’ali di farfalla ci saranno e ce ne sono stati. C’è stata la Guerra Mondiale e c’è stata la Guerra Fredda, ma se guardiamo l’evoluzione dell’innovazione tecnologica e del suo peso nelle nostre vite, sul lungo termine questa evoluzione si è mantenuta coerente. Quello che noi possiamo prevedere è l’accelerazione esponenziale di questa crescita nell’introduzione di nuove tecnologie, ma non come verranno usate: possono essere la soluzione dei grandi problemi del mondo, ma anche essere usate contro l’umanità. Però sul lungo periodo solo un evento catastrofico e definitivo per la razza umana – che non possiamo escludere – potrebbe arrestare questo processo. Non un batter d’ali di farfalla”.<br />
<strong>Altra obiezione: non è che stiamo parlando di un fenomeno che riguarda una parte ridotta e privilegiata del mondo? Alla fine molte delle novità tecnologiche di cui parliamo non riguardano ancora parti cospicue di alcuni continenti.<br />
</strong>“Non è vero. Il crollo dei costi e l’accessibilità delle tecnologie sono anch’essi processi storici dimostrati.I telefoni cellulari sono ovunque. Hanno già modificato la vita delle persone ovunque. Ce li hanno in tasca i contadini in Cina. E anche questo è una dimostrazione della forza del cambiamento e della sua rapidità. Se la guardi da qui, la nostra vita anche solo dieci anni fa ci sembra primitiva”.<br />
<strong>Ma era peggiore? Siamo sicuri di non confondere il progresso e la rivoluzione tecnologica con il reale miglioramento delle nostre condizioni di vita?<br />
</strong>“Io non credo che la felicità debba essere il nostro obiettivo. Credo piuttosto che lo scopo sia superare le limitazioni alla nostra creatività. Se avessi chiesto a un cavernicolo cosa lo rendesse felice, avrebbe risposto una grossa pietra per difendere la sua caverna dagli animali feroci”.<br />
<strong>E infatti quando la ebbe fu davvero più felice…<br />
</strong>“E allora desiderò un modo per conservare il fuoco…”<br />
<strong>E ottenne anche quello, e fu più felice…<br />
</strong>“Ma se gli avessimo chiesto se voleva dei videogames o un blog tutto suo non avrebbe saputo di cosa parlassimo: gli orizzonti del possibile si espandono col tempo”.<br />
<strong>Noi infatti ci crediamo più felici, oggi, con i nostri videogames e i nostri blog…<br />
</strong>“Io credo che ci sentiamo più appagati; la felicità è una cosa che raggiungi temporaneamente e in momenti occasionali. Io sono felice se una mia invenzione aiuta una persona cieca, o se mi innamoro. Non si può essere in una condizione stabile di felicità. Ma credo che la nostra attitudine sia di voler superare sempre i limiti e avere orizzonti più ampi, che è una cosa unica della razza umana. Non siamo rimasti a quattro zampe, non siamo rimasti con i piedi per terra, non siamo rimasti neanche sul nostro pianeta, non siamo rimasti nella nostra durata di vita, che mille anni fa era in media di 23 anni”.<br />
<strong>È a questo che si riferisce quando dice “controlleremo i nostri destini”? All’estensione dell’aspettativa di vita?<br />
</strong>“Sì, ma credo che cambiera proprio la natura stessa della vita. Non dipenderemo solo da un corpo biologico, saremo in grado di controllare corpi virtuali, realtà virtuali, nanorobot, potremo creare nuovi corpi, ridefiniremo il significato della parola vita. Ma non puoi mai dire di essere immortale, perché non sai mai davvero cosa possa succedere in futuro”.<br />
Quest’ultima frase è una notevole postilla alle previsioni sul futuro di Kurzweil. O forse dovrebbe esserne una premessa, insieme a “hai visto mai”.</p>
<p><a href="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/rayandluca1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18476" style="margin: 4px;" title="rayandluca" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/rayandluca1-300x168.jpg" alt="rayandluca" width="240" height="134" /></a>Alla fine degli anni Ottanta Kurzweil annunciò che nel giro di dieci anni un computer avrebbe battuto i migliori giocatori di scacchi del mondo. Garry Kasparov, che al tempo aveva negato una simile possibilità, perse da un computer IBM nel 1997. A metà degli anni Ottanta Kurzweil predisse la fine dell’Unione Sovietica a causa dell’estensione del flusso di informazioni tra i suoi cittadini. Nello stesso periodo indovinò i tassi di crescita futuri di internet e l’affermazione delle connessioni wireless. Nel frattempo inventava i primi scanner piatti e i software di riconoscimento vocale. Ma la sua visione di macchine umane, di “intelligenza diffusa”, di controllo del proprio invecchiamento (“Ho più dubbi sull’inversione del tempo”) è intimamente legata all’altro fronte principale della sua attività recente: quello del librone giallo. Kurzweil dice di volersi tenere pronto per la Singolarità, in modo che quando le biotecnologie e le nanotecnologie permetteranno di migliorare il funzionamento dei nostri corpi e aumentare la loro longevità, il suo non sia già troppo invecchiato: “tra vent’anni molti dei nostri organi saranno rimpiazzati da nanorobot”. E per diffondere questo progetto ha scritto “Transcend”, che mescola un dettagliato lavoro divulgativo sul funzionamento dei nostri organi e cervelli, sui processi dell’alimentazione e sulle funzioni vitali, a istruzioni pratiche da manualistica elementare, in una concretezza molto americana. Ci sono le ricette, in Transcend, e ci sono le figure degli esercizi di ginnastica da compiere (magari non vivrò in eterno, ma ho imparato a fare l’insalata di pollo southwestern e le estensioni dei tricipiti). Gli chiedo se non tema che questo rischi di banalizzare il suo lavoro – un suo libro (nero)si trova negli scaffali di “tecnologia e sviluppo software/informatica avanzata/AI” e l’altro (giallo) in “diete e salute” – a cominciare dal brand “Ray &amp; Terry” per la linea di integratori, che ricorda da vicinissmo la catena di gelaterie “Ben &amp; Jerry’s”. Ma Kurzweil cade dalle nuvole o mostra di farlo: “immagino che suonasse più familiare”. C’è qualcosa di terribilmente seducente nel modo posato e monocorde con cui espone ogni cosa, qualcosa che attrae centinaia di persone alle sue conferenze e che sommato all’estensione infinita della sua preparazione rende Kurzweil un uomo straordinario, forse lui stesso un abbozzo dell’intelligenza superiore che annuncia (meno convincente come testimonial dell’uomo perenne: se non dimostra i suoi 61 anni, ne dimostra almeno 58). Secondo lui, ciò che negli ultimi due anni ha reso straordinariamente più credibili le sue visioni – fondate, lo erano già – sono gli smartphone e la loro diffusione e familiarità: una volta che ci siamo abituati a tanta intelligenza artificiale sempre connessa alla rete e sempre con noi, in tasca, immaginare di averla qualche centimetro più in là, disseminata nel nostro corpo, è meno complicato. E in effetti il mese scorso, commentando le prospettive della “augmented reality”, il giornalista giapponese Toshinao Sasaki ha notato che sta sparendo già la separazione tra reale e virtuale, tra mondo di internet e mondo fuori di internet, persino quella tra pubblico e privato: “è possibile immaginare gli smart phones nel ruolo di cervelli supplementari”.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-18471" style="margin: 4px;" title="inventor" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/inventor-300x168.jpg" alt="inventor" width="240" height="134" />Mentre esco dall’ufficio della Kurzweil Technologies passando davanti al manichino dell’inventore – chiedendomi a questo punto se sia davvero un manichino – non mi risolvo ad aderire alla “new-age-per-geeks” dei fans di Kurzweil né alle accuse di squilibrio mentale o paura di invecchiare che gli muovono i suoi detrattori. In ogni caso, Kurzweil ha un vantaggio su tutti i grandi profeti del passato: se ha ragione, vivrà abbastanza per dire “ve l’avevo detto”.<br />
<strong>Pensa mai di sbagliare?<br />
</strong>Sono piuttosto sicuro che l’importanza di queste tecnologie continuerà a crescere e che riusciremo a risolvere I problemi che abbiamo oggi. Mi preoccupo dei problemi che avremo domani, che saranno creati dalle stesse tecnologie, e penso che il futuro sarà più complicato. Ma vuole sapere se penso mai che il futuro possa invece essere come il presente? No, non credo.</p>
 <img src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/plugins/wordpress-feed-statistics/feed-statistics.php?view=1&post_id=18463" width="1" height="1" style="display: none;" />]]></content:encoded>
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		<title>Liberi, tutti</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2009 08:32:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È in edicola il nuovo numero di Wired dedicato alla candidatura di internet al Nobel per la pace 2010. Tra le altre ragioni di questa candidatura, pubblica anche questa. La prima manifestazione di questa storia si svolse nel 1999, a &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/11/23/liberi-tutti-4/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.internetforpeace.it/" target="_blank"><img class="alignleft" style="margin: 5px; border: 0px initial initial;" src="http://www.internetforpeace.it/share/OPT-4-I4P-banner-ENGLISH-300-x-250.gif" border="0" alt="" width="300" height="250" /></a><br />
<em>È in edicola il nuovo numero di Wired dedicato alla candidatura di internet al Nobel per la pace 2010. Tra le altre ragioni di questa candidatura, pubblica anche questa.</em></p>
<p>La prima manifestazione di questa storia si svolse nel 1999, a Pechino. Circa diecimila persone si allinearono sui marciapiedi intorno a Zhongnanhai, il quartier generale del Partito Comunista e del governo cinese. Erano passati dieci anni dalle proteste di piazza Tien An Men e dalla sanguinosa repressione che ne era seguita, e da allora Zhongnanhai e il suo alto muro di cinta erano tornati a essere sorvegliati militarmente. Le persone che circondarono pacificamente il quartiere quel 25 aprile erano membri di un’organizzazione religiosa allora praticamente sconosciuta in Occidente, ma popolarissima in Cina, il Falun Gong. Si erano date convegno per protestare contro una crescente campagna di denigrazione delle loro attività da parte di autorità statali e accademiche, culminata pochi giorni prima in un articolo molto severo contro il Falun Gong e le sue pratiche pubblicato su un giornale universitario di Tientsin, la quarta città più grande della Cina. La loro divenne la più grande protesta pubblica in Cina dai tempi di Tienanmen, ma si sciolse pacificamente dopo che il primo ministro di allora, Zhu Rongji, ebbe promesso ai manifestanti di accogliere le loro richieste di maggior rispetto.<span id="more-17917"></span> Il Falun Gong è un movimento spirituale giovane, ma che è cresciuto in maniera rapida e spettacolare. Fu fondato nel 1992 da Li Hongzhi, un cinese allora quarantenne che oggi vive negli Stati Uniti e sulla cui formazione le notizie sono poche e contraddittorie. Tutto quello che riguarda il Falun Gong è avvolto da uno spessore oscuro di propaganda e contropropaganda. Da una parte le autorità cinesi lavorano da dieci anni per sostenerne la natura di “setta” o “culto” che plagia la volontà dei suoi aderenti e mette a rischio la loro salute con pratiche terapeutiche prive di fondamento scientifico. Dall’altra le complesse teorie religioso-spiritual-scientifiche del Falun Gong si sono mescolate a una potente campagna difensiva di comunicazione in cui spesso non è facile capire la verità. In mezzo, molti studiosi del Falun Gong hanno cercato di individuare le distorsioni dell’autopromozione del Falun Gong (non si può dire sia vero che non esista per niente un’organizzazione del movimento, né che alcuni i suoi promotori non ne abbiano tratto mai vantaggi economici, per esempio) senza però mettere in discussione la mostruosa persecuzione di cui i suoi membri sono vittime in Cina. Che cominciò da subito dopo quella manifestazione del 1999. Prima, il Partito Comunista aveva non solo tollerato la grande espansione del Falun Gong in Cina, ma aveva anche incentivato le sue terapie mediche e di benessere accessibili a tutti, e più economiche della medicina scientifica; e aveva tollerato le sue pratiche ginniche e di meditazione nel solco delle tradizioni cinesi di attività simili. Da tempo, però, nei confronti del Falun Gong si erando andati appuntando serie critiche scientifiche e dubbi etici insieme a timori che il suo seguito diventasse troppo forte e indipendente dalle ideologie e dalle pretese del regime comunista: si parlava di diverse decine di milioni di praticanti. La manifestazione del 25 aprile mise molta paura al governo cinese, e i dubbi leciti sul carattere del Falun Gong diventarono dal giorno dopo lo strumento di un’illecita persecuzione di massa. I primi arresti furono compiuti nei giorni immediatamente seguenti, in un’escalation di repressione che culminò nella dichiarazione di illegalità del Falun Gong, responsabile di “attività proibite, diffusione di false credenze, plagio, incitamento ai disordini e minaccia alla stabilità sociale”. La manifestazione di Zhongnanhai fu dipinta dalle autorità come un minaccioso assedio agli organi dello stato e le persecuzioni partirono, colpendo anche moltissimi responsabili del partito e delle autorità che avevano aderito al Falun Gong negli anni precedenti. Tra di loro, il padre di Shiyu Zhou.</p>
<p>Nel 1989 Shiyu Zhou aveva ventidue anni e studiava all’università Tsinghua, che è spesso definita una sorta di MIT cinese. Come molti altri studenti di Pechino, partecipò alle dimostrazioni in piazza Tien An Men e ne vide la repressione violenta con i suoi occhi: “Ma quando spiegavo ai miei amici e parenti nel resto della Cina cosa fosse successo in quei giorni, non mi credevano. Mi dicevano che era una sommossa controrivoluzionaria degli studenti, e che erano gli studenti ad avere aggredito e ucciso i soldati. Le immagini della tv facevano sembrare cattivi i buoni e buoni i cattivi. Fu allora che io e molti come me capimmo quale fosse la potenza della propaganda di stato, e ci convincemmo a venire via”.<br />
Shiyu Zhou oggi vive e insegna a New York. Ha fatto il Ph.D. all’università della Pennsylvania ed è diventato un praticante del Falun Gong seguendo suo padre. “Mio padre e mia madre erano entrambi alti ufficiali dell’esercito cinese, ma le nostre condizioni di vita erano molto modeste. Quando ero ragazzo mio padre ebbe due attacchi di cuore, poi un cancro e un’operazione. Poi il cancro tornò, e lui provò ogni cosa, ogni medicina, per stare meglio: invano. E alla fine provò il Falun Gong: andava ogni giorno al parco a fare gli esercizi, con altre centinaia di persone, come avveniva allora. E cominciò a stare meglio”.<br />
Il Falun Gong, come molte altre pratiche spirituali cinesi con cui ha affinità, teorizza una strettissima relazione tra mente e corpo, e le sue pratiche sono volte all’elevazione e alla cura di entrambi. Nel 1998 Shiyu Zhou seguì l’esempio di suo padre e divenne un praticante del Falun Gong, in Pennsylvania. L’anno successivo il Falun Gong fu dichiarato fuorilegge in Cina, e suo padre venne arrestato insieme a molti altri.<br />
“Decisi che dovevo fare qualcosa per aiutarlo, e per aiutare tutti gli altri che ora in Cina erano perseguitati. E dove, se non su internet?”<br />
Alla fine degli anni Novanta internet era già molto popolare e diffusa anche in Cina. Gli stessi membri del Falun Gong ne facevano grande uso per diffonderne messaggi e istruzioni, e la censura ne cominciò a colpire i siti allo stesso tempo in cui le persone venivano arrestate.<br />
“Quando è arrivata internet, in Cina è arrivata la censura su internet. E dal 1999 si è dedicata con grande intensità al Falun Gong. All’inizio si limitavano a bloccare gli indirizzi IP dei siti malvisti. Allora noi cominciammo a spedire per email notizie e informazioni che in Cina erano nascoste: decine di migliaia di mail. Ma le autorità cinesi trovarono il modo di filtrare e bloccare anche quelle”.<br />
Zhou e altri suoi compagni del Falun Gong che vivevano negli Stati Uniti costruirono un network molto assiduo ed efficace: molti di loro, come Zhou, erano ingegneri ed esperti di computer con straordinarie abilità informatiche. Crearono un’organizzazione – Global Internet Freedom Consortium – e cominciarono a ingaggiare una battaglia con la censura cinese. “Ci convincemmo a un impegno maggiore e più agguerrito nel 2001, quando vedemmo di nuovo all’opera la macchina dell’inganno che avevamo conosciuto ai tempi della strage di Tien An Men”. Nel 2001 le autorità e i mezzi di comunicazione cinesi sostennero che cinque membri del Falun Gong si erano bruciati per protesta sulla stessa piazza Tien An Men: due di loro morirono, una donna e una bambina. L’episodio fu usato per confermare il carattere di culto disumano e deviato del Falun Gong. I praticanti del Falun Gong sostengono invece che il suicidio e la violenza sono condannati dal loro movimento, e che le immagini di quell’episodio mostrano molte stranezze: che quindi non si sia trattato di una protesta di aderenti al Falun Gong, ma di un’iniziativa diversa e mai spiegata. I media internazionali se ne occuparono molto, ma l’inattendibilità delle versioni da una parte e dalla’altra ha sempre impedito di capire chi fossero davvero quelle persone. Per la campagna di discredito del Falun Gong in Cina fu comunque un grande successo, e per Zhou e i suoi amici il segno che bisognava contrattaccare. La sfida per la diffusione di informazioni online e per l’accesso ai siti di tutto il mondo sul territorio cinese ha da allora avuto un’escalation, con una svolta decisiva determinata dall’ingresso sulla scena di Bill Xia e del suo software: Freegate.<br />
Di Bill Xia si sa molto poco. Dopo che un collaboratore del GIFC fu aggredito a casa sua, e i suoi computer furono saccheggiati, le persone del GIFC sono diventate molto attente e guardinghe, e più prudente di tutti è il creatore del programma che ha messo in crisi la censura cinese in questi ultimi due anni. Anche lui è nato in Cina e vive negli Stati Uniti, da qualche parte sulla costa est. Preferisce non incontrare i giornalisti, e ha concesso a Wired Italia un’intervista telefonica molto puntuale su Freegate e il Falun Gong, e molto evasiva su di sé, chiedendo una comprensibile discrezione.<br />
Prima che Xia creasse Freegate, le tecniche di individuazione degli IP di bloccare e di filtro dei contenuti usate dalla censura cinese erano diventate molto elaborate ed efficaci. “Il sistema più comune e facile per aggirare i blocchi degli IP è creare dei proxy, cioè dei server che fanno da intermediari tra chi vuole raggiungere un sito bloccato e quel sito. L’utente si dirige verso l’IP del proxy, e da lì viene reindirizzato sull’IP bloccato. Il limite di questo sistema è che non è possibile comunicare a grandi numeri di utenti interessati l’indirizzo IP del proxy senza che lo vengano a sapere anche i censori, e possano così bloccare anche quello. La soluzione è un IP dinamico, ma bisogna aggiornare tempestivamente gli utenti dei nuovi indirizzi”. Freegate fa questo: è un’applicazione che pesa quanto un jpeg, che si può spedire per mail, o trasmettere via instant messenger, o scaricare dalla rete. Una volta installata, “parla” direttamente con il proxy e reindirizza su indirizzi IP che cambiano ogni secondo. Con grandi investimenti economici e tecnici, la censura cinese si è messa in guerra contro Freegate, e Freegate aggiorna le sue successive versioni per difendersi: un progetto di munire obbligatoriamente ogni nuovo computer venduto in Cina di un filtro software interno è stato per il momento sospeso. In Cina gli utenti di Freegate sono stimati oggi oltre il milione di persone.</p>
<p>Ed ecco la seconda manifestazione, in questa storia. È quella del 13 giugno 2009 a Teheran, subito dopo la comunicazione dei risultati elettorali che davano vincente il presidente uscente Ahmadinejad. Accusandolo di brogli, i sostenitori del suo oppositore Mousavi scesero in strada in molte città iraniane, avviando la più grande protesta pubblica dai tempi della rivoluzione che aveva cacciato lo Scià. Nelle stesse ore, il regime iraniano sospendeva l’accesso a internet per tre quarti d’ora e approntava una serie di blocchi e filtri rispetto a molti siti e servizi online internazionali.<br />
Pochi mesi prima, il GIFC aveva diffuso in rete una versione in farsi di Freegate, ma aveva dovuto inibirne l’uso quasi subito perché l’enorme numero di utenti iraniani aveva saturato e fatto crollare i server. Il 13 giugno, però, visto quello che stava succedendo e le richieste che arrivavano, il GIFC riaprì l’uso di Freegate agli iraniani: gli oppositori di Ahmadinejad avevano preparato da mesi la conquista di spazi di comunicazione online col resto del mondo, spazi che sarebbero divenuti essenziali in quei giorni di repressione e censura. “Il numero di utenti raggiunse il milione nel giro di 20 ore. La censura iraniana è molto meno avanzata di quella cinese, e quindi la diffusione di Freegate fu molto più rapida. Fummo di nuovo costretti a sospenderlo, e successivamente lo riattivammo solo rispetto all’accesso di alcuni siti come YouTube, Twitter e Facebook”. Fu grazie a Freegate che nelle settimane successive “la rivoluzione di Twitter” potè comunicare col mondo e riceverne informazioni. Sul sito del GIFC campeggia uno degli infiniti messaggi arrivati dagli utenti iraniani: “Voglio solo dirvi che Freegate ci ha salvati, perché durante le elezioni non c’erano strade per comunicare col mondo e voi ce le avete aperte. Quindi molte grazie a voi di Freegate. Vi adoro”.</p>
<p>Ho fatto a Zhou e a Xia la stessa domanda, dopo che entrambi mi avevano ripetuto che né loro né il Falun Gong vogliono fare politica e che vogliono solo ottenere che i cinesi siano liberi di praticarlo alla luce del sole. “Se non ci fosse stata la repressione, non mi sarei mai imbarcato in tutto questo”, mi aveva detto Zhou. Ma non siete fieri, ho chiesto loro, che la vostra battaglia sia diventata una battaglia più grande per la libertà e la democrazia nel mondo grazie a internet? “Siamo contenti che il nostro lavoro possa aiutare anche delle altre persone”, mi hanno risposto diplomaticamente, entrambi con le stesse parole. Allora ho insistito: fatemi capire, se il Falun Gong tornasse a essere libero e legale, cosa fareste, continuereste a lavorare su Freegate e a combattere le censure nel mondo? “Tornerei a insegnare e basta, ma sono contento se Freegate potrà aiutare altre persone”, ha risposto Zhou. “Me ne andrei un po’ in vacanza”, ha detto Xia.</p>
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		<title>Jimmy Donal &#8220;Jimbo&#8221; Wales (pronounced /ˈdoʊnəl weɪlz/; born August 7, 1966)</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Sep 2009 04:04:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cartastampata]]></category>
		<category><![CDATA[Wired]]></category>
		<category><![CDATA[Jimmy Wales]]></category>
		<category><![CDATA[wikipedia]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa conversazione con Jimmy Wales è sul nuovo numero di Wired italiano. Intanto, Wales ha diffuso una chiamata alla partecipazione al futuro di Wikipedia. Stai contando i soldi? Eh? Leggo che la Wikimedia Foundation ha appena ricevuto mezzo milione di &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/09/23/jimmy-donal-jimbo-wales-pronounced-%cb%88do%ca%8an%c9%99l-we%c9%aalz-born-august-7-1966/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa conversazione con Jimmy Wales è sul nuovo numero di Wired italiano. Intanto, Wales ha diffuso una </em><a href="http://volunteer.wikimedia.org/"><em>chiamata</em></a><em> alla partecipazione al futuro di Wikipedia.</em></p>
<p><strong>Stai contando i soldi?</strong></p>
<p>Eh?</p>
<p><strong>Leggo che la Wikimedia Foundation ha appena ricevuto mezzo milione di dollari dalla fondazione intitolata al creatore della Hewlett Packard…</strong></p>
<p>Ah, sì, ma non li conto io. Sono già contati e destinati.</p>
<p><strong>A cosa?</strong></p>
<p>Adesso ci interessa molto potenziare l’infrastruttura di Wikipedia, sia quella tecnica che quella organizzativa. Le cose diventano più complicate man mano che si cresce. E poi stiamo investendo molto nelle edizioni di Wikipedia in lingue meno diffuse, soprattutto in Africa e Asia.</p>
<p><strong>E secondo te come mai danno questi soldi a Wikipedia?</strong></p>
<p>Credo che a convincerli sia l’opportunità di dare risorse educative accessibili a tutti.</p>
<p><strong>Tu pensi che Wikipedia possa sostituire le didattiche tradizionali? Rimpiazzare i libri di testo?</strong></p>
<p>Penso possa essere una parziale alternativa dove i libri di testo non ci sono, ma no, non sostituirli nelle scuole.</p>
<p><strong>E però mio figlio dodicenne copia le ricerche da Wikipedia…</strong></p>
<p>Guarda che le copiavamo anche noi, da prima che esistesse Wikipedia. E comunque anche copiare insegna qualcosa, e le cose da cui si può copiare – e imparare &#8211; oggi sono molte di più.</p>
<p><strong>Ma tu cosa pensi quando di discute di come è cambiata la conoscenza, delle cose che non impariamo più perché tanto quando ne abbiamo bisogno sono lì a portata di mano? Fischietti, ti giri dall’altra parte?</strong></p>
<p>È una questione in cui c’è del vero, ed è interessante, come ogni discussione sul cambiamento. Ma io sono un ottimista, e ti ripeto che il cambiamento indotto dalla straordinaria diffusione di informazioni è un progresso che vale l’eventuale perdita di competenze individuali.</p>
<p><span id="more-16806"></span></p>
<p><strong>Tra i differenti grandi successi di internet di questi anni (YouTube, Amazon, eBay, Skype, Facebook) Wikipedia è quello che si è mantenuto più simile nel tempo. Voglio dire, cresce il numero di pagine e informazioni, ma il servizio resta sempre uguale e non si arricchisce di funzioni nuove: pensi che sarà così anche in futuro?</strong></p>
<p>Credo di sì. In fondo io ho sempre voluto fare un’enciclopedia accessibile al più grande numero di persone possibile, ricca e facile da consultare. Questa è la missione di Wikipedia, e quindi la crescita è data dal maggior numero di persone che riusciamo a raggiungere dal maggior numero di informazioni che riusciamo a offrire.</p>
<p><strong>Mi chiedo cosa significhino fenomeni di collaborazione collettiva come quello di Wikipedia rispetto al dibattito più generale a proposito di come i grandi eventi siano frutto di grandi movimenti diffusi o di iniziative individuali straordinarie: il sapere è trasmesso da grandi esperti o da moltitudini di piccole conoscenze?</strong></p>
<p>Io credo tutti e due. E guarda che anche Wikipedia cerca di tenere un equilibrio tra i diversi contributi, quello degli esperti e quello degli utenti comuni. Ho appena parlato a New York con una persona che sta lavorando alle pagine sulle lumache…</p>
<p><strong>Sulle cosa?</strong></p>
<p>Lumache, chiocciole, quelle viscide con la casetta nel guscio. Se ne sta occupando una professoressa universitaria esperta di lumache, ma la aiutano altri editor che non hanno competenze specifiche.</p>
<p><strong>Ma a parte le lumache, hai un senso di responsabilità personale rispetto al ruolo di Wikipedia nel raccontare la storia, nel sostituirsi per molti lettori a lavori di storiografia più approfonditi?</strong></p>
<p>Tieni conto che il racconto della storia è sempre stato un argomento molto delicato, e che la storia che ci è stata raccontata ha sempre avuto a che fare con chi ce l’ha raccontata. Quello che protegge Wikipedia è la franchezza e l’apertura del dibattito sui suoi contenuti: fino a che è così serio e responsabile le garanzie sono molte.</p>
<p><strong>Anche quando si tratta di usi interessati o strumentali delle pagine di Wikipedia e di quello che dicono? Penso alla politica per esempio…</strong></p>
<p>Guarda, ci sono cose che abbiamo fatto meglio e cose che abbiamo fatto peggio, ma sulla faziosità delle informazioni siamo molto attenti e prudenti, e credo che abbiamo messo in piedi un sistema molto protetto. Adesso abbiamo cominciato a lavorare con la verifica delle revisioni: ogni aggiornamento sarà messo online solo dopo una verifica.</p>
<p><strong>Una bella rivoluzione…</strong></p>
<p>Un esperimento, che ogni Wikipedia “locale” attuerà indipendentemente e con i tempi che ritiene (<em>per quella italiana, al momento le opposizioni solo prevalenti e le forze per gestirlo insufficienti, ndr</em>). Vediamo come va, che cosa succede, quali feedback riceve, come funziona. Ci vorranno due minuti o due giorni, per la verifica di una pagina? O due settimane? Come hai detto tu, abbiamo delle responsabilità.</p>
<p><strong>Ma questa novità implica che il sistema aveva delle imperfezioni, finora?</strong></p>
<p>Sì, in passato abbiamo dovuto bloccare delle pagine: adesso non sarà più necessario. E siamo orgogliosi di spiegare che – al contrario di quello che è stato scritto – Wikipedia sarà quindi più aperta, non meno. Tutti gli articoli che parlano di “limitazioni” sbagliano del tutto: è un’apertura.</p>
<p><strong>Pensi che sarebbe stato meglio farlo dall’inizio?</strong></p>
<p>Sì, ma ci è voluto tempo per sviluppare il software adeguato.</p>
<p><strong>E se funzionerà, cosa vorrà dire?</strong></p>
<p>Che l’apertura e la trasparenza funzionano quasi sempre meglio del controllo dall’alto.</p>
<p><strong>Mai pubblicato errori con conseguenze di cui ti rammarichi davvero?</strong></p>
<p>Ti devo dire di no: il sistema di Wikipedia implica che uno sbaglio sia molto meno pericoloso ed emendabile molto più rapidamente che non su un giornale, per esempio. Non è mai davvero un guaio serio o un pericolo per qualcuno.</p>
<p><strong>In questo caso in effetti mi vengono in mente solo complicazioni minori: la tua pagina su Wikipedia dice che non si sa che giorno sei nato…</strong></p>
<p>(Ride)</p>
<p><strong>Che c’è da ridere? Che figura ci fate, un’enciclopedia che non conosce il compleanno del fondatore! Dice “Sources differ about whether he was born on August 7 or 8”.</strong></p>
<p>È che sono nato il 7 agosto ma si sbagliarono e sui documenti scrissero “8 agosto”: io festeggio il 7, comunque.</p>
<p><strong>E perché non correggi?</strong></p>
<p>Io preferisco stare alla larga dalla mia biografia.</p>
<p><strong>E sulle altre pagine intervieni mai?</strong></p>
<p>Sto alla larga dalle cose controverse, che il mio intervento rischierebbe di renderle ancora più controverse. Ma su alcune pagine mi capita di scrivere, sì.</p>
<p><strong>Lo sai chi è Beate Eriksen?</strong></p>
<p>Chi?</p>
<p><strong>B-e-a-t-e Eriksen…</strong></p>
<p>Ah, sì! Lo so da una settimana. Un’attrice norvegese. È stata la nostra tremilionesima pagina su Wikipedia in inglese, festeggiata da poco, appunto. E sai cosa?</p>
<p><strong>Dimmi.</strong></p>
<p>Suo zio è Stein Eriksen, uno sciatore campione olimpico negli anni Cinquanta che poi si è trasferito negli Stati Uniti. E ogni anno io andavo a sciare in questo Eriksen Lodge nello Utah e mi chiedevo chi fosse questo Eriksen… L’ho scoperto ora, leggendo la pagina su sua nipote.</p>
<p><strong>Vedi che serve, Wikipedia?</strong></p>
<p>Puoi dirlo.</p>
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		<title>Amico è</title>
		<link>http://www.wittgenstein.it/2009/08/24/amico-e/</link>
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		<pubDate>Mon, 24 Aug 2009 08:15:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cartastampata]]></category>
		<category><![CDATA[Wired]]></category>
		<category><![CDATA[friendfeed]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Buchheit]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa chat con Paul Buchheit di FriendFeed è sul numero di Wired in edicola, ed era avvenuta (su FriendFeed) qualche tempo prima che FriendFeed annunciasse di essere stato acquistato da Facebook. Sulla quale cosa Paul Buchheit ha aggiunto poi una &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/08/24/amico-e/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questa chat con Paul Buchheit di <a href="http://friendfeed.com/">FriendFeed</a> è sul numero di Wired in edicola, ed era avvenuta (su FriendFeed) qualche tempo prima che FriendFeed annunciasse di essere stato acquistato da Facebook. Sulla quale cosa Paul Buchheit ha aggiunto poi una sua spiegazione, visto come si conclude la conversazione.</em></p>
<p><strong>-       Ciao, sei lì?</strong></p>
<p>-       Eccomi, pronto. Come va l’interfaccia italiana?</p>
<p><strong>-       Bene: c’era qualche errore di traduzione, risolto.</strong></p>
<p>-       Casomai mandami una mail. Comunque c’è un gruppo di FriendFeed dove raccogliamo i suggerimenti.</p>
<p><strong>-       Ho visto. Secondo te come mai in Italia FriendFeed è molto apprezzato dai bloggers e dagli utenti della rete più esperti, a discapito di Facebook e Twitter che fanno numeri maggiori? È un social network elitario?</strong></p>
<p>-       Credo sia perché è un servizio più nuovo, e i primi esploratori sono sempre gli utenti più attratti dalle novità. Ma dovremo allargare la base, col tempo.</p>
<p><strong>-       FriendFeed è una sintesi di un aggregatore, un blog e una chat: la funzione “messaggi diretti” è il modo migliore di avere una chat come questa su FriendFeed?</strong></p>
<p>-       Per me sì, tu preferisci qualcos’altro?</p>
<p><strong>-       Non so l’esperto sei tu, non vorrei offenderti. Skype non è più efficace? Per esempio mi fa vedere se mi stai scrivendo qualcosa</strong></p>
<p>-       Beh, tanto su questo computer non avevo Skype. Comunque stiamo lavorando all’interfaccia sul tempo reale, in modo che si possa segnalare la presenza online degli interlocutori.</p>
<p><strong>-       Ok, allora adesso spiega FriendFeed a un profano: a uno che non distingua Facebook da Twitter.</strong></p>
<p>-       FriendFeed è il modo più facile per condividere cose e discutere con i tuoi amici. C’è un box in cui si può scrivere un messaggio o inserire un link o una foto. Gli altri possono quindi commentare o apprezzare le cose che hai condiviso. Quasi tutto il resto è secondario.<span id="more-16331"></span></p>
<p><strong>-       Definisci “apprezzare”.</strong></p>
<p>-       C’è un comando – “mi piace” &#8211; che permette di segnalare se hai apprezzato un intervento. È un’altra forma di condivisione.</p>
<p><strong>-       Ok, e qui il profano chiede: “cioè, è come Facebook?”</strong></p>
<p>-       Sì, è una domanda che fanno, man mano che Facebook diventa sempre più simile a FriendFeed. Ma questo aiuta anche a rendere più familiari e comprensibili il concetto e l’interfaccia di FriendFeed. La differenza è che FriendFeed è uno strumento più ampio rispetto a un social network. Si relaziona con molti altri sistemi, ha funzioni diverse e può essere usato assieme a servizi come Twitter o Facebook, di cui permette di sintetizzare tutte le comunicazioni in un unico luogo.</p>
<p>-       E come vi è venuta l’idea di fare FriendFeed?</p>
<p>-       Io nel 2006 sono venuto via da Google: avevo appena avuto un bambino e mi sono preso una vacanza. Quando ha lasciato anche il mio amico Sanjeev Singh (lavoravamo assieme su Gmail) abbiamo cominciato a parlare di fare una cosa assieme. Abbiamo coinvolto anche Bret e Jim (Jim Norris e Bret Taylor, anche loro erano a Google, ndr) e loro stavano lavorando sull’idea che poi sarebbe diventata FriendFeed, e così abbiamo unito le forze.</p>
<p><strong>-       Cosa volevate che fosse?</strong></p>
<p>-       Il prodotto è un po’ cambiato dalla beta iniziale nell’ottobre del 2007, ma uno dei tratti fondamentali è sempre stato la conversazione tra gli utenti. All’inizio era un modo per tenersi aggiornati su cosa gli altri stessero dicendo e facendo in altri luoghi della rete: era inevitabile, perché su FriendFeed non c’era ancora nessuno che facesse niente.</p>
<p><strong>-       E poi?</strong></p>
<p>-       Poi, col tempo, gli utenti hanno cominciato a condividere e scambiarsi idee direttamente su FriendFeed, e allora abbiamo spostato il lavoro sul facilitare quest’uso.</p>
<p><strong>-       Cosa pensi dell’obiezione sui social networks che favoriscono la conversazione ma producono poco in termini di contenuti?</strong></p>
<p>-       Dipende dai social networks. A me pare che su FriendFeed molte discussioni interessanti producano eccellenti contenuti. Qualche giorno fa ho chiesto suggerimenti su come investire 20mila dollari in beneficenza e le risposte sono state molto concrete e interessanti. E poi l’opportunità di condividere stimola gli utenti a produrre cose che possono essere apprezzate e discusse.</p>
<p>-       Non pensi che I blog siano più efficaci in questo senso?</p>
<p>-       Penso che le cose vadano facilitate il più possibile. Per mettere una cosa sul mio blog ci vuole più tempo e lavoro di quello che serve a pubblicare un messaggio o un pensiero su FriendFeed. E lo stesso vale per chi commenta e partecipa alla discussione.</p>
<p><strong>-       In Italia Twitter non ha fatto il botto quanto negli Stati Uniti, mentre tutti si sono buttati su Facebook dall’anno scorso. Secondo te c’è una ragione, o sono solo mode diverse in posti diversi?</strong></p>
<p>-       Non so dirti: molto avviene per caso, in effetti. Friendster va forte nelle Filippine e Orkut in Brasile, e sembra che sia soprattutto per passaparola. Devono il loro successo al loro successo. E l’hanno ottenuto al momento giusto presso le persone giuste. Ma io credo che alla lunga ognuno avrà il suo spazio ovunque, come con I servizi di mail o le piattaforme dei blog. Naturalmente devono essere compatibili tra loro, e questo è una delle prerogative di FriendFeed.</p>
<p><strong>-       Conta di più questo lavoro di compatibilità e aggregazione, o lo spazio per le conversazioni?</strong></p>
<p>-       Le conversazioni sono assolutamente la cosa centrale e più interessante di FriendFeed. L’aggregazione del resto delle cose che gli utenti fanno altrove è importante ma secondaria. Come dimostra il fatto che su Twitter la gente lo fa manualmente, come quando qualcuno scrive “Ho appena scritto un post sul mio blog…”</p>
<p><strong>-       Secondo te c’è uno spazio per FriendFeed nel futuro del giornalismo online?</strong></p>
<p>-       Di sicuro. Le news sono tra le cose che gli utenti vogliono condividere e discutere. Diversi siti di news sono già su FriendFeed. Il Financial Times lo usa anche sul suo sito. Altre strutture mediatiche usano le pagine dei gruppi privati per coordinare le redazioni.</p>
<p><strong>-       Quando in italia c’è stato il terremoto FriendFeed è stato uno dei primi mezzi di comunicazione a informarne attraverso i racconti dei suoi utenti. Eppure la sensazione è stata che poi non ne uscisse molto di più di “questa è stata forte, i muri tremano”. Come se le sensazioni viaggiassero rapidamente, ma i fatti meno.</strong></p>
<p>-       Penso che comunque ci voglia un po’ di tempo perché le persone elaborino le esperienze e comincino a scriverne. Succede anche con I blog, che I post più lunghi arrivino passato un po’ di tempo dagli eventi.</p>
<p><strong>-       E quale uso di FriendFeed allora ti colpisce di più?</strong></p>
<p>-       Noi abbiamo sempre voluto che fosse uno strumento versatile. Ma per esempio ne fanno un grande uso nella comunità scientifica, soprattutto nei settori della biologia e della genetica. Ci sono molti post e articoli sugli usi di FF in questi campi.</p>
<p><strong>-       Non trovi che FriendFeed avrebbe bisogno di qualche termine nuovo ed efficace per le proprie funzioni, come è stato per i “post” dei blog, o per gli “amici” di FriendFeed. Voi invece avete queste espressioni un po’ macchinose &#8211; “subscribers” – o non le avete per niente nel caso della versione FriendFeed dei post.</strong></p>
<p>-       Il vocabolario può essere un problema perché nessuna parola è perfetta. Noi usiamo la parola “amico” in alcuni casi e “subscriber” in altri. I “post” di Friendfeed li chiamiamo di solito “entries”, e i feeds li chiamiamo feeds.</p>
<p><strong>-       I moltissimi fans di FriendFeed si dividono tra quelli preoccupati che non ottenga mai la popolarità di Twitter e Facebook e quelli rassicurati dalla stessa eventualità. Che ne pensi?</strong></p>
<p>-       Alla fine, un prodotto come questo ha successo non perché ogni cosa è perfetta, ma perché è perfetta una sola cosa, o due. Noi non stiamo cercando di eliminare ogni limite di FriendFeed, ma di costruire un servizio di cui non si possa fare a meno.</p>
<p><strong>-       Qual è l’upgrade più importante che avete fatto?</strong></p>
<p>-       L’ultimo: la ricerca in tempo reale. Oggi puoi trovare in diretta tutte le conversazioni su n determinato argomento.</p>
<p><strong>-       Allora il domandone: come farete a farci i soldi?</strong></p>
<p>-       Per ora ci occupiamo di perfezionare il prodotto e costruire una comunità ampia e solida. Sui profitti abbiamo un po’ di idee, ma non ce ne stiamo occupando ancora.</p>
<p><strong>-       Qualcuno ha scritto che vorreste essere comprati da Google…</strong></p>
<p>-       Non è vero. Ci vuole tempo a sviluppare prodotti importanti, e noi non stiamo lavorando pensando che il successo arrivi in una notte. Salvo YouTube (che non è che stia accumulando grandi guadagni), gli altri casi celebri hanno impiegato anni. Facebook è cresciuto rapidamente, ma sono comunque passati cinque anni.</p>
<p><strong>-       Volete essere comprati da Google tra cinque anni?</strong></p>
<p>-       No.</p>
<p><em>Il seguente scambio di battute è invece del </em><a href="http://friendfeed.com/brlewis/39edae1c/inside-mind-of-nervous-friendfeed-user"><em>giorno</em></a><em> dopo l&#8217;annuncio dell&#8217;acquisizione di Friendfeed da parte di Facebook.</em></p>
<p><strong>- Paul, plain and simple: why did you sell FF? (you told me you wouldn&#8217;t, in our chat)</strong></p>
<p>- Luca, what I said was true &#8212; we weren&#8217;t looking for anyone to buy FriendFeed. However, after talking with a lot of people at Facebook, we realized that this is the best way forward for both the product and the team.</p>
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		<title>Ghostbuster</title>
		<link>http://www.wittgenstein.it/2009/07/17/ghostbuster/</link>
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		<pubDate>Thu, 16 Jul 2009 22:19:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cartastampata]]></category>
		<category><![CDATA[Wired]]></category>
		<category><![CDATA[bufale]]></category>
		<category><![CDATA[disinformatico]]></category>
		<category><![CDATA[paolo attivissimo]]></category>

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		<description><![CDATA[Una versione meno estesa di questa intervista con Paolo Attivissimo è su Wired di questo mese Cominciamo dalla vita “normale”: che lavoro fai? Cosa scrivi sotto “professione”? Il mio primo lavoro (in termini di reddito e tempo) è il traduttore &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/07/17/ghostbuster/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Una versione meno estesa di questa intervista con </em><a href="http://attivissimo.blogspot.com/"><em>Paolo Attivissimo</em></a><em> è su Wired di questo mese</em></p>
<p><strong>Cominciamo dalla vita “normale”: che lavoro fai? Cosa scrivi sotto “professione”?</strong></p>
<p>Il mio primo lavoro (in termini di reddito e tempo) è il traduttore tecnico nel ramo brevettuale; il mio secondo è il giornalista informatico. Per cui formalmente scrivo &#8220;traduttore tecnico, giornalista informatico&#8221;. Ma&#8230;</p>
<p><strong>Ma?</strong></p>
<p>&#8230; di solito non sono formale, per cui scrivo solo &#8220;Giornalista informatico, cacciatore di bufale&#8221;.</p>
<p><strong>Beh, anche &#8220;traduttore tecnico nel ramo brevettuale&#8221; già non è normalissimo: per chi lo fai?</strong></p>
<p>Top. Secret.</p>
<p><strong>Allora ditelo, c’è del torbido anche lì? Vedi che hanno ragione quelli che dicono che sei al soldo dei poteri cospiratori?</strong></p>
<p>No, è che ho degli obblighi di riservatezza, ma ti posso dire che si tratta di uffici di consulenza brevettuale.</p>
<p><span id="more-15993"></span></p>
<p><strong>Ma la traduzione &#8220;nel ramo brevettuale&#8221; ha un suo specifico? Non è traduzione tecnica come altre?</strong></p>
<p>Ha un gergo e una sintassi tutta sua. Non ci s&#8217;improvvisa, c&#8217;è un manuale di stile interminabile e poi si ha a che fare con persone che spesso non hanno, come dire, una visione chiara dell&#8217;italiano. Sono tecnici, non letterati. E si sente. Ma mi pagano per districarmi nella Giungla delle Secondarie Pendenti.</p>
<p><strong>&#8220;La giungla delle secondarie pendenti&#8221; è un meraviglioso titolo di romanzo. Ma sto divagando. Quanti anni hai?</strong></p>
<p>Sono nato nel 1963 (tira fuori la calcolatrice)&#8230; oh cielo. 45. 46 a settembre.</p>
<p><strong>E come sei finito a fare il giornalista informatico? E dove lo faI, prima che sul blog?</strong></p>
<p>E&#8217; una storia lunga: traducevo libri per un editore italiano (Apogeo). L&#8217;editore un giorno mi dice &#8220;Perché non provi a scriverne uno tu?&#8221; Io, lusingatissimo, abbocco. Poi lui prosegue: &#8220;&#8230; così risparmiamo i soldi dei diritti di traduzione&#8221;.</p>
<p><strong>Hanno scelto di valorizzarti…</strong></p>
<p>Un po&#8217; meno lusingato, ho accettato lo stesso: scrivere è infinitamente più appagante e creativo che tradurre (dico nel ramo tecnico; i traduttori letterari e cinematografici &#8212; quelli bravi, intendo &#8212; sono veri e propri artisti), e mi dava un&#8217;occasione di sfogare la voglia di scrivere. Abbiamo fatto l&#8217;esperimento (un libro su Word, quello che all&#8217;epoca si chiamava Winword) ed è andato bene. Così ho cominciato a scrivere libri. Una dozzina.</p>
<p><strong>E hai scalato le classifiche?</strong></p>
<p>No, ma quando ho pubblicato &#8220;Internet per tutti&#8221; è arrivato l&#8217;invito della Gazzetta dello Sport a scrivere una serie di articoli per introdurre i lettori al nascente sito del giornale. Così mi sono ritrovato giornalista informatico. Poi da lì è nata la collaborazione con la RSI (Radiotelevisione Svizzera di lingua Italiana) e con altre testate online e cartacee. Ed eccomi qui a condurre settimanalmente un programma d&#8217;informatica alla radio.</p>
<p><strong>E quando hai cominciato a incuriosirti alle bufale e alle teorie dei complotti?</strong></p>
<p>Credo da sempre: i misteri mi hanno intrigato sin da bambino, quando ho divorato tutti i libri di fantarcheologia di Peter Kolosimo e Bermuda il Triangolo Maledetto di Charles Berlitz. Vedevo Uri Geller in televisione che piegava i cucchiai, i guaritori filippini che operavano a mani nude&#8230; e poi ho visto Silvan fare la stessa cosa. E ho scoperto che erano fandonie fabbricate per fare soldi.</p>
<p><strong>Tu ora vuoi dirmi che Uri Geller non piegava davvero i cucchiai?</strong></p>
<p>Geller piegava sì i cucchiai. Ma non con il pensiero.</p>
<p><strong>Con le mano?</strong></p>
<p>Mani, angoli di tavoli, incastri nelle gambe delle sedie, incastri con altre posate, sostituzione con cucchiai preparati prima&#8230; il repertorio del prestigiatore è vario. Poi ci sono i cucchiai &#8220;magici&#8221;. Costano, ma permettono anche a un dilettante di piegare davvero un cucchiaio senza toccarlo. Si comprano nei negozi per prestigiatori.</p>
<p><strong>Va’ avanti…</strong></p>
<p>Forse per reazione ho cominciato a studiare la scienza vera e a informarmi sui trucchi che usavano questi ciarlatani. Ma era una passione puramente personale. Quando ho scritto &#8220;Internet per tutti&#8221; ho incluso una pagina con le quattro o cinque bufale più ricorrenti in Internet per mettere in guardia i primi navigatori di allora. Non l&#8217;avessi mai fatto: hanno cominciato ad arrivarmi mail che chiedevano lumi su altre storie che giravano in Rete.</p>
<p>Per un po&#8217; sono riuscito a rispondere personalmente, poi ho aperto una pagina Web per ospitarvi le spiegazioni delle storie più diffuse, in modo da non dover ripetere a ciascun lettore la stessa storia.</p>
<p><strong>Ha funzionato?</strong></p>
<p>Non è andata come pensavo. Invece di ridurre il carico di lavoro, la pubblicazione di quell&#8217;embrione Web del Servizio Antibufala lo ha fatto aumentare. &#8220;Bravo, Paolo&#8221;, mi scrivevano, &#8220;hai indagato su questa e questa e quella; adesso che ne dici di quest&#8217;altra storia? E questa? E che mi dici di questa?&#8221;.</p>
<p><strong>E tu ci sei cascato.</strong></p>
<p>Io non so resistere a una storia intrigante, vera o falsa che sia, e così sono arrivato oggi a oltre 330 indagini sulle storie strane che girano in Rete.</p>
<p><strong>Quindi oggi l’attività “antibufala” è ancora un hobby, un side-project?</strong></p>
<p>E&#8217; diventato un lavoro, dato che fa parte integrante della mia trasmissione radiofonica ed è comunque uno dei temi più richiesti per le conferenze e per le consulenze per programmi radio e TV. Ma ho la fortuna di poter scegliere quasi sempre le storie da indagare e quando indagarle, per cui ha ancora il sapore piacevole dell&#8217;hobby.</p>
<p><strong>Oltre al blog, l&#8217;attività antibufala ti richiede altri impegni concreti? Incarichi, richieste?</strong></p>
<p>Di richieste ne ricevo tante, molte più di quante riesca ad evadere. L&#8217;impegno concreto è quello del tempo per la ricerca, per le telefonate di contatto con i protagonisti (o le vittime) degli appelli e per la discussione con gli increduli che spesso sopportano male l&#8217;idea di vedersi sgonfiare le proprie visioni del mondo e di scoprire che quella che loro pensavano fosse un&#8217;azione benefica a basso costo è in realtà una bufala nella quale sono incappati (e di cui spesso non si libereranno più, se l&#8217;hanno &#8220;firmata&#8221; mettendovi in calce i propri estremi).</p>
<p><strong>Ti hanno mai pagato per fare l&#8217;investigatore?</strong></p>
<p>Pagato? Sì, qualche volta. Lo fanno alcune emittenti, in particolare per le grandi bufale, come le teorie di complotto sull&#8217;11 settembre o lo sbarco sulla Luna; ma lo fanno anche i privati, tramite le micro-donazioni online. Non ho un tariffario da detective, però.</p>
<p><strong>Quali sono i temi di maggior successo tra le dietrologie in rete?</strong></p>
<p>Sicuramente l&#8217;11 settembre e, vista la ricorrenza del quarantennale, lo sbarco sulla Luna. Ma affiorano periodicamente i catastrofismi intorno al 2012 e i Maya, il paranormale, i cerchi nel grano, le &#8220;scie chimiche&#8221;, a seconda di come vengono lanciati dai vari programmi televisivi, con il loro corredo di libri e DVD da vendere. La paura, l&#8217;intrigo e il complotto rendono, alimentati da un clima di sfiducia verso tutto e tutti: si cerca una grande teoria unificatrice che dia senso all&#8217;esistenza, e molti la trovano nel Grande Vecchio che tirerebbe le fila di tutto. Dan Brown docet: ma lui, perlomeno, ha il buon gusto di precisare che si tratta di un romanzo, non di un libro di fatti. O almeno questo è quello che vogliono farci credere&#8230;</p>
<p><strong>C’è più di vero nella teoria sulle scie chimiche o nel complotto sull’11 settembre?</strong></p>
<p>Decisamente nell&#8217;11 settembre: lì almeno un complotto vero c&#8217;è stato, quello dei dirottatori. E ci sono delle zone grigie che andrebbero investigate; ma non è possibile perché i complottisti fanno troppo baccano. E&#8217; come studiare Mozart in una segheria. Le &#8220;scie chimiche&#8221;, invece, sono una fandonia totale, che trovo interessante proprio perché assurda: m&#8217;intrigano i processi mentali che possono spingere una persona a credere che ogni giorno migliaia di aerei, pilotati e mantenuti e riforniti da decine di migliaia di persone, spicchino il volo e spruzzino veleni nell&#8217;aria e nessuno mai spifferi nulla o si tradisca. Uno dei più presenzialisti fra i sostenitori di questa teoria, oltretutto, sostiene che quest&#8217;immenso, costosissimo complotto, che va avanti da decenni, fa crescere peli di plastica sottopelle, influenza il clima, consente il controllo mentale delle popolazioni&#8230; eppure si può contrastare semplicemente con l&#8217;alga spirulina che si compra in erboristeria. Ma allora è il complotto dei cretini? Affascinante.</p>
<p><strong>Quello che tutti chiedono è: ma chi è che si fa fregare davvero dalle truffe online?</strong></p>
<p>Gente di ogni genere, di ogni ceto sociale e di ogni preparazione scolastica: l&#8217;ingenuità non conosce barriere. Percentualmente i truffati non sono tantissimi, ma sono comunque un numero sufficiente ad alimentare questo settore del crimine organizzato. Del resto, il truffatore ha di norma costi di gestione bassissimi e lavora col metodo della pesca a strascico: lanciando milioni di esche, è statisticamente sicuro che qualche pesce abbocchi.</p>
<p><strong>Anche quelle che sembrano così maldestre?</strong></p>
<p>Sono truffe maldestre per i nostri occhi di internauti smaliziati, ma non per chi è arrivato da poco in Rete. Inoltre occorre tenere presente che giocano moltissimo sull&#8217;emozione positiva o negativa. Possono far leva sulla nostra avidità, e allora nasce la truffa &#8220;alla nigeriana&#8221;, dove ci viene proposto un affarone convenientissimo se solo anticipiamo qualche soldo per le spese; o sulla nostra solidarietà, quando ci propongono di aiutare inesistenti bambini malati. L&#8217;emozione ci fa mettere da parte il raziocinio, e così abbocchiamo, ignorando tutti i segnali evidenti della natura truffaldina dell&#8217;esca.</p>
<p><strong>Quali sono le storie più interessanti e originali in cui ti sei imbattuto?</strong></p>
<p>Sono quasi tutte interessantissime, specialmente quelle che rivelano risvolti inaspettati o divertenti: le prime che mi vengono in mente sono quelle dei lemming che in realtà non si suicidano in massa come vuole il mito (è una bufala inventata dalla Disney), l&#8217;appello per combattere il diidrogeno monossido che è stato trovato persino nei neonati in dosi massicce (per forza, è la formula chimica dell&#8217;acqua), l&#8217;appello di Valentin Mikhaylin (lo studente che da anni chiede aiuto via mail per non morire di freddo a Kaluga, in Russia, ma è in realtà un truffatore ben conosciuto sul posto) con conseguente serie di attacchi informatici ai danni del mio sito, il &#8220;cucciolo di drago&#8221; scoperto sotto formalina in un museo (gabbò anche il buon Giacobbo di Voyager e si rivelò poi essere un&#8217;abile falso per reclamizzare un libro sui draghi)&#8230; la lista è lunga.</p>
<p><strong>E quelle su cui ti sei gettato con totale sicurezza fossero false, e invece forse&#8230;?</strong></p>
<p>Quando vidi in una mail indignata l&#8217;immagine di un cartellone pubblicitario di una società di spedizioni che diceva &#8220;il vostro pacco è in buone mani&#8221; e raffigurava un uomo che teneva un &#8220;pacco&#8221; di tutt&#8217;altro genere, pensai subito al fotomontaggio arguto; ma emerse che era un cartellone vero. Quando una rivista di alta fedeltà annunciò rincari dell&#8217;8000% sulle tasse sui CD vergini, pensai a una bufala, ma la notizia si rivelò autentica. L&#8217;allarme per le euromonete che causavano allergie per il contenuto di nichel mi parve troppo assurdo (possibile che nessun ente preposto avesse anticipato il problema?), ma si rivelò autentico. La realtà è spesso più incredibile della fantasia.</p>
<p><strong>Non hai paura di lasciarti trascinare anche tu da un fanatismo anti-dietrologo?</strong></p>
<p>No. Ci pensano i lettori a tenermi a freno. E poi so bene che i complotti esistono: il mio obiettivo non è di smentirne l&#8217;esistenza, ma di scremare quelli reali da quelli immaginari, e di offrire a tutti gli strumenti per fare altrettanto. I complotti fasulli seguono degli schemi piuttosto precisi e ripetitivi: una volta capiti, è abbastanza facile fiutarne le trappole.</p>
<p><strong>Ma i tuoi interventi ai raduni di matti non sono un po&#8217; grilleschi e a rischio crociata?</strong></p>
<p>Certamente: ne ho fatti un paio per saggiare in prima persona l&#8217;atmosfera di questi raduni e per divertirmi in compagnia degli amici che hanno partecipato con me, ma non intendo farne altri, almeno per un po&#8217;. Del resto, era l&#8217;unico modo per dialogare faccia a faccia con i vari complottisti, che altrimenti rifiutano ogni dialogo con me: chissà perché, scappano terrorizzati. Ma io non li mangio mica, giuro!</p>
<p><strong>E com’è andata?</strong></p>
<p>E&#8217; stata un&#8217;esperienza interessante e la consiglio a tutti, perché ci si rende conto di quante stupidaggini vengano dette in questi convegni autocelebrativi, dove non viene mai invitata l&#8217;altra campana. Soltanto assistendo di persona si riesce a cogliere l&#8217;ansia paranoica ossessiva, l&#8217;atmosfera da fantozziana setta segreta, l&#8217;atteggiamento da jihadisti della domenica che caratterizza tutti questi movimenti &#8220;alternativi&#8221;. E&#8217; gente molto triste, convinta che il mondo finirà nel 2012, che le scie degli aerei ci uccidono, che tutti ce l&#8217;abbiano con loro, e quant&#8217;altro. Gli scettici, invece, sono allegri: non odiano nessuno e hanno fiducia che il mondo sia comprensibile a chi lo esamina con attenzione e metodo scientifico.</p>
<p><strong>Il complottismo prospera di più ultimamente o la dietrologia e il sospetto stanno nella natura umana da sempre?</strong></p>
<p>Più che dietrologia e sospetto, credo sia il desiderio di semplificazione e di ordine ad alimentare il complottismo. Le teorie di complotto evitano la fatica di dover studiare, capire, approfondire. &#8220;L&#8217;11 settembre? E&#8217; stata la CIA, fine della storia. Perché sono crollate le Torri Gemelle? Ci hanno messo le bombe, è ovvio.&#8221; dice il pensiero cospirazionista. Non gli serve capire l&#8217;ingegneria strutturale. Nulla avviene per caso nel suo mondo: tutto ha un ordine. E il complotto gli offre una scusa facile per i propri fallimenti: non è lui che è incapace, sono gli altri che ce l&#8217;hanno con lui. E al tempo stesso offre una visione salvifica della propria esistenza. il complottista si vede come un paladino della verita, un avanguardista, un baluardo della società contro i cattivoni di turno. Fa proseliti, crea interesse intorno a sé, raduna seguaci che lo stimano e lo venerano. E&#8217; gratificante.</p>
<p><strong>Una vecchia storia…</strong></p>
<p>Aspetta, però: il complottismo è  anche diventato più diffuso. Forse perché i media lo alimentano (i complotti fanno audience, sono storie intriganti; la realtà spesso non è avvincente, e pochi la sanno raccontare in modo che lo diventi), forse perché più il mondo diventa complesso e più tendiamo a rifugiarci nell&#8217;apparente semplicità del messaggio complottista. Forse il cospirazionismo sta diventando una sorta di religione new age: di certo ne condivide molti aspetti psicologici.</p>
<p><strong>Quanta parte ha, nella costruzione di tesi e dietrologie, il semplice sospetto, e quanta l&#8217;artificiosa e deliberata costruzione di una bufala?</strong></p>
<p>Raramente le dietrologie sono costruite a tavolino. Quelle che prosperano lo fanno perché trovano un substrato psicologico fertile di sospetto. Un esempio per tutti: lo sbarco sulla Luna degli americani è al centro di una teoria di complotto. Il tentativo lunare russo no. Anzi, molti non sanno neppure che ci fu. Come mai? Forse perché c&#8217;è un diffuso antiamericanismo (meritato o meno) mentre manca un &#8220;antisovietismo&#8221; (addirittura non esiste neppure la parola). Lo stesso vale per le teorie sull&#8217;11 settembre. Le teorie sull&#8217;AIDS o l&#8217;influenza suina come malattie inventate in laboratorio prosperano grazie alla diffidenza verso le società farmaceutiche (che effettivamente sono state colte spesso a combinare sconcezze).</p>
<p><strong>E internet serve più a diffonderle o a smentirle?</strong></p>
<p>Per ora le diffonde più di quanto le smentisca. Ma offre anche lo spazio per le smentite dettagliate e rigorose che i media tradizionali non vogliono fare. Anzi, potrei dire che questo è il vero complotto: i media sono in combutta per continuare a propinarci storie incredibili perché fanno audience e rimbambiscono, e lo sappiamo tutti che un popolo rimbambito è più facile da gestire.</p>
<p><strong>Hai mai preso cantonate che hai dovuto correggere e smentire? Hanno mai avuto ragione “loro”?</strong></p>
<p>A parte i casi che ti ho citato prima di storie che ho ritenuto inizialmente fasulle, no. Ho dovuto correggere alcuni dettagli di alcune indagini, man mano che emergevano nuove informazioni, questo sì. Ma finora m&#8217;è andata piuttosto bene. Sono stato cauto.</p>
<p><strong>Dove vivi?</strong></p>
<p>Su Internet :-)</p>
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		<title>Chiedi la luna (una chat con Peter Diamandis)</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2009 09:08:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nasce in California, in quella sorta di &#8220;distretto dell&#8217;innovazione&#8221; a tutti noto come Silicon Valley, presso l&#8217;Ames Campus della Nasa, la Singularity University. A dirigerla sarà Ray Kurzweil, tra i più accreditati futurologi del globo, sostenuto in questo suo progetto &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/06/23/chiedi-la-luna-una-chat-con-peter-diamandis/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><a href="http://www.denaro.it/VisArticolo.aspx?IdArt=568404&amp;KeyW=">Nasce</a> in California, in quella sorta di &#8220;distretto dell&#8217;innovazione&#8221; a tutti noto come Silicon Valley, presso l&#8217;Ames Campus della Nasa, la Singularity University. A dirigerla sarà Ray Kurzweil, tra i più accreditati futurologi del globo, sostenuto in questo suo progetto da personalità come Larry Page, fondatore di Google, Peter Diamandis, amministratore delegato della X Prize Foundation (una fondazione Usa che si occupa di progetti per lo sviluppo dell&#8217;umanità), Pete Worden, direttore dell&#8217;Ames Research Center della Nasa, Robert Richard e Michael Simpson, rispettivamente fondatore e rettore della International Space University. Presentata al mondo intero nel gennaio scorso, la Singularity University inaugurerà il suo primo anno accademico la prossima settimana e per i 40 studenti ammessi a frequentare questo primo ciclo di corsi sarà senz&#8217;altro un&#8217;esperienza formativa davvero fuori dal comune.</p></blockquote>
<p><img src="http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/f/fd/PeterZG-small.jpg/225px-PeterZG-small.jpg" alt="" align="left" />Ho parlato con <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Diamandis">Peter Diamandis</a>, su Wired appena uscito.</p>
<p><strong>Non è un nome in controtendenza “singularity university”, in tempi di partecipazione, di condivisione, di esaltazione della forza delle comunità?</strong></p>
<p>Beh, non è che il nome sia la cosa più importante. Ma non si riferisce alle persone “singole”, quanto piuttosto a un concetto fisico, una cosa che parte addirittura dai buchi neri…</p>
<p><strong>Ok, ma mi stavo chiedendo se un’accademia che cerchi di premiare e aiutare i talenti pensa quindi che la storia la cambino i singoli, piuttosto che i popoli…</strong></p>
<p>Io credo che i grandi cambiamenti vengano dagli individui e dai piccoli gruppi capaci di prendersi grandi rischi e fare cose straordinarie. È molto raro che delle svolte storiche arrivino da una grande organizzazione. Quando avviene è perché un individuo o un piccolo gruppo di individui al loro interno si prende dei rischi e assume una leadership.</p>
<p><strong>Ed è una cosa che puoi insegnare in una università?</strong></p>
<p>Secondo me i veri leader, i pionieri, esistono. Noi vogliamo individuarli e attrarli: persone estremamente brillanti, i migliori nei loro campi. Vogliamo metterli assieme, farli conoscere, e aggiornarli su quel che avviene nei campi che non sono il loro. Perché le svolte avvengano all’intersezione di queste aree, la cui crescita è esponenziale.</p>
<p><strong>Ma cercare di stimolare persone già così appassionate e motivate non è superfluo? La X-Prize Foundation concede enormi premi in denaro per imprese enormi che si compirebbero comunque, come il primo viaggio privato nello spazio: non sarebbe meglio finanziare progetti che altrimenti non sarebbero sviluppati?</strong></p>
<p>Beh, non so. Sì, a fare i conti i nostri premi in denaro coprono da un decimo a un quarantesimo delle spese sostenute per i progetti che premiamo. Ma i soldi non sono la ragione per cui la gente partecipa, sono una credenziale che dà credibilità e visibilità alle nostre intenzioni.<span id="more-15673"></span></p>
<p><strong>E tra queste intenzioni tu sei sempre concentrato principalmente sull’esplorazione spaziale, che è la tua storia, o hai esteso le curiosità rispetto al futuro?</strong></p>
<p>Ho due grandi passioni: resto affezionato all’allargamento delle frontiere dello spazio e molte delle compagnie di cui mi occupo sono dedicate a questo. Ma l’altro mio grande interesse è cercare dei risultati sulle grandi sfide dell’umanità: io credo che tutti i nostri grandi problemi – fame, povertà, malattie – si risolvono sostenendo e finanziando le persone più in gamba e permettendo loro di concentrarsi su queste questioni. Quindi sì, mi appassiona ancora molto cercare di risolvere i più grandi guai del mondo, e le cose che faccio vanno in questo senso.</p>
<p><strong>E quindi spiegami dello spazio: ci appassiona per umana curiosità o perché questo può fare qualcosa per il genere umano?</strong></p>
<p>Per me è la mia missione. Credo sia la cosa più importante per gli orizzonti del genere umano. Ho avuto l’onore di far volare nello spazio Stephen Hawking, e lui disse allora che non c’è un futuro per gli uomini se non esplorano lo spazio. Pensa a tutte le cose importanti sul nostro pianeta, le cose su cui combattiamo guerre, le materie prime, l’energia, il territorio: esistono in quantità infinita fuori da qui. Il futuro di queste risorse è lontano dalla terra.</p>
<p><strong>Però non sempre le grandi scoperte scientifiche hanno fatto il bene dell’umanità intera…</strong></p>
<p>Noi lavoriamo per il bene dell’umanità. E pensiamo che le tappe di questo percorso si raggiungano in piccoli gruppi e istituzioni, come quelli che sostieniamo con la Singularity University e la X Prize Foundation. Io non credo nei governi né nelle grandi società, rispetto a questo. Non sono in grado di cambiare il mondo con la velocità necessaria. Non si possono permettere i rischi necessari. Perché se falliscono, le conseguenze sono catastrofiche.</p>
<p><strong>E come li trovano i soldi, i gruppi di cui parli?</strong></p>
<p>I soldi non sono un problema, è pieno di soldi, in giro. Li trovano nella filantropia: ci sono molti milionari che spendono in macchine costose o in case in Italia: li possono spendere anche per risolvere i problemi del mondo, no? Poi ci sono le sponsorizzazioni, quelle che altrimenti investono negli eventi sportivi.</p>
<p><strong>E in tempi di crisi non è difficile?</strong></p>
<p>La crisi passerà. Sì, per un paio di anni spenderanno meno, ma noi non guardiamo al breve termine. Possiamo permetterci di rallentare per qualche tempo, non è importante.</p>
<p><strong>Ho visto che avevi otto anni, te lo ricordi lo sbarco sulla luna?</strong></p>
<p>Una vaga memoria, in realtà mi sono innamorato davvero della missione dell’Apollo 13, nel 1970.</p>
<p><strong>E ti sei mai chiesto da ragazzo se magari fosse tutta una balla, come sostengono i matti cospirazionisti?</strong></p>
<p>Una balla cosa?</p>
<p><strong>Sai la storia che non sono andati sulla luna, e tutto quel mondo di congetture, ti ha mai incuriosito?</strong></p>
<p>Ma è ridicolo! Mi meraviglio che tu me lo domandi!</p>
<p><strong>Peter, mica sto cercando di convincerti, mi chiedevo se uno come te…</strong></p>
<p>Ma figuriamoci: è pieno di imbecilli, in giro!</p>
<p><strong>Ok, ok, non ti avevo domandato se pensi che le teorie siano vere. Lasciamo stare. È che quel film con Elliott Gould non era niente male…</strong></p>
<p>Luca, tra dieci minuti devo andare. Vuoi davvero passarli a parlare di questo?</p>
<p><strong>No?</strong></p>
<p>Dai. Prossima domanda.</p>
<p><strong>Va bene. Andare nello spazio è anche una cosa che ti incuriosisce e diverte personalmente?</strong></p>
<p>Eccome. Tutte le volte che posso salire su una cosa che vola lo faccio sempre con grande eccitazione. Il mio obiettivo personale è di poter mettere piede sulla luna, al giorno. Uno dei primi astronauti privati sulla luna.</p>
<p><strong>E quali ostacoli devi affrontare rispetto questi progetti?</strong></p>
<p>Trovare i soldi. È più facile di un tempo, ma è la cosa che ci impegna di più. Bisogna convincere le persone che queste cose sono possibili, cambiare le idee dell’opinione pubblica sull’accessibilità dello spazio e sul fatto che questi progetti siano realizzabili.</p>
<p><strong>Quindi la Singular University serve a diffondere nuove idee o ad allenare persone straordinarie?</strong></p>
<p>La priorità è sulle persone. Prima un laboratorio di persone, poi un laboratorio di idee. Le idee vengono alle persone.</p>
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		<title>La luna nel forno &#8211; La storia del progetto McMoon</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2009 08:15:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Nello spazio nessuno può sentirti urlare”. Non c’è atmosfera, e il suono non si propaga. Nemmeno sulla luna. Lo schianto contro la superficie lunare di quei cinque accrocchi grandi come un chiosco dei gelati avvenne nel silenzio. Di loro non &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/06/22/la-luna-nel-forno-la-storia-del-progetto-macmoon/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Nello spazio nessuno può sentirti urlare”. Non c’è atmosfera, e il suono non si propaga. Nemmeno sulla luna. Lo schianto contro la superficie lunare di quei cinque accrocchi grandi come un chiosco dei gelati avvenne nel silenzio. Di loro non restarono che i racconti.</p>
<p><a href="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2009/06/Immagine-7.png"><img class="size-full wp-image-15652 alignright" style="margin: 5px;" title="Immagine 7" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2009/06/Immagine-7.png" alt="Immagine 7" width="199" height="176" /></a>Questa storia era cominciata prima. Il primo Lunar Orbiter fu lanciato nello spazio il 10 agosto 1966. A bordo non c’era nessuno. La sua missione era di fotografare la superficie lunare in preparazione dello sbarco dell’Apollo 11, che sarebbe avvenuto tre anni dopo. Allo stesso scopo, altri quattro apparecchi simili furono inviati intorno alla luna nei mesi successivi. Gli ultimi due viaggi furono dedicati alla mappatura fotografica completa di tutta la superficie lunare, lato visibile e lato oscuro. All’esterno di un corpo centrale che ospitava tra l’altro le apparecchiature fotografiche, si allungavano intorno al Lunar Orbiter quattro “zampe” che non si sarebbero mai poggiate da nessuna parte: i quattro pannelli solari che alimentavano la propulsione e le batterie.</p>
<p>Le cinque missioni furono un successo. Restituirono a terra 2180 foto ad alta risoluzione e 882 a media risoluzione. “Alta” significa davvero alta: permettevano di individuare formazioni fino a una dimensione di un metro. Ci fosse stato un extraterrestre, lo si sarebbe visto. Quelle immagini non solo si resero utilissime per le successive spedizioni umane verso la luna, ma furono uno scoop popolare clamoroso. Autentici paparazzi spaziali, i Lunar Orbiter offrirono ai giornali di tutto il mondo “la terra e la luna come non le avete mai viste”. Una di quelle immagini – che mostrava con impressionanti concretezza e dettagli i rilievi del cratere Copernico &#8211; fu ribattezzata da Life “la foto del secolo”. Ancora più spettacolare e rivelatrice fu la prima foto della terra sullo sfondo della superficie lunare. Non si era mai vista.<br />
I Lunar Orbiter  ospitavano degli apparecchi Kodak che impressionavano una pellicola da 70 mm. Il sistema era molto complesso: la pellicola veniva letta da uno scanner e i dati analogici trasmessi via radio a terra (li ricevevano tre stazioni diverse) e registrati su un nastro magnetico. Per ottenere l’immagine finale erano poi necessari successivi passaggi su diversi supporti e la ricomposizione di più parti separate. Per questo, benché apparissero straordinarie, le immagini furono stampate e mostrate allora in una qualità di molto inferiore a quella registrata: come la fotocopia della fotocopia della fotocopia di una foto.<span id="more-15649"></span></p>
<p>Ciascuno dei cinque Lunar Orbiter, completata la sua missione, fu mandato a schiantarsi sulla superficie della luna, per impedire che le successive missioni potessero essere danneggiate dal loro rimanere in circolazione nell’orbita lunare. Non fecero nessun rumore.</p>
<p>Altrettanto silenziosamente, l’archivio di fotografie scattate dai Lunar Orbiter sparì rapidamente dall’attenzione generale. La prima missione umana intorno alla luna, nel 1968, e lo sbarco dell’anno successivo rubarono la scena e fecero diventare superate quelle spoglie immagini agli occhi del mondo: malgrado parte del merito di quell’allunaggio si dovesse proprio all’indagine fotografica compiuta dai Lunar Orbiter. E la NASA stessa, completamente impegnata nella vittoriosa battaglia spaziale contro i sovietici, fece immagazzinare in un deposito del Maryland le centinaia di nastri che le contenevano (uno si immagina una scena come quella che conclude I predatori dell’arca perduta) e se ne dimenticò.</p>
<p><em>“Incredibilmente, tutte le immagini registrate sui 1500 nastri da 14 pollici rischiarono di andare distrutte. Concentrata sulle missioni Apollo, la NASA non le ritenne di alcun ulteriore uso. Per fortuna Nancy Evans, cofondatrice del Sistema Dati Planetari della NASA, convinse i suoi superiori al Jet Propulsion Laboratory che i nastri andavano conservati”.</em><br />
(dal discorso in onore del Lunar Orbiter Image Recovery Project tenuto dalla deputata Zoe Lofgren il 27 aprile 2009)</p>
<p>Nancy Evans era arrivata a lavorare al Jet Propulsion Laboratory nel 1973, a 35 anni. Il JPL è una struttura di ricerca spaziale gestita dalla NASA e dal California Institute of Technology (CalTech). Le qualità di Nancy avevano suggerito ai suoi superiori di destinarla agli archivi della NASA, e di questo si stava occupando quando a metà degli anni Ottanta fu informata di alcune pile di nastri che andavano smaltite per liberare degli spazi.</p>
<p>“Cosa pensavate di farne?”, chiese lei.<br />
“Di solito li buttiamo”.</p>
<p>I nastri erano impilati sopra dei bancali di legno. Duemilacinquecento nastri. Nancy Evans ricostruì di cosa si trattava e ordinò che non fossero eliminati. Non lo sapeva ancora, ma aveva appena adottato un bambino, di cui si sarebbe dovuta occupare a lungo. Duemilacinquecento bambini.</p>
<p>I nastri Memorex potevano essere letti soltanto dai relativi lettori a bobine Ampex FR-900: solo così si sarebbero potute ottenere le immagini scattate dai Lunar Orbiter. Erano dei cassoni grandi quanto un grosso frigorifero e pesanti quasi mezza tonnellata: ne era stata prodotta qualche decina per usi militari, ed erano ormai introvabili. Nancy Evans ottenne dai suoi superiori di poter trasferire i nastri al JPL, ma nessuna assistenza e finanziamento sul suo progetto di recupero delle immagini lunari. Allora fece circolare una richiesta in tutte le istituzioni governative per avere informazioni su eventuali Ampex FR-900 rimossi.<br />
Ricevette una risposta qualche anno dopo dalla base aerea di Eglin in Florida. Avevano tre di quei mostri ed erano pronti a consegnarglieli. Due lettori e un registratore a bobine che sembravano parenti di HAL 9000 (con le bobine disposte una sopra l’altra). Un quarto registratore arrivò poi da un’altra base nell’Ohio. Nessuno dei quattro funzionava: una stima della NASA sancì che sarebbero serviti sei milioni di dollari per ripararli. Nancy Evans e Mark Nelson, un tecnico di CalTech che aveva lavorato all’archiviazione di immagini della NASA, passarono gli anni successivi a cercare i fondi necessari: Nelson riuscì anche a inziare una digitalizzazione dei dati, ma poi l’impresa divenne troppo costosa. Quando Nancy decide di lasciare il lavoro e cominciarne uno nuovo come veterinaria, il JPL chiede che gli Ampex siano rimossi. Nelson riesce a parcheggiarli per qualche tempo nel magazzino di un amico, ma alla fine vanno tolti anche da lì. Dove metterli?</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px;" src="http://images.spaceref.com/news/2008/DSCN2820.m.jpg" alt="" width="216" height="162" />Nel garage della dottoressa Evans, nel frattempo divenuta veterinaria: dove per altri dieci anni si ricoprirono di polvere tra scatoloni, vecchi elettrodomestici, materassi avanzati e galline del vicino pollaio.</p>
<p>Ci volle internet perché il principe azzurro arrivasse a risvegliare gli Ampex dal loro sonno e a separarli dalle galline. Come principe azzurro, Dennis Wingo, è in effetti esteticamente anomalo: 49 anni, una via di mezzo tra Bufalo Bill e Doc di Ritorno al futuro, una vita dedicata alla sviluppo di tecnologie spaziali e al lancio di viaggi privati nello spazio. Nel 2006 Wingo legge su un blog un appello diffuso da Nancy Evans un anno prima in occasione di un convegno sull’esplorazione lunare e capisce immediatamente di cosa si parli (nell’appello non lo dice, ma Nancy rivorrebbe il suo garage). Wingo chiama il suo amico Keith Cowing – una carriera alla NASA e ora studioso in proprio – e i due cominciano a progettare l’impresa che prenderà il nome di LOIRP: Lunar Orbiter Image Recovery Project. Per gli amici MacMoon, ma non siamo ancora a quel punto della storia.</p>
<p>Una sera di aprile del 2007 Wingo e Cowing si presentano con due camion Budget affittati a casa di Nancy Evans e caricano gli Ampex. Poi fanno tappa al JPL e prendono anche i bancali con le bobine. Infine, si dirigono a nord, verso l’unica base della NASA che ha accettato di ospitarli, sia pure in uno spazio decisamente originale.<br />
Ovvero in un McDonald’s. Della NASA.<br />
Il McDonald’s del centro di ricerca Ames (Mountain View, California) era stato appena chiuso per scarso volume di affari e taglio dei costi. L’idea viene a un’impiegata del centro. Wingo e Cowing ottengono il permesso di installarsi lì, all’esterno della base NASA e all’ombra del colossale Hangar One, uno spettacolare zuccotto costruito 76 anni fa e di cui si sta discutendo la demolizione tra molte proteste.</p>
<p>Wingo e Cowing occupano il McDonald’s e ne fanno il quartier generale del LOIRP. Sui tavolini dove si consumavano i Big Mac dispongono i loro Mac, tolgono dagli imballaggi le bobine nelle pizze metalliche e le impilano sul pavimento, scaricano gli Ampex, e affiggono una bandiera dei pirati sulla vetrata. Poi si mettono a cercare aiuto. Trovare qualcuno che conosca ancora gli Ampex e sappia metterci le mani è la vera impresa: Wingo batte tutte le società di manutenzione e dissemina la rete di appelli e richieste. A un certo punto dal centro di Ames gli segnalano un riparatore che ha fatto dei lavori sui loro apparecchi video. Si chiama Ken Zin, è cresciuto riparando i trattori della fattoria di famiglia, poi è stato nell’esercito ed è diventato esperto di macchine crittografiche. “Erano quarant’anni che non vedevo un oggetto del genere”, dice Zin davanti allo FR-900.<br />
Nel progetto vengono coinvolti altri tecnici e diversi studenti che stanno facendo uno stage estivo al centro Ames: alcuni di loro si sistemeranno sul pavimento del McDonald’s con i sacchi a pelo e passeranno lì anche le notti.</p>
<p><img style="visibility:hidden;width:0px;height:0px;" border=0 width=0 height=0 src="http://counters.gigya.com/wildfire/IMP/CXNID=2000002.11NXC/bT*xJmx*PTEyNDU2Nzk3ODg4MDUmcHQ9MTI*NTY3OTc5NTgzNCZwPTEwMTkxJmQ9c3NfZW1iZWQmZz*yJnQ9Jm9mPTA=.gif" />
<div style="width:425px;text-align:center" id="__ss_1576315"><a style="font:14px Helvetica,Arial,Sans-serif;display:block;margin:12px 0 3px 0;text-decoration:underline;" href="http://www.slideshare.net/kcowing/presentation-by-dennis-wingo-on-the-lunar-orbiter-image-recovery-project-at-the-2009-apple-wwdc?type=presentation" title="Presentation by Dennis Wingo on the Lunar Orbiter Image Recovery Project at the 2009 Apple WWDC">Presentation by Dennis Wingo on the Lunar Orbiter Image Recovery Project at the 2009 Apple WWDC</a><object style="margin:0px" width="425" height="355"><param name="movie" value="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=adventures-in-technoarcheology-v5dd-090612200439-phpapp02&#038;stripped_title=presentation-by-dennis-wingo-on-the-lunar-orbiter-image-recovery-project-at-the-2009-apple-wwdc" /><param name="allowFullScreen" value="true"/><param name="allowScriptAccess" value="always"/><embed src="http://static.slidesharecdn.com/swf/ssplayer2.swf?doc=adventures-in-technoarcheology-v5dd-090612200439-phpapp02&#038;stripped_title=presentation-by-dennis-wingo-on-the-lunar-orbiter-image-recovery-project-at-the-2009-apple-wwdc" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="355"></embed></object>
<div style="font-size:11px;font-family:tahoma,arial;height:26px;padding-top:2px;">View more <a style="text-decoration:underline;" href="http://www.slideshare.net/">Microsoft Word documents</a> from <a style="text-decoration:underline;" href="http://www.slideshare.net/kcowing">kcowing</a>.</div>
</div>
<p>La squadra decide di cercare di rimettere in funzione due degli Ampex, e di usare gli altri due per le parti di ricambio. Dopo tre mesi di lavoro e ricostruzione della documentazione, un giorno Zin accende la macchina, inserisce una delle bobine, e sul monitor compare l’onda che indica la lettura del nastro. È un primo grande successo: adesso resta solo da estrarre da quel nastro il segnale, convertirlo in una serie di dati, stamparli su pellicola, scannerizzarla, digitalizzare, trasformare in immagini e associare e calibrare le immagini per ottenere le foto originali. Duemila volte.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 5px;" src="http://images.spaceref.com/news/2009/lowresversionloiii214m.s.jpg" alt="" width="233" height="240" />Facciamo un salto in avanti. Questa storia finisce bene. O meglio, non è ancora finita ma è già finita bene. Il progetto del LOIRP, confidenzialmente noto come McMoon, è stato celebrato dal governo americano e dalla NASA, ha ottenuto il plauso di enti e istituzioni spaziali e il sostegno della NASA stessa. Alla visione di Nancy Evans è stato riconosciuto il merito di aver salvato i nastri (Mark Nelson, trascurato a suo dire dai riconoscimenti, ha avuto un brutto litigio con Dennis Wingo, con accuse reciproche molto violente), e le prime immagini ricostruite sono meravigliose e di straordinaria qualità. Le opportunità di conoscenza della luna e delle eventuali variazioni avvenute sulla sua superficie ne sono moltiplicate.<br />
Ma sapete quante immagini abbiamo ottenuto, dopo due anni di occupazione del McMoon?<br />
Quattro.</p>
<p>È un lavoro pazzesco. Wingo ci dedica ormai – dentro al McDonald’s – i tre quarti del suo tempo. Non c’è solo da migliorare e mantenere il precario funzionamento dei lettori e da far girare le bobine. L’elaborazione e la conversione del segnale su pellicola è un processo molto lento e articolato. La scannerizzazione, la digitalizzazione e la ricomposizione delle diverse parti delle immagini (ognuna è divisa in 86 porzioni) sui Mac di Wingo avvengono manualmente e necessitano di continue attenzioni. Anche se naturalmente man mano che si procede alcuni passaggi si accorciano e i tempi diminuiscono.</p>
<p>A novembre dell’anno scorso, Dennis Wingo e la sua squadra annunciano e diffondono ufficialmente la prima riproduzione: è la stupenda fotografia della terra che sorge alle spalle della luna. Malgrado tutto quello che è passato in quarant’anni, ha ancora una forza simbolica e romantica straordinaria. Ma in più, ha anche una qualità mai vista che non era stato possibile mostrare con le tecnologie di allora, e che è superiore a quella di tutte le immagini lunari raccolte dopo, e a quella resa dal telescopio Hubble.<br />
Per non dire che successivamente, questa immagine verrà analizzata anche per individuare le condizioni meteorologiche del tempo intorno alla terra e l’estensione dei ghiacci polari, per confrontarle con i dati successivi.</p>
<p><em>“La prima macchina continua a funzionare bene. Ci sono alcuni problemi che stiamo affrontando. Uno è che molte parti elettroniche sono circuiti ibridi Ampex che ovviamente non esistono più”</em><br />
(dall’aggiornamento del 5 febbraio 2009 sul blog del LOIRP)</p>
<p>Lo scorso marzo viene completata la seconda immagine, quella del cratere di Copernico: la foto del secolo, scorso. Fu scattata alle 7:05 PM, ora di Washington, del 24 novembre 1966, da un’altezza di 45 chilometri. I rilievi lunari appaiono straordinariamente definiti e vicini. È bellissima.</p>
<p>Ad aprile, il LOIRP annuncia la fase due del progetto: obiettivi, mettere in funzione un secondo Ampex FR-900 e completare la digitalizzazione di tutte le bobine entro il 2009. Costi sostenuti finora da alcune società private e dalla NASA: 250 mila dollari. Il lavoro sarà ancora lungo per la decina di persone dentro al McDonald’s, ma adesso è in discesa.</p>
<p>Chiedo a Dennis Wingo un’ultima cosa, sentimentale: lui risponde che è quasi impossibile, un impatto di quel genere li ha di certo disintegrati.</p>
<p>Ma era bello pensare che i pezzi degli eroici Lunar Orbiter schiantati sulla luna, fossero ancora là, da qualche parte.</p>
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		<title>L&#8217;era dei tardivi digitali</title>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 09:13:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[tardivi digitali]]></category>

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		<description><![CDATA[Wired in edicola anticipa la prefazione che ho scritto per il libro &#8220;Nati con la rete&#8221;, che esce per Rizzoli il 3 giugno. Le persone non più giovani che si accingano a voler capire com’è il mondo delle generazioni «native» &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/05/20/lera-dei-tardivi-digitali/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><em>Wired in edicola anticipa la prefazione che ho scritto per il libro &#8220;Nati con la rete&#8221;, che esce per Rizzoli il 3 giugno.</em></p>
<p class="MsoNormal"><span>Le persone non più giovani che si accingano a voler capire com’è il mondo delle generazioni «native» devono innanzitutto liberarsi della solida sensazione di essere i protagonisti del nostro mondo e del nostro tempo: inutile illudersi, non lo sono più. E devono liberarsi dall’inclinazione «entomologica» nei confronti dei fenomeni che riguardano i loro figli (o nipoti): noi non siamo scienziati che studiano gli insetti, siamo insetti che studiano gli scienziati, per quanto insetti curiosi e colti, colti di un’altra vecchia cultura. Le nostre analisi le pubblichiamo ancora sui libri di carta e di centinaia di pagine, come questo. E non ci è facile pensare agli adolescenti e ai ventenni come al mondo che è già: lo consideriamo il mondo che sarà, appena ci toglieremo di torno noialtri. Ma il mondo ci ha già tolto di torno: ne frequentiamo uno che risulta sempre più emarginato, illuso da una grande finzione collettiva tenuta in vita dai mezzi di comunicazione che a loro volta gli appartengono e che con lui se ne stanno andando. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È la fine del mondo come lo conosciamo. O almeno lo sarebbe. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Perché rispetto a questo è interessante fare anche un’altra riflessione, simmetrica a quella sui nativi digitali ospitata in questo libro. Ed è quella sul rapporto con la rete di noi non nativi. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Noialtri non nativi apparteniamo a due distinte categorie (trascuro quelli che con internet non hanno ancora avuto mai a che fare, vuoi per sfortuna geografica e sociale, vuoi per età, vuoi per rarissima ostinazione). Ci sono da una parte quelli vengono chiamati «coloni», o «immigrati», o «ibridi». Io preferisco l’ultimo termine, perché descrive la condizione – che è anche la mia – di persone che sono vecchie abbastanza da aver frequentato il mondo «di prima», ma anche giovani abbastanza da avere abitato da subito il mondo «di dopo». È una categoria umana ridotta, per ragioni anagrafiche, ma centrale nella costruzione della conoscenza, della cultura e delle elaborazioni relative alla rete: perché ne ha seguito nascita e crescita avendo già gli strumenti per capirla e discuterla, e il metro per tenerla in relazione con il mondo «di prima». Ne sono stati protagonisti negli scorsi anni, ma ormai la loro presenza si sta ridimensionando mentre avanzano e si allargano i nativi che bene interpreta e descrive </span><em><span>Nati con la rete</span></em><span>. Ma c’è un’altra avanzata che ha riversato in rete una popolazione nuova in questi ultimissimi tempi.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La chiamerei quella dei «tardivi» di internet: la seconda categoria di non nativi. Sono coloro che hanno cominciato a occupare e a occuparsi di internet solo da poco, di fatto, e soprattutto grazie alla nuova accessibilità e familiarità di alcuni suoi luoghi e prodotti.<span id="more-15025"></span><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Succede con molti fenomeni nuovi. Ci sono delle avanguardie di esploratori che raggiungono e colonizzano luoghi prima inesistenti o sconosciuti. Il west. Uomini in cerca di qualcosa e con poco da perdere si spingono in là senza sapere cosa troveranno: sparano ai bisonti, trattano con gli indiani, dormono intorno al fuoco acceso sotto le stelle e con un occhio aperto. Si adattano al nuovo mondo e ne scoprono le opportunità, a forza di tentativi e fallimenti. Colonizzano, appunto.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Più tardi, quando gli indiani sono stati allontanati e le</span><span> </span><span>praterie sono state liberate dai bisonti, c’è uno sceriffo</span><span> </span><span>ed è arrivata la ferrovia, gruppi sempre più numerosi di</span><span> </span><span>nuovi coloni cominciano ad arrivare. Arrivano con le carovane,</span><span> </span><span>traslocando le loro cose, e trovano già i pozzi e</span><span> </span><span>l’acqua corrente. C’è una maestra, un saloon e un bordello.</span><span> </span><span>Trovano il loro mondo, solo spostato da un’altra parte. Ma si guardano intorno e dicono «qui è davvero un altro mondo».</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Questo sta succedendo con internet, in particolare in Italia. Per anni una piccola comunità di esploratori ha provato – spesso riuscendoci – a inventarsi cose nuove che si potessero fare con la rete, e ha costruito un mondo, anche se era un mondo frequentato da pochi. Altri provavano a trapiantare in rete attività e servizi più tradizionali, ma i clienti più tradizionali non erano ancora arrivati. I lettori dei giornali leggevano ancora i giornali, non i giornali online. Poi però hanno cominciato ad arrivare, ad avvicinarsi, ad affacciarsi guardinghi. E a un certo punto hanno trovato Facebook. E sono entrati.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>No, non è solo Facebook. Sono molti i luoghi della rete in cui la differenza dal mondo di prima è praticamente inesistente, quasi invisibile, come quando si va in vacanza in un Paese esotico e diverso e si trova una pizzeria italiana, o un McDonald’s. Un esempio facile e interessante è il successo di un sito di pettegolezzi, voci e rassegna stampa dedicate alle celebrities e ai poteri italiani. Tecnicamente un blog, ovvero una delle forme più moderne e rivoluzionarie della comunicazione online. Ma le opportunità sono tarpate, ignorate, tenute alla larga. Non esistono di fatto link, si tratta di un contenitore di testi, come un giornale tradizionale. Non crea relazioni con altri luoghi della rete, è un posto isolato da internet. E ospita da sempre contenuti familiari, propri dell’<em>establishment</em> dell’informazione italiana, quasi vernacolari. È internet per i navigati direttori della stampa nazionale: gossip, vicende di potere bancario e politico, economico e giornalistico. Aggressività verbale, linguaggio spiccio e burineggiante, e notizie pubblicate con secondi e terzi fini. C’era persino il porno, fino a poco fa (il porno è eterno). Tutta l’Italia più zavorrata nel secolo scorso. E che però ha trovato se stessa su un blog, e si è convinta che quello fosse internet.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Si possono fare altri esempi. Il blog italiano più seguito e pubblicizzato negli ultimi due anni è in realtà un altro esempio di sfruttamento poverissimo e semplificato delle opportunità tecniche e relazionali della rete. Niente più di una rubrica su un giornale, con l’aggiunta dei commenti, ma un’aggiunta assolutamente non esaltata o sfruttata. Una sorta di lunga rubrica delle lettere. E ammesso che l’autore le legga (sono centinaia), non le usa, non risponde. Anche lui non si mette in relazione con la rete, non la sfrutta. Non mi fraintendete: si tratta di un successo di lettori e mediatico formidabile, indiscutibile e ammirevole. Ma è un successo che si deve appunto alla familiarità e accessibilità dell’iniziativa. E che anzi probabilmente non sarebbe stato ottenuto lavorando a un’idea più ricca, creativa, condivisa, più fatta a forma di internet. Il blog più seguito in italia ha attratto i lettori estranei agli altri blog: non solo per l’efficacia di quel che dice, ma anche appunto per la sua forma «accogliente», facile.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>E poi è arrivato Facebook. Una consolante rivelazione, per i tardivi digitali. È un luogo della rete del tutto familiare, quasi da film di Pupi Avati: ci si scambiano le fotografie, si ritrovano i vecchi compagni di scuola (si fa molto altro, ma su questi due servizi si è basato il grosso della comunicazione propria del social network). Chi accede alla rete da Facebook non ha bisogno di conoscere i meccanismi con cui la rete funziona o di essere appassionato dell’informazione e delle cose del mondo. Ci trova quelle cose che lo interessano e che conosce. Giovanni Boccia Artieri, studioso della comunicazione, ha individuato nel successo di Facebook «l’ascesa della borghesia» in rete. E questo non solo significa che i meccanismi della rete coinvolgono sempre più persone che prima ne erano estranee, ma ha anche un effetto opposto. Internet si «normalizza». Viene ricolonizzata dal mondo di prima. I suoi nuovi abitanti, meno coraggiosi e attrezzati, vi ricostruiscono i modelli familiari. Il successo di Facebook è un successo di funzioni semplici e tradizionali: relazioni con vecchi compagni di scuola, album di ricordi, piccole conversazioni, campagne per i cani abbandonati, promozioni editoriali. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>L’accesso alla rete e la sua colonizzazione da parte dei tardivi non si deve per forza prestare a una valutazione, se sia un bene o un male. È una cosa che sta accadendo, inevitabilmente, e con cui è il caso di fare i conti. Ed è ovviamente una buona cosa, come ogni crescita dell’accesso alla rete e a qualsiasi nuovo mezzo di comunicazione in genere. Ha anche delle controindicazioni, per i modi descritti con cui sta avvenendo. Quello che da parte dei tardivi era una volta un atteggiamento di laica e umile curiosità nei confronti di internet si sta trasformando in una rapida sopravvalutazione della propria esperienza. Tornando agli esempi di cui sopra, è accaduto in molte redazioni di giornali che si siano scambiati siti di gossip per un esempio della nuova informazione online e che si siano presi blog politicizzati per una moderna forma di aggregazione e attività politica in rete. Per molti, la punta dell’iceberg di internet citata dai giornali è diventata la propria idea di internet (quindi aggiungeteci bullismo su YouTube, saccheggi della privacy e tutto il repertorio dell’allarmismo giornalistico: spaventalismo). Fino a che non è arrivato Facebook, che è diventato internet. L’espansione di Facebook dentro la rete è stata molto dibattuta in questi mesi: Facebook si allarga e i suoi meccanismi semplificati sottraggono spazio ai servizi e ai siti più ricchi e promettenti. E molte persone che per la prima volta accedono a Facebook attratte da questa semplificazione sono vittime di una sbornia adolescenziale simile a quella dei nativi quando scoprono un nuovo straordinario e fantascientifico videogame online. Si apre loro un mondo, e lo capiscono. Accumulano amici, reinventano le proprie relazioni e il loro tempo libero, scambiano Facebook per l’universo, e la grande rivoluzione tecnologica di questi decenni gli è improvvisamente chiara nella sua generosità: era Facebook. Questa sopravvalutazione ha un limite, come dicevo: impedire che questo primo e facile accesso alla rete preluda a nuove scoperte e nuove opportunità. Questo è ciò che avviene per i nativi, che allargano col tempo sempre di più gli usi della rete e gli spazi che ne conoscono. I tardivi invece confrontano i misteri della rete con i confortevoli luoghi di cui hanno esperienza, e ne stanno alla larga. Per alcuni di loro, questa ritardata emozionante scoperta si traduce rapidamente in elaborazioni, considerazioni, idee, e persino progetti imprenditoriali in ritardo di anni su quanto la rete ha già discusso e analizzato e creato prima. Ma questo potrebbe non significare niente, perché ormai una cospicua parte degli interlocutori o degli utenti di queste idee è a sua volta tardiva, soprattutto in Italia. E così come la televisione italiana non può che produrre contenuti anacronistici e arretrati dipendenti dal suo tipo di pubblico, anche la rete potrebbe rischiare di essere trascinata indietro da ragioni di mercato nuove. </span><em><span>Miss Italia </span></em><span>su internet potrebbe diventare un grande successo nel 2011. Magari persino il </span><em><span>Festival di</span></em><span> </span><em><span>Sanremo</span></em><span>, o l’edizione online di «Micromega».</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Oppure no. Oppure ci salveranno i nativi. Anzi salveranno se stessi. La rete è l’ultimo luogo che ci rimane per tenere le redini del futuro, in un Paese così per vecchi da essere diventato un cliché. Ed è un luogo in cui molti si rammaricano non si trovino dei modelli di business adeguati a sfruttare iniziative anche di grande successo di visite e utenti. E proprio questo potrebbe essere un’opportunità per scongiurarle il melmoso destino in cui si dimena il resto del Paese. L’Italia salvata dai nativi digitali.</span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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