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	<title>Wittgenstein &#187; Musica</title>
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	<description>Piove sui giusti e sugli iniqui. E cosa c&#039;entriamo noi nel mezzo?</description>
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		<title>Le ragazze del coro</title>
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		<pubDate>Thu, 12 May 2011 07:50:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un coro femminile belga, non sembra una cosa da scalarci le classifiche, benché la storia ci abbia abituato a occasionali fenomeni da baraccone che diventano improvvise metore commerciali: tipo i canti gregoriani, quella volta, vi ricordate? Qui però parliamo di &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2011/05/12/le-ragazze-del-coro/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un coro femminile belga, non sembra una cosa da scalarci le classifiche, benché la storia ci abbia abituato a occasionali fenomeni da baraccone che diventano improvvise metore commerciali: tipo i canti gregoriani, quella volta, vi ricordate?<br />
Qui però parliamo di tutt’altro, e di gente brava davvero: sono diventati improvvisamente familiari a un pubblico ampio con la loro versione di “Creep” dei Radiohead che stava nel trailer mondiale di <em>The Social Network</em>, il film. Si chiamano Scala &amp; Kolacny Brothers: i fratelli sono due, uno dirige il coro e l’altro suona il pianoforte. Esistono dal 1996 e fanno prevalentemente cover di pezzi rock. “Creep” era da brividi più ancora che nella esecuzione originale, ma tutte le loro versioni danno dipendenza.<br />
Grazie alla notorietà acquisita con quel trailer, sono da alcuni mesi alla conquista dell’America: nelle ultime settimane sono andati in tv e concerti a presentare una versione americana del loro ultimo disco, che si chiama “Circle”, e il video di “Use somebody”, che era dei Kings of Leon. Nel disco ci sono anche “Champagne Supernova” degli Oasis e “Solsbury Hill” di Peter Gabriel. E una grande “Nothing else matters” dei Metallica. Però dovete sentirli.</p>
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		<title>Spirit of Eden</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2011 08:56:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“Scelgo la mia famiglia. Magari altri ci riescono, ma io non sono capace di andare in tournée e allo stesso tempo essere un buon padre”. Disse così, Mark Hollis, spiegando la sua decisione di abbandonare la musica ormai più di dieci anni fa.  I suoi due figli avevano già tra i tredici e i quindici anni, ed erano nati negli ultimi tempi dei Talk Talk, quelli dei dischi migliori, sperimentali e meno noti. Per molti i Talk Talk sono sempre rimasti una band inglese tra le molte degli anni Ottanta, complice il pazzesco successo di due canzoni dal loro secondo disco: “It’s my life” e “Such a Shame”. Ma il loro passaggio sul vivace carrozzone del british pop di quegli anni fu un accidente a cui Hollis li sottrasse rapidamente, con dischi molto più originali e inventivi che introdussero negli anni Novanta un lavoro simile a quello fatto vent’anni prima dai Pink Floyd: tutto il cosiddetto post-rock che è venuto deve molto agli ultimi due dischi dei Talk Talk e all’unico che Mark Hollis pubblicò a suo nome nel 1998, prima di dire quelle cose e ritirarsi.<br />
Però in moltissimi se ne ricordano, di quel debito, e ancora la settimana scorsa lo scrittore Ben Myers ha scritto sul sito del Guardian che i Talk Talk sono stati “una delle band più influenti degli anni Ottanta”.<br />
Quando avevano cominciato, molti li avevano associati ai Duran Duran: nome simile, stessa etichetta, stesso produttore, in tour insieme. Simon LeBon e i suoi sono stati a Milano la settimana scorsa e hanno dimostrato di saper fare ancora onestissime cose. Mark Hollis è a casa e ha i figli grandi. Non erano così male, gli anni Ottanta.</p>
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		<title>Il disco perfetto, in un certo senso</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Apr 2010 20:28:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Certi giorni gli uffici stampa delle case discografiche sono disperati: si trovano tra le mani un nuovo disco da promuovere che non solo è brutto – e questo non ha mai impensierito nessun ufficio stampa – ma non ha un’attrattiva vendibile che sia una. Cosa mettere nel comunicato? Il disco non ha niente. Basterebbe poco. Sarebbe bello che fosse il nuovo disco di un maturo leader di una band di culto negli anni Ottanta. Oppure che dentro ci fosse anche un popolare deejay produttore degli anni Novanta di recente un po’ sparito. O un musical? Un concept album? Magari dedicato a un personaggio della politica internazionale degli ultimi decenni? E ambientato in Asia? E magari è un album di discomusic. E dentro ci canta un sacco di gente, da Cindy Lauper a Tori Amos a Martha Wainwright a Sharon Jones. Fantastico, pensa l’ufficio stampa: un concept disc tutto di discomusic dedicato alla vita di Imelda Marcos, moglie del dittatore filippino Ferdinando Marcos, poi leader politico anche lei, gran collezionista di scarpe e appassionata di discoteche, con un drammatico e letterario rapporto con la sua vecchia tata Estrella. Nel disco cantano tutte queste celebrities, e – l’ufficio stampa non ci può credere – è persino un bel disco. Divertente, bello. L’hanno fatto David Byrne e Fatboy Slim, assieme, davvero. È un bel giorno per un ufficio stampa.</p>
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		<title>Il mondo è tornato da Robyn Hitchcock</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Apr 2010 14:42:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Robyn Hitchcock è su una sua breccia da una trentina d’anni, malgrado non sia mai diventato niente di simile a “famoso”. È un cantautore londinese che ha 57 anni, non c’entra niente con Alfred, ha pubblicato ormai una ventina di dischi con diverse formazioni ed è stimato e ammirato da tutto un suo cospicuro culto. Fuori dal culto non lo conosce nessuno: dentro il culto è pieno di suoi colleghi, che lo coinvolgono spesso in dischi e concerti e lo stesso fa lui con loro. Non contento, Hitchcock continua a scrivere e recitare: è molto amico di Jonathan Demme che ha girato un documentario su di lui e lo ha fatto recitare in un altro paio di film. Adesso ha fatto un disco nuovo, e dentro ci suonano tra gli altri Peter Buck dei REM e Johnny Marr degli Smiths, John Paul Jones dei Led Zeppelin e Nick Lowe. Il disco si chiama “Propellor Time” ed è molto bello: a volerla semplificare, è un po’ folk e un po’ pop, roba di cantautori insomma. Ma così di cantautori che sembra il disco di un giovane emulo dei vecchi cantautori, di quelli che vanno assai di moda in questo nuovo millennio. La bravura di Hitchcock è stata di non muoversi da lì, e ora si trova senza apparente sforzo con un bel disco del 2010.</p>
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		<title>When I wake up in the morning love</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Mar 2010 23:06:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle sale americane – meno pigre delle nostre nei confronti dei buoni documentari – sta circolando “Still Bill”, un documentario sulla vita di Bill Withers. Lui ha settantadue anni e racconta con grande efficacia e simpatia il suo passaggio attarverso lo star system. Nato in una famiglia nera e numerosa del West Virgina, fece nove anni in marina dove cominciò ad appassionarsi alla musica e a scrivere canzoni. Fece il botto nel 1971 con “Ain’t no sunshine when she’s gone”, una canzone dalla struttura decisamente anomala che ripete pochi versi e dura appena due minuti. Divenne famosissimo, sposò un’attrice di sitcom e divorziò dopo un anno, si risposò, ebbe altri successi con “Lean on me”, “Lovely day” e “Just the two of us”, ma rimase molto diffidente e polemico nei confronti del music business e dei suoi cliché. Nel 1985 smise di fare dischi. In “Still Bill” (era anche il titolo del suo secondo disco) a un certo punto risponde a così a chi pretende di spiegargli la musica nera: “Mi stai parlando del blues? Sono io, il dannato blues! Guardami. Cazzo, vengo dal West Virginia. Sono il primo della mia famiglia che non lavora in miniera, mia madre lustrava i pavimenti in ginocchio e tu parli a me del fottuto blues perché hai letto qualche libro sul blues? Vaffanculo”.</p>
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		<title>Chiedi chi era Jimi Hendrix</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 15:40:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Gazzetta dello Sport]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nessuno lo spiega mai, ma è davvero difficile capire oggi a cosa si debba la giusta mitizzazione di Jimi Hendrix, sentendo la sua musica. E siccome nessuno lo spiega mai, ci sentiamo in colpa quando dopo qualche ascolto preferiamo rimettere un disco degli Eagles e rilassarci. Adesso esce una sua bella raccolta di inediti: sono versioni mai sentite di canzoni già pubblicate in altre forme prima o poi. Non suona per niente come le solite raccolte di avanzi di grandi rockstar morte: ha una sua unità che la fa sembrare “un disco di Jimi Hendrix”. Dico che è bella perché riassume bene che musica facesse Jimi Hendrix: anche se ogni riassunto è facilitato dalla brevità dell’opera. La carriera di Hendrix durò neanche quattro anni, morì che ne aveva ventotto in un tempo fatto apposta per la sua grandezza creativa di chitarrista, per il suo fascino e per la sua musica spesso allucinata e stordente. Adesso è diverso e tutto è più difficile da capire e da spiegare: probabilmente la strada giusta, a volerci provare, è ascoltare “Valleys of Neptune” o gli altri pochissimi dischi di Jimi Hendrix un po’ di volte, con pazienza. Molte delle canzoni che contengono hanno ancora la forza di restarvi addosso anche se avete sedici anni, o ventitré. Ma se non succede, non vi abbattete. Sono passati più di quarant’anni. Fidatevi che si è meritato di entrare nella leggenda, e ripiegate sui REM. Va bene anche così.</p>
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		<title>Un tempo qua era tutta campagna</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Mar 2010 06:20:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[musica country]]></category>

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		<description><![CDATA[La musica country. Ne vogliamo parlare di nuovo? Il vecchio luogo comune voleva che la musica country fosse una cosa che piace solo gli americani, e non si era mai capito bene perché. Non si era mai capito bene neanche &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2010/03/10/un-tempo-qua-era-tutta-campagna/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La musica country. Ne vogliamo parlare di nuovo? Il vecchio luogo comune voleva che la musica country fosse una cosa che piace solo gli americani, e non si era mai capito bene perché. Non si era mai capito bene neanche se il mistero fosse che piacesse agli americani o che non piacesse a noialtri qui. Scemi loro o ignoranti noi? La prima tesi naturalmente ha tutta una sua consuetudine nella nostra cultura: scemi loro. E poi sarà che gli ricorda i cowboy e che insomma poi ci si abitua alle cose e ci si resta legati: noi facciamo le processioni dei santi patroni, loro ascoltano il country.<br />
Poi però un revisionismo esterofilo portò a ridimensionare questa strafottenza. Guardate che i più grandi successi dell’industria musicale sono dischi country, guardate che lì ci sono molte radici del rock alternativo di questi decenni, guardate che Hank Williams era un maestro, eccetera. Adesso poi è arrivato nei cinema “Crazy Heart”, con gran fanfara sull’interpretazione di Jeff Bridges e sulle canzoni scritte da T-Bone Burnett per il personaggio del cantautore country sfasciato. Il film è piuttosto piatto e prevedibile, Bridges è bravo ma niente di paragonabile a Lebowski, le canzoni oneste. E ci avevamo sempre visto giusto: la musica country – come il free jazz punk inglese, peraltro – è una barba mortale.</p>
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		<title>It wasn&#8217;t</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 10:03:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Mark Linkous]]></category>
		<category><![CDATA[Sparklehorse]]></category>

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		<description><![CDATA[Si è suicidato Mark Linkous, ovvero gli Sparklehorse, di cui avevo lamentato la mancanza di un disco nuovo solo due settimane fa. È una cosa molto triste. Questo è quello che ne scrissi su Playlist, due anni fa. (Oggi su &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2010/03/07/it-wasnt/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si è <a href="http://www.rollingstone.com/rockdaily/index.php/2010/03/06/sparklehorses-mark-linkous-takes-own-life/">suicidato</a> Mark Linkous, ovvero gli Sparklehorse, di cui avevo <a href="http://www.wittgenstein.it/2010/02/24/gente-che-sarebbe-ora-facesse-un-disco-nuovo/">lamentato</a> la mancanza di un disco nuovo solo due settimane fa. È una cosa molto triste. Questo è quello che ne scrissi su Playlist, due anni fa. (Oggi su <a href="http://radionation.it:8000/listen.pls">Radio Wittgenstein</a>, Sparklehorse tutto il giorno)</p>
<p><strong>Sparklehorse</strong> (1995, Bremo Bluff,Virginia)<br />
La band è Mark Linkous, un musicista matterello originario del- la Virginia, che una volta è clinicamente morto per due minuti e quando lo hanno ripreso è rimasto paralizzato e stordito per un bel po’ (aveva preso troppo valium e alcool assieme). Questo offre qualche ulteriore spiegazione alle immagini infantili e bucoliche di cui riempie la sua musica: a sua volta fatta di suoni tra lo psichedelico e il country-rock, piuttosto monocorde e ipnotica, e spesso dolcissima.</p>
<p>Weird sisters (<em>Vivadixiesubmarinetransmissionplot, </em>1995) “I parassiti ti adoreranno, quando sarai morto”: ma la melodia è dolce e lieta. “There’s a bad moon on the rise” è una citazione della can- zone dei Creedence Clearwater Re- vival “Bad moon rising”. Quelle del titolo non sono “strane sorelle” ma il nome con cui vengono chiamate nella mitologia germanica le Norne, le tre dee del destino (corrispondenti alle Parche romane) citate nel <em>Macbeth </em>di Shakespeare.<span id="more-19311"></span></p>
<p>Hammering the cramps (<em>Vivadixiesubmarinetransmissionplot, </em>1995) Qui siamo un po’ più rock. Il “captain Howdy” di cui si parla è il personaggio immaginato dalla bambina Regan nell’<em>Esorcista</em>.</p>
<p>Saturday (<em>Vivadixiesubmarinetransmissionplot, </em>1995) <em>“Sei un’automobile, sei un’ospedale Andrei all’inferno e ritorno per vederti sorridere Di sabato. Sei una stella, sei un mare d’aria Io suono fantastiche tastiere di denti di cavallo Di sabato. Vorrei dirti come mi sento Ma probabilmente aspetterò Fino a sabato”</em></p>
<p>Wish you were here (<em>Come again, </em>1996) Una delle più belle covers di sempre, e l’originale era dei Pink Floyd. Ma qui è tutta diversa, tra-scinata, intorpidita, con Thom Yorke dei Radiohead che ci mise la sua voce cantando al telefono dalla sua camera d’albergo e cambiando i canali della tv nel frattempo; fu tutto registrato. La incisero per una raccolta celebrativa della Emi, a cui parteciparono vari artisti, og-gi introvabile. Poi è stata inserita nella colonna sonora di un film del 2005, <em>Lords of dogtown</em>.</p>
<p>West of Rome (<em>Sweet relief II, </em>1996) Superati i primi aspri cento secon- di, diventa una ballata stupenda. È una canzone di Vic Chesnutt, cantautore paraplegico americano mol-to amato in particolare dai colleghi. Nel 1996 fu pubblicata una raccolta di suoi brani cantati da altri, per una fondazione a favore dei musici- sti malati: gli Sparklehorse fecero “West of Rome”.</p>
<p>It’s a wonderful life 452	(<em>It’s a wonderful life, </em>2001)<br />
“Sono il cane che si è mangiato la tua torta di compleanno. È una vita meravigliosa”. È una canzone meravigliosa, dall’andamento funebre e sonnolento ma dal refrain celeste.</p>
<p>More yellow birds (<em>It’s a wonderful life, </em>2001) Istruzioni sul suo interramento (“mandatemi altri uccelli gialli, che è buio”), un gran violino, e la riapparizione di Captain Howdy.</p>
<p>Babies on the sun (<em>It’s a wonderful life, </em>2001) Più che una canzone, i rumori che fanno i sogni: e bambini sul sole (c’era una “Due ragazzi nel sole” dei Collage, ma era molto più brut- ta&#8230; molto).</p>
<p>Don’t take my sunshine away (<em>DreamtForLightYearsInTheBellyOfA Mountain, </em>2006) Non ancora da jukebox, ma ci si avvicina, anche grazie al titolo estivo che cita “You are my sunshine”, la vecchia canzone diventata inno della Louisiana e canto da stadio di molti stadi. Ma a un certo punto non resiste alla tentazione di ronzii e distorsioni, per un momento.</p>
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		<title>In terza persona</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 08:49:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è una vecchia canzone dei Waterboys, memorabile band inglese degli anni Ottanta, che si chiama “A man is in love” e racconta teneramente tutto il tempo di quest’uomo innamorato, e che si vede che è innamorato da un sacco di piccoli dettagli e comportamenti traditori, e alla fine della canzone “quest’uomo innamorato sono io”.<br />
Mi è tornata in mente in un mio recente innamoramento per un&#8217;altra vecchia canzone che non avevo mai frequentato tanto: si chiama “This guy’s in love with you” e l’ha scritta naturalmente Burt Bacharach. Ha 42 anni e la incise per primo Herb Alpert, più noto come trombettista, dopo averla suonata in un programma tv e averne ricevuto grandi consensi. Poi a quella canzone è successo di tutto, e la cantò anche Fred Bongusto, e Tony Renis in italiano (“Un ragazzo che ti ama”). C’è una bella versione col vocione dei Faith No More e una trascurabile di Noel Gallagher degli Oasis, dal vivo. Come molto Bacharach è anche diventato uno standard jazz e a me è arrivata attraverso una fantastica esecuzione del trio dei Bad Plus. Poi l’anno scorso è entrata nella bella colonna sonora di “I love radio rock” ed è tornata su una nuova breccia. In realtà l’uso della terza persona in questo caso si esaurisce nel titolo, ma citare i Waterboys è sempre un’opera buona.</p>
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		<title>Plìn plòn</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 07:11:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>A un certo punto c’è stata la New Age. Poi è passata, travolta dal ridicolo, ma i suoi cascami sono rimasti in molti ambiti diversi delle nostre vite, dall’alimentazione, alle attività fisiche, a certi pensieri, alle piccole cose. C’è gente normalissima che accende l’incenso in casa, o le candele, o va nei parchi e fa dei balletti.<br />
C’era anche la musica New Age, e non si è mai capito bene come si definisse: doveva essere tendenzialmente molto quieta e soporifera, fossero canti dei delfini o arpiste. Non cantata, ma poi c’erano anche Enya e Tuck and Patti. Una casa discografica ci costruì un periodo di grande culto, sulla musica new age di qualità (di qualità vuol dire: non canti dei delfini). Si chiamava Windham Hill e pubblicò in breve tempo moltissimi dischi. Tra i suoi artisti c’erano Mark  Isham, sommo compositore di colonne sonore, il fondatore e chitarrista William Ackermann, i pianisti Liz Story, Philip Aaberg e George Winston. Winston procurò alla Windham Hill i maggiori successi della sua storia, entrando nelle classifiche dei 100 dischi più venduti diverse volte negli anni Ottanta: e parliamo di mielosi dischi di solo pianoforte. Ma di una mielosità meravigliosa e struggente, se siete di quelli che ci cascano.<br />
Ora è uscito un suo nuovo disco, fuori tempo massimo. Del tutto inutile, come le candele. A meno che non siate di quelli che ci cascano.</p>
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		<title>Cult pop</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jan 2010 23:20:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>A forza di esaltare i “grandi artigiani del pop” e di cavalcare uno snobismo revisionista che celebra tutti quelli che sanno fare canzonette perfette da canticchiare o da passare per radio, poi finiamo per non occuparci mai di quelli che invece fanno cose più originali, inventive, difficili. Di grandi cantautori pop sono pieni gli scaffali, e in certi angoletti di certi negozietti ammuffiscono gli artisti “colti”, che con la musica leggera cercano di fare anche altro. Il mese scorso è stato pubblicato in Italia una specie di disco dal vivo (il racconto di uno spettacolo immaginato) dei “The real Tuesday Weld”, un gruppo di musicisti inglesi guidato da Stephen Coates che fa cose un po’ jazz, un po’ teatrali, ma sempre intorno alle canzonette. Il loro “I Lucifer” di sei anni fa era molto bello. Hanno collaborato con le Puppini Sisters, che fanno stranezze più facili e quindi sono un po’ più note, e con i Tiger Lillies, un formidabile trio di cabaret brechtiano che è passato anche dai teatri italiani negli anni scorsi. Il disco dei The real Tuesday Weld, scrissi una volta, mi fa pensare alla parola “vaudeville”, che non ho mai ben capito a cosa si riferisca. Può darsi che un giorno quando sentiremo la parola “cultura” e metteremo mano alla pistola, non troviamo più la pistola. Non sarà niente male.</p>
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		<title>Chi semina luna</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Dec 2009 10:19:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La discografia di Neil Young è ormai così lunga e discontinua da rendere impossibile una categorizzazione per fasi: al massimo possiamo dire che un tempo è stato grandissimo, e quando ha smesso di esserlo gli si è perdonato tutto. Le cose imperdonabili, le ha fatte dimenticare rapidamente, tornando spesso a fare manciate di canzoni anche di maniera ma superiori al 90% di quello che circola. In questo millennio ha pubblicato quasi un disco all’anno, e nessuno era memorabile ma ognuno aveva qualcosa da infilare in un’antologia. Non contento, ha avviato un progetto di pubblicazione di raccolte dal vivo all’altezza dei grandi dischi live di qualche decennio fa. Giudicare l’ultimo di questi è spiazzante. “Dreamin’ man” è la riproduzione in concerto – con ordine disordinato – delle canzoni di un disco assai deludente allora: “Harvest moon”, che voleva essere un sequel del leggendario “Harvest” a vent’anni di distanza, nel 1992, ma venne fuori una cosa leziosa e noiosa. Ma sarà che ci si affeziona a tutto, sarà che il live sporca un po’ quello che suonava troppo melenso, questo “Dreamin’ man” non è un capolavoro ma è piacevolmente monocorde, buono da sentire mentre si rimettono a posto le carte da regalo dopo che i bambini sono andati a letto e i parenti a casa loro. Tanto tra sei mesi ne esce un altro.</p>
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		<title>Se proprio li volete sapere</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 07:27:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo so che non sono cose belle da dirsi, soprattutto in tempi difficili come questi. Ma ho rivisto tutta la musica che ho ascoltato quest’anno, e secondo me è stato un anno scarso. Non ho trovato neanche un disco del 2009 che mi sia piaciuto dall’inizio alla fine. Neanche uno di cui iTunes mi dica che l’ho sentito di filato almeno dieci volte. E quindi queste sono segnalazioni parziali, di dischi come quello degli Eels (<em>Hombre lobo</em>) di cui ho ascoltato 73 volte “That look you give that guy” e 39 “My timing is off”, ma che non è all’altezza di altre cose della band. Oppure <em>Draw the line</em> di David Gray, disco di grande maniera e gradevole in ogni canzone, ma in cui questa volta si eleva solo il marziale duetto finale con Annie Lennox, “Full steam”. <em>God help the girl</em>, ovvero la nuova incarnazione dei Belle &amp; Sebastian, è un disco abbastanza divertente da essere stato apprezzato dalla mia bambina seienne. E ancora più divertente è la raccolta di canzoni degli anni Sessanta che fa da colonna sonora a “I love radio rock”: scelte non banali, e non era facile.<br />
Alla fine, il disco che ha una sua più efficace omogeneità è quello di Sharon Robinson, cantautrice e collaboratrice di Leonard Cohen di cui già parlammo qui. Malinconico e notturno, come i tempi che corrono.</p>
<p><em>(consigli di natale per Vanity Fair)</em></p>
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		<title>Cronache dalla fine</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Sep 2009 03:25:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Barry McGuire adesso ha 73 anni, e ancora suona. È nato in Oklahoma e da ragazzo aveva fatto un po’ di tutto (compreso cercare di entrare in Marina a sedici anni), prima di cominciare a cantare nei bar e diventare un cantautore professionista. Nel 1965 incise la canzone scritta da un suo giovane collega, P.F. Sloan, e da allora è famoso per quella: “Eve of destruction”, che era stata già rifiutata dai Byrds. Fu un successo formidabile, e divenne un manifesto politico per la gioventù inquieta di allora, aiutato dalla simmetrica scelta dei commentatori conservatori di vederci invece un degrado dei tempi: “la vigilia della distruzione”. Alcune radio la bandirono dalla programmazione. Il verso “sei grande abbastanza da uccidere, ma non per votare” la rese poi un inno della campagna per il diritto di voto sotto i 21 anni, negli Stati Uniti. Qualche anno dopo McGuire vide la luce, divenne un Cristiano rinato, e dedicò anche la sua musica alla religione. Ma ha continuato a cantare “Eve of destruction” riaggiornandola a impegni nuovi, e l’anno scorso l’ha cantata in un tour con John York, ch era stato brevemente nei Byrds.<br />
Quella canzone lì, è quella che sentite nel trailer del film di Michele Placido.</p>
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		<title>Aiutati che Dio aiuta la ragazza</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Aug 2009 22:23:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Belle e Sebastian erano i personaggi di un libro per bambini dell’attrice e scrittrice francese Cécile Aubry (un cane e un bambino: Belle e Sebastién, nell’originale). Ma quasi nessuno lo sa. Mentre molti pensano siano un duo scozzese di gran &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/08/20/aiutati-che-dio-aiuta-la-ragazza/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Belle e Sebastian erano i personaggi di un libro per bambini dell’attrice e scrittrice francese Cécile Aubry (un cane e un bambino: Belle e Sebastién, nell’originale). Ma quasi nessuno lo sa. Mentre molti pensano siano un duo scozzese di gran culto negli ultimi tre lustri. Sbagliano di poco, nel senso che il nome è equivoco e i Belle and Sebastian sono ben più numerosi (sette, ultimamente) e dal libro hanno preso solo il nome. Fanno canzonette pop che sono dei gioiellini leziosi senza essere melensi, fatti di ironie, malinconie e melodie allegre. Il loro frontman si chiama Stuart Murdoch, e ha scritto un film che dovrebbe essere prodotto l’anno prossimo: “God help the girl”. Uno di quei progetti che i giornalisti musicali raccontano così: “si è preso una vacanza dalla sua band…”. Solo che la vacanza Murdoch l’ha fatta vicino casa, e il disco di canzoni che saranno la colonna sonora del film &#8211; uscito da qualche settimana &#8211; somiglia tantissimo a un disco dei Belle and Sebastian. Con qualche arrangiamento soul in più, un paio di canzoni già dei B&amp;S, qualcuno dei loro musicisti, e qualche ospite per l’occasione, come Neil Hannon dei Divine Comedy.<br />
Si chiama “God help the girl”: ricordatevelo, quando andate al negozio per chiedere “il nuovo disco dei Belle and Sebastian”.</p>
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		<title>Crash into me</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jun 2009 09:16:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non credo che Dave Matthews sfonderà più in Europa, ormai. E va anche bene così: è rassicurante sapere che ci sono dei grandi successi americani che qui non passano, punto. Certo, uno preferirebbe fosse il caso di Lily Allen, ma &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/06/10/crash-into-me/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">Non credo che Dave Matthews sfonderà più in Europa, ormai. E va anche bene così: è rassicurante sapere che ci sono dei grandi successi americani che qui non passano, punto. Certo, uno preferirebbe fosse il caso di Lily Allen, ma le eccezioni confortano comunque.<br />
In una recente lista di Billboard, Dave Matthews sta tra i dieci artisti che hanno venduto più dischi negli Stati Uniti nell’ultimo ventennio (trentatré milioni, quanto gli U2). Eppure, da noi nessuno conosce lui e la sua band, e anche in America in pochi sanno ricordare una sua canzone.<br />
Perché la Dave Matthews Band è una bella eredità di altri tempi del rock: sono grandi musicisti, coltivano un culto adorante e il mito del tour e degli assolo. Più che canzoni, fanno musica. Il loro disco dal vivo dell’anno scorso sembrava tirato fuori dagli anni Settanta. Più appassionati e anacronistici di loro ci sono solo i Phish, altro fenomeno del genere tipicamente americano. Il nuovo disco della DMB è appena uscito, si chiama “<span lang="EN-US">Big Whiskey and the GrooGrux King”, ed è dedicato a LeRoi Moore, lo storico sassofonista morto l’anno passato, dopo aver messo per vent’anni il suono più anomalo e identificabile nel rock della band (che però si è nutrito anche di violini, di suoni jazz, di leggerezze pop). Non sfonderanno più in Europa ormai: ma questo, a voi snob là fuori, non può che far piacere.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="EN-US">update: Lily Allen è inglese, già. Esempio del piffero, scusate.</span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>L&#8217;amore a San Francisco e altre storie</title>
		<link>http://www.wittgenstein.it/2009/05/27/lamore-a-san-francisco-e-altre-storie/</link>
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		<pubDate>Wed, 27 May 2009 07:28:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[John Vanderslice]]></category>

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		<description><![CDATA[John Vanderslice ha 42 anni ed è nato in Florida. È un cantautore e tecnico del suono, grande appassionato di entrambe le attività, e le mescola facendo amabili canzonette impegnate o intimiste ma molto ricche e arrangiate. Soprattutto va matto &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/05/27/lamore-a-san-francisco-e-altre-storie/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal">John Vanderslice ha 42 anni ed è nato in Florida. È un cantautore e tecnico del suono, grande appassionato di entrambe le attività, e le mescola facendo amabili canzonette impegnate o intimiste ma molto ricche e arrangiate. Soprattutto va matto per l’archeologia tecnica, e insiste molto sull’uso di suoni e sistemi analogici: da anni fa incetta di supporti e nastri fuori produzione. Ha studiato i compositori classici ma ha lavorato con molti del giro “di culto” della musica <em>alternative</em> americana: da Sufjan Stevens agli Okkervil River, dai Death Cab for Cutie ai Mountain Goats. Ma per le sue cose ha sempre voluto investire su un approccio diverso, cercare una sua originalità.<br />
Adesso ha fatto un disco nuovo, il settimo, che si chiama “Romanian names” ma parla di San Francisco, che è diventata la sua città. Cioè, dice lui, “parla d’amore a San Francisco” e anche di molti amori finiti male e di cercare di dimenticarli giocando a “Defender” fino all’alba. Ci ha messo dentro violini, oboi (oddìo, si dirà “oboi”?), clarinetti e altri strumenti classici. Ma continua a dire che il suo strumento preferito non è nessuno di questi: “L’anello più importante della catena è lo studio di registrazione”.</p>
<p><!--EndFragment--></p>
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		<title>Passare l&#8217;estate</title>
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		<pubDate>Wed, 06 May 2009 17:48:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Ben Lee]]></category>

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<p class="MsoNormal">Si avvicina l’estate e si scaldano i motori nella sezione dischi-allegri-da-spiaggia, quelli che l’anno scorso fu l’estate di Jason Mraz, e prima Jack Johnson. Canzonette che le si canticchia mentre si aspetta l’onda, o più probabilmente mentre si guardano quelli che aspettano l’onda, e intanto si ordina un ghiacciolo al baretto e si aspetta che l’estate passi. Io investirei già su Ben Lee, che intanto è australiano, e questo aiuta quando si parla di spiagge e onde. Ha 30 anni, fa dischi da quando ne aveva 16, è stato fidanzato con Claire Danes, ma lo scorso natale ha sposato in India un’altra attrice, Ione Skye. Ed è vegetariano e devoto a molte buone cause: insomma fricchettone il giusto per mettere di buon umore (e guardare i surfisti). Il suo disco nuovo è uscito prima in Australia, e ora sta arrivando nel resto del mondo: si chiama “The rebirth of Venus” ed è dedicato a una sua immedesimazione femminile (”I am a woman too” è una delle canzoni). In un’intervista la settimana scorsa ha detto che uno dei migliori consigli che abbia mai ricevuto è “arrenditi”. E andarsene verso gli sfinimenti dell’estate con temperamento poco battagliero, aspettando che passi, è un’ottima idea.</p>
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		<title>Quando ero piccolo</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Apr 2009 05:49:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Musica]]></category>
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		<category><![CDATA[Helen Reddy]]></category>
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		<category><![CDATA[Umberto Bindi]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="EN-US">Quattro anni fa qua scrissi in questa rubrica di una canzone che uno spot della Coca Cola Light aveva ripescato dalla mia memoria infantile. Si chiamava “You’re my world”, e fu usata come sigla di un ciclo di film della Rai, una trentina anni fa. O forse di qualcos’altro? Me lo chiedevo anche quattro anni fa, e non l’ho ricostruito da allora, malgrado internet e tutto quanto. La cantava nel 1977 Helen Reddy, mi ricordo che avevo un 45 giri tutto giallo. Vedo su internet che è una rarità preziosissima, ma la mia copia chissà dove è finita. Lei era australiana, ed era diventata molto famosa con una canzone considerata manifesto femminista nel 1972, “I am woman”.<span>  </span>“You’re my world” era stata scritta in realtà nel 1963 da Gino Paoli e Umberto Bindi, e si chiamava “Il mio mondo”. Nel 1964 l’aveva scoperta George Martin e aveva portato Cilla Black a inciderla per prima in inglese negli studi di Abbey Road. E ora la stiamo sentendo in tutte le radio nella versione di Morgan. E in tutto questo, nessuno di voialtri con la memoria da elefante sa dirmi quale accidente di occasione televisiva me l’abbia resa così memorabile, quando ero bambino? Me lo sono sognato?</span></p>
<p class="MsoNormal"><span lang="EN-US">update: la risposta, <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/05/11/i-giovani-arrabbiati/">qui</a></span></p>
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		<title>In &amp; Out</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Apr 2009 04:59:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cartastampata]]></category>
		<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Vanity Fair]]></category>
		<category><![CDATA[Pet Shop Boys]]></category>

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		<description><![CDATA[Due anni fa chiesi a mia moglie di accompagnarmi al concerto dei Pet Shop Boys nel parco di una villa milanese. All’ultimo momento mi disse che non si sentiva tanto bene: “vai tu”. Io valutai che lei sarebbe probabilmente sopravvissuta &#8230; <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/04/08/in-out/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
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<p class="MsoNormal"><a href="http://www.amazon.com/gp/product/B001RTP48G?ie=UTF8&amp;tag=wittgensteini-20&amp;linkCode=as2&amp;camp=1789&amp;creative=390957&amp;creativeASIN=B001RTP48G"><img class="alignright" src="http://ecx.images-amazon.com/images/I/318iYcLsm9L._SL500_AA240_.jpg" alt="" width="144" height="144" /></a>Due anni fa chiesi a mia moglie di accompagnarmi al concerto dei Pet Shop Boys nel parco di una villa milanese. All’ultimo momento mi disse che non si sentiva tanto bene: “vai tu”. Io valutai che lei sarebbe probabilmente sopravvissuta mentre io non ero mai stato a un concerto dei Pet Shop Boys in vita mia, pur ricordandomi benissimo dove mi trovavo la prima volta che ascoltai “West end girls”, nel 1984.<br />
Sono in effetti uno dei rarissimi fans eterosessuali dei Pet Shop Boys: anche se chi considera l’omosessualità una malattia non potrebbe credere a che io sia sfuggito al contagio dopo quella sera. E chi mi abbia in quel contesto visto cantare a squarciagola “The Sodom and Gomorrah Show” avrà di certo consolidato opinioni diverse sulle mie attitudini (ma conto sulla proverbiale omertà della comunità).<br />
E insomma, noi della comunità gay part-time non possiamo non condividere la nostra eccitazione quando esce un altro <a href="http://www.amazon.com/gp/product/B001RTP48G?ie=UTF8&amp;tag=wittgensteini-20&amp;linkCode=as2&amp;camp=1789&amp;creative=390957&amp;creativeASIN=B001RTP48G">disco</a> dei Pet Shop Boys, gli intellettuali dell’elettropop, gente che ci ha messo dentro Eisenstein, i paninari, Zelda Fitzgerald, Morrissey e Bruce Weber. A questo giro suona con loro anche Johnny Marr degli Smiths (già loro complice in vecchie cose), a ulteriore conferma che quelli che li hanno sempre trattati come un’altra band degli anni Ottanta non hanno mai capito bene come stavano le cose. E comunque di cosa pensate non ce ne importa niente niente niente, oh.</p>
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