Un legnetto di cremino da succhiare

Francesca Filiasi
Donna, settembre 2003

 

 

 

 

 

 

 

 

Re: No Subject

Rock e altro

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Negli anni ’70 l’Italia si divideva in due: quelli che lo ascoltavano e quelli che lo snobbavano. Due scuole di pensiero, due attitudini alla vita, due diverse capacità di emozionarsi, o meglio, di reagire alla parola ‘amore’. Io faccio parte di quella esigua schiera che ai tempi non ha mai ascoltato Claudio Baglioni, che aveva difficoltà persino con i titoli delle canzoni più famose, per non parlare del conoscere l’amore. Ma a me e alle mie compagne di sventure lui ci ha punite nella maniera più crudele. Durante tutta la nostra adolescenza per noi non ci sono state pomiciate sulla spiaggia davanti a un falò; nessuno, con voce roca ci ha implorato «Dammi un po’ d’amore». Nein, nicht, verboten. L’uomo che per noi non era mai stato altro che un’imbarazzante capigliatura, ci ha ricambiato per anni con l’ostracismo più duro: grazie ai suoi diktat ogni possessore di Citroën due cavalli, di chitarre e capelli boccoluti non ci si è filato di pezza. Agli occhi di quei ragazzi allenati alla vita dalle copertine stile fotoromanzo dei suoi primi dischi, noi, che a 15 pensavamo solo a diventare come Virginia Woolf, eravamo delle nullità in tristi camicie usate. Che ingenue! Avremmo ottenuto molto di più se avessimo bruciato “Gita al faro” nei loro falò e avessimo indossato quella maglietta fina. Quindi lo confesso, nutrivo del livore per lui prima di intervistarlo. Per lui e per tutte quelle che, fedeli al suo credo, se l’erano spassata un mondo in quegli anni, mentre io facevo tappezzeria. Così, per carpire il suo segreto, non paga dell’ora a mia disposizione per l’intervista mi sono prima intrufolata a un suo incontro organizzato dal “Corriere della Sera” con il pubblico. In populo veritas? La sala era stracolma, gente appollaiata un po’ ovunque. Il parterre composto quasi esclusivamente da femmine trepidanti, quei pochi uomini presenti avevano un aria più ‘ciellina’ che da prototipo da spiaggia, ma ero fiduciosa. Lui era lì, sul palco, bello, distante, immancabilmente vestito di bianco e nero. Io prendevo diligentemente nota dell’interessante connubio, da proporre al fidanzato, di pantaloni neri attillati e variamente cernierati indossati con stivaletti a punta e dal tacco grosso e sporgente dietro, stile paraplegico. Il tutto un po’ pervert, ma al diavolo le clarks e i jeans, crescendo si ha bisogno di emozioni più forti. Occhialetti alla moda e l’immancabile styling calcolato dei capelli sale e pepe, completavano un’immagine che in un battibaleno aveva già surriscaldato gli animi in sala. L’atmosfera era gioiosa, amichevolmente rumorosa, la gente normale. Niente anfibi borchiati, nessuna mappa del tesoro tatuata sulla schiena. Solo qualche capigliatura un po’ tanto fluente, ma a che pro avere un mito se non lo si può imitare in qualche modo? Guardando queste donne felici, sorridenti mi sono chiesta perché molti della nostra generazione hanno legato Baglioni a un’icona di romanticismo un po’ becero che in realtà non corrisponde al vero? Perché è stato sempre snobbato da chi si crede di saperne veramente di musica, dagli ‘intellettuali’ o semplicemente dagli ‘alternativi’? Forse perché il suo grande difetto è stato quello di aver scritto parole che la maggior parte di noi sentiva, ma che non avrebbe mai avuto il coraggio di dire? Anzi, che ci piccavamo di non pronunciare mai perché considerate mielose, sebbene poi nell’oscurità della nostra stanzuccia avremmo pagato per sentircele dire? Eppure lui imperterrito ha continuato. È rimasto l’unico uomo a cui chiedere «Facce sogna’» sapendo che qualcosa comunque ti ritorna, foss’anche un gorgheggio un po’alla Lando Fiorini. C’è chi dice che Baglioni non è altro che un sapiente cantore di luoghi comuni piccolo borghesi, ma andatevi a leggere i testi di Elton John, non è che si sia mai occupato dei minatori del Galles. Con la saggezza dei quarant’anni adesso rimpiango Porta Portese e «piano pianino, tu mi vieni vicino» e mi chiedo se non ho sottratto freschezza e semplicità alla mia adolescenza. Quelli che adesso sono intorno a me, questo errore non l’hanno fatto. Bravi, che vi devo dire?, anche se un po’ mi rode. Non posso neanche dire che non siano intelligenti. L’incontro è illuminato da citazioni culturali. Parlando dell’idea alla base del suo concerto, il buon Claudio scomoda addirittura Wagner e il teatro globale, mentre poco dopo una ragazza cita un filosofo tedesco chiedendogli: «Un grande uomo è quello che lascia un segno dietro di sè. Tu cosa pensi di lasciare?». Ammazza! Col fiato sospeso attendiamo la risposta di Claudio, che dribbla magnificamente con solo un tocco del ciellinismo dei suoi seguaci: «Mi basta poter percorrere la mia strada senza cascare in troppe trappole, vivendo con gli altri in maniera corretta e onesta». Messa a posto la ragazza, Baglioni si sbizzarrisce con aneddoti del suo passato. Si diverte, è spiritoso. Racconta come il nome originario di “Signora Lia” in realtà fosse Lai. Ma al momento di incidere il suo primo, determinante provino alla RCA si accorge che il fonico (allora ancora vestiti con camice bianco e tanto di targhetta con il nome) si chiama con lo stesso cognome e visto che la canzone parla di mariti traditi, terrorizzato dai disastri che poteva tirarsi addosso preferisce cambiare seduta stante il nome da Lai in Lia. E di quando, giovanissimo nel ’67, si esibiva sul palco di un teatrino da avanspettacolo, il famoso Espero, fra uno spogliarello e l’altro ed evitava di guardare le tette delle ballerine perché temeva di metterle in imbarazzo. Si esibisce anche in qualche battuta pesante: quando il pubblico gli chiede di suonare, all’inizio si schermisce rispondendo con un «ragazzi, ho mal di gola, non fatemi cantare che, come dice uno del mio gruppo, c’ho la voce tre toni sotto il rutto». Poi cede e chiede cosa vogliono sentire: fioccano le richieste, una sola ragazza tenta il tutto per tutto e chiede “Piccolo grande amore”, per venire subito zittita con un deciso «noooo» di tutti gli altri. Ma come, non me la date ’sta soddisfazione? Eppure, quando inizia a cantare “Strada facendo”, lì, sul piccolo palco della sala Montanelli, con solo la chitarra e la sua bella voce da stornellatore romano mentre la gente canta ispirata insieme a lui, confesso di sentire un brividone e non credo sia per l’aria condizionata a palla. Mi sono sentita giovinetta ed emozionata. In sala erano tutti troppo brutti per potermi ispirare un istante di romanticismo, ma il mio cuore era aperto alla freschezza. Ma l’illusione è durata un attimo, è saltato l’impianto elettrico. Via il microfono, via l’amplificazione, via le luci e soprattutto via l’aria condizionata. In breve il luogo si è trasformato in una fornace, ma l’eroico Baglioni ha continuato a cantare e suonare con solo la sua voce senza microfono e le luci d’emergenza per una buona mezz’ora. Un eroe! Non pago, alla fine rilascia autografi a tutti. Firma ogni strisciolina di carta, fa auguri personalizzati in diretta al cellulare di fan scalmanati «Claudio, saluta mia cognata», «Claudio, c’è mia figlia che ti vuole ringraziare». Bè, se non lo sapete, questa si chiama professionalità. Si chiama essere un vero mito. Quando tutto è finito, lo viene a prendere una potente Mercedes. Al suo fianco la fidanzata Rossella, compagna e sua agente da anni. Magrissima, abbronzatissima, taccatissima, forse rifattissima, sicuramente cazzutissima: per tutto il tempo che lui rilascia autografi, lei è al telefono a discutere con piglio contro tutti, nell’interesse del suo Claudio. I fan la conoscono e la salutano mentre s’infila in macchina. Io li seguo in motorino. Non solo io. In albergo ritrovo almeno quattro o cinque delle ragazze prima in fila per l’autografo, che l’hanno seguito fin qui. Entro da lui come l’adolescente che avrei voluto essere. Baglioni mi accoglie sorridente nonostante il pomeriggio. Un po’ si accascia sul divano, in fondo ha 52 anni, ma le braccia muscolose che escono dalle mezze maniche della camicia hanno la pelle di un bimbetto. Ammirandola mi distraggo e mi butto subito nell’ovvio chiedendogli chi gliela fa fare tutta ’sta fatica. L’adolescente dentro me sta andando alla grande. Lui mi risponde con grande maturità: «Per continuare così da 35 anni bisogna avere qualcosa dentro, una dose d’irrequietezza, di curiosità. È come voler risolvere un’equazione finale, capire che hai dato tutto, che quello che hai avuto, il successo, l’amore del pubblico, te lo sei meritato, non è stata fortuna». Com’è vero, com’è profondo, com’è alto. La fanciulletta che è in me, sempre più in soggezione, scade sempre più nell’ovvietà: gli chiedo del trentennale di “Piccolo grande amore”. «Questa canzone mi ha segnato troppo. A nessuno piace essere catalogato. Invece lei mi ha stretto a tal punto che non posso neanche cambiarla, perché alla fin fine non è più mia, è dei fan». Com’è preciso, com’è puntuale. Educato e attento, lo sento allontanarsi sempre di più. Continua a parlare e io mi sento ingessare dal suo garbo. «Negli anni ’70 io stavo esattamente nel mezzo e gli altri avevano difficoltà a collocarmi, così mi hanno bollato. E io mi sentivo schiacciato, diviso in bene o male, bianco o nero. Forse, anche per questo negli anni ’80 ho sentito il bisogno di una rivalsa, con testi a volte anche troppo oscuri, ipercerebrali. Per un certo periodo ammetto di aver complicato il mio linguaggio». Ah! Forse mi sta offrendo un appiglio. «Ho bisogno di solitudine e faccio fatica a esprimermi nei rapporti a due». Acc, non è il segnale che stavo aspettando. Ma sono ancora fiduciosa. Lui continua: «Solo davanti a migliaia di persone riesco a fare cose che altrimenti non farei mai. In quel momento sento di avere una corazza addosso, di essere invincibile. Perché io non avevo la stoffa per fare questo mestiere, me la sono costruita. Ma alla fine quello che sei, sei proprio tu». Ma chi, chi sei Claudio? Non riesco ad afferrarti: il poeta che c’è in te mi fa sentire troppo terra terra. Confusa, con un ultimo imbarazzante sussulto gli chiedo se si sente un buono. Mamma mia, mi vergogno da sola appena pronuncio questa parola. Ma lui sorride appena e mi mortifica prendendomi sul serio. «Non credo di essere uno particolarmente buono, ma sono molto gentile». Sento che è arrivato il momento di togliere il disturbo. Quando esco dall’albergo mi rendo conto che ho fallito. Mi era stata data un’occasione per unirmi a quelle graziose ragazze rimaste nella hall e io non l’ho saputa cogliere. Non sono riuscita a stabilire un contatto. Così carino, così educato, Baglioni è l’uomo che ci ha saputo fare più di chiunque altro con il vocabolario spiccio della gente della strada. Eppure io non l’ho capito. Proprio perché personaggio timido, serio e onesto, è riuscito a fare della poesia con parole che in bocca a un Toto Cutugno avrebbero potuto uccidere ogni emozione. Eppure io non le ho sapute comprendere. Poco male: allontanandomi con il motorino tiro le somme e mi dico che mi sarò persa le pomiciate sulla spiaggia, ma forse perché ero in discoteca a ballare “Lady Marmalade”.