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	<title>Wittgenstein &#187; Highlights</title>
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	<description>Piove sui giusti e sugli iniqui. E cosa c&#039;entriamo noi nel mezzo?</description>
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		<title>Il potere al deejay</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Feb 2011 23:02:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sulla centralità del ruolo del deejay nei nostri tempi annoio da anni diversi interlocutori: in estrema sintesi, penso che in un mondo e in un tempo in cui è ricchissima l&#8217;offerta di contenuti di ogni genere e difficilissimo l&#8217;orientamento e &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2011/02/18/il-potere-al-deejay/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sulla centralità del ruolo del deejay nei nostri tempi annoio da anni diversi interlocutori: in estrema sintesi, penso che in un mondo e in un tempo in cui è ricchissima l&#8217;offerta di contenuti di ogni genere e difficilissimo l&#8217;orientamento e la selezione in mezzo a questa offerta, sia diventato importantissimo il lavoro di selezione e aggregazione da una parte e di costruzione di un rapporto di fiducia e condivisione con gli utenti dall&#8217;altro. Chiamo quindi deejay i compilatori di rassegne stampa, molti blogger, i galleristi d&#8217;arte, i montatori di Blob, i giornalisti di Internazionale e quelli del Foglio dei fogli, gli stessi deejay (e naturalmente il Post), eccetera.</p>
<p>Giovedì ho assistito alla presentazione del <a href="http://www.ilpost.it/2011/02/17/matteo-renzi-fuori/">libro</a> di Matteo Renzi a Milano. Lui chiama questo genere di idea a metà tra uno show e un comizio, &#8220;format&#8221;: espressione che gli piace e che aveva usato anche per le <a href="http://www.ilpost.it/tag/prossima-fermata-italia/">giornate</a> (con &#8220;consolle&#8221;, appunto) alla stazione Leopolda di Firenze. E il format di Renzi è di fatto la declinazione dell&#8217;idea del deejay nella comunicazione politica: lui seleziona immagini, video, canzoni, testi, film, li raccoglie insieme e li presenta, in un percorso e un progetto comune. Fa il deejay, e al posto in una serata a tema anni Settanta piena di vecchie canzoni, propone un discorso politico pieno di idee, slogan, evocazioni e citazioni, sia politiche che sentimentali.</p>
<p><a href="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/02/renzi_milano.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-21747" title="renzi_milano" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/02/renzi_milano.jpg" alt="" /></a></p>
<p>Come show funziona. Meglio del 90% delle presentazioni di libro, meglio del 99% dei comizi. Quello a cui pensavo, mentre lo guardavo, era se possa funzionare anche per la stessa attività politica. È indubbio che la politica non sia più né possa più essere quella a cui siamo stati abituati quando sembrava una cosa buona e importante: questo non è ne buono né cattivo (o magari sì, ma non importa), semplicemente è. Per questo faccio fatica a discutere con molti amici che sperano di raddrizzare il disastro italiano riproponendo idee di politiche, di partiti, di rapporti sociali, che ricordano da altri tempi: perché loro pensano che la contesa sia tra un&#8217;idea buona e una sbagliata in astratto, mentre il tema è il confronto tra un&#8217;idea adeguata ed efficace e una sconfitta e implausibile, tra una attuale e una superata. È come quando la squadra ha un allenatore simpatico, colto e intelligente, ma che perde da dieci partite: lo si cambia, perché vuol dire che serve altro. Ed è evidente che alla politica italiana serve altro che un&#8217;impossibile restaurazione di meccanismi e letture sconfitte e anacronistiche, e complici evidentemente del guaio in cui siamo finiti.</p>
<p>Ma torno al deejay. Mi chiedevo, insomma, astrattamente, se esista una declinazione del ruolo del deejay in politica: una capacità di raccolta e selezione di ciò che di meglio il mondo e e il pensiero contemporaneo offrano nella progettazione di un futuro proficuo. Se il vecchio &#8220;progetto politico&#8221;, la stessa &#8220;ideologia&#8221;, non possano essere rimpiazzati da bravi deejay, che abbiano buone antenne e buona cultura per cogliere quello che circola e capire di cosa c&#8217;è bisogno, e buona capacità di comunicazione e condivisione con i cittadini per guadagnare la loro fiducia.</p>
<p>Magari è una fesseria, e molti saranno inclini a ritenerla tale (&#8220;hang the deejay&#8221;, diranno): ma suggerisco loro di farci un pensiero aperto e senza pregiudizi. Perché se invece fosse così, Matteo Renzi è l&#8217;uomo migliore che c&#8217;è.</p>
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		<title>Cosa mi aspetto dal domani</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 09:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questo articolo (lungo lungo) è uscito sull&#8217;ultimo numero di Wired. Gli uffici della Kurzweil Technologies sono ai margini di una cittadina di ventiseimila abitanti pochi chilometri a ovest di Boston, equamente attraversata da parchi e autostrade. Tra i ventiseimila ci &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2010/01/11/cosa-mi-aspetto-dal-domani-5/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo (lungo lungo) è uscito sull&#8217;ultimo numero di Wired.</em></p>
<p><a href="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/railway.jpg"><img class="size-full wp-image-18464 alignleft" style="margin: 4px;" title="railway" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/railway.jpg" alt="railway" width="230" height="130" /></a>Gli uffici della Kurzweil Technologies sono ai margini di una cittadina di ventiseimila abitanti pochi chilometri a ovest di Boston, equamente attraversata da parchi e autostrade. Tra i ventiseimila ci sono Steven Tyler degli Aerosmith e diverse leggende dei Boston Celtics e dei Red Sox, ma la storia locale può andar fiera anche di aver visto crescere Sylvia Plath e di Vladimir Nabokov, che insegnò qui al college tra il 1941 e il 1948. Alle ultime elezioni gli elettori di Obama furono il doppio di quelli di McCain, nella lunga tradizione liberal dell’area di Boston. Le sue celebri istituzioni universitarie dall’attitudine storicamente progressista, consegnano a queste graziose magioni molti residenti, sotto forma di professori di Harvard o dell’MIT (pronuncia corretta: èmaitì, da cui l’uso della preposizione apostrofata).<br />
Dal centro di Boston, è una mezz’ora di piacevole viaggio in metropolitana: la metro di Boston – la T – è come molte cose di Boston antica e sonnolenta, e molto poco sotterranea. In anticipo sull’appuntamento convenuto a un’ora che per noi aspiranti suicidi per errata alimentazione sarebbe quella del pranzo, entro in uno Starbucks ai margini di un laghetto e compro un panino al tacchino e un succo d’arancia. Tiro fuori il librone giallo, e mi siedo a un tavolino vicino a un’anziana coppia con un cane.<br />
Apro il librone giallo &#8211; che ho finito di leggere la notte prima &#8211; al capitolo 11: “Un articolo pubblicato nel 2008 sul prestigioso Journal of the American College of Cardiology sostiene che il danno per le vostre arterie comincia già dopo un solo pasto poco sano (per esempio cheeseburger, patatine, e una bibita gassata)”.<br />
Non si parla di tacchino. Patatine non ne ho prese. Il succo d’arancia non vale bibita, anche se avrei fatto meglio a frullare dei mirtilli (come suggerito a pagina 303). Chiudo il librone giallo. Si chiama “<a href="http://www.amazon.com/gp/product/1605299561?ie=UTF8&amp;tag=wittgensteini-20&amp;linkCode=as2&amp;camp=1789&amp;creative=390957&amp;creativeASIN=1605299561">Transcend</a>”. Sottotitolo: “Nove tappe per vivere bene in eterno”. Living well forever. Un lettore ignaro che lo trovasse sugli scaffali di una libreria potrebbe pensare che quel “forever” sia un modo di dire, un riferimento alla lunghezza di tutta la propria vita. Invece il manuale di Ray Kurzweil e Terry Grossman si riferisce letteralmente all’eternità: per sempre. Rimetto nello zaino il librone giallo e mi incammino verso l’ordinario edificio che ospita la Kurzweil Technologies, un prefabbricato di quattro piani nobilitato solo dalla elegante grafica modernista con il nome della via e il civico esposti sul fronte strada.<span id="more-18463"></span><a href="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/desk.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-18465" style="margin: 4px;" title="desk" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/desk-300x168.jpg" alt="desk" width="240" height="134" /></a>Non ero venuto da Ray Kurzweil per parlare di diete e alimentazione: a Wired di solito non ci occupiamo di manualistica salutista. Ma il fascino del librone giallo risiede esattamente nella sua apparente distanza dalla complessità scientifica e straordinaria di cui si era occupato finora il suo autore principale. Mentre lo aspetto – la segretaria mi annuncia che è leggermente in ritardo – mi aggiro indiscretamente per gli uffici: ogni parete e ogni mobile sono affollati da premi, targhe, medaglie, fotografie di Kurzweil con celebrità di ogni genere – Bill Clinton, Stevie Wonder – copie dei film su di lui, edizioni dei suoi libri tradotti in decine di lingue diverse. Soprattutto quello più celebre, “<a href="http://www.amazon.com/gp/product/0143037889?ie=UTF8&amp;tag=wittgensteini-20&amp;linkCode=as2&amp;camp=1789&amp;creative=390957&amp;creativeASIN=0143037889">La singolarità è vicina</a>”, in cui l’autore prevede un’accelerazione dell’innovazione tecnologica nei prossimi anni a ritmi impensati da chiunque (esponenziale, o persino esponenziale dell’esponenziale), tali da generare un cambio di paradigma totale, e un cambiamento del mondo imparagonabile con quelli che abbiamo sperimentato finora. Secondo Kurzweil le intelligenze artificiali diventeranno autosufficienti, quasi onnipotenti, e si fonderanno intimamente con le nostre intelligenze biologiche. Niente sarà più come prima, a cominciare da quel che chiamiamo “vita”, che diventerà quasi totalmente controllabile. “La singolarità è vicina” è un libro di cinquecento pagine, e questo riassunto non gli rende merito: sono pagine di grafici, esempi, storia del mondo, formule scientifiche e analisi di grande logica e chiarezza. Non un’implicazione delle sue previsioni sfugge all’analisi di Kurzweil, dalla coscienza di sé delle nuove intelligenze, al rapporto con l’universo, al concetto di Dio. Oltre a molte previsioni azzeccate sulle nuove tecnologie degli ultimi anni, si incontrano elaborazioni sul futuro affascinanti e stimolanti, ed è uno di quei libri che fa venire voglia di capirne di più e di discuterne con l’autore. Leggendolo per preparare questo incontro mi sono segnato molte cose, dubbi, obiezioni da fare. Fino a che sono arrivato al capitolo nove – “Risposte alle critiche” – che contiene tutte le obiezioni che mi ero segnato e altre ancora, e tutte le risposte di Kurzweil relative.</p>
<p><a href="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/fredric.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18466" style="margin: 4px;" title="fredric" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/fredric-168x300.jpg" alt="fredric" width="168" height="300" /></a>Ray Kurzweil. Se esiste qualcuno per cui usare quel termine un po’ macchiettistico e semplificatorio che è “genio”, quello è Ray Kurzweil. È fatto a forma di genio. Nella sala d’attesa, di fronte a me è seduto un signore calvo e con una gran barba bianca, elegante, con la pipa in mano. Sulla giacca ha appuntata una targhetta: “inventore”. È un manichino, forse di cera, a grandezza naturale, molto inquietante: ripensandoci, il mio aggirarmi per le stanze credo abbia a che fare anche con lui, seduto là. Chissà chi lo avrà regalato a Kurzweil, in suo onore e scherno.<br />
Raymond Kurzweil è nato nel 1948 a New York da genitori ebrei fuggiti dall’Austria alla vigilia della II Guerra Mondiale. Nella sua stanza, tra i diplomi e le medaglie, è appoggiato a terra il manifesto incorniciato che annuncia un concerto di suo padre Fredric, pianista e direttore d’orchestra, in un teatro di Long Island l’anno che Ray nacque. C’è una foto di Fredric, una bella faccia affascinante e sicura, moro e leggermente stempiato. Morì nel 1970, ma Ray progetta di resuscitarlo, un giorno. Ha messo da parte tutte le sue cose, che potrebbero tornare utili nel lavoro di ricostruzione della sua memoria. I genitori Kurzweil – anche la madre era un’artista – si interessarono alla fede Unitaria, studiando i precetti e le storie di molte chiese diverse in cerca di una sintesi e di radici comuni, e coinvolgendo Ray in questa ricerca. Lui però si appassionò rapidamente alla tecnologia e alla scienza: a quindici anni scrisse il suo primo software, che fu rilevato dalla IBM. Negli anni successivi applicò lo studio dei modelli – il tema su cui avrebbe lavorato fino a oggi, in ogni direzione – alla composizione musicale, e produsse software e hardware per la produzione di musica. A diciassette anni fu ospite di un programma televisivo e ricevette il suo primo premio come inventore, con tanto di ricevimento alla Casa Bianca (c’era Lyndon Johnson). Dopo il liceo si iscrisse all’MIT e cominciò a produrre sequenze vincenti di software innovativi, società tecnologiche, e accordi con grandi compagnie. Per molti anni lavorò simultaneamente sulla musica e sul riconoscimento vocale (in entrambi i sensi: computer che traducono in testo scritto un contenuto audio, o che “leggono” un testo scritto), producendo sia software che hardware. Il suo primo grande sostenitore – per ovvie ragioni interessato ad ambedue le questioni – fu Stevie Wonder, che vide in tv la presentazione della “Kurzweil Reading machine” e ne acquistò immediatamente un esemplare, nel 1976: da allora fu complice e ispiratore del lavoro di Kurzweil sulla sintesi musicale, e delle sue invenzioni dedicate alla musica elettronica.<br />
<a href="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/pills.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-18467" style="margin: 4px;" title="pills" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/pills-300x168.jpg" alt="pills" width="240" height="134" /></a>In giro per l’ufficio della Kurzweil Technologies ci sono riproduzioni dei suoi primi apparecchi e altri cimeli elettronici. Su una cassettiera di metallo sono invece esposti gli integratori alimentatori prodotti da Kurzweil e dal suo socio Grossman sotto il marchio “Ray and Terry Longevity Products”: decine di boccette di plastica di diverse dimensioni ed etichette colorate. Prendo in mano la confezione da 60 pillole di Resveratrolo, ha l’etichetta rossa, costa 26 dollari e 80 centesimi. Il librone giallo dice che è un elemento prodotto da alcune piante e dall’uva, e presente nel vino rosso. Malgrado si sia dimostrato che può allungare la vita delle mosche della frutta, di alcuni pesci e dei lieviti, Kurzweil e Grossman scrivono che “è ancora troppo presto per sapere se gli integratori di Resveratrolo possano aiutare significativi allungamenti nella durata della vita degli umani”. Ma – hai visto mai – “Ray e Terry ne assumono 50 milligrammi due volte al giorno”. Due pillole dalla boccetta rossa. Kurzweil ne prende ogni giorno altre 248, di ogni genere e colore, tutte descritte nel librone.</p>
<p>“Hai visto mai” è un elemento centrale nella visione di Kurzweil, e quello che attenua lo spaesamento dei profani. Le sue certezze profetiche nella descrizione del futuro sono dissimulate dalla pacatezza degli argomenti, e il suo è un proselitismo garbato, poco battagliero. “Quel libro è una sveglia per le persone della mia generazione, che devono lavorare molto per essere in buona forma per i prossimi 15 anni”, mi dirà dopo, “quando l’aspettativa di vita crescerà di un anno ogni anno. Io ho 61 anni ma i risultati delle analisi dicono che ho un’età biologica di 41. Se riesco a rimanere sotto i 50 per i prossimi 15 anni, potrò beneficiare delle nuove biotecnologie che verranno prodotte in questo tempo” (quando gli parlerò della familiarità che un ascoltatore italiano ha con un caso di esibizione della propria giovinezza biologica e di pretesa di immortalità, Kurzweil mi chiederà guardingo quanti anni ha il caso in questione e se sto registrando – sì – limitandosi quindi a un sorriso).<br />
Sto rimettendo al suo posto il Resveratrolo – era accanto agli Isoflavoni di Soia o alle bacche di Acai? &#8211; quando il titolare mi si fa discretamente incontro, scusandosi per il ritardo. Ray Kurzweil non somiglia al manichino: è un uomo stempiato come suo padre, non tanto alto, che porta gli occhiali e parla piano e lentamente. Quando ascolta, guarda spesso in basso o da un’altra parte, intento ad assorbire quel che ascolta e a rifletterci. Mi guida nella sua stanza, dove mi ero solo affacciato nella mia perlustrazione precedente. È un ufficio luminoso e col soffitto basso, gremito di cose intorno alla scrivania e ai due piccoli divani: ancora medaglie e diplomi, ritagli di giornale, disegni di bambini, un grande ritratto su tela di Fredric Kurzweil, molte riproduzioni di gatti sovrappeso (FatKat è il nome della società di investimenti creata da Kurzweil), libri, pile di documenti, trofei, un’antica edizione di “Ventimila leghe sotto i mari”, un paio di piante, dei quadri a soggetto vegetale ai muri e altri quadri appoggiati per terra, tutto piuttosto ordinato ma decisamente esuberante. Al centro della scrivania c’è un PC, poi altri apparecchi e accessori e molti fili che li collegano. Ci sediamo di fronte, sui divani, e Kurzweil mi chiede immediatamente della Singularity University, dove sono stato un mese fa.<br />
<a href="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/pool.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-18468" style="margin: 4px;" title="pool" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/pool.jpg" alt="pool" width="230" height="173" /></a>All’inizio del 2009 Kurzweil e Peter Diamandis (l’imprenditore spaziale e fondatore del progetto X-Prize che Wired intervistò nel numero di giugno) hanno annunciato la creazione di una sorta di seminario ispirato alla teoria della Singolarità, la “Singularity University”. Non si tratta di una vera e propria università con corsi annuali, ma di un’istituzione che al momento ospita un corso estivo e si appresta ad avviare dei costosi seminari di pochi giorni per manager e amministratori delegati. La Singularity University è stata creata con la partecipazione della NASA e di Google, e la sua sede è all’interno della base Ames della NASA , nella Sylicon Valley. Per il corso estivo dedicato a “laureati e post-laureati” sono stati selezionati 40 curriculum su oltre mille domande. Un gruppo notevolissimo, non tanto di cervelloni, quanto di persone che stanno facendo o hanno fatto cose straordinarie nel campo dell’innovazione tecnologica in ogni parte del mondo (età media: trent’anni). Di fatto, una sorta di campo estivo , in cui allo scambio di informazioni ed esperienze tra i partecipanti – che hanno convissuto per tre mesi e pagato 25mila dollari – si è aggiunta una fittissima serie di incontri e di lezioni tenute da personaggi di ogni tipo di eccellenza: responsabili della NASA, grandi venture capitalist, presidenti di Google, capi di network televisivi, scienziati, fondatori di internet, inventori, esperti di tecnologie, oltre allo stesso Kurzweil, al centro del network di relazioni e reciproca stima che ha permesso questa impressionante concentrazione di celebrità tecnologiche. Ma le giornate della SU sono state dedicate anche a riunioni, brainstorming e confronti tra gli studenti, costruzione di robot, discussioni di teologia, lancio di missili, partite di pallone ed elaborazione di ogni tipo di progetto: dalle energie alternative ai trasporti alla gestione delle risorse.<br />
<a href="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/flags.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-18469" style="margin: 4px;" title="flags" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/flags-300x225.jpg" alt="flags" width="240" height="180" /></a>Il progetto, raccontato così, fa impressione per densità di contenuti e qualità degli intervenuti (gli studenti cosiddetti erano poi bioarchitetti turchi, consulenti del Ministero della Difesa israeliano, inventori di sistemi di diagnostica medica, progettisti indiani di innovativi sistemi di gestione aziendale, laureati portoghesi in neuronanorobotica, giovani progettisti di Google, studiosi di “chirurgia spaziale e telemedicina”, esperti di computer quantistici). Ma l’elemento di straordinaria efficacia del progetto di Kurzweil e Diamandis sta proprio nell’idea del “summer camp”, della condivisione e dello scambio. La relazione della Singularity University con la teoria che le dà il nome si riduce all’idea che di fronte a un imminente grande cambiamento si debba essere preparati a definirlo, orientarlo e capirlo, ma un accessorio delle visioni di Kurzweil è l’idea che i grandi cambiamenti avvengano nelle zone di contatto tra aree di studio diverse. Salim Ismail, ex vicepresidente di Yahoo e ora direttore della SU, spiega che è questa la grande differenza metodologica con le istituzioni accademiche tradizionali, a cominciare dall’MIT: “Sono strutture universitarie chiuse, dove la ricerca è compartimentata tra settori e dipartmenti che non si parlano tra loro. Noi qui pensiamo che personalità e competenze straordinarie possano affrontare il cambiamento studiandolo assieme sotto i suoi aspetti più diversi”. Sono percorsi – quello della costruzione di occasioni di confronto e condivisione e quello della dimestichezza con l’esposizione efficace del proprio sapere – di cui ci sarebbe molto bisogno in Italia, pensavo in quei giorni californiani privi del glamour e della pubblicità del TED: tutti in un prefabbricato polveroso con la colazione appoggiata su un banco di formica mentre Trevor Blackwell aveva già cominciato a parlare dei suoi robot umanoidi, o più tardi seduti sul marciapiede davanti al prefabbricato discutendo con John Smart (nomen omen, futurista e teorico del “cambiamento accelerato”) del rapporto con la propria motivazione personale rispetto all’innovazione. Il responsabile dei progetti europei della Singularity University è un italiano di origine ungherese, David Orban, e alla base Ames ha tenuto un’affollata lezione sulla “internet degli oggetti”. Orban sta lavorando alla trasposizione in Europa del modello dei corsi per manager: e al più complicato progetto del corso estivo, per cui in Europa è impensabile una disponibilità geografica in un solo luogo di così tanti protagonisti del cambiamento.</p>
<p><a href="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/SU.jpg"><img class="size-full wp-image-18470 alignleft" style="margin: 4px;" title="SU" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/SU.jpg" alt="SU" width="230" height="173" /></a>“Il problema delle università è che sono sempre più specializzate, e uno studente può studiare un tipo di neurone per tutta la sua carriera accademica”, conferma Kurzweil. “Noi cerchiamo di avere uno sguardo più ampio e coprire diversi campi, e di trovare le intersezioni tra questi diversi campi. Perché le soluzioni sono lì: nell’applicare l’intelligenza artificiale e le nanotecnologie alla biotecnologia, per esempio. Le soluzioni ai grandi problemi sono sempre più interdisciplinari. E solo con una prospettiva ampia sulla crescita della information technology e su tutti questi campi si possono considerare le implicazioni sociali, filosofiche, etiche e legali di tutto questo e di dove stiamo andando”.<br />
La prospettiva della Singolarità, di un tempo vicino in cui le intelligenze artificiali saranno autosufficienti e creeranno un unico sistema potenzialmente immortale con le intelligenze biologiche ha creato molto interesse nel mondo scientifico, ed è stata molto discussa anche per le sue implicazioni etiche, appunto. Lo studio dei modelli del passato e l’idea che l’accelerazione sarà straordinariamente più rapida di quello che ci aspettiamo sono stati presi molto sul serio da tutti, ma l’affermazione delle intelligenze artificiali nella misura in cui la immagina Kurzweil (in un attentissimo equilibrio tra l’immaginare tendenze e scenari e fermarsi prima di dettagliarli troppo, per non trasformare le previsioni in fantasie) ha trovato molti dubbiosi. Qualcuno la giudica impossibile tecnicamente, qualcuno ne teme le conseguenze e sostiene che gli uomini sapranno tenerla a bada, altri ne temono le conseguenze e accusano di Kurzweil di eccitarsi per quella che invece sarà la fine del genere umano. Molti non riescono a capire esattamente a cosa alluda – ma lui stesso, appunto, dice di non saperlo <em>esattamente</em> – e questo li spiazza nel giudizio. Altri lo accusano di stare creando una specie di religione senza Dio, un “disegno intelligente per cervelloni”. La stroncatura più lucida e pittoresca è quella di Douglas Hofstadter, il celebre studioso di scienze cognitive divenuto popolare per il suo tomo divulgativo “Gödel, Escher, Bach”. In un’intervista del 2007 Hofstadter spiegò che il giudizio sulle teorie di Kurzweil è un terreno minato: “Propongono una cosa molto confusa, una varietà bizzarra di idee fondate e buone assieme ad altre che sono folli. È come se prendeste dell’ottimo cibo per cani e lo mescolaste così bene con della cacca di cane che poi non si capisce più cosa è buono e cosa fa schifo. Un densissimo frullato di buone idee e spazzatura”.<br />
Hofstadter invitò Kurzweil e altri teorici della Singolarità a un incontro pubblico, qualche anno fa, ma secondo lui si sottrassero a prendersi la responsabilità delle cose più estreme che Kurzweil aveva scritto nei suoi libri. Secondo Kurzweil, al di là delle mille obiezioni di cui si è trovato a discutere, la ragione principale dei dubbi nei suoi confronti è che “le persone sono abituate all’idea della morte, ne hanno bisogno e hanno elaborato complesse filosofie in relazione alla morte: nelle nostre culture la prospettiva della morte dà senso alla vita e la definisce. Non è una cosa che la gente è disposta a credere che possa essere rimossa”.</p>
<p>Mentre spiega, Kurzweil cita continuamente questo o quel capitolo del suo libro e lo apre per mostrarmi i grafici che indicano le curve esponenziali dell’innovazione nella storia del genere umano. Gli chiedo come si confronti col fatto – che lui stesso sottolinea – che “le persone <em>non capiscano</em> che questa svolta sarà molto rapida e rivoluzionerà completamente le nostre vite, diverremo padroni del nostro destino”: la presunzione di averlo capito solo lui non gli sembra un argomento su cui riflettere? È perché si crede più intelligente di tutti, cosa non da escludere? Ma Kurzweil ha una risposta equlibrata su tutto, e riesce a rendere credibile ogni prospettiva con argomenti semplici e documentati. La discussione lo appassiona e fa parte del suo lavoro, accoglie curioso ogni obiezione (salvo quelle di chi “parla senza avere letto i miei libri”): “No, è solo che io studio queste cose da trent’anni. Trent’anni fa anch’io avrei trovato incredibili le cose che ho capito poi. Ho lavorato sui modelli e sulla loro evoluzione come nessuno, e so leggere un corso di eventi e capire che strada prenderà. Non possiamo sapere esattamente dove porterà quella strada, ma possiamo capire in che direzione va. Per il successo di tutte le mie invenzioni è stato fondamentale non solo averle progettate e prodotte, ma avere studiato e capito quale fosse il momento giusto per farlo, arrivare puntuali a quell’appuntamento”.</p>
<p><em>“Inventare è un po’ come fare surf: bisogna vedere l’onda in anticipo e catturarla al momento giusto”<br />
</em>(La singolarità è vicina, Ray Kurzweil)</p>
<p>Kurzweil ha scritto che nel 2029 i computer saranno in grado di superare il test di Turing, ovvero di dare risposte non distinguibili da quelle di un’intelligenza umana, e che entro il 2045 “la singolarità ci permetterà di superare le limitazioni di corpo e cervello biologico. Otterremo il controllo dei nostri destini. La nostra mortalità sarà nelle nostre mani. Potremo vivere finché lo desidereremo (una cosa leggermente diversa dal dire che vivremo per sempre)”.<br />
“A un certo punto l’intelligenza artificiale supererà quella biologica, è inevitabile. La prima cresce esponenzialmente, la seconda è immobile da quando le nostre fronti si ampiarono per accogliere una corteccia cerebrale più grande. Ma saranno in stretta relazione, una sola cosa, non parliamo di un’invasione aliena da Marte”.<br />
Non resisto alla tentazione di esporgli anch’io i pensieri più immediati che noi umani abbiamo rispetto a questi scenari.<br />
<strong>E cosa ci garantisce questa relazione? A che serviremo ancora, noi “biologici”?<br />
</strong>L’intelligenza artificiale nasce da modelli tratti dall’intelligenza biologica, farà ancora parte di “noi”, avrà rispetto per ciò da cui proviene.<br />
<strong>Noi per le scimmie non abbiamo avuto tanto rispetto, le abbiamo uccise e messe negli zoo, eppure proveniamo da lì. I “noi” del futuro potrebbero non avere rispetto per i “noi” di oggi.<br />
</strong>Qualcun altro ha fatto questa ipotesi, immaginando una specie di guerra: ma sarebbe come una guerra tra un complesso militare industriale e gli Amish. Non sarebbe neanche una guerra. Ma semplicemente non ci saranno “noi di oggi”: nessuno rifiuterà la crescita di sé, delle opportunità, dei modi per curare il proprio corpo e controllare la propria vita. Quando proponi alle persone l’uso di nanorobot che diffusi nel sangue permettono al sistema immunitario di sconfiggere il cancro, le implicazioni filosofiche diventano secondarie. Se parte del tuo cervello è distrutto dal Parkinson e puoi introdurre un computer a sostituire i nervi, vorrai essere sicuro che funzioni davvero, ma non dirai che non vuoi avere un computer in testa<br />
<strong>Non crede che le variabili siano troppe e troppo incontrollabili per poter fare previsioni in termini di anni e così definite? Non basta un batter d’ali di farfalla a ribaltare tutto lo studio dei modelli di crescita passati?<br />
</strong>“Batter d’ali di farfalla ci saranno e ce ne sono stati. C’è stata la Guerra Mondiale e c’è stata la Guerra Fredda, ma se guardiamo l’evoluzione dell’innovazione tecnologica e del suo peso nelle nostre vite, sul lungo termine questa evoluzione si è mantenuta coerente. Quello che noi possiamo prevedere è l’accelerazione esponenziale di questa crescita nell’introduzione di nuove tecnologie, ma non come verranno usate: possono essere la soluzione dei grandi problemi del mondo, ma anche essere usate contro l’umanità. Però sul lungo periodo solo un evento catastrofico e definitivo per la razza umana – che non possiamo escludere – potrebbe arrestare questo processo. Non un batter d’ali di farfalla”.<br />
<strong>Altra obiezione: non è che stiamo parlando di un fenomeno che riguarda una parte ridotta e privilegiata del mondo? Alla fine molte delle novità tecnologiche di cui parliamo non riguardano ancora parti cospicue di alcuni continenti.<br />
</strong>“Non è vero. Il crollo dei costi e l’accessibilità delle tecnologie sono anch’essi processi storici dimostrati.I telefoni cellulari sono ovunque. Hanno già modificato la vita delle persone ovunque. Ce li hanno in tasca i contadini in Cina. E anche questo è una dimostrazione della forza del cambiamento e della sua rapidità. Se la guardi da qui, la nostra vita anche solo dieci anni fa ci sembra primitiva”.<br />
<strong>Ma era peggiore? Siamo sicuri di non confondere il progresso e la rivoluzione tecnologica con il reale miglioramento delle nostre condizioni di vita?<br />
</strong>“Io non credo che la felicità debba essere il nostro obiettivo. Credo piuttosto che lo scopo sia superare le limitazioni alla nostra creatività. Se avessi chiesto a un cavernicolo cosa lo rendesse felice, avrebbe risposto una grossa pietra per difendere la sua caverna dagli animali feroci”.<br />
<strong>E infatti quando la ebbe fu davvero più felice…<br />
</strong>“E allora desiderò un modo per conservare il fuoco…”<br />
<strong>E ottenne anche quello, e fu più felice…<br />
</strong>“Ma se gli avessimo chiesto se voleva dei videogames o un blog tutto suo non avrebbe saputo di cosa parlassimo: gli orizzonti del possibile si espandono col tempo”.<br />
<strong>Noi infatti ci crediamo più felici, oggi, con i nostri videogames e i nostri blog…<br />
</strong>“Io credo che ci sentiamo più appagati; la felicità è una cosa che raggiungi temporaneamente e in momenti occasionali. Io sono felice se una mia invenzione aiuta una persona cieca, o se mi innamoro. Non si può essere in una condizione stabile di felicità. Ma credo che la nostra attitudine sia di voler superare sempre i limiti e avere orizzonti più ampi, che è una cosa unica della razza umana. Non siamo rimasti a quattro zampe, non siamo rimasti con i piedi per terra, non siamo rimasti neanche sul nostro pianeta, non siamo rimasti nella nostra durata di vita, che mille anni fa era in media di 23 anni”.<br />
<strong>È a questo che si riferisce quando dice “controlleremo i nostri destini”? All’estensione dell’aspettativa di vita?<br />
</strong>“Sì, ma credo che cambiera proprio la natura stessa della vita. Non dipenderemo solo da un corpo biologico, saremo in grado di controllare corpi virtuali, realtà virtuali, nanorobot, potremo creare nuovi corpi, ridefiniremo il significato della parola vita. Ma non puoi mai dire di essere immortale, perché non sai mai davvero cosa possa succedere in futuro”.<br />
Quest’ultima frase è una notevole postilla alle previsioni sul futuro di Kurzweil. O forse dovrebbe esserne una premessa, insieme a “hai visto mai”.</p>
<p><a href="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/rayandluca1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18476" style="margin: 4px;" title="rayandluca" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/rayandluca1-300x168.jpg" alt="rayandluca" width="240" height="134" /></a>Alla fine degli anni Ottanta Kurzweil annunciò che nel giro di dieci anni un computer avrebbe battuto i migliori giocatori di scacchi del mondo. Garry Kasparov, che al tempo aveva negato una simile possibilità, perse da un computer IBM nel 1997. A metà degli anni Ottanta Kurzweil predisse la fine dell’Unione Sovietica a causa dell’estensione del flusso di informazioni tra i suoi cittadini. Nello stesso periodo indovinò i tassi di crescita futuri di internet e l’affermazione delle connessioni wireless. Nel frattempo inventava i primi scanner piatti e i software di riconoscimento vocale. Ma la sua visione di macchine umane, di “intelligenza diffusa”, di controllo del proprio invecchiamento (“Ho più dubbi sull’inversione del tempo”) è intimamente legata all’altro fronte principale della sua attività recente: quello del librone giallo. Kurzweil dice di volersi tenere pronto per la Singolarità, in modo che quando le biotecnologie e le nanotecnologie permetteranno di migliorare il funzionamento dei nostri corpi e aumentare la loro longevità, il suo non sia già troppo invecchiato: “tra vent’anni molti dei nostri organi saranno rimpiazzati da nanorobot”. E per diffondere questo progetto ha scritto “Transcend”, che mescola un dettagliato lavoro divulgativo sul funzionamento dei nostri organi e cervelli, sui processi dell’alimentazione e sulle funzioni vitali, a istruzioni pratiche da manualistica elementare, in una concretezza molto americana. Ci sono le ricette, in Transcend, e ci sono le figure degli esercizi di ginnastica da compiere (magari non vivrò in eterno, ma ho imparato a fare l’insalata di pollo southwestern e le estensioni dei tricipiti). Gli chiedo se non tema che questo rischi di banalizzare il suo lavoro – un suo libro (nero)si trova negli scaffali di “tecnologia e sviluppo software/informatica avanzata/AI” e l’altro (giallo) in “diete e salute” – a cominciare dal brand “Ray &amp; Terry” per la linea di integratori, che ricorda da vicinissmo la catena di gelaterie “Ben &amp; Jerry’s”. Ma Kurzweil cade dalle nuvole o mostra di farlo: “immagino che suonasse più familiare”. C’è qualcosa di terribilmente seducente nel modo posato e monocorde con cui espone ogni cosa, qualcosa che attrae centinaia di persone alle sue conferenze e che sommato all’estensione infinita della sua preparazione rende Kurzweil un uomo straordinario, forse lui stesso un abbozzo dell’intelligenza superiore che annuncia (meno convincente come testimonial dell’uomo perenne: se non dimostra i suoi 61 anni, ne dimostra almeno 58). Secondo lui, ciò che negli ultimi due anni ha reso straordinariamente più credibili le sue visioni – fondate, lo erano già – sono gli smartphone e la loro diffusione e familiarità: una volta che ci siamo abituati a tanta intelligenza artificiale sempre connessa alla rete e sempre con noi, in tasca, immaginare di averla qualche centimetro più in là, disseminata nel nostro corpo, è meno complicato. E in effetti il mese scorso, commentando le prospettive della “augmented reality”, il giornalista giapponese Toshinao Sasaki ha notato che sta sparendo già la separazione tra reale e virtuale, tra mondo di internet e mondo fuori di internet, persino quella tra pubblico e privato: “è possibile immaginare gli smart phones nel ruolo di cervelli supplementari”.</p>
<p><img class="alignright size-medium wp-image-18471" style="margin: 4px;" title="inventor" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2010/01/inventor-300x168.jpg" alt="inventor" width="240" height="134" />Mentre esco dall’ufficio della Kurzweil Technologies passando davanti al manichino dell’inventore – chiedendomi a questo punto se sia davvero un manichino – non mi risolvo ad aderire alla “new-age-per-geeks” dei fans di Kurzweil né alle accuse di squilibrio mentale o paura di invecchiare che gli muovono i suoi detrattori. In ogni caso, Kurzweil ha un vantaggio su tutti i grandi profeti del passato: se ha ragione, vivrà abbastanza per dire “ve l’avevo detto”.<br />
<strong>Pensa mai di sbagliare?<br />
</strong>Sono piuttosto sicuro che l’importanza di queste tecnologie continuerà a crescere e che riusciremo a risolvere I problemi che abbiamo oggi. Mi preoccupo dei problemi che avremo domani, che saranno creati dalle stesse tecnologie, e penso che il futuro sarà più complicato. Ma vuole sapere se penso mai che il futuro possa invece essere come il presente? No, non credo.</p>
 <img src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/plugins/wordpress-feed-statistics/feed-statistics.php?view=1&post_id=18463" width="1" height="1" style="display: none;" />]]></content:encoded>
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		<title>Lezioni</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Oct 2009 00:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Apro i commenti, che mi sono utili pareri, integrazioni e obiezioni costruttive a un corso di pensieri. Non so se ne arriveranno, che i migliori di voi saranno stroncati dalla lunghezza e dal disordine di queste riflessioni. Sono dense, pesanti: &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/10/29/lezioni-2/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Apro i <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/10/29/lezioni-2/">commenti</a></em><em>, che mi sono utili pareri, integrazioni e obiezioni costruttive a un corso di pensieri. Non so se ne arriveranno, che i migliori di voi saranno stroncati dalla lunghezza e dal disordine di queste riflessioni. Sono dense, pesanti: volevo mettere carne al fuoco e non mi sono curato di condirla. Non le ho neanche rilette. Proviamo.</em></p>
<p>Sto scrivendo e cercando di capire una cosa, che è resa complicata dalla nostra tendenza a discutere più le parole che il loro significato. Inciso: io credo che il 70% delle cose di cui si discute sia fuorviato da equivoci di significato, in buona o cattiva fede. Comunque. Io ho sempre pensato che l&#8217;accusa contro la &#8220;superiorità morale della sinistra&#8221; fosse spiegabile solo con un complesso di inferiorità, vista la sua palese insensatezza. Ognuno di noi pensa infatti &#8211; in misure diverse, con più o meno dubbi e disponibilità a cambiare idea &#8211; che le sue opinioni e ragioni abbiano un fondamento, e quindi siano più motivate di altre. Esistono proprio perché hanno un fondamento. Quindi non sono (più o meno temporaneamente) migliori “in quanto sue”, ma in quanto ci ha pensato, almeno un po’. Voglio insomma dire che ognuno attribuisce una “superiorità” alla sua opinione, visto che ce l’ha. A meno che non ne sia molto insicuro, e può capitare: ma di solito questo ha a che fare con il non averci riflettuto abbastanza, o non essersi documentato abbastanza, o non aver capito abbastanza cose, e quindi quell’opinione ha di fatto una sua “inferiorità” morale, nel senso che ha minore fondamento. Poi ci possono essere la spocchia, la supponenza, la presunzione, la rigidità: ma avere un&#8217;opinione e pensare che sia la migliore tra quelle di propria conoscenza non solo non è esecrabile, ma è ovviamente normale. E spocchia, presunzione eccetera sono discutibili e antipatiche, ma non influiscono sul valore delle cose che uno dice. Sono due piani diversi.<span id="more-17550"></span></p>
<p>Proseguo, che il discorso è lungo e la questione intricata. In questi anni di maggior accesso per tutti alle possibilità di affermazione pubblica di sé, e di maggiore competizione per ottenerla, si sono date man forte due attitudini che hanno esaltato e aumentato le nostre vanità. Una è l’uso del sapere e delle informazioni – in vari modi e contesti – per guadagnare credibilità, farsi notare, ottenere riconoscimento pubblico. Nel piccolo e nel grande, ci infiliamo quasi tutti ogni giorno in diverse misure nella parte di quello che sa una cosa, che la dice per primo, che l’aveva notata per primo, che non si fa fregare da quel che credono tutti o che si dice in giro. Saperla lunga è diventato un modo per “esistere”, per competere, e per vincere. Forse siamo già a una tappa successiva, in cui l’esibizione di sapere è un tic incontrollabile che sconfigge persino il pericolo di farsi invece malvolere e disistimare. Pensiamo che l’umiltà sia diventata troppo invisibile nel casino generale per poter essere notata e diventare notevole: e quindi ci sentiamo costretti a esibire noi stessi, perché altrimenti tutta la nostra sapienza e le nostre qualità non le noterebbe nessuno.<br />
È lo stesso meccanismo di quelli che urlano nei dibattiti televisivi solo perché urlano tutti gli altri, e se non urlano temono – con ragione – che non li si noti. E sto presentando così la seconda attitudine, che è il rifiuto dell’umiltà e dell’ammissione dei propri limiti, anche quelli più ovvii. In questo sistema, infatti, non sapere delle cose è vissuto come una sconfitta e una diminuzione. In questo sistema continuamente competitivo in cui ogni spaio e visibilità orttenuta da un altro sono lo spazio e visibilità che sto perdendo io, l’eventualità che qualcuno ci dica cose che non sappiamo corrisponde a un’ammissione di sconfitta invece che a un implicito successo. Non so se sbaglio, ma mi pare somigli all’orgoglio del non voler accettare aiuto, o regali, o soldi: che tu mi dia dei soldi di cui ho bisogno sarebbe forse utile, ma mi offende. Perché corrisponde a una dimostrazione di non essere in grado di farcela da solo, e di sapermeli “guadagnare” quei soldi, in cambio di qualcosa che ho da offrire. Ma il sapere, la comprensione delle cose, non sono come i soldi, non si ottengono solo in cambio di qualcosa. Sono sempre circolati anche a pagamento, ma in forma di economia accessoria e successiva: il primo meccanismo di diffusione del sapere è quello che ricambiamo ritrasmettendolo ad altri a nostra volta. Il ricevere lezioni, insegnamenti, informazioni, opinioni diverse, non può essere umiliante in quanto tale. Può accadere, daccapo, che le intenzioni di chi ce le trasmette siano piccine o vanitose, o I suoi modi eventualmente antipatici: ma questo non può implicare un rifiuto a priori dell’idea di conoscere nuove cose attraverso ciò che sanno e pensano gli altri.<br />
Invece, ultimamente, a orientare la nostra disponibilità a confrontarci col sapere e i pensieri altrui è la frase “non accetto lezioni”. Nessuno “accetta lezioni” (su questo ho <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/01/14/non-si-azzardi-a-convincermi/">già scritto</a>), e anzi rivendica fieramente questo rifiuto, questa assurda amputazione di ciò di cui più abbiamo bisogno e che più ci arricchisce: lezioni.<br />
In realtà, lo capite, non siamo così stupidi: quello che non accettiamo non è nuovo sapere, nuove informazioni, nuove comprensioni delle cose che ci renderanno migliori o che ci potremo almeno rivendere al giro successivo. Quello che non accettiamo è che siano “lezioni”, e che il nostro riceverle ci ponga in una condizione subordinata rispetto a chi ce le dà: e che ci sembra subordinata in modo insopportabilmente umiliante. Questo ha a che fare con le cose che abbiamo detto finora, ma anche con una grande e recente perdita di rispetto per le qualità altrui e per l’idea che ci possano essere persone più colte di altre, più sagge di altre, più intelligenti di altre, più esperte di altre, e soprattutto più colte, sagge, intelligenti ed esperte di noi. Ma anche più banalmente che su ogni tema, su ogni ambito, su ogni esperienza, le eccellenze siano distribuite. Il nostro odioso e maleducato vicino di pianerottolo può essere il maggior esperto del mondo di solai in legno. La sua opinione sulla trave che ci si è incrinata in salotto non sarà meno fondata perché è odioso e maleducato, e non ci sarà meno utile per questo. L’eccellenza, le piccole e puntuali eccellenze, non sono più premiate e ammirate: sono piuttosto viste con sospetto e competizione.<br />
Qui c’è un altro gancio, che cito solo di passaggio: quello col discorso sulla qualità della classe politica e delle persone che votiamo ed eleggiamo, e sui sentimenti di invidia e disistima che nutriamo per le esibizioni di qualità e competenza che poi ci portano a votare persone “normali” e “come noi”, piuttosto che uomini e donne che siano più bravi di noi: perché non ammettiamo che lo possano essere. Ma è un discorso in parte già <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/10/07/di-trattori-e-supermercati-un-riassunto-per-lunita-delle-cose-sullelitismo/">fatto</a> e che in parte complica le cose.</p>
<p>Mi avvicino invece al punto, ma ci abbiamo già girato molto vicino. Io credo che il confronto delle idee e delle riflessioni sia il primo meccanismo di costruzione del sapere e di un’opinione informata sulle cose. Che a loro volta sono ciò su cui si costruisce una società migliore: capire le cose, capire cosa è giusto, di volta in volta. Lo si ottiene solo studiando, accettando lezioni, prendendo ogni informazione come un insegnamento e un pezzo in più del proprio tesoro di conoscenze (anche quando lo si scarta o accantona). Questo ci attribuisce una doppia responsabilità, corrispondente al doppio dovere che abbiamo nella vita, a sua volta rivolto all’obiettivo del miglioramento del mondo. La rispiego all’indietro, scusate: il mondo si migliora migliorando noi stessi e gli altri e rendendoci disponibili a essere migliorati da noi stessi e dagli altri. La prima cosa si ottiene diffondendo e offrendo agli altri le cose che sappiamo e  che abbiamo capito, in particolare su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato e sugli strumenti per capirlo. Impartendo lezioni. La seconda cosa si ottiene simmetricamente accettando lezioni. È un circolo virtuoso, sempre più diffusamente interrotto dagli atteggiamenti di cui abbiamo detto. E che riguarda in modo uguale – anche il loro rapporto crea un circolo virtuoso o vizioso – la società e noialtri persone da una parte e la politica dall’altra. Dove oggi la demagogia è molto più diffusa della pedagogia (ah! Pedagogia! E che siamo, bambini? Non accetto lezioni!)</p>
<p>Secondo me ci sono due ostacoli maggiori alla ricostruzione di questo circolo virtuoso. Uno è quello piscologico di cui ho parlato: le accuse di snobismo, presunzione di superiorità morale, supponenza, distanza dal “paese reale” che bollano chi provi a migliorarlo, il paese reale, a cominciare da se stesso: come si permette? Chi si crede di essere? Ancora di più se non ha una posizione di potere riconosciuto che lo risparmi dalle suddette domande (siamo conformisti: in competizione con I nostri pari, e discreti con i nostri superiori). L’altro ostacolo è un’intolleranza linguistica. Una riprovazione sociale per alcune parole, che ci acceca sul loro reale significato e valore. Non sopportiamo “lezioni”. Non sopportiamo che qualcuno ci “insegni” delle cose. Nessuno si permetta di “educarci”, malgrado educare “significhi letteralmente condurre fuori, quindi liberare, far venire alla luce qualcosa che è nascosto”. Se qualcuno mi educa vuol dire che sono maleducato, pensiamo. Se qualcuno mi insegna, vuol dire che sono ignorante. Se qualcuno mi spiega, vuol dire che non ho capito. Sono un imbecille. Uno strato spessissimo di insicurezza ci si è incollato intorno e ci fa reagire a ogni cosa col timore dell’effetto che farà sulla nostra immagine agli occhi degli altri. Siamo preoccupatissimi dell’effetto che facciamo, e troppo insicuri per farlo diventare uno stimolo piuttosto che una paura.</p>
<p>Per finire: tutto questo non si risolve analizzandolo. Analizzare serve a capire, e discutere serve a capire. E capire serve ad affrontare. In questo caso però capire e discutere sono limitati dallo stesso tema di cui parliamo: l’indisponibilità a capire e discutere. Come si impara ad accettare lezioni, come si accettano lezioni sull’accettare lezioni? Si lavora sulle parole, muovendosi ipocritamente in punta di piedi e usando una correttezza politico-linguistica che eviti termini sensatissimi ma potenzialmente offensivi alle nostre sensibilità? (come avrete notato, l’ho fatto pavidamente io stesso in diversi punti di questa esposizione, che alcuni troveranno quindi troppo cauta e gli altri troppo saccente). Si fa una grande autoanalisi collettiva?<br />
Si rinuncia?</p>
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		<title>Il futuro dei media è fare le cose bene</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 06:22:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ieri ho detto delle cose sul giornalismo a un convegno di Telecom a Venezia dedicato al &#8220;futuro dei media&#8221;. Mi ero scritto un appuntone che poi ho seguito a pezzi e bocconi e ho dovuto molto sintetizzare. Lo metto online &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/10/21/il-futuro-dei-media-e-fare-le-cose-bene/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ieri ho detto delle cose sul giornalismo a un convegno di Telecom a Venezia dedicato al &#8220;futuro dei media&#8221;. Mi ero scritto un appuntone che poi ho seguito a pezzi e bocconi e ho dovuto molto sintetizzare. Lo metto online qui: è più chiaro ed esteso delle cose che ho detto un po&#8217; precipitosamente, ma manca del conforto di alcune immagini, che sono online <a href="http://www.slideshare.net/venicesessions/venice-sessions-iv-luca-sofri-le-cose-cambiano">qui</a>.</em></p>
<p>Io ho una sola idea chiara sul futuro dei media: ed è che nessuno ne abbia la minima idea. E credo che questo sia inevitabile, per due ragioni.<br />
- La prima è che non abbiamo quasi mai idea di niente. Da qualche tempo le cose avvengono in modi imprevisti, soprattutto per quanto riguarda l’innovazione tecnologica, e se a volte alcune di queste sembrano svilupparsi in modi che qualcuno aveva preso in considerazione, questo avviene a fronte di altre dieci previsioni sbagliate per ognuna che somigli alla realtà. Immaginiamo di esserci trovati qui solo cinque anni fa, e chiediamoci se avremmo assistito a una serie di interventi che illustravano il prossimo boom di Twitter, di Facebook, delle applicazioni per iPhone. Non c’era nemmeno YouTube, né l’iPhone stesso, cinque anni fa. Per non parlare di Obama.<br />
Forse avremmo potuto annunciare l’avvento di un telefono Apple, o dei libri elettronici. Ma del primo non avremmo saputo dire altro se non che sarebbe stato un iPod col telefono, e lo andavamo ripetendo dal 2002. Di certo non il computer tascabile che ha colonizzato il mondo. E dei libri elettronici – un’ovvietà &#8211; si parla da ancora prima e ci sono voluti dieci anni perché apparisse un modello che sembra avere qualche iniziale stabilità sul mercato. Qualcuno immaginava l’avrebbe fatto Amazon? E domani esce il lettore di Barnes &amp; Noble: cosa saranno diventati tra due, tre anni?<span id="more-17363"></span> E non parlo di tutte le “next big things” di cui abbiamo annunciato il rivoluzionario successo, in questi stessi anni: da Second Life a Knol di Google, a Cuil, alla realtà virtuale così come veniva disegnata, alla fine della telefonia, cose anche interessanti ma che di certo non sono diventate “il futuro di” niente.<br />
- La seconda ragione di cautela nell’azzardare previsioni è che la rivoluzione che sta travolgendo da alcuni anni il mondo dei media giornalistici ha coinvolto variabili davvero impensabili e impensate: quello che le nuove tecnologie hanno sovvertito nel mondo della fruizione della musica e della sua industria era in fondo abbastanza prevedibile fino dai primi passi di Napster, se non prima, per fare un esempio. Anche quello che sta avvenendo con i libri elettronici segue l’idea che ne avevamo da quando cominciammo a parlarne, più di dieci anni fa. Rivoluzioni, ma su orizzonti chiari da tempo.<br />
Per quello che riguarda i giornali, gli scenari mostrano invece una caotica nuvola di geniali fantasie, panico da catastrofe economica, terrore del domani e scoppiettio continuo di nuove forme di diffusione delle informazioni. Trovarne il bandolo è divenuta questione da miliardi di dollari, ma l’approccio della ricerca del bandolo potrebbe non essere il più lungimirante: metti che non ci sia un bandolo?<br />
Con questo non voglio togliere ogni senso a questa discussione – le discussioni sono proficue e fertili anche se non si concludono in sintesi e soluzioni: sono percorsi, e non dovrebbero servire a capire cosa sarà il futuro, ma dovrebbero servire a costruirlo, il futuro: il futuro è quello che ne facciamo noi, mica accade per caso – ma voglio invece indicare un’auspicabile possibilità per il futuro dei media: ovvero quella di smettere di pretendere di individuare ogni giorno un diverso futuro dei media. I media saranno quel che sapremo farne, noi o qualcun altro più bravo di noi.</p>
<p>Quindi per capire cosa saranno i media del futuro, vediamo di capire cosa sono i media del presente, e provo a spiegare perché ho chiamato questo mio intervento “il darwinismo applicato ai media”. Inciso: sì, dico “midia”, nella pronuncia inglese. Un po’ per abitudine e perché penso che le pignolerie linguistiche siano una delle grandi pigrizie che sostituiamo a impegni più ambiziosi, e un po’ perché la natura dei media di cui parliamo ha molto più a che fare con la cultura americana che con quella degli antichi romani.<br />
Mi interessa fare un discorso che abbia a che fare peculiarmente con l’Italia, perché penso che il nostro paese meriti maggiori chances di partecipazione all’innovazione tecnologica e culturale di quelle in cui lo hanno rintanato le mediocrità umane che ne hanno governato politiche e cultura negli ultimi decenni. E credo che ci siano gigantesche opportunità di miglioramento in questo senso.<br />
La qualità dell’informazione e del giornalismo in Italia è a livelli bassissimi. Ma non voglio dirlo io, che ho un atteggiamento critico da così tanto tempo che a volte mi sento io stesso una specie di troll dei mezzi di comunicazione tradizionali, che pure frequento assiduamente scrivendo per molti giornali di carta (quelli per cui scrivo io a me sembrano i migliori, ma capirete che sono poco obiettivo).<br />
Userò invece le parole impiegate dagli stessi giornali e tg italiani per illustrare le potenziali e reali minacce per l’informazione in arrivo dalla rete e dalle nuove tecnologie. È interessante vedere come si sia ultimamente ribaltato il rapporto tra i grandi organi di informazione e gli utenti della rete e i blogger che ne sono stati – e ne sono ancora – oltre che fruitori ed esaltatori, grandi critici spesso oltre il limite del capriccio: pulci attaccate alla schiena di cui i giornali avrebbero potuto liberarsi con una grattata di proboscide, o con una minima dose di fact-checking e accuratezza. Invece insicurezze, code di paglia, piccole vanità e permalosità hanno creato una sindrome da assedio nelle redazioni, e oggi non passa giorno che non si leggano nei maggiori quotidiani accuse risentite o frecciatine dirette al dilettantismo della rete, all’inaffidabilità dei blog, alle turpitudini di internet. L’altroieri Massimo Gaggi, bravissimo e competente inviato del Corriere ha scritto un editoriale sulle nuove tecnologie applicate all’informazione, preoccupato di come potremo “continuare a discutere serenamente di politica quando si diffonderà l’uso di strumenti di questo tipo”: sarebbe stata un’obiezione interessante, se a qualcuno risultasse che in questo paese a oggi si discuta serenamente di politica, nei media tradizionali. E vengo al punto.</p>
<p>I media tradizionali accusano la rete di devastare la qualità dell’informazione in quattro modi diversi.<br />
- Uno è la diffusione di notizie infondate, inaffidabili, false, non verificate.<br />
- Il secondo è il saccheggio del lavoro prodotto da altri, per ottenerne traffico e guadagni senza alcun merito.<br />
- Il terzo è l’eccesso di autoreferenzialità e ombelichismo dei contenuti in rete.<br />
- Il quarto è la riduzione di ogni dibattito e confronto a polemiche aggressive e violente.<br />
E non c’è dubbio che ognuna di queste accuse abbia una sua parte di fondamento. Ma la cosa che dobbiamo capire è se siano le nuove tecnologie a introdurre queste deviazioni nel sistema dell’informazione, o se esse non esistano già solidamente insediate nei media tradizionali. Rivediamole una alla volta, queste accuse formulate a internet, in relazione ai media tradizionali.</p>
<p><strong>Uno</strong>: la diffusione di notizie infondate, inaffidabili, false, non verificate.<br />
Quando alla Gazzetta dello Sport mi proposero una rubrica settimanale di notizie uscite sui giornali che poi si sarebbero rivelate false (o che lo erano già palesemente) fui preoccupato di trovare materiale con abbastanza frequenza. Oggi, due anni e mezzo dopo, quella rubrica potrebbe avere frequenza doppia, e costituisce un repertorio indiscutibile di prove a carico dell’inaffidabilità dell’informazione italiana. Ci sono sostanzialmente tre tipi di falsità giornalistiche: quelle per cialtroneria che non sa e non controlla, quelle per adesione a un comunicato stampa o sondaggio, quelle per tifoseria politica. Vi mostro un po’ di esempi.<br />
<strong>Due</strong>: il saccheggio del lavoro prodotto da altri, per ottenerne traffico e guadagni senza alcun merito.<br />
Come sapete, ormai gran parte dei contenuti dei nostri quotidiani (non dico poi I telegiornali) non sono prodotti all’interno delle redazioni. Se trascuriamo le notizie di agenzia e gli articoli tradotti – che vengono ricompensati – e i comunicati stampa risistemati, una grande quantità di articoli (quasi tutti quelli degli inviati all’estero) altro non sono se non il riassunto o la copia di cose lette sui giornali stranieri o su internet.<br />
<strong>Tre</strong>: l’eccesso di autoreferenzialità e ombelichismo dei contenuti dibattuti in rete.<br />
C’è bisogno di sottolineare quanta parte delle loro pagine e palinsesti, giornali e tv dedichino a parlare di ciò che esce su giornali e tivù? E di quanto I giornali si occupino delle polemiche politiche e le polemiche politiche nascano dai giornali o per andare sui giornali? Ci siamo abituati a tutto, ma provate a guardarlo in modo distaccato, una volta.<br />
<strong>Quattro</strong>: la riduzione di ogni confronto e dibattito a polemiche aggressive e violente.<br />
E non mi pare che esista un periodo migliore (o peggiore) di questo, per mostrare quanto questa attitudine trovi il suo regno negli andamenti dei media tradizionali.<em> </em></p>
<p>Qualche tempo fa Barack Obama ha illustrato i suoi timori sulla scomparsa del giornalismo di qualità e la paura che in rete prevalga un’informazione “all opinions, with no serious fact-checking, no serious attempts to put stories in context”. La paura è fondata e va affrontata, ma la soluzione non è di certo il giornalismo dei media tradizionali com’è oggi in Italia: “all opinions, with no serious fact-checking, no serious attempts to put stories in context”.</p>
<p>E quindi l’informazione del futuro non andrà tanto dove la portano le nuove tecnologie, ma dove la portiamo noi umani: e al momento non la stiamo portando in un bel posto, tecnologie o no. Il futuro dell’informazione, come ha scritto oggi sullo Huffington Post Craig Newmark di Craiglist, dev’essere fatto di credibilità e fiducia.<br />
Non voglio chiudere questo intervento assolvendo chi ha fatto o non ha fatto informazione online in Italia in questi anni. Uno strumento per l’arricchimento e la modernizzazione di questo quadro avrebbe potuto essere la rete, e i suoi nuovi modi di fare giornalismo e informazione. Ma in Italia, malgrado una diffusione di iniziative in rete abbastanza precoce, la qualità e la forza di queste iniziative sono rimaste piuttosto primitive. I blog, le loro variazioni, i giornali online, non hanno mai prodotto contenuti davvero notevoli e competitivi, e non sono mai entrati nel dibattito giornalistico e politico, salvo occasionali e deboli eccezioni.<br />
La colpa è un po’ di tutti. È dei <strong>media tradizionali</strong> che hanno un generale problema di modernità, e un particolare limite di superficialità e ignoranza nei confronti della rete: i contenuti che arrivano dal web sono tuttora trattati da giornali e tv come irrilevanti, sono capiti poco, e usati solo nell’ambito dello strano-ma-vero, o quando somigliano alle curiosità abituali dei media tradizionali.<br />
Ma è colpa anche dei <strong>blogger</strong> e dei produttori di contenuti in rete, che non hanno mai fatto un salto di qualità nell’informazione e nel commento giornalistico, mantenendosi tra i racconti personali, le arguzie di vita quotidiana e le opinioni dilettantesche.<br />
Ed è anche colpa di quel settore di <strong>professionisti</strong> – giornalisti, opinionisti, accademici, esperti in generale – che negli Stati Uniti hanno investito nei blog e nella rete per tempo, mettendosi in concorrenza con le altre fonti di informazione, e che in Italia non lo hanno fatto, per pigrizia, ignoranza, attaccamento al presunto prestigio della carta stampata e ai suoi ritorni economici.<br />
Infine, è colpa del <strong>mercato e dei suoi operatori</strong>: il primo non ha offerto grandi chances competitive alle iniziative in rete, i secondi non hanno investito sufficienti impegni o pensieri nelle chances esistenti.</p>
<p>Come hanno osservato in molti, lo scenario più plausibile rispetto all’informazione dei prossimi anni – parlo di pochissimi anni prevedibili: solo nel 2025 smetteremo di morire, secondo alcuni, e questo cambierà parecchie cose – è quello di un affollamento di fonti e canali di informazione di generi molto diversi. Un simile disordine è oggi spaesante per chi è abituato alle semplificazioni in categorie – giornali, radio, tv; fatti separati dalle opinioni; eccetera – ma ci stiamo già abituando: il disordine e l’accavallamento di contenuti non sono negativi di per sé. In questo disordine, la selezione naturale eliminerà molti produttori di informazione consolidati: di certo perderemo qualcosa – ogni cambiamento implica una perdita: ma questo avviene già da sempre, e ognuno ha I suoi esempi di prodotti editoriali che non esistono più e gli mancano – e altrettanto certamente molto di quel che perderemo saranno duplicati, superfluo, cose non indispensabili al nostro progresso culturale e sociale.<br />
Ma io credo che i più forti si adatteranno e sopravviveranno, perché non c’è dubbio che il buon giornalismo è un’arte straordinaria e di cui c’è tuttora richiesta, se esso si dispone a collaborare per cambiare il mondo e non solo ad esserne cambiato. Le tecnologie, dai readers al mobile fino all’Apple Tablet di cui ora si parla insistentemente anche per quel che significherà nella distribuzione di news, modificheranno senz’altro – lo hanno già fatto – il nostro rapporto con le informazioni: ma offrono anche grandi opportunità per reinvestire in grandi qualità giornalistiche. Ciò che può salvare il giornalismo, qualunque forma esso assuma, e che manca oggi a molto di quello che viene prodotto in rete, è il ricorso a una cosa che si chiama retoricamente e banalmente etica. L’etica del fare le cose bene, l’etica della correttezza, l’etica della qualità, l’etica della verità. La vecchia idea, come ha scritto Mark Bowden sull’Atlantic Monthly, che quello che stai facendo è scrivere quello che pensi tu, e non quello che pensa qualcun altro, sia il tuo caporedattore, il tuo editore, lo stilista o il produttore di videogiochi che ti manda gli omaggi, o la tua curva politica:<br />
“Journalism, done right, is enormously powerful precisely because it does not seek power. It seeks truth”</p>
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		<title>L&#8217;era dei tardivi digitali</title>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 09:13:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Wired in edicola anticipa la prefazione che ho scritto per il libro &#8220;Nati con la rete&#8221;, che esce per Rizzoli il 3 giugno. Le persone non più giovani che si accingano a voler capire com’è il mondo delle generazioni «native» &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/05/20/lera-dei-tardivi-digitali/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><em>Wired in edicola anticipa la prefazione che ho scritto per il libro &#8220;Nati con la rete&#8221;, che esce per Rizzoli il 3 giugno.</em></p>
<p class="MsoNormal"><span>Le persone non più giovani che si accingano a voler capire com’è il mondo delle generazioni «native» devono innanzitutto liberarsi della solida sensazione di essere i protagonisti del nostro mondo e del nostro tempo: inutile illudersi, non lo sono più. E devono liberarsi dall’inclinazione «entomologica» nei confronti dei fenomeni che riguardano i loro figli (o nipoti): noi non siamo scienziati che studiano gli insetti, siamo insetti che studiano gli scienziati, per quanto insetti curiosi e colti, colti di un’altra vecchia cultura. Le nostre analisi le pubblichiamo ancora sui libri di carta e di centinaia di pagine, come questo. E non ci è facile pensare agli adolescenti e ai ventenni come al mondo che è già: lo consideriamo il mondo che sarà, appena ci toglieremo di torno noialtri. Ma il mondo ci ha già tolto di torno: ne frequentiamo uno che risulta sempre più emarginato, illuso da una grande finzione collettiva tenuta in vita dai mezzi di comunicazione che a loro volta gli appartengono e che con lui se ne stanno andando. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È la fine del mondo come lo conosciamo. O almeno lo sarebbe. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Perché rispetto a questo è interessante fare anche un’altra riflessione, simmetrica a quella sui nativi digitali ospitata in questo libro. Ed è quella sul rapporto con la rete di noi non nativi. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Noialtri non nativi apparteniamo a due distinte categorie (trascuro quelli che con internet non hanno ancora avuto mai a che fare, vuoi per sfortuna geografica e sociale, vuoi per età, vuoi per rarissima ostinazione). Ci sono da una parte quelli vengono chiamati «coloni», o «immigrati», o «ibridi». Io preferisco l’ultimo termine, perché descrive la condizione – che è anche la mia – di persone che sono vecchie abbastanza da aver frequentato il mondo «di prima», ma anche giovani abbastanza da avere abitato da subito il mondo «di dopo». È una categoria umana ridotta, per ragioni anagrafiche, ma centrale nella costruzione della conoscenza, della cultura e delle elaborazioni relative alla rete: perché ne ha seguito nascita e crescita avendo già gli strumenti per capirla e discuterla, e il metro per tenerla in relazione con il mondo «di prima». Ne sono stati protagonisti negli scorsi anni, ma ormai la loro presenza si sta ridimensionando mentre avanzano e si allargano i nativi che bene interpreta e descrive </span><em><span>Nati con la rete</span></em><span>. Ma c’è un’altra avanzata che ha riversato in rete una popolazione nuova in questi ultimissimi tempi.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La chiamerei quella dei «tardivi» di internet: la seconda categoria di non nativi. Sono coloro che hanno cominciato a occupare e a occuparsi di internet solo da poco, di fatto, e soprattutto grazie alla nuova accessibilità e familiarità di alcuni suoi luoghi e prodotti.<span id="more-15025"></span><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Succede con molti fenomeni nuovi. Ci sono delle avanguardie di esploratori che raggiungono e colonizzano luoghi prima inesistenti o sconosciuti. Il west. Uomini in cerca di qualcosa e con poco da perdere si spingono in là senza sapere cosa troveranno: sparano ai bisonti, trattano con gli indiani, dormono intorno al fuoco acceso sotto le stelle e con un occhio aperto. Si adattano al nuovo mondo e ne scoprono le opportunità, a forza di tentativi e fallimenti. Colonizzano, appunto.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Più tardi, quando gli indiani sono stati allontanati e le</span><span> </span><span>praterie sono state liberate dai bisonti, c’è uno sceriffo</span><span> </span><span>ed è arrivata la ferrovia, gruppi sempre più numerosi di</span><span> </span><span>nuovi coloni cominciano ad arrivare. Arrivano con le carovane,</span><span> </span><span>traslocando le loro cose, e trovano già i pozzi e</span><span> </span><span>l’acqua corrente. C’è una maestra, un saloon e un bordello.</span><span> </span><span>Trovano il loro mondo, solo spostato da un’altra parte. Ma si guardano intorno e dicono «qui è davvero un altro mondo».</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Questo sta succedendo con internet, in particolare in Italia. Per anni una piccola comunità di esploratori ha provato – spesso riuscendoci – a inventarsi cose nuove che si potessero fare con la rete, e ha costruito un mondo, anche se era un mondo frequentato da pochi. Altri provavano a trapiantare in rete attività e servizi più tradizionali, ma i clienti più tradizionali non erano ancora arrivati. I lettori dei giornali leggevano ancora i giornali, non i giornali online. Poi però hanno cominciato ad arrivare, ad avvicinarsi, ad affacciarsi guardinghi. E a un certo punto hanno trovato Facebook. E sono entrati.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>No, non è solo Facebook. Sono molti i luoghi della rete in cui la differenza dal mondo di prima è praticamente inesistente, quasi invisibile, come quando si va in vacanza in un Paese esotico e diverso e si trova una pizzeria italiana, o un McDonald’s. Un esempio facile e interessante è il successo di un sito di pettegolezzi, voci e rassegna stampa dedicate alle celebrities e ai poteri italiani. Tecnicamente un blog, ovvero una delle forme più moderne e rivoluzionarie della comunicazione online. Ma le opportunità sono tarpate, ignorate, tenute alla larga. Non esistono di fatto link, si tratta di un contenitore di testi, come un giornale tradizionale. Non crea relazioni con altri luoghi della rete, è un posto isolato da internet. E ospita da sempre contenuti familiari, propri dell’<em>establishment</em> dell’informazione italiana, quasi vernacolari. È internet per i navigati direttori della stampa nazionale: gossip, vicende di potere bancario e politico, economico e giornalistico. Aggressività verbale, linguaggio spiccio e burineggiante, e notizie pubblicate con secondi e terzi fini. C’era persino il porno, fino a poco fa (il porno è eterno). Tutta l’Italia più zavorrata nel secolo scorso. E che però ha trovato se stessa su un blog, e si è convinta che quello fosse internet.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Si possono fare altri esempi. Il blog italiano più seguito e pubblicizzato negli ultimi due anni è in realtà un altro esempio di sfruttamento poverissimo e semplificato delle opportunità tecniche e relazionali della rete. Niente più di una rubrica su un giornale, con l’aggiunta dei commenti, ma un’aggiunta assolutamente non esaltata o sfruttata. Una sorta di lunga rubrica delle lettere. E ammesso che l’autore le legga (sono centinaia), non le usa, non risponde. Anche lui non si mette in relazione con la rete, non la sfrutta. Non mi fraintendete: si tratta di un successo di lettori e mediatico formidabile, indiscutibile e ammirevole. Ma è un successo che si deve appunto alla familiarità e accessibilità dell’iniziativa. E che anzi probabilmente non sarebbe stato ottenuto lavorando a un’idea più ricca, creativa, condivisa, più fatta a forma di internet. Il blog più seguito in italia ha attratto i lettori estranei agli altri blog: non solo per l’efficacia di quel che dice, ma anche appunto per la sua forma «accogliente», facile.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>E poi è arrivato Facebook. Una consolante rivelazione, per i tardivi digitali. È un luogo della rete del tutto familiare, quasi da film di Pupi Avati: ci si scambiano le fotografie, si ritrovano i vecchi compagni di scuola (si fa molto altro, ma su questi due servizi si è basato il grosso della comunicazione propria del social network). Chi accede alla rete da Facebook non ha bisogno di conoscere i meccanismi con cui la rete funziona o di essere appassionato dell’informazione e delle cose del mondo. Ci trova quelle cose che lo interessano e che conosce. Giovanni Boccia Artieri, studioso della comunicazione, ha individuato nel successo di Facebook «l’ascesa della borghesia» in rete. E questo non solo significa che i meccanismi della rete coinvolgono sempre più persone che prima ne erano estranee, ma ha anche un effetto opposto. Internet si «normalizza». Viene ricolonizzata dal mondo di prima. I suoi nuovi abitanti, meno coraggiosi e attrezzati, vi ricostruiscono i modelli familiari. Il successo di Facebook è un successo di funzioni semplici e tradizionali: relazioni con vecchi compagni di scuola, album di ricordi, piccole conversazioni, campagne per i cani abbandonati, promozioni editoriali. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>L’accesso alla rete e la sua colonizzazione da parte dei tardivi non si deve per forza prestare a una valutazione, se sia un bene o un male. È una cosa che sta accadendo, inevitabilmente, e con cui è il caso di fare i conti. Ed è ovviamente una buona cosa, come ogni crescita dell’accesso alla rete e a qualsiasi nuovo mezzo di comunicazione in genere. Ha anche delle controindicazioni, per i modi descritti con cui sta avvenendo. Quello che da parte dei tardivi era una volta un atteggiamento di laica e umile curiosità nei confronti di internet si sta trasformando in una rapida sopravvalutazione della propria esperienza. Tornando agli esempi di cui sopra, è accaduto in molte redazioni di giornali che si siano scambiati siti di gossip per un esempio della nuova informazione online e che si siano presi blog politicizzati per una moderna forma di aggregazione e attività politica in rete. Per molti, la punta dell’iceberg di internet citata dai giornali è diventata la propria idea di internet (quindi aggiungeteci bullismo su YouTube, saccheggi della privacy e tutto il repertorio dell’allarmismo giornalistico: spaventalismo). Fino a che non è arrivato Facebook, che è diventato internet. L’espansione di Facebook dentro la rete è stata molto dibattuta in questi mesi: Facebook si allarga e i suoi meccanismi semplificati sottraggono spazio ai servizi e ai siti più ricchi e promettenti. E molte persone che per la prima volta accedono a Facebook attratte da questa semplificazione sono vittime di una sbornia adolescenziale simile a quella dei nativi quando scoprono un nuovo straordinario e fantascientifico videogame online. Si apre loro un mondo, e lo capiscono. Accumulano amici, reinventano le proprie relazioni e il loro tempo libero, scambiano Facebook per l’universo, e la grande rivoluzione tecnologica di questi decenni gli è improvvisamente chiara nella sua generosità: era Facebook. Questa sopravvalutazione ha un limite, come dicevo: impedire che questo primo e facile accesso alla rete preluda a nuove scoperte e nuove opportunità. Questo è ciò che avviene per i nativi, che allargano col tempo sempre di più gli usi della rete e gli spazi che ne conoscono. I tardivi invece confrontano i misteri della rete con i confortevoli luoghi di cui hanno esperienza, e ne stanno alla larga. Per alcuni di loro, questa ritardata emozionante scoperta si traduce rapidamente in elaborazioni, considerazioni, idee, e persino progetti imprenditoriali in ritardo di anni su quanto la rete ha già discusso e analizzato e creato prima. Ma questo potrebbe non significare niente, perché ormai una cospicua parte degli interlocutori o degli utenti di queste idee è a sua volta tardiva, soprattutto in Italia. E così come la televisione italiana non può che produrre contenuti anacronistici e arretrati dipendenti dal suo tipo di pubblico, anche la rete potrebbe rischiare di essere trascinata indietro da ragioni di mercato nuove. </span><em><span>Miss Italia </span></em><span>su internet potrebbe diventare un grande successo nel 2011. Magari persino il </span><em><span>Festival di</span></em><span> </span><em><span>Sanremo</span></em><span>, o l’edizione online di «Micromega».</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Oppure no. Oppure ci salveranno i nativi. Anzi salveranno se stessi. La rete è l’ultimo luogo che ci rimane per tenere le redini del futuro, in un Paese così per vecchi da essere diventato un cliché. Ed è un luogo in cui molti si rammaricano non si trovino dei modelli di business adeguati a sfruttare iniziative anche di grande successo di visite e utenti. E proprio questo potrebbe essere un’opportunità per scongiurarle il melmoso destino in cui si dimena il resto del Paese. L’Italia salvata dai nativi digitali.</span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Certe mattine piovose</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Feb 2009 08:46:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Racconto spesso questo aneddoto, per me essenziale a proposito dei pensieri sull&#8217;Italia contemporanea. Tre anni fa facemmo una conversazione pubblica in un teatro con Jovanotti, molto piacevole e interessante. A un certo punto lui raccontò di una cosa che gli &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/02/06/certe-mattine-piovose/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Racconto spesso questo aneddoto, per me essenziale a proposito dei pensieri sull&#8217;Italia contemporanea.<br />
Tre anni fa facemmo una conversazione pubblica in un teatro con Jovanotti, molto piacevole e interessante. A un certo punto lui raccontò di una cosa che gli era successa guardando il telegiornale: si stavano succedendo le solite dichiarazioni di politici davanti alle servili telecamere del Tg, e scorato dalla loro inconsistenza e pochezza, Lorenzo si trovò a dire ad alta voce: &#8220;Sono tutti uguali&#8230;&#8221;.<br />
E subito si batté una mano in fronte preoccupato: &#8220;Che ho detto&#8230;&#8221;.</p>
<p>Ecco. Lo racconto spesso, perché è come mi sento da qualche anno, da quando la reticenza ad avere pensieri qualunquisti, ignoranti, malevoli e superficiali non riesce più ad arginare il fastidio per la mediocrità umana della maggioranza di chi si occupa di questo paese. E tuttora scrivo queste cose con imbarazzo, pensando che sia sbagliato affrontare le cose da questo punto di vista. Non perché sia infondato, ma perché è sbagliato, e controproducente. A meno di non trovare conforto nel proprio borbottio incazzoso, come capita a molti. Ma il borbottio incazzoso non migliora le cose, anzi le peggiora, malgrado quel che si raccontano i borbottatori incazzosi.</p>
<blockquote><p>E poi ti dicono &#8220;Tutti sono uguali,<br />
tutti rubano alla stessa maniera&#8221;.<br />
Ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera.</p></blockquote>
<p>Scrivo oggi questa cosa, perché nei miei pensieri questa tentazione sta conoscendo un&#8217;escalation ulteriormente spiacevole. Così come Lorenzo quella sera, mi accorgo di reagire a molto di quel che vedo in giro &#8211; siano cose &#8220;importanti&#8221;, o piccole &#8211; con un&#8217;espressione che non è mia e non mi piace e trovo sciocca, e proprio per questo devo riconoscere la sua spontaneità irresistibile. Ed è: &#8220;che paese di merda&#8221;.</p>
<p>Ora, tutto questo è molto brutto. Cosa si fa? Io temo che sia vero che &#8211; aldilà della brutale schematicità dell&#8217;espressione suddetta &#8211; le cose di questo paese vadano peggiorando, vada peggiorando la sua umanità, la qualità dei pensieri e dei sentimenti delle persone (e ha molto a che fare con <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/09/10/del-nostro-meglio/">questo</a> e <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/10/07/di-trattori-e-supermercati-un-riassunto-per-lunita-delle-cose-sullelitismo/">questo</a>). E avviene proprio mentre il mondo e i tempi offrirebbero forse molte occasioni di miglioramento e progresso. Potremmo fare grandi cose, e ne facciamo di piccine e schifose. Peggioriamo.</p>
<p>Ma cosa si fa? Borbottare incazzati è umano e comprensibile, ma non serve a niente e peggiora a sua volta chi lo fa. Andare via dall&#8217;Italia &#8211; con tutto lo scherno per chi lo minaccia e non lo fa mai &#8211; è una scelta attrettanto egoista ma almeno più costruttiva, per chi riesce a farlo. So cosa sto dicendo. Ma sono pochi. Continuare a trattenere le espressioni superficiali e qualunquiste è un saggio esercizio di stile e autodisciplina, ma eludere le ragioni del loro emergere sarebbe cieco. Non si organizza una crociera se i crocieristi sono in ospedale. Cosa si fa? La si organizza più piccola? La si organizza con qualcun altro? Si organizza un poker in corsia? Si aspetta?</p>
<p>Mi chiedo se prendere atto costruttivamente delle condizioni umane dell&#8217;Italia non possa servire. Mi chiedo se non si possa cercare di migliorarla a partire non dalle sue grandi chances e ricchezze, ma a partire dal suo disastro. Avendolo ben chiaro. Avendo ben chiaro che è un lavoro ingrato, lungo, e con buone probabilità perdente. Avendo come motto non &#8220;Yes we can&#8221; &#8211; che sarebbe ipocrita e illusorio &#8211; ma &#8220;Maybe we can&#8217;t, but we have no choice&#8221;.</p>
<p>Guardavo Obama il giorno dell&#8217;inaugurazione e pensavo a quanto siano più facili le cose in un paese a cui puoi dire &#8211; con una tollerabile dose di retorica &#8211; che è un grande paese, che ce la farà, che tornerà a essere grande come è sempre stato, che ha di cosa essere fiero. Quanto sia più facile convincere e animare un popolo che ha due secoli di ragioni per credere in se stesso, e un mondo intorno che lo rende orgoglioso. In cui il patriottismo è per ragioni storiche e sociali immune dal nazionalismo. Quanto sia &#8220;normale&#8221; ed efficace, in un paese come quello, il <a href="http://www.youtube.com/watch?v=jQvU9aWuqwQ">discorso</a> di Al Pacino in &#8220;Ogni maledetta domenica&#8221;. Provate a immaginare un pubblico italiano di fronte a incitamenti del genere, di fronte a chi gli dica &#8220;siete un grande paese e un grande popolo, torniamo ad essere esempio per il mondo&#8221;: qualcuno si girerebbe indietro per capire a chi si stia parlando, altri si darebbero di gomito, uno si seccherebbe della retorica nazionalista, eccetera. E avrebbero ragione. Non siamo un grande paese. E sappiamo di non esserlo. E queste due cose si mordono la coda.</p>
<p>Forse il discorso politico e pubblico &#8211; e privato &#8211; in Italia non dovrebbe cercare altrove modelli privi di senso qui. Forse dovrebbe essere radicalmente un altro. No, non intendo &#8220;siete un paese di merda, vedete almeno di non farvi notare&#8221;. Forse dovrebbe essere &#8220;non siamo mai stati un grande paese, ma cominciamo a esserlo&#8221;. Non ce la raccontiamo, ma proviamoci.</p>
<p>Certo, se almeno non piovesse tanto.</p>
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		<title>Il giorno più lungo (e il post pure)</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Dec 2008 10:13:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Allora, un po&#8217; di spiegazioni e opinioni, ora che sono davanti a una tastiera vera. Per come la vedo io, la relazione di Veltroni è stata un ottimo discorso dell&#8217;anno scorso. Nel senso che si era davvero preparato, e c&#8217;erano &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/12/20/il-giorno-piu-lungo-e-il-post-pure/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Allora, un po&#8217; di spiegazioni e opinioni, ora che sono davanti a una tastiera vera.<br />
Per come la vedo io, la relazione di Veltroni è stata un ottimo discorso dell&#8217;anno scorso. Nel senso che si era davvero preparato, e c&#8217;erano molte analisi e anche molte proposte su come affrontare la politica a venire. Fossimo stati al Lingotto nel 2007, un ottimo intervento.<br />
Invece eravamo a una riunione di un organo interno del PD, e dopo sei mesi di letargo del partito, e un&#8217;accelerazione di disastri delle ultime settimane. Quindi il contesto più estraneo a una relazione di programma e analisi dei contesti mondiali, e il momento più impellente per una riflessione sulle ragioni della crisi del PD e l&#8217;esposizione di proposte o cambi di regime per affrontarla.<br />
C&#8217;era tutto il tempo per preparare, anche strumentalmente e saggiamente, alcune iniziative e proposte concrete, visibili, immediate, che dessero il segno di un andamento nuovo e più convincente. Ma Veltroni, avendo ottenuto garanzie di una tregua da parte dei suoi critici maggiori, ha preferito lavorare invece su altro.<br />
Comunque, se leggete i giornali di stamattina vedrete espresse le stesse opinioni.<br />
Per queste ragioni, con alcune persone che si erano messe in contatto attraverso l&#8217;indirizzario mail della Direzione Nazionale subito dopo la lettera di dimissione di Irene Tinagli (le uniche che le avevano risposto, e che avevano chiesto di parlarne, di fatto), abbiamo deciso di presentare un <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/12/19/la-mozione/">documento</a> che sintetizzava le cose che ci eravamo detti nei giorni precedenti: conteneva una critica forte a questi otto mesi post-elezioni, e la richiesta di segni concreti e tangibili di un&#8217;altra direzione da prendere: tra gli altri, la garanzia che nei contesti previsti finora si continuassero a fare le primarie (vedi casino di Firenze) e l&#8217;impegno a non trasformare le liste delle elezioni europee in elenchi di prepensionamento eccellente per stimabili ex, ma piuttosto approfittarne per dare spazio a capacità nuove. I firmatari di questa mozione sono: Mario Adinolfi, Giovanni Bachelet, Olga Bertolino, Cristina Comencini, Pier Giorgio Gawronski, Teresa Marzocchi, Martina Simonini, Luca Sofri. Si sono poi aggiunti Nando Dalla Chiesa e Giulio Santagata.</p>
<p><!--StartFragment--> <!--EndFragment-->Poi sono successe un paio di cose. La prima è che dal dibattito sono uscite molte altre pesanti critiche alla conduzione del partito in questo mese, che hanno reso meno isolate e necessarie le nostre. La seconda è che dal tavolo della presidenza ci è stata offerta con molta gentilezza la disponibilità a integrare le richieste della mozione nel documento finale, fatte salve le parti critiche, essendo l&#8217;autocritica indigeribile per questo partito (malgrado qualche timidissimo sforzo di Walter Veltroni, ieri). A patto che non chiedessimo più il voto su quella mozione. L&#8217;unità finale è un totem carissimo a questa cultura politica: come ha dimostrato anche l&#8217;intensità della discussione sulla mozione Follini, piuttosto insignificante, e di cui lui era l&#8217;unico votante. Eppure, è andato via tempo e anche passioni nel chiedergli di ritirarla, facendo appello eccetera eccetera.</p>
<p>Noi comunque abbiamo risposto che eravamo disposti a ritirarla una volta constatato che il documento finale accogliesse esplicitamente le sue richieste, in particolare sulle primarie e sulle europee.</p>
<p><em>Adesso apro una lunga parentesi su queste due questioni.<br />
Io non sono un appassionato sostenitore delle primarie. Penso che in condizioni politiche ideali possa persino non essercene bisogno, anche se una preselezione attraverso le primarie dei candidati uninominali (sindaco, eventuale parlamentare se si tornasse all&#8217;uninominale) mi sembra una buona cosa. Ma ci sono due però: il primo è che quelle attuali non sono condizioni politiche ideali, e l&#8217;affidabilità dei partiti di centrosinistra nella scelta delle candidature si è rivelata assai ridotta: dando così alle primarie un ruolo maggiore nell&#8217;ammortizzare i guai, e alle persone un senso del proprio contare qualcosa e del poter correggere errori e storture di cui c&#8217;è una percezione diffusa, diciamo. Il secondo però è che questo partito ha molto dichiarato il suo amore per le primarie fino all&#8217;altroieri, e l&#8217;ha messo nei suoi programmi e nelle sue regole: non si può ribaltare tutto dall&#8217;oggi al domani perché la dirigenza si è accorta di qualche controindicazione.<br />
La questione del rinnovamento è complicata e ne ho scritto molte volte. Proverò a ripetere quel che ho detto ieri sulla sciocchezza e la gratuità di alcune obiezioni che le vengono mosse.<br />
Ieri c&#8217;è stato un grande revival dei vecchi tempi, in diversi interventi: punteggiato da critiche e rimpianti sulle primarie e sul nuovo. Non parlo di Veltroni, che invece su questo è stato coerente, nei suoi interventi. Ma è impressionante il tempo che si perde ripetendo mille volte un paio di trucchi dialettici da bambini dell&#8217;asilo, e riportando indietro la discussione senza ragione. Uno di questi trucchi è la formula &#8220;voglio mettere in guardia dagli eccessi di&#8221;. In giro è pieno di gente che &#8221;mette in guardia dagli eccessi di&#8221;. Mettono in guardia dagli eccessi di rinnovamento, mettono in guardia dagli eccessi della politica del fare, mettono in guardia dagli eccessi di primarie, mettono in guardia dagli eccessi di ricambio generazionale. E naturalmente tutti fanno di sì con la testa, e pensano: &#8220;è vero, bisogna stare attenti agli eccessi di&#8221;, ma in realtà stanno assimilando l&#8217;idea che questi eccessi ci siano.<br />
Perché se ci pensate, è stupido e superfluo &#8221;mettere in guardia dagli eccessi di&#8221;. Gli eccessi, per definizione, eccedono. Naturalmente nessuno li desidera o li auspica. Non troverete nessuno che dica invece &#8220;ci vorrebbero un po&#8217; di eccessi di rinnovamento, e anche parecchi eccessi di primarie&#8221;. Quello di cui si parla, ogni volta, è una moderata ed equilibrata misura di questo o quell&#8217;intervento. Perché se dobbiamo discutere degli eccessi, siamo tutti d&#8217;accordo che forse è meglio evitarli. Solo che questo tipo di richiami servono in realtà a sostenere che ci sono degli eccessi e quindi forse è meglio rivedere tutto e buttare via il bambino con l&#8217;acqua sporca.<br />
Dello stesso genere, generico e strumentale, è l&#8217;altro avviso &#8220;non può essere una panacea&#8221; : il rinnovamento non può essere una panacea, il ricambio non può essere una panacea, le primarie non possono essere una panacea. Come se fossimo tutti qui a dire invece che si fanno le primarie e oplà, il mondo sarà salvato. O che si scelgono dei candidati nuovi e in gamba e a quel punto fanno tutto loro. Invece, ovviamente, niente è una panacea: ma l&#8217;espressione serve ad attribuire valutazioni assurde all&#8217;interlocutore per poterle facilmente irridere.</em></p>
<p><em>Torno quindi al rinnovamento, cercando di non ripetere cose ovvie che ho già detto molte volte. Il rinnovamento non si contrappone al passato: il passato ha molto di buono e di efficace e riutilizzabile. Il rinnovamento si contrappone a parte del presente: quel che si vuole rinnovare è ciò che non funziona del presente, e credo sia difficile sostenere che non ce ne sia. In ultima analisi, rinnovamento significa persino recuperare cose del passato, laddove fossero migliori di certi meccanismi di oggi. Ma non si può sostenere che ci sono molte cose che non vanno, e al tempo stesso opporsi al cambiamento, come fanno alcuni: a meno di non essere in malafede o avere interessi in causa.<br />
E il ricambio generazionale, se superiamo le sciocche discussioni del tenore &#8220;conosco molti giovani cretini e molti anziani in gamba&#8221;, ha a che fare con due dettagli ineluttabili e indiscutibili da nessuno, legati al tempo che passa: fino a che nessuno sarà capace di sovvertire questo fenomeno, persone più giovani avranno inevitabilmente una sensibilità del presente e una visione del futuro più solide di persone meno giovani. Ma soprattutto, fino a che nessuno sarà capace di sovvertire questo fenomeno, il dovere di un partito sarà anche la costruzione della sua leadership futura ma anche in generale di una classe dirigente preparata e pronta per questo paese. E il PD questo non lo sta facendo: e una ragione per cui oggi persino i dirigenti del PD dicono che ci vuole un ricambio, ma non sono in grado di praticarlo (ammesso che lo vogliano), è che non hanno fatto niente fino a oggi per costruirla, questa nuova generazione di dirigenti. Sarebbe ora di cominciare, promuovendo a responsabilità maggiori i molti giovani (giovani, poi: parliamo di gente che ha trenta e quarant&#8217;anni) bravi e capaci che stanno dentro il PD e intorno al PD. E le elezioni europee per molte ragioni sono un&#8217;ottima occasione in questo senso, e a molto a buon mercato.</em></p>
<p>Ok, torniamo al racconto di ieri.<br />
Si arriva, sfiniti, alla presentazione del documento finale da parte di Dario Franceschini (lo trovate <a href="http://www.partitodemocratico.it/dettaglio/67573/Il_dovere_di_non_deludere">qui</a>, in Word, e risparmio commenti su questo, ma è un bel sintomo). Sono tre pagine e passa che trattano la crisi mondiale e i problemi italiani, il ruolo del Pd, il difficle rapporto con la maggioranza, per le prime due. A una pagina è dedicata l&#8217;analisi sul PD, costituita da formule come questa:</p>
<p><!--StartFragment--></p>
<blockquote>
<p class="MsoNormal"><span>Il Pd è il grande partito che nasce dalla convergenza delle grandi tradizioni riformiste e democratiche per dare una risposta forte alla crisi della democrazia. La sua affermazione ha determinato un positivo cambiamento del sistema politico italiano che, in quadro di consolidato pluralismo politico e culturale, ha tuttavia rafforzato l’impianto bipolare della nostra democrazia con l’obiettivo di dare maggiore efficienza al necessario equilibrio tra rappresentanza e riduzione della frammentazione. </span></p>
</blockquote>
<p class="MsoNormal"><span>Niente suggerisce un cambio di corso, e le proposte per il futuro sono del genere &#8220;dopo l&#8217;approvazione dello Statuto nazionale e di quelli regionali, il PD <em>promuoverà un&#8217;ampia riflessione</em> sul modello di partito&#8221;. O &#8220;In questo percorso <em>andrà fatto ogni sforzo</em> per aprire i gruppi dirigenti anche a tutte quelle persone che hanno creduto e credono nel progetto politico del PD e che possono integrare le competenze e la presenza di quanti provengono da uno dei partiti promotori&#8221;.<br />
Sulle primarie sta tutto qui: &#8220;rapporto tra valorizzazione delle primarie e responsabilità della direzione politica&#8221;.<br />
Sulle candidature alle europee sta tutto qui: &#8220;sostenere una modifica della legge elettorale europea che introduca una soglia di sbarramento ma che mantenga le preferenze&#8221;.<br />
Allora, non discuto i rituali e i gerghi politici, e rispetto la soddisfazione del gruppo dirigente per questo documento &#8220;unitario&#8221;. Ma semplicemente non è quello che io e altri chiedevamo, non è una garanzia di tempi migliori, ma non è nemmeno un sospetto di tempi migliori.<br />
Lo dico bruscamente: l&#8217;unica novità è la richiesta di poter commissariare degli organi. Tutto il resto poteva essere detto e fatto già da aprile. Ne consegue che questa segreteria ritiene che i soli problemi del PD in questo mese si debbano al non aver potuto commissariare. Altrimenti perché dovrebbero essere credibili oggi propositi che le stesse persone non hanno attuato ieri, nè l&#8217;altroieri?<br />
Insomma, con molto disagio &#8211; perché creare tensioni e risentimenti è sempre sgradevole, e perché eravamo tutti stanchi &#8211; noi chiediamo che a questo punto si voti anche la nostra mozione, non in dissenso ma a complemento di quella della segreteria. Dario Franceschini &#8211; stanco anche lui &#8211; ne è molto infastidito e obietta che non può accettare di votare una cosa critica contro se stesso, e che sicuramente la mozione perderà. Noi gli diciamo, con tutta la serenità che solo un grande sfinimento può dare, che non abbiamo mai pensato &#8211; conoscendo i meccanismi di queste cose &#8211; di mettere in minoranza nessuno, che ci interessava dire queste cose e condividerle, e che lui e chiunque altro possono votare contro e noi ci prendiamo i nostri quattro voti. Nel frattempo si accavalla la questione Follini, che vuole inserire nel documento un rinnegamento in eterno di ogni alleanza con Di Pietro: cosa un po&#8217; assurda, anche condividendo il concetto.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>A questo punto intervengono un&#8217;ingenuità e un&#8217;esperienza. L&#8217;ingenuità è la nostra, che abbiamo affidato la condivisione della mozione solo alla lettura da parte di Bachelet e a poche copie che avevamo stampato. Ma Bachelet ha parlato in un momento di stanca e disordine e non l&#8217;hanno ascoltato in molti. E insomma, malgrado io abbia cercato di risintetizzarne il contenuto quando ho chiesto il voto, gran parte delle persone in sala ora non sa di cosa si stia parlando.<br />
L&#8217;esperienza è quella di Franceschini, che per chiudere tutto e andate a quel paese, chiama improvvisamente il voto su tutto con una rapidità da uomo di mondo: favorevoli, contrari, astenuti, favorevoli, contrari, astenuti. Faccio appena in tempo a vedere le braccia alzarsi che già si devono riabbassare. Quindi vado a a occhio e croce: la mozione Follini ottiene solo il suo voto, qualche astenuto (tra cui io, che trovo assurdo persino votare contro), e una montagna di contrari (a questo punto ci saranno circa centoventi persone). La nostra mozione &#8211; che ha perso alcuni firmatari andati via per prendere treni in tempo &#8211; ottiene direi una quindicina di voti, forse qualcuno in più; una trentina di astenuti, e il resto contrari. La mozione della segreteria non lo so: credo che abbia votato contro Follini (e Gawronski), una decina di astenuti (tra cui io, che non me la sento di votare una cosa equilibrata ma oggi inaffidabile), e un sacco di favorevoli.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>A completamento: l&#8217;aereo ha tardato e sono arrivato a casa a mezzanotte. Ho scaldato la cena nel microonde e mentre la mangiavo da solo si è svegliata la bambina che ha voluto compagnia fino alle due. Lei è una grande fan di Veltroni perché una volta hanno fatto conversazione sui rispettivi buchi nei calzini. Insomma, le cose sono complicate.</span></p>
<p><!--StartFragment--><!--StartFragment--><!--StartFragment--> <!--EndFragment--> <!--EndFragment--></p>
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		<title>Di trattori e supermercati</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Oct 2008 11:30:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Unità]]></category>
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		<category><![CDATA[sarah palin]]></category>

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		<description><![CDATA[(un riassunto per l&#8217;Unità delle cose sull&#8217;elitismo) Elitismo. Elitismo. Elitismo. Intanto bisogna cominciare a fare i conti con la parola, e abituarsi. Elitismo. È una brutta parola, ma non lo è. È un concetto politico e culturale, niente di cui &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/10/07/di-trattori-e-supermercati-un-riassunto-per-lunita-delle-cose-sullelitismo/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><em>(un riassunto per l&#8217;Unità delle cose sull&#8217;elitismo)</em></p>
<p class="MsoNormal"><span>Elitismo. Elitismo. Elitismo. Intanto bisogna cominciare a fare i conti con la parola, e abituarsi. Elitismo. È una brutta parola, ma non lo è. È un concetto politico e culturale, niente di cui vergognarsi. Elitismo. Ripetetela a mente mentre vediamo perché è dilagata nel dibattito politico americano, e perché bisognerebbe avere il coraggio di discuterne anche da noi.<br />
È dilagata per via del successo del suo contrario, che gli americani hanno chiamato antielitismo. L’antielitismo, sommariamente, è quella ormai solida consuetudine per cui riteniamo più adatte a ruoli di potere e gestione della cosa pubblica persone che non ne abbiano competenze particolari o superiori alla media, ma che invece siano cittadini “come gli altri”. Persone “normali”, piuttosto che persone “speciali”. Il caso più eclatante, e che ha fatto traboccare il vaso della pazienza di molti commentatori statunitensi, è quello di Sarah Palin. Sarah Palin è andata fortissimo nelle prime settimane della sua candidatura – ora un po’ meno, che il gioco si sta facendo duro -, e di questo bisogna farsi una ragione, invece che sghignazzare dei suoi inciampi e poi ride bene chi ride ultimo. Sarah Palin è andata fortissimo per le ragioni per cui i repubblicani hanno deciso di investire su di lei, e che lei ha cavalcato da subito: sono una donna, sono una mamma, sono una come voi, vado a fare la spesa, vado a caccia, e come voi non ho un pensiero raffinato o esperto sulle cose del mondo. Ma se mi devo occupare della nuova guerra fredda, beh, da casa mia si vede la Russia, nelle giornate limpide. So di cosa parliamo.<br />
<img class="size-full wp-image-10023 alignright" title="newsweek_palin" src="http://www.wittgenstein.it/wordpress/wp-content/uploads/2008/10/newsweek_palin.jpg" alt="" width="400" height="191" />Fa ridere, già. Ma tutto questo non è niente di nuovo. Già di Bush fu esaltata a suo tempo la sua capacità di “parlar chiaro”, e le mille gaffes di incompetenza elencate dai suoi critici in questi anni non gli hanno fatto nemmeno il solletico. La politica americana ha insomma capito che l’antielitismo ha attecchito solidamente nei cuori degli elettori, e ha scelto di seguirne la corrente, proficuamente: Bush è stato persidente per otto anni, Sarah Palin alla fine porterà più voti di Joe Biden, piaccia o no.<br />
Naturalmente è facilissimo trovare esempi simili di successi politici anche da noi: a cominciare dal caso di Di Pietro, del suo popolare modo di esprimersi e del suo trattore (che si suppone essere l’esperienza che gli permette di occuparsi poi di Alitalia). Per proseguire con tutto il repertorio umano campestre e da bar della Lega, con il capitolo a parte del pappagallismo berlusconiano, fino ad arrivare agli imbarazzanti tentativi di imitazione di gente di tutt’altro rango: come quando Fassino andò al programma di Maria De Filippi, “tra la gente”. È vero che la vicinanza al popolo è sempre stata nella tradizione della sinistra italiana, ma una volta si esprimeva in forme più sincere e meno goffe.<br />
Come ha potuto questa involuzione culturale e politica insediarsi così radicalmente nelle nostre evolute democrazie? Senza che nessuno vi si opponesse seriamente? Per una tautologica ragione: qualsiasi obiezione all’antielitismo suona elitista, e quindi viene rifiutata e offesa dai suoi stessi destinatari.<br />
Veidamo quindi di capire l’elitismo. L’elitismo (elitismo, elitismo, elitismo) è l’idea per cui rispetto a determinate questioni, ruoli, bisogni comuni, esistano delle “élites” di persone esperte, competenti, capaci, che saranno più adeguate ad affrontarli. Le cui opinioni e azioni saranno più importanti e proficue di quelle di altri. L’antielitismo non nega questo, ma ha un approccio diverso: non è la capacità di affrontare determinati problemi a suggerire la scelta di un candidato, ma la fiducia che questo candidato trasmette a chi lo sceglie grazie al suo essergli “familiare”, diciamo. Uno di noi.<br />
I commentatori americani in questi giorni hanno fatto spesso l’esempio della scelta di un chirurgo o di un avvocato: li vorremmo seri, ricchi di titoli ed esperienza a costo di essere persone che ci mettono in soggezione, oppure simpatici conversatori, che incontriamo al supermercato o davanti a scuola ad aspettare i bambini, con curriculum meno solidi?<br />
Il problema dell’elitismo è che se i criteri per la scelta delle élites non sono questi, ma si trasformano in traffici e favoritismi, in nepotismi, in corporativismi fossili, le cose peggiorano insopportabilmente. Ed è dal rifiuto di questo tipo di elitismo – che tanta parte ha avuto nella storia delle democrazie occidentali e più che mai in quella italiana – che è nato per reazione l’antielitismo attuale. Per fame disperata di fiducia, dopo decenni di inganni e tradimenti. La politica italiana non vanta da tempo buoni esempi di élites capaci e illuminate, capaci di ottenere fiducia sulla base delle proprie qualità rispetto al loro ruolo. E anche per questo, oltre che per l’imbarazzo a pronunciare la parola (elitismo, elitismo, elitismo), che non è finora esistita da noi quasi nessuna reazione elitista. Per demagogia, per paura dell’accusa di elitismo. Le élites italiane non hanno prime pietre da scagliare. E quindi si nascondono, o finiscono per seguire demagogicamente la corrente elitista. E le nostre società si trasformano da democrazie in demagogie.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="EN-US">Fino a che la democrazia era giovane e incompiuta, se ne mediavano le richieste più retrograde con saggi interventi correttivi. Le élites provavano a “fare cultura” in tv, in politica si aveva il fegato di fare scelte illuminate e impopolari, e si pensava fosse una “missione” quella del giornalismo, eccetera. Poi la democrazia e la sua forma mercato hanno prevalso (in altri paesi, i limiti sono stati scritti più solidamente che da noi, e resistono meglio, ma a fatica): e ora si offre quello di cui c’è domanda prevalente, per farsi eleggere, per fare share, per vendere giornali. O anche semplicemente per farsi adulare e apprezzare, bassa demagogia, trionfo delle vanità immediate. Nessuno vuole essere ricordato più. Ammirato subito. Ecco cosa è cambiato, in Italia. Era una democrazia, è diventata rapidamente una demagogia. Di conseguenza, i leader politici eletti non sono più persone “migliori di noi” (e votate per questo), ma uguali a noi (facendosene un vanto), e anche peggiori di noi (per il nostro compiacimento). E se un tempo desiderare il male altrui era sanzionato da un sistema di valori trasmesso dalla cultura nazionale, oggi alcuni dei pensatori e leader di riferimento persino li promuovono, l’egoismo e il desiderio del male altrui. La mediocrità. Questo abbiamo ottenuto in cambio, scegliendo persone “come noi”: il nostro peggio.</span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Un giorno alle corse</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Oct 2008 17:28:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Visto che sta circolando anche qualche imbarazzante inesattezza, incollo qui l’appuntone che mi ero scritto – integrandolo con qualcosa tirata fuori all’ultimo momento – per la Direzione Nazionale del PD di stamattina. Poi ho parlato a braccio, e quindi alcune &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/10/03/un-giorno-alle-corse-2/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><em>Visto che sta circolando anche qualche imbarazzante inesattezza, incollo qui l’appuntone che mi ero scritto – integrandolo con qualcosa tirata fuori all’ultimo momento – per la Direzione Nazionale del PD di stamattina. Poi ho parlato a braccio, e quindi alcune cose sono saltate, ma i concetti ci sono: scritti senza rileggere, non badate alla forma.</em></p>
<p class="MsoNormal"> </p>
<p class="MsoNormal">Allora, vi chiedo scusa se approfitto del fatto di essere qui per dire un po’ di cose anche poco piacevoli da sentire. Farei volentieri a meno, e mi sarebbe piaciuto che in questi mesi di vita del partito democratico e in queste settimane di suo letargo le avesse dette qualcun altro. Ringrazio Giovanni Bachelet che mi ha preceduto e ha seminato qualche traccia di preoccupazione e insoddisfazione per cosa sta accadendo del PD, facilitandomi un po’ le cose. Mi ha risparmiato – solo un poco &#8211; l’imbarazzo e il fastidio che ho io stesso per la figura di quello che arriva qui per la prima volta e pretende di spiegare cosa succede fuori. Ma si dà dannatamente il caso che molti qui diano l’impressione di non saperlo, cosa succede fuori: o di fregarsene. E quindi con riluttanza &#8211; con molta riluttanza – faccio quella parte lì.</p>
<p class="MsoNormal">Della relazione di Dario Franceschini condivido tutto quel che riguarda i modi di fare opposizione. Con un paio di piccole eccezioni – che gli segnalo per suggerirgli una più efficace impostazione dialettica della questione –: vedo una contraddizione tra il sostenere che su cinque anni dobbiamo avere il passo della maratona e partire piano, e il segnalare la difficoltà di recuperare consensi in tempo per le troppo imminenti elezioni europee. Quanto alla metafora della maratona, è più bella, ma secondo me più incongrua agli anni a venire di quella della formula Uno: si parte subito forte, e si deve andare più forte che si può fino all’ultimo giro.</p>
<p class="MsoNormal">E non mi pare vero che tutte le maggioranze appena insediate nella recente storia europea abbiano riscosso i primi cali di consenso solo dopo molti anni: non nel caso di Sarkozy, per esempio, e non in quello dell’ultima vittoria elettorale di Blair.</p>
<p class="MsoNormal">Ma ripeto, sulle modalità dell’opposizione in questi mesi sono del tutto d’accordo.<span id="more-9999"></span></p>
<p class="MsoNormal">Sono meno d’accordo con Franceschini sull’analisi dello stato del Partito Democratico. E spiego perché.<span>  </span>Come sappiamo, malgrado un’iniziativa politica rivoluzionaria, moderna, e creativa come quella presa da Walter Veltroni durante la campagna elettorale, abbiamo perso le elezioni. Eppure quel risultato è stato un successo, proprio per questo: era impossibile vincerle, quelle elezioni, e il Partito Democratico, dato il contesto e le condizioni non poteva andare meglio di così: nessun leader e nessuna linea politica avrebbero potuto farlo andare meglio di così. Sfido chiunque a sostenere esempi contrari.</p>
<p class="MsoNormal">Inciso: che qualcuno faccia infantilmente l’offeso di fronte alla tesi che l’immagine del passato governo Prodi abbia limitato e di molto, le possibilità di vittoria alle elezioni, tesi condivisa là fuori dal primo studente di liceo all’ultimo politologo, la dice lunga sulle fesserie su cui perdiamo tempo.</p>
<p class="MsoNormal">Il secondo concetto, per me assai più grave e incomprensibile, è che dopo quella sconfitta, e quel successo – insisto: un successo &#8211; il PD è crollato. È dopo che è crollato. Sono passati sei mesi in cui non c’era altro da fare che farsi venire delle idee per farlo crescere, che lavorare per guadagnare fiducia e credibilità senza l’assillo del rischio elettorale, senza la complicazione del dover governare bene, senza il bisogno di un’opposizione agguerrita e instancabile: la maggioranza fa quello che le pare e in questi sei mesi, salvo rarissime eccezioni, potevamo fare un sacco di belle cose.</p>
<p class="MsoNormal">Invece.</p>
<p class="MsoNormal">Il PD oggi è molto in difficoltà: chiedete in giro. Peggio: ha un’immagine di partito allo sbando: cito mi pare lo stesso Walter Veltroni quando disse dell’agonizzante governo Prodi, “si avverte una sensazione di sfarinamento”. E guardate, so distinguere le fesserie dei giornali da quello che pensa la gente: ma so anche che le fesserie dei giornali orientano molto di quello che pensa la gente, e so che le fesserie dei giornali non possono diventare un alibi. Se chiedete in giro alle persone normali cosa pensano stia facendo il PD, vi risponderanno che Veltroni e D’Alema si fanno la guerra. E non posso credere davvero che uomini intelligenti reputino che la soluzione a questo tipo di comunicazione sia semplicemente rispondere “no, non è vero”.</p>
<p class="MsoNormal">Certo, c’è la crisi della sinistra europea, c’è la difficoltà delle sfide della modernità, eccetera eccetera. Ma siamo tutti stufi di alibi per le sconfitte: bisogna saper distinguere tra spiegazioni e giustificazioni. Non gliene frega niente a nessuno di sapere le ragioni per cui non riusciamo, che sono sempre le stesse. Se non riesci, ti sposti, e fai fare a qualcun altro. Avviso di un’altra cosa, perché in giro le vanità personali e i nervi scoperti prevalgono su tutto. Non mi interessa sapere di chi sono le colpe: è irrilevante. Distinguo tra colpe e responsabilità ufficiali, e mi interessano le seconde. E soprattutto mi interessa capire quali cause generano quali effetti, in modo da rimuovere le cause. Se dico che il governo Prodi si è fatto molto malvolere, non mi interessa se la colpa sia di Prodi o di quattro ministri, o dell’ufficio pubbliche relazioni. Ma mi interessa cambiare registro rispetto a uno che non funziona: mi interessa non convocare più – in tempi di casta, di distanza dai cittadini, eccetera – non convocare più una riunione alla Reggia di Caserta. Per dirne una.</p>
<p class="MsoNormal">E se l’Italia in generale, la sinistra in particolare, e il maggior partito della sinistra italiana nel dettaglio, sono nelle condizioni più disastrosamente scoraggianti dell’ultimo mezzo secolo, mi interessa che non si affronti questa situazione con gli uomini e i metodi che hanno portato fino a qui. Non riesco a capire come le persone che hanno avuto incarichi di altissima responsabilità nei partiti da cui viene questo, e nei governi che hanno preceduto e favorito questo – tra cui alcune persone per cui ho una grande ammirazione e riconoscenza – vivano senza nessuna logica consequenzialità la loro storica corresponsabilità nel fallimento.</p>
<p class="MsoNormal">Invece sono qui a discutere come affrontare il secondo decennio del Duemila le stesse persone che non hanno saputo affrontare il primo e che erano qui nel millennio precedente, e nessuna di queste fasi si fa ricordare come un momento splendente nella storia di questo paese.</p>
<p class="MsoNormal">Chiudo la parte critica, che spero non abbia bisogno di altri esempi, che altrimenti potrei tenervi qui a ore e non sarebbe bello per nessuno. Ma la chiudo parlando di e a Walter Veltroni, di cui ho infinita stima e la cui leadership sostengo fermamente (e trovo pazzesco che sia data cittadinanza a contestazioni che non rappresentano nessuno. Nessuno. Veltroni è diventato leader del PD per fare il leader del PD, non per vincere le elezioni pochi mesi dopo. Sfido chiunque contesti l’attuale segreteria a dire a nome di chi parla. Dei voti ottenuti con un sistema elettorale senza preferenze? Gli unici qui dentro che parlano a nome di qualcuno sono coloro che hanno preso voti alle primarie dell’anno scorso).</p>
<p class="MsoNormal">Bene, non pretendo di spiegare a persone molto più esperte e competenti di me quali contenuti dare al presente e al futuro del Partito Democratico. Non sto parlando di contenuti, come vedete, e non sarei all’altezza di discussioni molto approfondite ed elaborate che avvengono dentro questo partito. E dichiaro che quando una cosa mi pare particolarmente assurda e incomprensibile, tendo a pensare sempre che mi sfugga qualcosa, prima di dire “è assurdo!”. Dove non vedo spiegazione, la chiedo, prima di volermene creare una che mi piaccia. Sull’anacronistica pigrizia e inadeguatezza della classe dirigente italiana – non parlo di quella di destra, che è al di là delle possibilità di analisi – per esempio ho chiesto molto in giro, e solo in assenza di altre giustificazioni o valide obiezioni ho dovuto convincermi che si spiega solo con pigrizie, vanità, mediocrità, egoismi e presunzioni umane. Normale, le abbiamo tutti, anch’io e parecchie: e infatti ho evitato di fare un lavoro che dovesse mettermi al servizio degli altri, come la politica. Per fare politica, soprattutto di questi tempi, ci vuole la capacità di mettere se stessi e le proprie ambizioni non in secondo, ma in quinto piano: o la capacità di soddisfarle, le proprie ambizioni, fingendo di non averne. E temo che se ce ne andiamo da qui, tutti noi che non soddisfiamo questo requisito, restano davvero in pochi.</p>
<p class="MsoNormal">Ma io non mi so spiegare Walter Veltroni, e quindi immagino che qualcosa mi sfugga. Cosa mi sfugge? Tutto il paese fa battute – divertite o scorate – sullo stordimento da KO che avrebbe colpito il nostro segretario, o quel che è. Tutti si chiedono dove sia finito il Veltroni della campagna elettorale: tutti notano la totale differenza di passo, ovvero l’assenza. Dico solo che ho trovato incredibile che sull’unica iniziativa politica e di comunicazione forte presa da Walter in questi mesi – l’intervento sulla questione Alitalia – invece che leggere e sentire almeno sulla stampa non vicina al centrodestra “Veltroni interviene sulla questione Alitalia”, se non “Veltroni risolve la questione Alitalia”, ho letto e sentito solo “Veltroni: sono intervenuto io”. Con conseguente prevedibile derisione e demolizione del concetto da parte del centrodestra. Ma che modo è? Ma c’è l’abbiamo un responsabile della comunicazione, un gruppo di persone che lavorino su queste cose, che sono le cose con cui poi si vincono i cuori e le elezioni?</p>
<p class="MsoNormal">Tutto il paese – persino l’ultimo avventore di bar – constata l’inesistenza di un gruppo dirigente compatto, di una squadra intorno al leader, di un’identità di partito. E stendo un velo pietoso su come stiamo affrontando la questione Rai, e su quali candidati stiamo investendo quella che pare essere la maggiore battaglia politica del momento: per non parlare dell’insistenza sul candidato alla presidenza della commissione di vigilanza Rai, che non ha una sola ragione sensata al mondo, se non quelle della peggior politica traffichina e perdente.</p>
<p class="MsoNormal">Tutto il paese si chiede: Warte, che stai affa’? Dove sei? Che ne è del famoso partito moderno, leggero, al passo con il futuro? Che ne è di quella che Goffredo Bettini stamattina sul Foglio ha chiamato “la speranza che abbiamo impiantato”? Io sono d’accordo con Piero Fassino quando sottolinea l’importanza della questione della leadership: ma non credo, diversamente da lui, che dobbiamo “discuterne” della questione della leadership. È una questione che ci ha superato, quella della necessità di leader efficaci e comunicativi, e dobbiamo solo farci i conti. E abbiamo avuto al fortuna di trovare un leader come Veltroni che in campagna elettorale ha mostrato assieme grande capacità di raccogliere consenso e popolarità e grande visione e capacità politica e concreta. Ma dov’è finito quel Veltroni lì? Chi se ne sta occupando, di questo partito?</p>
<p class="MsoNormal">Warte, cosa mi sfugge? Cosa ci sfugge? Perché ti avviso, siamo in parecchi. E siamo il famoso paese reale, non una cosa che si snobba con un’alzata di spalle e la legittima convinzione di essere quelli che sanno fare le cose, altro che chiacchiere. Le chiacchiere stanno affondando questo partito.</p>
<p class="MsoNormal">Vi dico cosa farei io. Passerei tutto il tempo a inventarmi delle cose: a farmi venire delle idee. A mostrare al paese, per i prossimi tre anni, che stiamo facendo delle cose e delle buone cose. L’intervento su Alitalia poteva essere uno. Era fare. Tutte le dichiarazioni su Berlusconi Di Pietro o la Rai, invece sono dire. Sono inutili, roba vecchia, perdite di tempo. La politica non si può più fare così, se si vuole davvero fare, la politica: se non si vuole tenere una rendita personale in attesa di inutili promozioni o lontane pensioni. La politica oggi si fa in modo rivoluzionario, o si perde, e si perde prima di tutto con se stessi. Le persone che sono qui oggi – salvo i pochi che hanno meritatamente legato il proprio nome alla creazione del Partito Democratico – non saranno ricordati per niente di buono. Non è una cosa bella, perché ci sono un sacco di brave e capaci di persone: ma è la verità. Siamo brave e capaci di persone inesistenti nella storia, che non hanno saputo mettere delle pezze sui disastri di questo paese. Nel migliore dei casi, un ministero ininfluente quella volta là, una legge già abolita quell’altra volta.</p>
<p class="MsoNormal">Siete la leadership? Siete il modello? Siete quelli che devono guidare il cambiamento? E allora andate via da Roma, per un anno. Trovatevi un’altra città, un altro pezzo di Italia da conoscere e aiutare, e andate là. A Cosenza, a Treviso, a Sassari. Sì, lo so, state già pensando “i bambini, la famiglia, figuriamoci”. Ma che impegno è quello in queste condizioni non è capace di grandi sacrifici? Io vi capisco: non ne sarei capace, non mi sentirei disposto a tanto. E infatti faccio altro.</p>
<p class="MsoNormal">Cameron ieri ha detto “per risolvere i guai straordinari della finanza di queste settimane, non abbiamo bisogno del solito, abbiamo bisogno di cambiare”.</p>
<p class="MsoNormal">Continuo. Date metà del vostro stipendio da parlamentare a un progetto concreto – sì, lo so, che già lo date al partito: ma non lo sa nessuno, e soprattutto non gliene frega niente a nessuno. Guardate che la questione Casta è momentaneamente accantonata perché ci sono state le elezioni e una momentanea distrazione. Ma tornerà presto – non parlo del grillismo, ma delle legittime e fondate proteste sulla condizione intollerabile della nostra classe politica. E quando tornerà, noi non saremo attrezzati per venirne assolti. Prendiamo quei soldi e creiamo una scuola, borse di studio, aiutiamo le amministrazioni locali del PD. Facciamoci delle buone cose e diciamolo. Pubblichiamo – sul serio – non in un angoletto del nostro sito, il bilancio del partito, trasparentemente. Creiamo un gruppo che si occupi efficacemente – dico efficacemente e professionalmente – della comunicazione del partito, e una struttura che raccolga idee e proposte e richieste. Questa mi sembrava di non potervela suggerire, ma qualcuno prima di me vi ha già saggiamente accennato: aboliamo, attenzione che non scherzo, aboliamo i ministri ombra. È stata una delle trovate comunicative più controproducenti avute finora, e lo è ogni giorno. Ci ridono dietro, ma pure gli elettori del PD. Ricambiamo totalmente se non la dirigenza del partito – non arrivo a chiedere tanta banale ovvietà – ma almeno tutte le figure destinate alla comunicazione pubblica: che da Vespa e Floris ci vada Matteo Colaninno, ci vada Cuperlo, ci vada Alessia Mosca, ci vada Zingaretti, ci vadano i dirigenti di domani, che altrimenti non lo saranno mai, senza nessuna visibilità e autorevolezza pubblica. Vogliono D’Alema e Rutelli? D’Alema e Rutelli dicano no, grazie: e mandino Letta e Cuperlo. E impegnamoci con ogni mezzo e in modo esibito ogni giorno per cambiare questa legge elettorale: oltre che sacrosanta, sarebbe la battaglia più condivisa da tutto il paese, oggi. Altrimenti ci ritroveremo quattro mesi prima delle prossime elezioni a litigare sulla legge elettorale e a non poter spiegare come mai non ci abbiamo lavorato prima. Guardate, sono il primo nemico di quel che la demagogia ha fatto al nostro tempo: ma un conto è la demagogia, un conto sono le cose buone e giuste che sono anche apprezzate dalla gente. Un minimo di saggia e motivata demagogia, la sappiamo usare ancora o no?</p>
<p class="MsoNormal">Siete capaci di farle, queste cose? Siamo capaci? Perché se non siamo capaci, non siamo capaci di fare politica, di fare il bene di questo partito, della sinistra italiana e di questo paese. E ne facciamo il male, ogni ora che passa: nessuno si senta assolto.</p>
<p class="MsoNormal">Vi chiedo di nuovo scusa: ma vi prometto che non verrò a ripetere queste cose una seconda volta.</p>
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		<title>Del nostro meglio</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 09:24:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[elitismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Quello che segue è un ragionamento schematico e che non pretende di spiegare tutto. Niente spiega tutto. Le cose sono complicate. Diciamo che è una brusca sintesi di una tendenza, che riguarda il disastro italiano. Qualche giorno fa ho scritto &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/09/10/del-nostro-meglio/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quello che segue è un ragionamento schematico e che non pretende di spiegare tutto. Niente spiega tutto. Le cose sono complicate. Diciamo che è una brusca sintesi di una tendenza, che riguarda il disastro italiano.</p>
<p>Qualche giorno fa ho scritto una <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/09/03/chi-semina-vento-2/">cosa</a> che Filippo Facci ha usato in una sua <a href="http://www.macchianera.net/2008/09/06/leducazione-del-popolo/">valutazione</a> sui tic perdenti della sinistra, valutazione che io ho trovato molto banale e sbrigativa: facile, buona per l&#8217;assenso dei poveri di spirito (mi perdoni Filippo se la uso come sintesi delle obiezioni che non mi riguardano). In breve, spiegavo che il dovere di una buona politica &#8211; e di una buona sinistra, e di una buona gente in genere &#8211; dovrebbe essere quello di migliorare il mondo: migliorando se stessa, e gli altri. Naturalmente si può discutere su cosa sia &#8220;migliore&#8221;, ma io credo che alcuni valori condivisi siano indiscutibili. Insegnare a se stessi e agli altri a non essere egoisti, a non essere scorretti, a non essere volgari, a non essere mediocri, a non essere violenti, a non essere stupidi, mi sembra per esempio un percorso su cui si può essere d&#8217;accordo, no?</p>
<p>(L&#8217;obiezione di Facci &#8211; quella del trattare i cittadini come fossero bambini &#8211; può essere valida per gli stati e le leggi, che non devono presumerli tali: ma trattare nelle nostre vite gli altri come bambini, nel senso di insegnar loro le cose che crediamo giuste e che abbiamo imparato, e impegnarsi per la loro felicità e umanità, è una grande e buona cosa, altro che battute).<span id="more-9470"></span></p>
<p>Dicevo quindi che il problema per la sinistra non è &#8220;stare sul territorio&#8221; per capire e soddisfare i bisogni della gente: alcuni di questi bisogni sono inaccettabili, per esempio. Non è capendo che una parte di italiani vuole cacciare gli stranieri e trovando quindi il modo per cacciarli che si farà una buona politica (la tesi di Facci per cui queste riflessioni sono dettate dalla sconfitta elettorale riguardino pure qualcun altro: io non sto parlando di vincere le elezioni, sto parlando di comportarsi bene a costo di perderle).</p>
<p>Sto parlando di trovare un progetto per cui comportarsi bene consenta eventualmente anche di vincere le elezioni, come risultato accessorio.</p>
<p>Starei anche parlando della necessità etica di trovarsi dei modelli per essere delle persone migliori, al di là della politica: e del superamento del <a href="http://www.wittgenstein.it/2006/03/01/una-buona-giornata-comincia-cosigrave/">vecchio</a> <a href="http://luca-sofri.myblog.it/archive/2004/02/09/sii-un-altro.html">pigro</a> alibi sull&#8217;&#8221;essere se stessi&#8221;. Non bisogna essere se stessi (con la sola eccezione di Gesù Cristo, ottimo modello per sé e per gli altri): bisogna essere qualcun altro, migliore di noi.</p>
<p>Bene, mi avvicino al ragionamento schematico. Io non penso che gli italiani siano oggi peggiori di come erano una volta. Nè penso che il popolo sia bue, a meno di non eliminare ogni sospetto di presunzione intellettuale da questo giudizio e dire che siamo tutti popolo, e tutti buoi. Penso però che esistano classi e ruoli storicamente privilegiati, storicamente &#8220;illuminati&#8221; e storicamente investiti dall&#8217;obbligo di essere da modello per gli altri. Sono state le classi colte &#8211; colte per loro fortuna ed eredità &#8211; a guidare i progressi civili, culturali e scientifici della razza umana e delle nazioni democratiche. A guidare i popoli verso il progresso. Sono stati gli intellettuali, i politici, i leader del passato, a modellare i nostri valori e definire le cose che riteniamo giuste. A giungere a una condivisione su cosa fosse giusto e cosa sbagliato e a trasmettere questi sentimenti ai &#8220;popoli&#8221;.</p>
<p>Gli italiani del passato non erano migliori di quelli di oggi. Ma avevano vergogna dei propri difetti, delle proprie meschinità, delle proprie cattiverie. O almeno li sapevano sbagliati. Perché qualcuno gli aveva insegnato che c&#8217;era il giusto e lo sbagliato (con molti dubbi in mezzo, ma anche diverse certezze).</p>
<p>Ecco, secondo me oggi non lo insegna più nessuno. Lo sbagliato è stato sdoganato. La mediocrità non conosce vergogna né sanzione: anzi a volte è premiata. E se siete superficiali potete prendere questo come un elitismo giorgiobocchista, e pensare che sto prendendomela con gli elettori di destra che votano Berlusconi perché sono stupidi. Balle. Questo è un modo sciocco e pigro di archiviare questo ragionamento. Io invece sto dicendo che in Italia le classi e le persone deputate a essere modello per gli altri se la sono data a gambe, e anzi hanno preso a modello le mediocrità più comuni. Come ho scritto <a href="http://www.wittgenstein.it/2006/12/14/back-to-the-orticello/">altre</a> volte, i leader politici eletti non sono più persone &#8220;migliori di noi&#8221; (e votate per questo), ma uguali a noi (facendosene un vanto), e anche peggiori di noi (per il nostro compiacimento). Se un tempo desiderare il male altrui era sanzionato da un sistema di valori trasmesso dalla cultura nazionale, oggi alcuni dei pensatori e leader di riferimento persino li promuovono, l&#8217;egoismo e il desiderio del male altrui. La mediocrità.</p>
<p>Non parlo solo della politica, sarebbe facile e già ci pensano in molti. Parlo dei giornalisti, degli intellettuali, di chi usa la televisione, degli scrittori. Di tutti quelli che parlano agli altri. Persino di certi insegnanti. Di tutti coloro il cui ruolo ha un potere nello stabilire dei modelli, e stabiliscono dei modelli pessimi. Facendo politica vanitosa, giornalismo mediocre, televisione insulsa, esempi vili ed avidi. Per quanto voi vi crediate assolti, eccetera.</p>
<p>Mia moglie ha scritto una cosa sull&#8217;etica della pubblicità, e parlandone con lei mi sono trovato a obiettarle che la pubblicità è l&#8217;unico ambito che per definizione non può dare nessuno spazio all&#8217;etica (salvo il rispetto della legge). Serve a vendere, punto. Poi però mi sono detto: e perché no? Perché la demagogia commerciale deve essere alibi per chi peggiora il mondo? Che accidenti di scuse sono &#8220;questo è quello che funziona, questo è ciò che vuole la gente, questo è il giornale che si vende, questo è il programma che fa il 20 di share&#8221;, per essere complici della catastrofe umana e civile che travolge l&#8217;Italia da anni?</p>
<p>(Perdonate la serietà del periodare: naturalmente dico questo con totale disincanto sul futuro e rallegrato dal sonno beato della mia bambina. Ma la situazione è questa).</p>
<p>Andando dietro a questi pensieri, si arriverebbe a concludere (Michele Serra, che interviene spesso intorno a questi temi, secondo me lo ha già fatto da un pezzo) che è la democrazia la radice di questo andamento inesorabile. Fino a che la democrazia era giovane e incompiuta, se ne mediavano le richieste con oligarchici interventi correttivi. Si provava a &#8220;fare cultura&#8221; in tv, si cercava di fare politiche illuminate e impopolari, si chiamava &#8220;missione&#8221; quella del giornalismo, eccetera. Poi la democrazia &#8211; e la sua forma mercato &#8211; hanno prevalso (in altri paesi, i limiti sono stati scritti più solidamente che da noi, e resistono meglio, ma a fatica): e ora si offre quello di cui c&#8217;è domanda prevalente, per farsi eleggere, per fare share, per vendere giornali. O anche semplicemente per farsi adulare e apprezzare, bassa demagogia, trionfo delle vanità immediate. Nessuno vuole essere ricordato più. Ammirato subito. Non so concludere, andando dietro a questi pensieri, che la democrazia sia la ragione del disastro: soprattutto perché senza la democrazia i disastri sarebbero peggiori. Ma mi sono fatto quest&#8217;idea.</p>
<p>Ecco cosa è cambiato, in Italia. Era una democrazia, è diventata rapidamente una demagogia. E andare dietro a questo cambiamento nella speranza di vincere le elezioni, per la sinistra è una follia. Intanto perché se si tratta di messaggi superficiali, demagogia e bisogni meschini c&#8217;è chi lo sa fare immensamente meglio, e senza quei residui scrupoli di alcuni di noi. E poi perché non è giusto. Non si fa. È sbagliato, se questi termini valgono ancora qualcosa per qualcuno. Ci sono le cose giuste e le cose sbagliate: e si fanno quelle giuste. Soprattutto &#8211; e non meno &#8211; quando tutti gli altri fanno quelle sbagliate.</p>
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		<title>Alla ricerca del tempo perduto</title>
		<link>http://www.wittgenstein.it/2008/06/04/alla-ricerca-del-tempo-perduto/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Jun 2008 14:27:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Europeo]]></category>
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		<category><![CDATA[multitasking]]></category>

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		<description><![CDATA[Sto guidando in autostrada. Sto soltanto guidando la macchina in autostrada. Nient’altro. E visto che guidare in autostrada richiede una riserva di attenzione elevata e costante ma quasi sempre inattiva, avrei tempo e testa a disposizione per fare altro. Ma &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2008/06/04/alla-ricerca-del-tempo-perduto/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><span>Sto guidando in autostrada. Sto soltanto guidando la macchina in autostrada. Nient’altro. E visto che guidare in autostrada richiede una riserva di attenzione elevata e costante ma quasi sempre inattiva, avrei tempo e testa a disposizione per fare altro. Ma non posso: perché sto guidando in autostrada, che è forse l’ultima attività che mi è rimasta in cui ho il cervello sgombro ma le mani occupate. Salvo telefonare con l’auricolare, che pure dicono sia pericoloso lo stesso, non ho niente da fare. E penso.<span id="more-8278"></span><br />
</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La guida dell’automobile è l’ultimo spazio che mi è rimasto per rilassarmi e pensare liberamente per un tempo che superi i due minuti. Quando arriverò a casa cenerò con mia moglie e i bambini, ci racconteremo cosa abbiamo fatto oggi, staremo assieme. Poi, quando tutti dormiranno, riaccenderò il computer – mai spento, in realtà: era solo in stop – controllerò la posta, leggerò le notizie e sfoglierò un po’ di siti e blog che non controllo da qualche ora; scriverò un paio di cose nel mio, di blog. Mi costringerò a un certo punto ad alzarmi, leggerò alcune pagine di un libro dalla minacciosa pila di quelli “da leggere”, e andrò a letto, dove schianterò addormentato subito. Qualche volta mi capita di non addormentarmi per dieci-quindici minuti. Allora mi alzo, torno davanti al computer, leggo e scrivo qualcos’altro, e poi torno a dormire.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Non ho più “un tempo”, ormai da qualche anno: molti di noi non lo hanno più. Ne ho parlato in giro. Abbiamo mille tempi frammentati e accavallati. Non siamo più in grado di destinare a una singola occupazione più di dieci-venti minuti consecutivi: scriviamo, leggiamo la posta, telefoniamo, diamo un’occhiata alle notizie, sfogliamo qualche pagina di giornale alla volta, leggendo solo i titoli. Cominciamo a leggere un libro e lo lasciamo dopo tredici pagine: lo riprenderemo fra tre giorni e tra un mese saremo a metà, ci sembrerà vecchio e lo archivieremo nello scaffale, per poterne cominciare altri sei.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Per questo la guida in autostrada è una condizione straordinaria e straniante, ma anche piacevolissima. Si pensa. Si sta lì, senza niente da fare e col pilota automatico di se stessi, e si pensa. Vengono anche delle belle idee, in queste condizioni: progetti, propositi, improvvise visioni sovversive, revisioni di pensieri dati per scontati. E allora vorresti appuntarteli, scriverteli, prima che scappino, si scavalchino, volino via dalla scadente capacità della memoria di trattenerli: non sei più abituato a tenere in mente le cose, a ricordartele. Hai tutto sul computer, sul telefonino, su certi foglietti. Da ragazzo sapevi tutti i numeri di telefono a memoria, poi le rubriche e le memorie dei cellulari lo hanno reso superfluo, e così se n’è andato uno dei migliori allenamenti mnemonici di sempre. Adesso ti ricordi il numero a cinque cifre che aveva tua nonna quando eri bambino (quarantuno-ventisette-sei) e la targa della vecchia macchina di tua mamma (PI222488), ma non il suo numero di cellulare: ce l’hai in memoria.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ed ecco che già andando dietro a questi pensieri ti sei dimenticato: cosa volevi appuntarti? Era un’ottima idea, bisognava telefonare a qualcuno, ma a chi? Va’ a sapere. Qualche volta provavi acrobaticamente a segnarti le cose nel telefonino, mentre guidi, ma hai promesso a tua moglie che non lo farai mai più dopo che ti ha beccato, una volta. All’inizio usavi il registratore audio del telefonino stesso, andando su “appunti vocali”, ma poi ti dimenticavi di averli presi, quegli appunti vocali. Saranno ancora lì, nei vecchi telefonini regalati ai nipoti? Forse non è il tempo, forse è la vecchiaia, ti dici: quanto si può cominciare a rimbambire a quarant’anni?</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ma a nessuno capita più di chiedere l’ora, avete notato? Una volta per strada qualcuno ti si avvicinava con garbo e domandava “scusi, sa mica che ore sono?”. Adesso lo sappiamo tutti continuamente, che ore sono. Da quanto tempo non vivete quella sensazione di straniamento per cui pensavate fossero ancora le quattro e invece sono già le sei? Abbiamo sempre meno orologi, ma sempre più indicazioni dei secondi che passano. Sui computer, nelle insegne stradali, in televisione: ma soprattutto nei telefonini. Bisognerebbe fare un’indagine sulla funzione accessoria più sfruttata nei telefonini: per i ragazzini forse sarebbero i videogiochi, per i loro coetanei più grandi l’ascolto della musica, per tutti quanti gli SMS, e per gli adulti la banale consultazione dell’ora. Oggi sappiamo sempre che ore sono. E con precisione maniacale, persino con i secondi. Una volta erano le dieci e un quarto, adesso sono le dieci e tredici. Il tempo non vola più, in un certo senso.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>E di conseguenza sappiamo quanto tempo abbiamo, quanto manca a, e riusciamo a sfruttare ogni rimasuglio di minuti, ogni manciata di secondi per qualcosa che ci pare proficuo. Cosa fate voi dopo aver acceso il computer? Non mi direte mica che state lì seduti a guardarlo accendersi, vero? Secondi interminabili che se ne vanno buttati via: durante i quali si può invece metter su il caffè, rispondere a un SMS, fare una telefonata, tagliarsi le unghie. Usciamo dalla doccia in accappatoio e prima di andare a vestirci passiamo davanti al computer e lo accendiamo, intanto. Se non lo abbiamo lasciato acceso, come sempre. Il mio vicino la mattina esce sul pianerottolo, chiama l’ascensore, torna in casa, si mette il cappotto e saluta i bambini. Esce in tempo per entrare nell’ascensore.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Walter Kirn ha scritto un articolo sull’Atlantic Monthly, lo scorso autunno, profetizzando l’apocalisse da multitasking: il multitasking è l’attualissima inclinazione a svolgere più attività contemporaneamente. Kirn iniziava il suo pezzo raccontando di quando la sua macchina finì fuori strada mentre lui alla guida cercava di guardare sul telefonino un MMS appena ricevuto dalla sua fidanzata. Quello a cui andiamo incontro lo chiamava il “multitasking crash” o la “recessione da carenza di attenzione”. Le promesse di libertà degli slogan pubblicitari creati per venderci computer, telefonini e software si sono rivelate offerte di schiavitù. Non abbiamo più-tempo-libero, ora che i computer possono fare di tutto: ne abbiamo meno. Proprio perché i computer possono fare di tutto. E se è vero che il multitasking ci permette davvero di fare più cose insieme e averne fatte di più alla fine della giornata, per contro quello che ci resta addosso è molto diminuito. Per semplificarla molto, oggi riesco a scrivere un articolo, leggere un libro e guardare un film in metà del tempo, e nel frattempo rispondo alla posta, riparo un rubinetto e preparo le lasagne. Ma la settimana prossima non mi ricorderò niente del libro, quasi niente del film, dovrò rileggere il testo della ricetta daccapo per rifare le lasagne e se il rubinetto dell’acqua calda perde non saprò ricostruire se è quello che ho riparato o l’altro. E se mi invitano in tv a parlare del mio articolo, dovrò rileggerlo per prepararmi (ma questa cosa l’avevo già scritta, all’inizio di questo pezzo?).</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Quello che scrive Kirn mi convince, ma ormai è troppo tardi. Se mi trovo a lavorare con una connessione a internet non velocissima, nel tempo che si carica una pagina web mi sposto sul software di posta per leggere un messaggio. Sono anni ormai che non guardo un film in tv per intero: due ore seduti fermi sul divano senza fare altro? Voi ci riuscite, davvero?</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La velocità bisognerebbe amarla, come la amarono i futuristi. Zang tumb tumb. Bisognerebbe esserne eccitati e stimolati. Bisogna avere il fisico e l’indole, per la velocità. Facciamo mille cose con una capacità formidabile di accavallarle e di tenere aperte decine di finestre sul computer, una capacità di cui andar fieri almeno fino al giorno in cui ci chiamerà la maestra dall’asilo per avvisarci che la scuola sta chiudendo e il bambino non può portarselo a casa lei (e succederà inevitabilmente, a un certo punto: se non vi è già successo). Siamo dei supereroi veri, col superpotere della velocità. Ma come i mostri di certi altri film, vorremmo tornare normali, invece.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Adoriamo i rari blackout, ci congratuliamo divertiti con noi stessi quando dimentichiamo il telefonino per un pomeriggio, godiamo infantilmente dell’insuperabile distanza da una rete wireless, nei pochi luoghi dove capita ancora. Ce lo diciamo divertiti a vicenda – “ah, che liberazione, non sai che meraviglia: ho avuto il telefono scarico tutta la mattina!” – con un’enfasi che non fa che rivelare la nostra incapacità di sfuggire a tutto questo di spontanea volontà. Non siamo amanti della velocità, siamo travolti dalla velocità come si viene travolti dalla corrente, tra l’eccitato e l’impotente.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Tutto questo cambia anche la relazione con la velocità tradizionale, quella legata al movimento fisico delle persone e delle cose. Oggi la velocità esaltata dalle nuove tecniologie e praticata dai loro adepti è una velocità del pensiero, una velocità di connessione e di download, una velocità di comunicazione e di esecuzione di progetti (e quando si arriva invece alla concretezza, a spostare le cose, si arriva ai colli di bottiglia: potete leggere la recensione di un nuovo romanzo americano su una rivista online e ordinare lo stesso romanzo su Amazon nel giro di pochi minuti, ma poi ci vorranno giorni perché i sistemi postali e doganali ve lo recapitino a casa). Chissà come la prenderebbero i futuristi, questa velocità: sarebbero abbagliati dall’esaltazione delle loro passioni, o delusi dal superamento di tutti gli zang tumb tumb e amati frastuoni di motori?</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La velocità delle cose, è passata di moda. Le macchine potenti, le gare di motori, così legate ancora a ferraglie, baccano e incertezze di percorso, sono simboli di una velocità sbruffona e anacronistica, al massimo venerata ancora per vezzo archeologico. La rinnovata attualità delle illusioni sul teletrasporto nasce da questo unico possibile interesse per lo spostamento fisico veloce di persone e cose: uno spostamento silenzioso e immateriale, che si accavalli a sua volta con altre dieci attività compiute nello stesso tempo.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span> </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Sto guidando in autostrada. Nessun pensiero particolare, nessuna idea geniale da perdere per strada. Squilla il telefono, la musica dell’iPod si interrompe, mi metto l’auricolare. È mio figlio, dice delle cose che non capisco, gli chiedo di andare piano. Vai piano, gli dico, e mi colpisce subito l’inversione dei ruoli. Allora mi spiega meglio, e c’è un’asta su eBay che scade tra sette minuti per una carta di Yugi-Oh (no, non ho ancora imparato cosa sia, Yugi-Oh, e forse non si scrive nemmeno così), ed è una carta rarissima e la devo comprare assolutamente, che io ho la carta di credito, che devo offrire fino a dieci euro, e intanto io penso cose poco carine di sua madre che gli ha consentito di telefonarmi per questo. Alla fine raccolgo le istruzioni essenziali e gli prometto che ok, me ne occupo. Guardo l’orologio, sei minuti ancora. Diciassette chilometri al prossimo autogrill, non ce la faccio. Mi fermo in una piazzola di emergenza, spengo il motore e tiro fuori il computer dallo zaino buttato sul sedile dietro. Tre minuti e mezzo. Mi collego a internet col telefonino. Vado su eBay. Che lentezza, la connessione del telefonino. Ci vorrebbe più velocità. Trovo la carta agognata che manca un minuto e sedici. Offro trenta euro, non è il caso di rischiare. Cinquantasette secondi. Una controfferta, due. Ventuno secondi. Undici. Due. Zero.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>L’ho spuntata: per dodici euro. Conoscerete la nostra velocità.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Mando un SMS rassicurante a casa, chiudo il computer e sto per rimettere in moto quando qualcuno mi bussa al finestrino. È un poliziotto, ed ecco che mi sono messo nei guai per colpa di una carta di Yugi-Oh e della pretesa di onnipotenza. Non ci si ferma in una piazzola di emergenza per vincere un’asta di eBay. “Problemi?”, chiede l’agente. No, balbetto, dovevo solo fare una telefonata urgente. Grazie. Sorride, e torna alla macchina ferma alle mie spalle. Lascio che mi superi e si allontani, e riparto anch’io. Piano.</span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Il maggioritario del pensiero</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Nov 2004 15:40:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Wittgenstein]]></category>
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		<description><![CDATA[Il dibattito sul senso dei risultati elettorali americani se n’è andato per la tangente. Da una parte ci sono quelli che dicono che ha vinto l’America ignorante, non urbana, meno aperta al mondo, più retrograda, e che quelli che hanno &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2004/11/09/il-maggioritario-del-pensiero/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il dibattito sul senso dei risultati elettorali americani se n’è andato per la tangente. Da una parte ci sono quelli che dicono che ha vinto l’America ignorante, non urbana, meno aperta al mondo, più retrograda, e che quelli che hanno perso sono in realtà la parte migliore della società. Dall’altra ci sono quelli che dicono che gli sconfitti sono elitari e arroganti snob che non vogliono capire il mondo vero e la cui percezione delle cose non arriva oltre la libreria del proprio studio. Punti di vista complessi e articolati, come si vede.</p>
<p>Le reazioni a queste accuse accrescono il tasso di scombinatezza del dibattito. Gli accusati con la coda di paglia si limitano a rimandare le accuse al mittente e rinnovare le accuse contrarie. <a href="http://www.washingtonpost.com/ac2/wp-dyn/A29470-2004Nov5?language=printer">Quelli che non si riconoscono</a> in queste descrizioni pretendono che esse &#8211; non riguardando loro &#8211; siano false tout court. Se io elettore di Bush non mi penso omofobo, vuol dire che gli elettori di Bush non sono omfobi. Se io sostenitore di Kerry credo di capire le ragioni vere della sua sconfitta, allora nessun elettore di Kerry è stato cieco e presuntuoso.</p>
<p>David Brooks ha scritto la cosa più importante sul New York Times, <a href="http://www.nytimes.com/2004/11/06/opinion/06brooks.html?oref=login&amp;pagewanted=print&amp;position=">qualche giorno fa</a>: ciò che le elezioni hanno detto è che il 53% degli elettori <em>(il 51, in realtà)</em> è soddisfatto della presidenza Bush. Punto. Non “L’America ha scelto Bush”. Non “Un paese diviso”. Non “l’America spaventata da gay e aborto”. No, l’unica cosa vera su queste elezioni che può stare in una frase è: Bush ha preso il trepercento dei voti in più. E siccome quella è una democrazia &#8211; dove governa la maggioranza, anche di uno &#8211; Bush è presidente, giustamente. E si può discutere di quel trepercento. Ma rendere maggioritaria anche l’analisi, è una fesseria: intanto perché l’analisi non può trascurare le minoranze, a differenza dei sistemi elettorali. E poi perché basta un batter d’ali di farfalla a Springfield, Ohio, eccetera. Centomila voti non sono un dato storico dal significato definitivo. Metti che quel giorno pioveva, metti che non c’era bisogno di far la fila ai seggi, metti che &#8211; la ondivaghezza dei sondaggi lo ha dimostrato possibile &#8211; Kerry teneva un discorso particolarmente efficace, metti un video di bin Laden o un video in meno di bin Laden, e ora eravamo qui ad analizzare il grande trionfo dell’America liberal. Certo, non è successo, e questo significa qualcosa: ma non può significare tutto. Il maggioritario del pensiero.</p>
<p>Nel basket, come in molti altri sport, si diventa campioni perché a tre secondi dalla fine un pallone è andato esattamente lì invece che un centimetro &#8211; mezzo centimetro &#8211; più in là. Dopo si è campioni, certo, e meritatamente: ma non si rilegge tutta la storia del mondo alla luce di quello. Lo sport conosce bene il valore delle variabili.</p>
<p>La discussione politica, pare di no. Ieri è <a href="http://www.nytimes.com/2004/11/08/opinion/08herbert.html">uscita</a> una ricerca dell’Università del Maryland per cui il 70% degli elettori di Bush penserebbe che si siano dimostrati chiaramente i legami tra Saddam e Al Qaeda (qualsiasi cosa sia Al Qaeda: diciamo tra Saddam e l’11 settembre) e un terzo degli stessi elettori penserebbe che le armi di distruzione di massa siano state trovate. Capite che se uno deve andare a votare, fa la sua differenza. E quindi adesso vogliamo concludere che la vittoria di Bush è figlia dell’ignoranza?</p>
<p>No, naturalmente. Ma un po’ sì. E un po’ dell’omofobia, e un po’ della paura, e un po’ dell’apprezzamento per il Presidente, e un po’ della mediocrità di Kerry, e un po’ della capacità dei liberals di mobilitare folle di elettori contro di loro. E di mille altre cose. Ci vorrebbe un libro, e poi un altro libro di conclusioni. Di sicuro non “L’America si fida di Bush”, né “Vince l’America più profonda”.</p>
<p>Prendete gli stati rossi e blu. Ecco un altro maggioritario del pensiero. All’interno degli stati rossi e blu succede di tutto, naturalmente: ci sono minoranze blu e rosse, e ciascuna di esse è fatta di persone che hanno votato avendo in testa mille cose diverse. C’è anche un razzismo ombelicocentrico nel pretendere che persone come noi vadano a votare come automi balbettando “no-matrimonio-gay-no-matrimonio-gay”. Oddio, ci saranno anche quelle. Ma appunto, anche. Fatti i conti, il 44% degli elettori vive in uno stato in cui il proprio candidato ha perso. Cioè, quasi metà di loro ha votato invano. E quello dice gli stati rossi e gli stati blu.</p>
<p>Il problema è che la semplificazione giornalistica e il bipolarismo politico e culturale stanno devastando la nostra capacità di comprensione delle cose e la nostra disposizione a ritenerle complesse, poco chiare, con diversi significati. Le vogliamo assolute, definitive, facili e pronte per il titolo, o lo slogan. Le vogliamo maggioritarie.</p>
<p><em>New York Times, Washington Post</em></p>
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		<title>La sinistra che è uguale alla destra</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Aug 2004 17:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cartastampata]]></category>
		<category><![CDATA[Highlights]]></category>
		<category><![CDATA[Vanity Fair]]></category>
		<category><![CDATA[Michael Moore]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono andato a vedere “Fahrehneit 9/11” con molti pregiudizi. Penso che Moore rappresenti tutte le cose peggiori della sinistra americana e italiana e che ne sia divenuto il disastroso modello. Dopo aver visto “Bowling for Columbine” e aver trovato sgradevoli &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2004/08/26/a-hrefhttpwwwwittgensteinithtmlvf270804htmlla-sinistra-che-egrave-uguale-alla-destraa/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono andato a vedere “Fahrehneit 9/11” con molti pregiudizi. Penso che Moore rappresenti tutte le cose peggiori della sinistra americana e italiana e che ne sia divenuto il disastroso modello. Dopo aver visto “Bowling for Columbine” e aver trovato sgradevoli molte cose che conteneva (la strumentalizzazione dei ragazzini feriti, la vigliaccata della foto della bambina morta, le associazioni ridicole) malgrado la bontà dell’intento, mi documentai molto e scoprii che molte delle cose che Moore diceva nel film erano del tutto false. Penso che sia un demagogo, bugiardo, violento, scorretto e trombone. Penso che in lui abbia trovato sintesi la sinistra per cui non solo il fine giustifica i mezzi, ma che ha addirittura perso del tutto di vista il valore e il significato dei mezzi. Penso che esistano due sinistre, oggi. Hanno intenti simili, spesso. Ma una ha a cuore le sue ragioni, i suoi principi, i suoi valori, i suoi criteri di diversità dalla destra, e pensa che il loro mantenimento sia il suo primo obiettivo e senso. Comportarsi bene, fare cose di sinistra. È la sinistra “diversa”.<span id="more-3749"></span><br />
Poi c’è un’altra sinistra per cui invece conta innanzitutto la vittoria, anzi più ancora conta la sconfitta dell’avversario. A qualsiasi costo. À la guerre comme à la guerre, senza andare troppo per il sottile e facendosene un vanto. A costo persino di non distinguersi più dalla destra. A costo di diventare – svuotate le sue presunzioni di “diveristà antropologica” &#8211; una sinistra “uguale”.<br />
“Fahrehneit 9/11” è un film bruttino e noioso. Lo ha già scritto su Vanity Fair Gabriele Romagnoli, ed è indiscutibile che gli eventuali pregi o successi del film non abbiano nulla a che fare con una presunta qualità artistica o creativa, malgrado i riconoscimenti ingannevoli come quello di Cannes. Lo stesso Moore, in questo, non ha mai onestamente vantato altro che i contenuti, del suo film. La confezione del quale è sbrigativa, povera, banale, le invenzioni vecchie ed elementari. Qualcuno ha provato a sopravvalutarle sostenendo che era intenzione del regista portare il linguaggio televisivo nel cinema. Ma se è vero che il film ha molto di televisivo – i meccanismi ricordano continuamente i servizi esterni di Striscia la notizia, legittimando la tesi per cui Moore sarebbe una specie di Gabibbo degli americani – è perché è stato costruito appunto con quella mano sinistra tipica di molte produzioni tv.<br />
Se non la forma, ciò che è forte in “Fahrenheit 9/11” sono alcuni contenuti. Per l’esattezza, quei contenuti in cui la mano del regista e le sue forzature a tesi sono assenti: tutte le riprese del presidente Bush, in diversi contesti e situazioni, proposte tali e quali allo spettatore, sono più rivelatrici dell’inadeguatezza dell’uomo di qualsiasi costruzione complottarda operata dalla voce fuori campo di Moore e dai suoi accorgimenti di montaggio. In queste parti, il film è molto più efficace di quanto i miei pregiudizi immaginassero. Anche se i giornali americani in cerca di spettatori repubblicani a cui il film faccia cambiare idea stanno faticando molto. Per il resto, ci sono paranoie antisaudite (banalmente razziste) smentite perfino dalla Commissione sull’Undici settembre, e pretese ridicole che i deputati americani firmino dei fogli per “mandare al fronte i propri figli”, come se fossero i genitori a decidere del destino di cittadini maggiorenni. Cose così.<br />
Il successo del film ha quindi due ragioni. Una, meritevole, è quella di mostrare parti di realtà illuminanti per capire chi governa gli Stati Uniti. L’altra, più discutibile, è quella per cui al pubblico piace sentirsi dire le cose che già pensa, e piace sentirsi trattato come il giusto protagonista di una battaglia per la verità. In questo senso in America il successo del film è stato da subito associato a quello della Passione di Mel Gibson, con solidi argomenti. Entrambi i film si rivolgono a un loro pubblico militante che vive la propria appartenenza in modo catacombale, aspettando il ritorno della propria verità, che le pellicole annunciano. Entrambi si sono fatti marketing vantando presunte censure o campagne – in realtà insignificanti – di un qualche “potere” ai loro danni. Entrambi i film hanno avuto un clamoroso successo (l’uno imparagonabile all’altro) grazie alla partecipazione devota e battagliera al proprio messaggio (per entrambi quello di una verità troppo a lungo taciuta), e su null’altro. Né la qualità del film, né il dettaglio dei suoi contenuti ha avuto importanza in ciascun caso.<br />
E se tanta devozione è tutto sommato normale per un film religioso, è una cosa impressionante per un film di propaganda elettorale. E qui sta il grande merito di Michael Moore.<br />
Il grande merito di Michael Moore sta nell’aver portato al successo e all’attenzione mondiale, sulle copertine e nei telegiornali e nei dibattiti, la radicale divisione all’interno della sinistra. Che vale in America come in Italia come in molte altre parti del mondo. La divisione tra la sinistra “diversa” e la sinistra “uguale”. Mentre sono poco rilevanti gli oppositori da destra – prevedibilmente indignati dai contenuti del film &#8211; è la quantità e la qualità dei critici di sinistra di “Fahrehneit 9/11” a fare impressione. Abbiamo già citato Romagnoli, per fare un esempio, ma in America Moore è ormai odiato a sinistra almeno quanto è amato. Il giornalista e scrnittore liberal Paul Berman lo contesta sistematicamente da quando Moore censurò un suo articolo sul Nicaragua che secondo lui rischiava di dare una mano a Reagan. Lo stesso Moore ha raccontato (anche a Vanity Fair, due settimane fa) di non voler appoggiare esplicitamente Kerry. I siti internet che dimostrano le falsità dei suoi film sono sia di destra che di sinistra. E le accuse che gli vengono – lo stesso Kerry è stato alla larga dal film e dal regista finora, comprendendone il doppio taglio – sono sempre le stesse: falsità, demagogia, violenza, slealtà.<br />
E tutto questo riguarda molto l’Italia. In Italia, il conflitto interno alla sinistra si riassume semplicemente: è la vecchia questione del fine e dei mezzi. È la vecchia questione se qualsiasi principio, criterio, valore, debba essere sacrificato per il raggiungimento di un elevato obiettivo (nella fattispecie, la caduta del governo Berlusconi). C’è chi pensa di sì, e c’è chi pensa di no, e le due parti sono molto ai ferri corti, con accuse di fascismo a una parte e connivenza col nemico all’altra. Benché la presunzione di “diversità antropologica” delle persone di sinistra sia diffusa in ambo i campi, è qui che se ne dimostra il fondamento. Esiste una sinistra “diversa”, che si definisce per voler avere valori e modi diversi dalla destra, nella tolleranza, nel rispetto, nella stima delle regole e del prossimo, e a cui Moore non piace; ed esiste una sinistra “uguale” per cui sarebbe stupido lasciare alla destra delle armi solo per il fatto di ritenerle sbagliate, e che è entusiasta di avere finalmente un campione come Moore, forte della stessa faziosità e prepotenza dei più comuni aizzatori di destra (gli italiani di sinistra uguale hanno finalmente uno con i modi di Antonio Socci e il fisico di Baget Bozzo, e il fanatismo di entrambi). Perché a sinistra non si dovrebbe mentire, se lo fa la destra? Perché a sinistra non si dovrebbe abusare del proprio potere, se lo fa la destra? Perché a sinistra non si deve desiderare e compiere il male dell’avversario, se lo fa la destra? Perché a sinistra ci si dovrebbe sottrarre a demagogie e strumentalizzazioni, se non vi si sottrae la destra? Perché essere “diversi” e migliori, se i migliori perdono? Niente è sbagliato, se guida alla vittoria, se serve a fargliela pagare, e soprattutto se lo fanno anche gli altri. Tutto questo vi ricorderà qualcosa, e adesso ci arriviamo.<br />
La frase che sostiene meglio di ogni altra le ragioni della sinistra “diversa” l’ha scritta Thomas Friedman, commentatore liberal del New York Times, a proposito del rapporto tra le democrazie e il resto del mondo dopo l’11 settembre. È una frase molto bella e che dovrebbe essere ricordata spesso (anche a destra). Friedman concluse un suo articolo così: “Noi siamo i buoni, vediamo di dimostrarlo”. Esiste una differenza tra il bene e il male e questa differenza va praticata, sono le due cose essenziali che dice Fredman. L’encomiabile pretesa di essere nel giusto deve passare attraverso la sua dimostrazione continua e inderogabile. Pensare invece di essere nel giusto per definizione, e quindi di essere in diritto di ogni cosa per affermarlo, genera e ha generato mostri. Questa è una delle cose più tristi della contrapposizione tra sinistra diversa e sinistra uguale: che essa sembra discendere esattamente dalla contrapposizione tra comunisti e anticomunisti, a sinistra. Pensateci.<br />
Michael Moore è oggi l’emblema della sinistra uguale. Quella per cui la differenza con la destra si mostra quasi unicamente nella bandiera. Non sarà un caso se uno dei più seguiti oracoli della sinistra uguale è un uomo dai modi e dai pensieri biecamente di destra come Marco Travaglio. Non sarà un caso se il giustizialismo forcaiolo tradizione della destra benpensante ha trovato spazi accoglienti tra la sinistra uguale. Non sarà un caso se il pacifismo di una parte della sinistra uguale è così aggressivamente bellicoso. Un lettore del Foglio di buona memoria ha di recente trovato questa vecchia cosa scritta da Furio Colombo, oggi direttore dell’Unità, giornale maggiore della sinistra uguale: “Ecco il punto a cui voglio arrivare, quello che a me sembra il problema storico del pacifismo italiano. Esso è parte di una cultura che, per ragioni della nostra formazione storica, retorica, logica, chiede di avere un nemico. Ora, come può avere un nemico il pacifismo? Si tratta di una contraddizione, ma a me sembra che la cultura italiana, fondata su una tradizione filosofica di antagonismo, forzi inconsciamente molti militanti giovani a portarsi addosso questa contraddizione. Ovvero l’impossibilità di vivere senza un nemico. Ecco il disagio che mi sembra di cogliere nella definizione del pacifismo italiano: resta forte (più dannoso se inconscio) il problema del nemico”. Parole chiarissime, e confortate in modo impressionante dalla successiva testimonianza personale di Colombo.<br />
In italia, pensare di unire la sinistra, tutta la sinistra che si dice tale, è un esercizio professionale e sentimentale che legittima la vita di molte persone. Ma alla luce di quel che abbiamo detto, è un esercizio che non ha altro senso. Eppure, mentre nessuno pensa oggi di unire il centro &#8211; da Rutelli a Berlusconi, che sono entrambi di centro &#8211; lo spauracchio del nemico crea l’illusione che si possa unire la sinistra (si dimostra di questi tempi che è altrettanto arduo unire la destra, che pure va meno per il sottile). Illusione sostenuta dal paragone con gli Stati Uniti dove esisterebbe un partito unico di sinistra. Che però non solo non è “di sinistra”, non solo ha come leader e candidato un uomo favorevole alla guerra in Iraq, ma non è neppure unico, come il partito di Ralph Nader e il suo peso hanno dimostrato.<br />
In Italia, gli unici capaci di unire la sinistra – ed è un risultato davvero straordinario e mai abbastanza riconosciuto – sono quelli di Repubblica. Su Repubblica scrivono senza storcere il naso, tutti: terzisti e manganellatori. Sinistra diversa e sinistra uguale. Ma avendo come principio l’ospitalità nei confronti di mille idee diverse, e la discutibilità di ogni linea salvo l’antiberlusconismo, non si fa un partito. Si fa un giornale unico, libero di contraddirsi e di non dover governare un paese. Su Repubblica scrive ogni giorno Michele Serra, altro caso rilevante, che sta in bilico – uno dei pochissimi – tra sinistra diversa e uguale. Serra è sempre stato di modi “diversi”, pur con qualche cedimento giustificato dall’amore per la satira. L’anno scorso lo incontrai un giorno che aveva scritto una cosa contro la maggioranza che mi sembrava non stesse in piedi, malgrado ne condividessi l’obiettivo. Fu lui che mi rispose “à la guerre comme à la guerre”.<br />
Per il suo film, Michael Moore aveva chiesto a Pete Townshend di poter usare una sua canzone, “Won’t get fooled again”, il cui ritornello tornava buono per prendere le distanze dalla presidenza Bush. Il chitarrista dei Who, già sostenitore dell’intervento in Iraq, gliel’aveva negata, ricevendone insulti e accuse di essere un guerrafondaio. E aveva risposto che evidentemente Moore non si comportava in modo tanto diverso da Bush. È la sinistra uguale.</p>
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		<title>Un giorno alle corse</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2004 11:36:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Oooooh!”, fanno tutti. “Oooooh!”, fanno quelli eleganti sulle tribunette. “Oooooh!”, fanno gli scommettitori pigiati contro le staccionate. “Oooooh!”, fa il pubblico dei posti economici sulle gradinate in fondo alla pista. “Oooooh!”, fanno quelli fuori, negli spazi dietro le tribune, davanti &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2004/04/26/un-giorno-alle-corse/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Oooooh!”, fanno tutti. “Oooooh!”, fanno quelli eleganti sulle tribunette. “Oooooh!”, fanno gli scommettitori pigiati contro le staccionate. “Oooooh!”, fa il pubblico dei posti economici sulle gradinate in fondo alla pista. “Oooooh!”, fanno quelli fuori, negli spazi dietro le tribune, davanti ai maxischermi, con i bollettini delle scommesse fatte stretti in mano. Gli unici che non fanno “Oooooh!” davanti alla rovinosa caduta di Moscow Flyer, il favorito, a quattro ostacoli dall’arrivo, sono i bookmakers. I bookmakers fanno “a-ha!”, e si fregano le mani.</p>
<p><span>L’anno scorso fu un anno terribile per i bookmakers, a Cheltenham. Vinsero tutti i cavalli favoriti, e loro ci persero un sacco di soldi. Il giro di scommesse su Cheltenham supera quello di qualsiasi altra riunione ippica. Ma “riunione ippica” è un termine riduttivo. Gli inglesi lo chiamano “festival”: sono tre giorni di gare, sette gare al giorno, attesi tutto l’anno dai fanatici dei cavalli, dai fanatici della scommessa, dagli addetti ai lavori. Con i cappellini e le toilette vistose si va ad Ascot; con i bambini e le famigliole si va a Grand National; con i soldi, le riviste del settore e gli appunti si va a Cheltenham, a scommettere. Per gli appassionati di sport quassù è l’evento più appassionante dell’anno, scopro: e io non sapevo nemmeno che esistesse.<span id="more-4060"></span><br />
</span></p>
<p><span>Cheltenham si trova in un punto per me tutt’ora imprecisato dell’Inghilterra, un paio d’ore di treno a ovest di Londra. Mi ci hanno portato incappucciato, praticamente. Di fronte alla mia evidente ignoranza del settore ippico, GQ mi ha assegnato a una guida locale che ha concluso che un uomo che non sappia di cavalli non sarà capace nemmeno di salire su un treno da solo, e così sono stato guidato qui senza che potessi nemmeno consultare una cartina. Ma ho tenuto conto del tempo e della posizione del sole, seguendo l’insegnamento di Pollicino e di Robert Redford nei Signori della Truffa. E poi mi sono documentato, in treno. Di solito a Cheltenham vivono circa centomila persone, ma nei tre giorni delle gare – che dall’anno prossimo diventeranno quattro, in nome del business – ne arrivano altre centocinquantamila da tutta la Gran Bretagna e dall’Irlanda. Anzi, la calata degli irlandesi è un aspetto tradizionale del festival: un po’ perché si ritengono gli inventori della corsa a ostacoli, un po’ perché Cheltenham si raggiunge con relativa facilità dall’Irlanda. Ne arrivano a frotte e costituiscono una vivace e visibile tifoseria nazionale. Si appassionano ai loro cavalli e ai loro fantini, vengono apposta per loro, e fanno un tifo sfegatato. Quaggiù gli inglesi li guardano con rispetto e ammirazione per la devozione e l’entusiasmo che investono in tutto questo. E comunque, inglesi o irlandesi, alla fine di ogni giornata saranno tutti abbastanza ubriachi da non ricordarsi da dove vengono.</span></p>
<p><span>L’ultima volta che ero entrato in un ippodromo facevo il liceo, ed era quello di San Rossore, a Pisa: lo scommettitore italiano che ho conosciuto sul treno muta improvvisamente contegno nei miei riguardi. La frequentazione di San Rossore mi fa guadagnare dei punti. Mi consente di saper riconoscere espressioni come “picchetto” e “cavalli al tondino” e di calcolare il significato matematico delle quote. Per il resto, è tutto diverso: per colpa dello spazio e per colpa del tempo.<br />
Il mondo delle scommesse è stato rivoluzionato da internet. E in italia, anche dalla liberalizzazione di scommesse che un tempo erano vietate: ma lacci e lacciuoli lo vincolano ancora a regole assai più rigide che in Inghilterra. Che sia giusto o no, devo ancora capirlo: ma i miei consulenti sono indignati. Però è la moderna tecnologia ad avere cambiato le cose per tutti: l’accesso alle scommesse è diventato molto più semplice, l’offerta più ricca, i meccanismi più vari ed eccitanti. Tutte le maggiori società di scommesse britanniche sono diventate dei colossi internazionali trasferendosi su internet e aprendo nuovi mercati; e le potenzialità della tecnologia sono state sfruttate ancora meglio da due signori che si sono inventati un servizio in cui non si accettano scommesse, ma si consente a ciascun utente di accettarle, stabilire le proprie quote, e di diventare lui stesso bookmaker. Si chiama Betfair ed è uno dei maggiori boom economici legati all’uso della rete: quelli del settore usano l’espressione “before the revolution” per indicare il mondo delle scommesse prima di Betfair. Alcuni poi sostengono che rendere ognuno potenzialmente un bookmaker significa rendere ognuno potenzialmente un corruttore di fantini, e accresce il rischio di corse truccate.<br />
Quanto allo spazio, beh, quando mi affaccio sull’ippodromo di Cheltenham quello che mi trovo davanti non ha niente a che fare con il grazioso impiantino all’ingresso della pineta di San Rossore. Questo è quasi un aeroporto. Il tracciato si districa in diramazioni alternative alcune delle quali si perdono lontanissime dalle tribune. Quando i cavalli sono dall’altra parte della pista, si può seguirli solo sui maxischermi, tanto sono lontani. In mezzo, prato e prato e prato, Sullo sfondo, un largo giro di colline. “In questa meravigliosa cornice” direbbe il cronista nostrano. Addosso, è cresciuta una cittadella di bar, ristoranti, negozi, tendoni, strutture varie e persino un centro commerciale &#8211; “The centaur” – dedicato tutto alle scommesse. C’è gente che viene a Cheltenham e passa i tre giorni al Centaur senza mai vedere il prato se non in tv.</span></p>
<p><span>Ma anch’io, prima di arrivare a vederlo, ho dovuto fare un bel pezzo di strada, segnata dai diversi gruppi sociali e umani di cui sono fatti i cinquantamila che hanno pagato biglietti anche di centinaia di sterline. All’ingresso, seguo una folla quasi esclusivamente maschile di semihooligans che paiono usciti da un film di Ken Loach. Dentro, li rivedrò quasi sempre in compagnia di una pinta di birra, soprattutto gli irlandesi. Poi attraverso una ridotta zona di ragazzotti venuti per l’evento in combriccole, pronti a scommettersi qualche spicciolo, alcuni con la ragazza vestita come le ragazze inglesi nel dì di festa. Passo accanto alle tribune centrali, comincio a vedere qualche ricerca di eleganza, versione rurale dell’Ascot style. La ricercatezza sale nelle tribunette private, i miniappartamenti privati con vista sul traguardo. In fondo, ci sono le tende e i prefabbricati delle società di scommesse, che vi invitano i loro ospiti, li nutrono e li coccolano gratis. Come ha scritto un giornalista dell’Observer, “se un giorno vi invitano, non vi montate la testa: vuol dire che gli avete fatto guadagnare tanti soldi da farli sentire in colpa”. Vicino alla pista, poi, ecco la zona dei piccoli bookmakers, circondati da gruppi di omaccioni con il nodo della cravatta allentato e mazzetti di bollette in mano. Altri simili a loro resteranno per tutta la giornata alle spalle delle tribune, guardando le corse solo nei maxischermi e strappando via via i bollettini in mucchietti di coraindoli sempre più cospicui man mano che cala il sole.<br />
Quello è il gesto che preferisco, in tutto lo spettacolo: il momento in cui, a gara non ancora finita, il giocatore prende atto che il suo cavallo ormai è tagliato fuori, toglie lo sguardo dalla corsa e si gira all’indietro strappando la ricevuta della scommessa. Poi butta per terra i pezzetti, e si infila le mani in tasca, tornando a rivolgersi all’arrivo della corsa con l’aria di quello per cui niente di tutto questo conta più niente.<br />
Beh, quello sguardo lì è adesso diffusissimo intorno a me, ora che nella gara centrale e più importante della giornata, quella con un monte premi di 250 mila sterline, Moscow Flyer, cavallo irlandese e il-favorito-della-vigilia, ha improvvisamente frenato davanti al quartultimo ostacolo, salvo scattare ancora sotto la disperata spinta in avanti del suo fantino, ma ormai scomposto: atterra sulla siepe, cade in avanti, disarciona il giovane Geraghty – che poi davanti alle telecamere sembra davvero un ragazzino – e si rialza caracollando mentre i suoi rivali si allontanano ancora combattivi verso il traguardo. Vince Azertyuiop, un cavallo francese. Gli irlandesi, abbattuti, lasciano gli spalti e vanno a ordinarsi una Guinness. Io vado a ordinare un’altra fetta di torta al cioccolato con panna e fragole: è già la quarta e mi sento un po’ Guido Oddo, che raccontando ogni anno Wimbledon per televisione, non faceva mistero che la cosa che più lo appassionava erano le fragole con la panna.</span></p>
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		<title>It makes me sad</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Oct 2003 21:26:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Il Foglio]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>
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		<description><![CDATA[“His body was found by his girlfriend at their home in the Silver Lake section of the city, with a single stab wound that was apparently self-inflicted, according to The Associated Press, which quoted the coroner&#8217;s office” Si è ucciso. Che &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2003/10/25/it-makes-me-sad/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><em>“His body was found by his girlfriend at their home in the Silver Lake section of the city, with a single stab wound that was apparently self-inflicted, according to The Associated Press, which quoted the coroner&#8217;s office”</em></span></p>
<p><span><strong><img style="margin-top: 2px; margin-bottom: 2px; margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="/jpg/elliottsmith3.jpg" alt="" width="320" height="320" align="right" />Si è ucciso.</strong> Che cosa terribilmente prevedibile per un giovane cantautore romantico e dolce, introverso e stimato da tutti, lontano dal grande successo. La banalità del male. Quando tre anni fa finì a suonare per quattro minuti abbondanti davanti ai milioni di telespettatori del David Letterman Show, Elliott Smith non sembrava emozionato. Col suo gruppo e il berretto ben calato sulla testa cantò Stupidity Tries, e si sarà sentito un po’ fuori luogo, ma emozionato no. Si sentiva sempre un po’ fuori luogo, Smith, ma aveva smesso di preoccuparsene a ventisette anni, quando si trovò, più sconosciuto del barista dell’Academy, sul palco degli Oscar a Hollywood per suonare Miss Misery: c’erano un miliardo di persone a guardarlo, sparse per il pianeta, ma forse ne approfittarono per andare in bagno, prendere qualcosa dal frigo, o cambiare canale. Lui suonò due minuti e undici secondi, infilato in un abito bianco che non riusciva a togliergli di dosso quell’aria del tutto anonima e passeggera, persa nel luccichio lasciato dalla precedente esibizione di Celine Dion: “fu abbastanza buffo, nessuno di tutti quelli che si trovavano lì era venuto per me”.<br />
Eliott Smith aveva trentaquattro anni, ed era ritenuto dalla critica anglosassone il più grande tra i giovani cantautori americani (per i francesi di <em>Inrockuptibles</em> alla pari con Beck). Il numero uno. Il suo ultimo disco, il quinto, tre anni fa aveva ricevuto solo critiche da eccellenti in su. Negli Stati Uniti era finalmente diventato un po’ famoso, interviste televisive e tutto quanto, ma malgrado il diluvio di complimenti e riconoscimenti lui si sentiva sempre allo stesso modo. Fuori luogo. “Non corrispondo a nessuna idea di quello che dovrei essere”.<span id="more-9023"></span><br />
</span></p>
<p><span><img style="margin-top: 2px; margin-bottom: 2px; margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="/jpg/elliottsmith2.jpg" alt="" align="left" /><strong>A tutti i giornalisti</strong> che facevano a gara per intervistarlo saltava agli occhi la sua modestia nell’aspetto, in come si vestiva e si presentava. Uno se lo vide arrivare all’appuntamento con il sacco del bucato da lavare e dovette accompagnarlo a una lavanderia a gettone: “quando mi è sbucato davanti sono stato tentato di dargli mezzo dollaro”. Un altro lo scambiò per un inserviente venuto in redazione ad aggiustare tubi, o qualcos’altro. Addosso aveva di volta in volta t-shirt scolorite &#8211; anche due una sopra l’altra &#8211; felpe slabbrate, jeans strappati, pantaloni di velluto a coste lisi, vecchie scarpe da tennis. Un viso non bello, segnato, e una frangetta scomposta sulla fronte. Era il più grande tra i giovani cantautori americani.<br />
“Se lo chiamate ‘scrivere’ canzoni, sembra una cosa di concentrazione calcolata e applicata: io non so fare musica così, non so sedermi e scrivere una canzone, vado dietro a delle impressioni, cose di un minuto”.</span></p>
<p><span><strong>Eliott Smith – che cognome</strong> poteva avere uno invisibile così? – cominciò a suonare una chitarra e un pianoforte che aveva a tredici anni, ma diceva di leggere la musica con una certa difficoltà. A vent’anni aveva un gruppo punk rock di scarsissima notorietà, Heatmiser, che si sciolse presto. Allora fece un disco da solo. Poi un altro. Vendite, scarse: ma lui non se ne preoccupò molto. Di Nick Drake, il cantautore talentuosissimo suicida giovane trent’anni prima, a cui molti avevano associato le sue canzoni, non possedeva certo il desiderio dei successi e dei riconoscimenti. Nel 1997 il regista Gus Van Sant gli chiese cinque canzoni per il film Good Will Hunting (Hunting, genio ribelle, da noi). Se gliene avesse chieste di più quella colonna sonora sarebbe stata un capolavoro: comunque Miss Misery ebbe la nomination all’Oscar come migliore canzone da un film. Vinse Céline Dion, ovviamente, ed Elliott ripose l’abito bianco, o forse lo riportò dove lo aveva affittato. Ma ora lo avevano notato, e sottolineando la tendenza all’intimismo e alla malinconia delle sue composizioni, la stampa lo ribattezzò Mister Misery (“Signor Tristezza”). Pubblicò altri due cd, che andarono benino, ma fece in fretta ad allontanarsi di nuovo dai riflettori. Fino al cd di tre anni fa, Figure 8, il capolavoro.<br />
<img style="margin-top: 2px; margin-bottom: 2px; margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="/jpg/elliottsmith1.jpg" alt="" align="right" />Ora – malgrado il disco non superasse la novantanovesima posizione in classifica &#8211; lo intervistavano continuamente: lui si stropicciava le mani, fumava, e guardava da un’altra parte mentre rispondeva, sempre imbarazzato. Ma rivendicava il suo imbarazzo: “in giro c’è troppa pressione sul culto del vincitore, del numero uno: se non mostri quella immagine di te, allora sei uno sfigato. E se ti lamenti del culto del successo, allora la gente pensa che tu stia esibendo il culto dell’emarginato, del ribelle”. Qualche anno prima lo avevano costretto per una settimana in un ospedale psichiatrico dell’Arizona, e non amava parlarne. “Li convinsi che stavo bene quando minacciai di fargli causa”.</span></p>
<p><span><strong>Anche all’immagine</strong> di menestrello triste, Smith si ribellava: “le mie canzoni sono anche piene di spirito e di “vaffanculo”, che è un modo per essere ottimisti: ma la gente nota solo le cose tristi. E poi io vado matto per le canzoni allegre, ne ho scritte, no?”. Quanto ai temi dei suoi testi, oggetto di elogi e ammirazione, “è che in genere tutti cantano cose di cui non gli importa niente, quindi se arriva uno con qualcosa di un po’ più personale…”. Tra i suoi eroi c’erano Joe Strummer dei Clash e l’attore Harry Dean Stanton, “perché sembra una persona normale”.<br />
Ma l’associazione immediata che si fa ascoltando le sue canzoni è quella con i Beatles, per lui più inevitabile che per i moltissimi altri che li hanno riecheggiati in questi anni. E lui non si tirava indietro. Sei anni fa disse che il cd che stava ascoltando di più era Magical Mistery Tour: “ma salto sempre un paio di pezzi, come Hello, Goodbye”. Che oggi pare una cosa strana: a un ragazzo che conosca Happiness, il pezzo numero dodici di Figure 8, Hello Goodbye pare una canzone di Elliott Smith, se non fosse per quel testo stupidino che a lui non passerebbe mai per la testa. Nel 1999, poi, cantò una canzone bellissima sui titoli di coda di American Beauty, film pluripremiato la stessa sera che lui si era trovato a passare di lì: la canzone era Because, dei Beatles. Da allora le sue canzoni, quelle sue, sono state utilizzate sempre più spesso in film e telefilm americani.</span></p>
<p><span><strong>A cinque anni,</strong> gli era capitato per le mani il White Album (“ma mi piacevano anche i Kiss, allora”) di suo padre hippie, che se lo portava in giro per l’America: aveva<br />
abitato a Omaha, Dallas, Portland, Brooklyn e Los Angeles.<br />
Figure 8 si chiamò così per via della figura del pattinaggio, “un cerchio intrecciato, che puoi ripetere all’infinito, e sembra senza senso, non vai da nessuna parte. Ma è perché non ce n’è bisogno. Muovermi senza direzioni particolari, direi che mi piace, mentre non mi convince l’aspetto di ricerca di perfezione del disegno”. Volava basso, il più grande tra i giovani cantautori americani, antidivo fino all’ultimo accordo (“quando ne sai qualcuno, puoi fare tutte le canzoni che vuoi”): “e poi, spesso le mie canzoni non vogliono dire un bel niente”. Si è ucciso, l’altroieri, con un coltello.</span></p>
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		<title>Pensieri</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Sep 2003 21:03:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Caro direttore, malgrado l’esercizio della nostalgia per le allegre serate che passammo assieme l’anno scorso occupi molto del mio tempo, ti scrivo alcuni pensieri che ho messo assieme in questi giorni sulle cose che si dicono e che si vedono &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2003/09/23/pensieri/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span>Caro direttore, malgrado l’esercizio della nostalgia per le allegre serate che passammo assieme l’anno scorso occupi molto del mio tempo, ti scrivo alcuni pensieri che ho messo assieme in questi giorni sulle cose che si dicono e che si vedono e di cui anche il Foglio si è occupato. Senza il tuo nerbo, come vedrai, vagano assai più confusi.</span></p>
<p><span>La discussione sul Sessantotto e quella sul sequestro Moro hanno una cosa in comune: si ripetono ciclicamente, a cicli sempre più brevi, senza che i termini delle questioni si rinnovino mai. A volte sembrano un po’ improficue, insomma. Su Moro, quello che mi ha fatto più impressione è stata la granitica certezza con cui i sostenitori della linea-della-fermezza (di vecchia data o dell’ultim’ora) hanno ripetuto le loro ragioni. Non discuto della fondatezza di queste ragioni – non saprei arrivare ad altrettante certezze in un senso né nell’altro – ma mi sembra impensabile che su un dilemma così complesso e pieno di implicazioni, così poco scientifico, così delicato e tragico, chi sostenne che non si dovesse concedere nulla per salvare Aldo Moro non sia sfiorato dal dubbio. Mi sembra impensabile che la sua reazione sia ogni volta “facemmo la cosa giusta” piuttosto che il più umano e comprensibile “speriamo di aver fatto la cosa giusta”. E mi sembra anche strano che nel ribadire queste assolute certezze si contempli sempre e solo un cedimento clamoroso ed enorme da parte dello Stato, e mai – come appare invece contemplabile – una trattativa che concedesse senza concedere, che desse un risultato poco significativo per lo Stato ma significativo per gli assassini, la cui disponibilità a portarsi a casa anche poca cosa è sostenuta da molte persone attente a quella storia. Queste due insensatezze, ancora più strane in persone sagge e ragionevoli come Mario Pirani, mi sembra si possano spiegare solo con un desiderio – conscio? Inconscio? – di rimuovere dal proprio pensiero anche la più remota possibilità di aver fatto la scelta sbagliata e le conseguenze che ne deriverebbero.<span id="more-9007"></span><br />
</span></p>
<p><span>Di recente, la linea della fermezza ha trovato un nuovo sostenitore in Luca Telese, che è un bravo e giovane giornalista del Giornale: e ci ha scritto sopra un paio di lettere pubblicate dal Riformista. Una sua considerazione del tutto sballata mi ha fatto pensare a una cosa più generale sul rapporto tra fermezza ed emergenza. Telese ha criticato una presunta recente deviazione dalla linea della fermezza pubblicata sull’Unità (deviazione che stava peraltro quasi tutta negli occhi di chi leggeva), sostenendo che l’abbandono del pensiero che fu di Berlinguer fosse del tutto in linea con il nuovo corso pacifista dell’Unità. La considerazione è sballata perché in realtà è vero l’esatto contrario: il pacifismo sostenuto di recente dall’Unità è esattamente quello di chi non vuole che si violi nessuna regola – foss’anche inadeguata e superata dai fatti – nemmeno per salvare delle persone in presente pericolo di vita. È il pacifismo della fermezza, anelastico a qualsiasi fattispecie straordinaria, che rischia di buttar via il bambino con l’acqua sporca.</span></p>
<p><span>La cosa più generale, invece, è che c’è un legame rilevantissimo e probabilmente inevitabile tra il sostenere l’indiscutibilità delle regole quando in ballo ci sono delle persone e invece disporsi a cambiare le regole quando in ballo ci sono “le istituzioni”, e allora anche a costo di sacrificare delle persone. Chi non avrebbe modificato le consuetudini internazionali per salvare la gente di Sarajevo e meno che mai perché Saddam smettesse di ammazzare gli iracheni (non parlo di altre ragioni contro l’intervento, che ho invece condiviso), sono gli stessi che scelsero di modificare leggi, regole consuetudini quando l’attacco era “al cuore dello Stato”. A costo di lasciare gente in galera fino a oggi, di rischiare il suicidio di persone detenute in carcere preventivo, di avallare una cosa disumana come il 41 bis. Sia chiaro che qui non metto in discussione l’efficacia di nessuna di queste misure emergenziali, e non sto nemmeno parlando della loro corretezza morale. Sto solo mettendo in relazione la disponibilità a violare le regole quando si tratta di difendere le istituzioni – e quel che ci rappresentano, ovviamente – con l’indisponibilità a discuterle quando si tratti di difendere le persone.</span></p>
<p><span>È di metodo anche il pensiero che mi è venuto assistendo al ripetersi delle contese sul Sessantotto: la storiografia conosce da molto il problema della sovrapposizione tra la memoria e la storia. Fino a che la storia del Sessantotto – nei libri, al cinema, nei dibattiti di Gad Lerner, sui giornali – la vorranno fare quelli che c’erano, qualsiasi cosa stessero facendo, non ne verrà niente di chiaro. Il ricordo personale e parziale offusca l’obiettività. I testimoni non possono fare gli storici: facciano i testimoni e venga qualcun altro a capire com’è andata (e dico qualcun altro: non il dotto ma coetaneo professor Galli della Loggia).</span></p>
<p><span>E allo stesso modo: solo un&#8217;equivalente confusione tra critica competente e fastidio personale può spiegare la caduta di stile con cui il professor Grasso ha finto – à la Fede – di non ricordare il nome del più celebre autore di vacue scemenze tra tutti noi collaboratori del Foglio, definendolodomenica “un giovane efebo di cui mi è sfuggito il nome”. È un rubrichista prirla, ma è il nostro rubrichista pirla.</span></p>
<p><span>Infine ho letto che lì da voi è piaciuto il libro di Edmondo Berselli. A me no, ma non importa (affastellamento di aneddotica e abuso delle relazioni di causa ed effetto, scrittura saccente e sprezzante, “giudica e manda secondo ch’avvinghia”). Quello che mi sembra divertente è che “Post Italiani” adotta lo stesso metodo su cui ironizza: è un libro che parla del Foglio e della sua inclinazione al gossip e al farsi notare presso un monde e un demimonde particolari, e che segue esattamente la stessa strategia. È un libro – come la tendenza del Foglio a cui si riferisce lungamente – ammicante e allusivo, incomprensibile in gran parte a chi non abbia relazioni personali con I personaggi citati. È un libro da Indice dei nomi: di quelli dove tutti vanno a controllare se sono citati loro e chi altro. È un libro che fa esattamente ciò che prende in giro: pettegolezzo dotto e informato, mescolando alto e basso (la pretesa di ritrarre l’Italia di oggi è un alibi che sarà presto smentito dalla caducità di tutto il racconto). E la cui storia culmina nel corto circuito finale: è un libro che parla molto del Foglio e del suo modo di innalzare gli argomenti più vari all’attenzione di monde e demimonde, e il Foglio, con le sue ragioni, lo innalza. Oplà, e cari saluti.</span></p>
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		<title>Quella tua maglietta Fila</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jun 2003 20:52:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Donna]]></category>
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		<description><![CDATA[Sarà capitato anche a voi, di avere una musica in testa. Il problema sono le parole. Con le parole, i casi sono tre: le si sanno, non le si sanno e si inventa, non le si sanno ma si pensa &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2003/06/10/quella-tua-maglietta-fila/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span>Sarà capitato anche a voi, di avere una musica in testa. Il problema sono le parole. Con le parole, i casi sono tre: le si sanno, non le si sanno e si inventa, non le si sanno ma si pensa di saperle. Questo terzo caso è prodigo negli anni di equivoci che si sedimentano e ci diventano più cari della verità: le parole delle canzoni che abbiamo capito male. Mi spiego con il mio esempio preferito, quello di una mia amica che canticchiava “La luce dell’Est” di Battisti così: “poi seduti accanto in un’osteria, bevendo un brodo caldo che bollìa”. Ora, se non ricordate bene le parole, vi sembrerà che i versi abbiano abbastanza senso, malgrado un aulicismo un po’ strano da parte del Battisti versione Mogol – non ancora imbizzarrito dal genio di Pasquale Panella – ovvero quell “bollìa” per “bolliva”. Una roba un po’ dantesca. Solo che la mia amica – che ha fatto studi scientifici – ha sempre scambiato il “che follia” di Mogol (che cadute ne aveva, diciamoselo) con un assai più elevato e congruo “che bollìa”. Ricordiamoci che si parla di brodo caldo.</span><span>Bene, proseguo con altri esempi: io da ragazzo non avevo idea che esistesse una cosa che si chiama “crinoline” (e anche ora, non mi è chiarissimo di che si tratti), e pensavo che “La mia banda suona il rock” dicesse: “ci vedrete in prima linea come brutte ballerine”. Un altro equivoco infantile – assai più dotto e tutto su una questione di significati – derivava dal tentativo dei miei genitori di farmi ascoltare il Rigoletto a un’età inadeguata: così “la donna è mobile qual piuma al vento, muta d’accento e di pensiero”veniva da me interpretato come se quel “muta” fosse un aggettivo e non un verbo. Una donna priva d’accento, che parlava in buon italiano, insomma.</span></p>
<p><span>Più sul versante consumistico adolescenziale sta la convinzione che Baglioni aprisse “Questo piccolo grande amore” così: “Quella tua maglietta Fila”(giuro, allora andavano di gran moda). Ma è ancora su Battisti che si sono giocati i fraintendimenti di una generazione: parlando di questo articolo, mio fratello mi ha appena spiegato che “I giardini di marzo” dice “in fondo all’anima cieli immensi” e non “in fondo all’anima c’è l’immensi”, come io ritenevo da sempre con una licenza linguistica un po’ livornese. Per non parlare di “Nessun dolore”, in cui solo una esigua minoranza seppe riconoscere le parole “e mi inaridivi” (“terminare vivi”, per me, ma hop saputo anche di “pettinare divi”). Poi, siccome questo è un giornale femminile ed elegante, non vi dico cosa succedeva a quelli ignoranti di calcio quando Lucio Dalla cantava “poi Milan e Benfica, Milano che fatica”.</span></p>
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		<title>Il senno di noi</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Apr 2003 20:47:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Iraq]]></category>

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		<description><![CDATA[Che ci siano persone disposte a tagliarsi una mano per dimostrare di avere avuto ragione, che “l’avevo detto” e “chiedete scusa” abbondino sulle bocche, eccetera, si sa. C’è chi è arrivato a sperare che vincesse Saddam, pur di averla vinta. Non &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2003/04/29/il-senno-di-noi/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><strong>Che ci siano persone</strong> disposte a tagliarsi una mano per dimostrare di avere avuto ragione, che “l’avevo detto” e “chiedete scusa” abbondino sulle bocche, eccetera, si sa. C’è chi è arrivato a sperare che vincesse Saddam, pur di averla vinta. Non dovrebbe essere importante, aver avuto ragione o torto: ma è vero che anche le pulci hanno diritto ad avere la tosse. Quindi. Chi abbia torto e chi ragione, lo si dimostra in due modi: o continuando a esibire all’infinito le ragioni proprie e i torti altrui a piacimento, oppure cercando di stabilire finalmente dei criteri, laddove ci possono essere. Sto scrivendo un pezzo da Alberoni? Boh. Comunque: a stabilire dei criteri, nel weekend ci hanno provato prima Umberto Eco sull’Espresso e poi Tommaso Padoa-Schioppa sul Corriere della Sera. A Padoa-Schioppa è venuto meglio, ma vediamo.<br />
La questione è se le scelte e le azioni debbano essere giudicate in base ai risultati – col senno di poi – oppure se abbiano valore a priori. È una questione sorella e successiva a quella di cui abbiamo discusso finora: se i risultati debbano essere giudicati in base alle intenzioni di chi li ottiene. Certo che ne abbiamo discusso: cos’altro era tutta la storia del petrolio? L’abbattimento di Saddam e la fine della dittatura sarebbero stati meno auspicabili se a procurarli fosse stato il desiderio americano di mettere le mani sul petrolio? Ovviamente no, ma l’avverbio si è dimostrato fuori luogo. Rimaniamo ancora un momento sulle intenzioni, poi passiamo ai risultati: quello che voglio dire è che se io aiuto una vecchietta ad attraversare la strada perché sono buono ed educato, o per fare colpo sulla ragazza che mi sta guardando, o per ottenere una mancia dalla vecchietta, l’atto di aiutarla non è più o meno giusto per questo. Quello che cambia è il giudizio su di me: sarò un generoso altruista, un pappagallo vanesio o un avido interessato. Ma sarà comunque un bene che l’abbia aiutata e sarebbe stato peggio se non l’avessi fatto. Le azioni hanno un valore indipendentemente da chi le compie (qui si apre un discorso lungo su quelli che rimproverano sempre agli altri di non essersi comportati coerentemente: e perché non aiuti tutti le vecchiette del mondo, allora? E perché da giovane una volta non hai ceduto il posto a una signora? Eccetera, come se la coerenza nell’errore fosse un valore maggiore di una singola buona azione, come se fossero più apprezzabili cent’anni da pecora e basta che cent’anni da pecora e un giorno da leone. Succede continuamente, avrete presente). Il risultato giustifica i fini, insomma. Ma i mezzi?</span><span><strong>Veniamo ai mezzi</strong>: Eco vuole ribattere a chi ha voluto la guerra e ora va gongolando che la rapida vittoria americana in Iraq gli abbia dato ragione. Ovvero affronta questo punto: dobbiamo consentire che alcuni dei timori che avevamo opponendoci alla guerra si sono rivelati infondati, per ora, e quindi rivedere quella posizione, eventualmente mantenendola lo stesso? Eco la risolve sbrigativamente, sostenendo che i fatti a oggi non hanno in realtà dato nessuna ragione vera agli interventisti. Ha ragione quando dice che è presto per giudicare, ma questo non significa che un giudizio parziale non si possa comunque dare. A metà campionato non si sa chi ha vinto lo scudetto, ma si sa chi è primo a metà campionato: non è che non si fanno classifiche perché è presto. E a questo punto si può fare un bilancio parziale delle cose che noi contro la guerra temevamo sarebbero accadute, e che a oggi non sono accadute: non si è scatenato il terrorismo internazionale, non si sono coinvolti altri paesi nella guerra, non si sono compattate le masse arabe antiamericane, non è diventato un altro Vietnam, non si è fatto di Saddam un martire, non sono morte milioni di persone. Per contro: sono morte migliaia di persone, non si sono trovate armi di distruzioni di massa, non si è dimostrato nessun legame rilevante tra Saddam e bin Laden. Nessuno di questi dati è definitivo, fuorchè quello sui morti in guerra e il fatto che la dittatura sia stata abbattuta. Che la gestione del dopo Iraq sarebbe stata difficile lo sapevamo tutti, vedremo quanto lo sarà: a oggi ognuna delle due fazioni di polemisti trionfa di piccoli sintomi, una manifestazione antiamericana quaggiù, una filoamericana laggiù. Per chi vuole avere ragione costi quel che costi, qualsiasi rondine fa primavera.<br />
Padoa-Schioppa fa un’analisi più equilibrata – o più cerchiobottista diranno i faziosi – che dimostra non esistere la quadratura del cerchiobottismo: ci sono fatti che dimostrano la ragione di chi li aveva previsti, ma ce ne sono altri che avvengono per un concorso di circostanze di cui nessuno si può attribuire la previsione (un conto è se avviene una cosa di cui eri certo per valutazioni di fatto e di cause ed effetti, un conto è se avviene per una botta di fortuna, un alito di vento, un giro di roulette), e altri ancora che non hanno nessun peso di fronte alla violazione di regole, principi e valori: “non sono i fatti, ma l’adesione a un principio costituzionale ed etico, a stabilire se e in quali circostanze sia ammissibile la guerra preventiva”, dice Padoa-Schioppa. Qui entra anche in ballo la grande questione dell’emergenza: se i risultati consentano le violazioni di leggi e principi, si tratti di terrorismo, mafia o tangentopoli, fino al caso dell’uso della tortura per salvare delle vite (per salvare dei portafogli, non se ne dovrebbe discutere).</span></p>
<p><span><strong>Torniamo all’Iraq</strong>: è vero che chi era a favore dell’intervento non ha dimostrato quasi niente, se non la breve durata della guerra su cui però erano d’accordo quasi tutti quelli ragionevoli. Riparliamone tra un anno, la partita si gioca adesso. Ma che le ragioni degli interventisti non siano state per ora dimostrate, non può diventare un punto a favore dei contrari alla guerra – come chiede Eco &#8211; delle cui ragioni si può dire, per ora, lo stesso. Con l’eccezione di chi pensava che anche un solo morto sarebbe stato troppo per la caduta di Saddam: i più integri nemici della logica dell’emergenza. Agli altri la fine della dittatura, vista davvero, fa un effetto più convincente che a pensarla prima. Quanto ci costerà, dobbiamo ancora vederlo. Io incrocio le dita e spero di avere avuto torto, anche per un alito di vento, una botta di fortuna, un giro di roulette.</span></p>
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		<title>Contro i gastrofanatici</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jan 2003 22:16:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Verdana;">Ho da qualche tempo in testa una battuta, che mi piace molto, e non mi ricordo di chi è. Tanto che ho cominciato a raccontarmi di averla inventata io, ma so che non è vero. La battuta è questa: gli chefs sono gli stilisti di oggi. Mi piace perché sintetizza essenzialmente, con un riferimento diretto a un giudizio assai condiviso sulla sopravvalutazione mediatica e salottiera della “moda”, un desiderio per la restituzione a dovuta misura delle cose che riguardano il cibo e la cucina e della loro enfatizzazione salottiera e mediatica. Mi spiego.</span></p>
<p><span style="font-family: Verdana;"><span id="more-8941"></span><br />
Da molte cose belle e interessanti &#8211; la musica, la letteratura, la cioccolata, le cravatte, la storia medievale, internet &#8211; sono spesso tenuti alla larga i curiosi e i potenziali appassionati da un atteggiamento che si diffonde credo in tutti i campi di possibile passione: siano Star Trek o Percy Shelley. Parlo della creazione di comunità elitarie, ostili, presuntuose, che mettono a sentinella della loro pretesa priorità gerghi e cerimonie sproporzionati, infantili e spesso ridicoli. Credere che poiché si è particolarmente esperti o appassionati di qualcosa se ne sia in qualche modo possessori e se ne debba essere gelosi, è comprensibile e umano, ma come molte cose umane, un po’ ridicolo. Le cose sono di tutti, che si tratti della propria città, di Bob Dylan o dei canederli. E sprezzare il ridicolo nascondendolo dietro apparecchi di sproporzionata solennità, peggiora le cose. Prendo come esempio evidente un campo che conosco, e su cui non escludo io stesso di tentennare a volte verso modi di questo genere, fuggendone con vergogna quando me ne accorgo: la musica. Chiunque abbia mai sfogliato un qualsiasi giornale che si occupa di musica, o anche solo la sezione relativa dei giornali generalisti, sa a quali vette di letteratura enfatica sappiano arrivare i critici musicali. E tutti conoscono il fanatico senso di possesso nei confronti dei musicisti che ammala i fans anche più piantati per terra e che li porta per esempio a pensare di avere maggiori diritti su John Lennon, Kurt Cobain o Giorgio Gaber di quanti ne avessero le rispettive amate spose. Grazie al cielo, tutto questo fu almeno messo definitivamente in ridicolo dalla fulminante frase di Enzo Jannacci: trattasi di canzonette. Una delle battute più conclusive e significative della storia: perché non sostiene che quel di cui si parla non abbia nessuna importanza – le canzonette sono importantissime – ma gli attribuisce la dovutissima misura e normalità.</span></p>
<p><span style="font-family: Verdana;">Ecco, oggi qualcuno dovrebbe alzare con permesso il dito verso i cerimoniali gastronomici, verso le sentinelle della correttezza culinaria, verso i gerghi della ristorazione e gli atteggiamenti da iniziati, e indicare con rispetto e partecipazione che trattasi di pastasciutta. Una cosa ottima, ma pastasciutta. Inciso: credo che l’antiproibizionismo sulle droghe farebbe grossi passi avanti se cominciasse a normalizzare non solo lo scandalo dei proibizionisti ignoranti, ma anche la solennità ammiccante e iniziatica annessa da molti al consumo di una cannetta. Se io sono ignorante di droghe, è perché mi sarei sentito ridicolo a partecipare di tutta quella fenomenologia del rollare e bruciacchiare guardandosi intorno e darsi di gomito come se si stesse compiendo una rivoluzione morale.<br />
Torniamo al mangiare, e al paragone modaiolo. Non c’è dubbio che l’attenzione che è gonfiata in questi anni nei confronti della gastronomia e della sua sostenuta élite, somiglia tantissimo a quella che la moda e i vestiti si sono guadagnati stabilmente una ventina d’anni fa. Alla moda va riconosciuto tra l’altro il merito di aver saputo mescolare alto e basso, di aver raccolto in giro un po’ di tutto, mentre i guardiani della cucina corretta fanno ancora molto gli stinfi con la coca-cola e gli hamburger. Ma forse è solo questione di tempo: i modaioli sanno di avere conquistato il mondo, i gastrofanatici si sentono ancora molto carbonari. Comunque, quello che mi pare più interessante di questo paragone è la differenza vera. La legittimazione morale a sinistra. Spero di essere brevemente chiaro con l’esempio di Massimo D’Alema, mi perdoni se lo tiro in ballo ancora in cose così lievi. Sui giornali D’Alema è stato – inopportunamente – assai citato a proposito di due sue passioni. La prima, la buona cucina, il cuoco Vissani, la passione gastronomica: ah, che uomo raffinato, di grandi gusti, che completano la sua statura politica, e via in televisione a discuterne allegri, e il sostegno della sinistra da osteria (detto in senso buono). La seconda, le scarpe, ovvero i vestiti, la moda: e vi pare che qualcuno abbia detto “che uomo elegante”? Qualcuno a sinistra è stato fiero del suo gusto, della sua attenzione alle cose raffinate e gustose della vita? Macché: scandalo e disapprovazione (e non si dica che è questione di soldi, che i ristoranti che la sinistra intellettual-vinaiola frequenta costano come le Church e durano molto molto meno).</span></p>
<p><span style="font-family: Verdana;">Insomma, con il culto della gastronomia e un lavoro certosino per la sua legittimazione culturale e sociale che ha rimosso ogni possibile obiezione sui suoi prezzi e sul fatto che poi se la possano permettere in pochi, la sinistra ha trovato la sua moda. Ha eletto gli chefs (smettendo di chiamarli cuochi) alle copertine e alle feste come la destra del disimpegno aveva fatto con gli stilisti (smettendo di chiamarli sarti). E allora a sinistra si storcevano un sacco di nasi. Poi i valori si sono estesi, e in generale voler mangiar bene è corretto, voler vestirsi bene no (a meno di non farlo con un gusto ruspante, da osteria in senso buono, à la Bertinotti, che comunque ne viene anche molto deriso: vedi le battute sulla sinistra di cachemire).<br />
In questi giorni, dopo Firenze, è stata molto riportata un’esortazione di Sergio Cofferati a comprare libri anziché cravatte, merce del diavolo evidentemente, come le scarpe di D’Alema. Concita De Gregorio su Repubblica ha raccontato di un postumo notturno in cui il seguito di Cofferati ha ripreso l’invito: “tutti si sfilano la cravatta, uno dopo l’altro: una specie di rito, come se fosse una sfida”. A parte il ritorno del rito in qualsiasi fesseria si faccia, ma dove è avvenuto tutto questo? In pizzeria, dopo una bella cena.</span></p>
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		<title>Il natale del barbone</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Dec 2002 17:02:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Gavin Bryars]]></category>
		<category><![CDATA[Tom Wits]]></category>

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		<description><![CDATA[A Natale, mi chiamano i parenti. Ogni anno. Che c&#8217;è di strano, direte voi. È che non mi fanno gli auguri. Si dimenticano. Mi hanno chiamato solo per un motivo. Sanno che scrivo di musica e hanno un sacco di &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2002/12/10/il-natale-del-barbone/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Verdana;">A Natale, mi chiamano i parenti</span><span style="font-family: Verdana;">. Ogni anno. Che c&#8217;è di strano, direte voi. È che non mi fanno gli auguri. Si dimenticano. Mi hanno chiamato solo per un motivo. Sanno che scrivo di musica e hanno un sacco di regali da fare. Mi consigli dei cd da regalare?, dicono. Se esito, se mi diffondo in alternative, si seccano. Vogliono andare a colpo sicuro, entrare nel negozio con un foglietto e i nomi. Quest&#8217;anno mi sono preparato. Dirò &#8220;Is a woman&#8221; dei Lambchop ai più anziani, e &#8220;Unplugged&#8221; di Lauryn Hill ai più giovani. Risolto. Ma non è di questo che volevo parlare. Volevo parlare del fatto che qualche volta, dopo Natale, qualcuno mi chiama per ringraziare. Un ottimo consiglio, dicono, è stato molto apprezzato. Bene: nove anni fa mi richiamarono tutti. Tutti: mia madre, le mie tre zie, mio fratello, mia cugina, la mia matrigna, quattro amici, il mio ex professore di storia dell&#8217;arte. Un successone. Che avevo fatto? Gli avevo raccontato una storia.</span></p>
<p><span style="font-family: Verdana;">La storia è questa</span><span style="font-family: Verdana;">. Gavin Bryars è un musicista contemporaneo non facile da etichettare. Nei negozi  quando ce l&#8217;hanno  lo mettono a volte nel reparto classica, a volte in quello jazz, a volte nelle colonne sonore, a volte dove capita. Ha fatto musiche per opere teatrali, per film, per programmi tv, opere classiche a se stanti, progetti d&#8217;avanguardia. Una volta stava girando per Londra con un registratore in cerca di suoni per un programma della BBC. Si imbattè in un barbone forse ubriaco che trascinava ripetitivamente tra i pochi denti una canzoncina. Non era proprio una canzoncina. Una specie di canto religioso: diceva &#8220;Il sangue di Gesù non mi ha mai tradito finora&#8221;, e lo ridiceva, e lo ridiceva. Bryars si portò a casa il suo nastro e lo tenne lì. Ogni tanto lo riascoltava e ci pensava su.<br />
<a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/B0000040UT/wittgensteini-20">&#8220;Jesus blood never failed me yet&#8221;</a> fu pubblicato nel 1993. Dura settantatrè minuti. Per settantatrè minuti si ripete circa centocinquanta volte la stessa strofa sottratta quella notte alla voce del barbone londinese, campionata e ripetuta per tutta l&#8217;opera e accompagnata da un arrangiamento orchestrale sempre più denso, che parte da pochi archi e si arricchisce man mano di altri strumenti, cori, e infine una seconda voce solista che chiude la composizione sottobraccio al barbone. Una voce straordinaria, e la più associabile a quella di un barbone ubriaco, avrà pensato Bryars prima di telefonare a Tom Waits. Il disco è straordinario, unico, notturno, struggente. E natalizio.</span></p>
<p><span style="font-family: Verdana;">Quando spiego loro</span><span style="font-family: Verdana;"> di cosa è fatto, i parenti sorridono. Diffidano. Sai che noia, vorrebbero dire. Come voi adesso. Non hai niente di più normale? Poi lo ascoltano, e sorridono ancora. Alcuni fingono di addormentarsi, per prendermi in giro. Dopo lo riascoltano, e ancora. Poi, una sera che mi hanno invitato a cena, glielo trovo accanto allo stereo. Mi affaccio alla cucina dove il padrone di casa sta lavorando con un mestolo e una pentola, e il grembiule attorno alla vita, e glielo sventolo davanti agli occhi. Sorridono ancora. L&#8217;hanno comprato; dopo lunghe ricerche, perché non è facile da trovare.</span></p>
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