Lettera aperta a Marco Pannella
e al Congresso radicale transanazionale di Tirana
da Adriano Sofri
Il Foglio, 1 novembre 2002
Re:
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Caro Marco, ti avevo detto che desideravo partecipare
in qualche forma al vostro dibattito, e lo faccio, all'ultimo
momento, come al solito. Del resto l'ultimo momento è
diventato il nostro modo di permetterci un presente. Vi scrivo,
senza far perdere tempo ai giorni preziosi della discussione.
Scrivo della Cecenia, che è urgente. Ci unisce la solidarietà
con la terribile e commovente passione di quel piccolo popolo.
Anzi, quella solidarietà è stata così assurdamente
rara da tramutarci quasi in una setta di iniziati, da contarsi
sulle dita delle mani, da chiamarsi per nome e cognome, da confermarsi
l'un l'altro, e da chiedersi come fosse possibile che gli altri
non vedessero e sentissero. Questa solitudine spiega anche il
di più di generosità che tu hai messo nel primo
impulsivo commento alla sciagurata impresa di Mosca, dalla orrenda
conclusione. Non mi interessa, non fra noi, discutere sulle parole:
i sequestratori del teatro Na Dubrovka erano per me terroristi,
parola che va dagli attentati di Vera Zasuli_ e della Narodnaja
Volja alle donne curde che entravano incinte di esplosivo nelle
garitte turche alle ragazze palestinesi che vanno a farsi esplodere
in una discoteca o in un supermercato. Molte sono le strade che
portano al terrore. E' necessario vedere che c'è oggi
una minaccia complessiva del terrore, ed è, oltre che
necessario, giusto vedere che in essa confluiscono storie diverse
e autonome. Detto questo, e detta l'altra cosa decisiva dell'assalto
moscovita: che l'incursione russa e la strage che l'ha schiacciata
hanno salvato i giovani ceceni dal destino più tremendo
e infelice, di diventare loro gli sterminatori di tanti ostaggi
inermi e quella speranza senza prova, che le nere donne
abbiano avuto il tempo di rinunciare al loro detonatore- detto
tutto questo, il giudizio su quell'impresa è dato dall'inizio:
perchè nessuna presa di ostaggi estranei e inermi è
mai accettabile, neanche nella più motivata e intrepida
delle guerre partigiane. Ce n'è, proprio per i ceceni,
una controprova esteriore, dal momento che quell'Aslan Maskhadov
regolarmente eletto, cui continuiamo, con fiducia presso che
esausta, a far riferimento, aveva da tempo ordinato il bando
di qualunque azione armata al di là dei confini ceceni.
Ho pensato in questi giorni che, forse anche per colpa mia avevo
infatti, fino a un certo momento, una conoscenza privilegiata
della Cecenia, e ci tenevo molto- tu e altri radicali abbiate
sottovalutato la responsabilità fatua e rovinosa di alcuni
comandanti ceceni, e specialmente dell'eroe popolare di quelle
guerre, Shamil Bassáiev, nella provocazione di una vera
guerra per bande fra clan e personalità cecene, di un'invasione
folle in Daghestan, di una brusca e traumatica sterzata islamista.
Non era facile vederne l'enormità, perchè il cinismo
brutale del governo e degli Stati maggiori russi aveva, se non
fomentato, subito afferrato i pretesti di quelle sfide ottuse
per scatenare la seconda invasione di Grozny, su cui sdcommettevano
la nuova carriera di Putin e la smania di vendetta dei generali
umiliati appena tre anni prima. Io stesso resistetti ad ammettere
la portata di quella degenerazione, anche perchè circostanze
d'eccezione mi avevano portato, in tempi puliti, a familiarizzare
e addirittura a far amicizia con tante di quelle persone, compreso
quello Shamil Bassaiev. Capii più tardi, quand'ero ormai
fermato, che la vera partita si era giocata fra la fine del 1996
e l'inizio del 1997, e più esattamente nella campagna
elettorale per la Presidenza cecena, condotta sotto la supervisione
dell'Osce. Il candidato favorito di quella elezione era Aslan
Maskhadov: un militare di professione dell'Armata Rossa, com'era
già stato Djochar Dudaiev, ma meno avventuroso ed estroso
di lui, e più rigoroso e misurato. Durante la guerra aveva
fatto da comandante in capo, solido e affidabile mentre gli altri
signori della guerra si illustravano con imprese spettacolose,
e si guadagnavano la leggenda: Bassaiev e il suo fido braccio
destro Hunkarpasc, Ghilaev, per qualcuno pochi- Raduev,
e poi il piccolo Khalkharoi e i tanti eroi (ed eroine!) delle
cittadine e dei villaggi. Come nei poemi epici antichi, che in
quella culla d'Europa avevano raccolto tanta loro materia d'origine.
I popoli amano i loro eroi in guerra, ma odiano la guerra e preferiscono
votare, alle elezioni, per le persone posate e di una certa maturità.
Bassaev aveva sì e no 31 anni, era l'Achille di quell'armata
di cui Maskhadov era un poco tonante Agamennone, aveva tutto
il tempo per costruirsi un futuro politico più ampio,
oltretutto, dei confini della piccola Cecenia. Grande, invece,
come l'antico sogno della Federazione della Montagna, dei Popoli
del Caucaso del Nord, composti di mille genti e lingue e religioni,
e uniti dal sogno di indipendenza e unità. Perfino al
tempo della rivoluzione bolscevica un rivoluzionario caucasico,
Sultan Galiev, aveva promosso un suo autonomismo comunista, presto
schiacciato. Bassaiev era attratto dalla chimera caucasica, e
si era guadagnato un credito appropriato guidando il battaglione
ceceno nella guerra della minuscola repubblica Abkhaza contro
il suo nemico tradizionale georgiano. Era questo un orizzonte
possibile delle ambizioni di Bassaiev nel 1996, quando giocava
a dadi col futuro e si preparava a dare il benservito all'invadente
luogotenente, l'emiro Khattab, e al suo tetro jihad afghano-saudita.
Bassaiev volle candidarsi alle elezioni presidenziali. Era un
errore di calcolo come quello che confonde la popolarità
eroica con le probabilità elettorali- e soprattutto un
errore di vanità o di fretta. Bassaiev era uno che all'età,
quasi, di Alessandro Magno aveva dirottato aerei, difeso il parlamento
a Mosca al tempo del colpo contro Gorbaciov e Eltsin, difeso
Dudaiev nel palazzo presidenziale di Grozny curando di uscire
per ultimo dalle macerie, presa in ostaggio Budionnovsk e il
suo ospedale e imposto il negoziato a Chernomyrdin, vinto battaglie
famose, entrato da liberatore nella Grozny dalla quale i russi
fuggivano.
Dunque aveva ancora più
fretta. Si organizzò
una campagna nella quale, grazie alla dispersione di voti su
altri candidati, Zelimkhan Yanderbiev, Ruslan Khasbulatov e altri
minori, sarebbe andato lui al ballottaggio con Maskhadov, e nel
testa a testa l'avrebbe battuto. Naturalmente, le elezioni lo
castigarono seccamente, e Maskhadov vinse di gran lunga, e Shamil
non fu neanche secondo. Dopo, la storia di Bassaiev non la so
se non per sentito dire, da qui dentro. Fu successivamente primo
ministro, mercante di computer, petroliere, di nuovo guerrigliero
alla macchia, e chissà quante altre pazzie ancora. Fu
ferito e dato per morto una quantità di volte, ma, a differenza
di Alessandro, non morì, e non è morto. Perse un
piede, e si fece riprendere mentre lo amputavano senza anestesia.
Intanto, invece di rinviare ai sauditi Khattab e il suo camion
mimetico e la sua sciarpetta ricordo di Bin Laden, se lo teneva
accanto, e ne prendeva denaro e devozioni wahhabite. Maskhadov
ha avuto in Bassaev il rivale in agguato, e l'ottusità
spietata dei russi lo risospingeva ogni volta dentro il suo ricatto.
Ho ricordato il passaggio cruciale di quella elezione presidenziale,
perchè lì si annunciò la catastrofe. Nella
loro tradizione, i ceceni si vantano di essere insofferenti di
ogni obbedienza, e che ogni ceceno è padrone di se stesso,
e ogni famiglia è un regno sovrano. In questa emulazione
di tutti contro tutti, i ceceni si uniscono come un sol uomo
quando un nemico minaccia la loro terra e il loro popolo: il
nemico è il russo. E' probabile che la tradizione cecena
facesse posto a un bel po' di leggenda, ma questa volta, dopo
la guerra del 1993-96, la rivalità fra i ceceni si scatenò
con una durezza e un oltranzismo suicidi. Rivalità e divisioni,
eroismi di guerra proseguiti in prepotenze e gelosie feudali,
carriere d'armi e di mafia, di rapimenti e di petrolio, hanno
aperto la strada all'aggressione ubriaca dell'armata russa. I
capi ceceni alla fine si sono guadagnati la delusione stremata
del loro popolo superstite e disperso.
Oggi Khattab è morto ammazzato, da qualcuno, non importa
chi; Yanderbiev è esule in Arabia saudita, uomo di untuosità
islamista e legatissimo a quelle centrali senza carisma,
diventato presidente solo perchè era il vice quando Dudaev
fu assassinato; Bassaev è in grado, per la supremazia
nelle armi e l'assenza di ogni spiraglio di serio negoziato,
di tenere in pugno Maskhadov. Questa è la situazione.
La violenza feroce ha oggi in Cecenia una quantità di
fonti concorrenti.
Ti racconterò adesso
un dettaglio. Te lo
racconterò a proposito dell'editoriale sul Corriere dell'altro
giorno in cui Galli della Loggia spiegava che a ogni male c'è
sempre un altro modo di reagire, oltretutto più efficace
del terrorismo. E poi esemplificava: "Se i ceceni, per esempio,
con i cospicui fondi della Lega Araba, acquistassero pagine di
pubblicità sui maggiori quotidiani europei e americani...",
e così via, film da girare, scioperi della fame, incatenamenti
agli uffici pubblici. Argomentazione vera, e oltretutto di stretto
prestito radicale e pannelliano, e vera anche nella conclusione:
che il terrorismo non è tanto la risposta estrema a una
violenza schiacciante, quanto l'espressione di una cultura e
un'abitudine antica e profonda. E' vero, e quando vidi gli uomini
ceceni adulti che stanno in piedi nella stanza in cui solo i
vecchi stanno seduti e le donne stanno in punta di piedi sulla
soglia; e vidi i vecchi combattenti sulle montagne, con le cartuccere
a tracolla e le sciapke di astrakan, col girotondo guerriero
zoppo del lupo, con i ragazzini all'attacco delle colonne blindate
armati solo delle urla, e pronti a strappare un kalashnikov al
primo caduto, pensai di essere ancora in un racconto di Tolstoj
o di Lermontov, e loro erano in racconti di chissà quali
secoli antichi. Quella è casa loro. Io non amo il virilismo
guerriero in nessun posto del mondo, ma mi accorgo che c'è
ancora una differenza. Non sono relativista se non assai relativamente
in ogni posto del mondo, ma vedo ancora la differenza fra casa
nostra e la loro. Loro non hanno pensato a comprare pagine a
pagamento, ammesso che siano efficaci. Loro combattono contro
i russi. I russi combattono, diversamente, contro di loro. Loro
pensano che i russi siano codardi e ubriachi e senza Dio.
Tuttavia, mentre esiterei molto a scrivere qui che cosa devono
fare i ceceni lì invece di combattere, lo dissi francamente,
a loro, a casa loro. Poi proverò a dire che cosa c'entra
tutto questo con il vostro dibattito congressuale.
Nelle rocambolesche circostanze del mio secondo viaggio ceceno,
quando la guerra ebbe una relativa sospensione, mi capitò
davvero di discutere con Shamil Bassaiev e altri della violenza
e della non violenza, della nazionalità e della religione,
del "terrorismo" e dei diritti civili. Non era una
discussione usuale, avvenne sia in privato che in pubblico in
una specie di vasta assemblea popolare, in un villaggio sul Terek
raccolto per una manifestazione elettorale. Naturalmente era
una discussione poco cerimoniale e molto pittoresca, a volte
accanita a volte scherzosa. Nè si potrebbe dire che il
suo succo fosse nei disaccordi e gli accordi fra noi: era, per
così dire, un confronto preliminare. Investiva questioni
come la presa di ostaggi civili (anzi, pazienti e personale di
ospedali), appunto. Io pensavo che fosse sempre un atto odioso
e corruttore, anche in mezzo alla più feroce delle guerre
di invasione. Loro ne erano stati protagonisti Shamil a
Budionnovsk, Hunkarpasc, riparando col suo sangue freddo al panico
di Raduev, al costo di tanto sangue, a Pervomajskaja. Ora che
ne parlavamo, Hunkarpasc era ufficialmente il capo dell'Antiterrorismo
ceceno: vedi che andirivieni di ruoli e titoli. Non erano disposti
ad ammettere l'ignobiltà della presa di ostaggi, e la
mettevano sul conto della guerra, e di una guerra così
sleale e squilibrata. E poi vantavano la simpatia quella
cosa orrenda che chiamano sindrome di Stoccolma- che gli ostaggi
avevano a loro dire maturato per loro, e lo sdegno per gli "speciali"
russi: i quali di fatto a Budionnovsk non ebbero nessuna vittoria,
ammazzarono molte persone, e finirono con il cedere alla trattativa.
L'efficacia, fra i guerrieri, regolari o no, prevale sempre sull'umanità.
Era anche in causa allora la questione della sharia, la legge
islamica. Questione complicatissima, perchè l'alternativa
non era solo quella, così fatale nei paesi a maggioranza
islamica, fra legge dello Stato e legge coranica: in Cecenia
vigeva anche la legge tradizionale degli anziani, dei tejp,
le famiglie allargate, della vendetta patriarcale (un
giurista sardo si sorprenderebbe delle somiglianze). La sharia
era la posta dello slittamento da una prospettiva "caucasica"
a una islamista.
A un autonomismo federale e, per così dire, "culturale"
e multireligioso del Caucaso del Nord quello del sud vi
è visto come un altro mondo, di "turchi" azeri,
di "persiani" georgiani...- Shamil sembrava inclinare,
e anche al rilievo che avrebbero potuto prendervi, tacendo le
armi, i nuovi fantastici mezzi di comunicazione. Ai giovani combattenti
i computer piacciono quasi quanto gli automat... In quei
giorni, attaccandosi a cavi di fortuna, dentro una sforacchiata
roulotte, dei ragazzi di Grozny mettevano su il loro primo collegamento
internet. Dei miei irrealistici suggerimenti, gli ingredienti
principali erano due: Internet, e l'Unione europea. Bluffavo,
quanto a Internet: non sapevo che cosa fosse. Forse anche quanto
all'Unione Europea.
Del resto Shamil oggetto di infinite voci su suoi legami
torbidi e doppi con servizi russi, magnati mafiosi e così
via- era persuaso che i russi non avrebbero mai rinunciato a
cercarlo e ammazzarlo. Quando mi mandò a visitare casa
sua e la sua famiglia a Vedenò il villaggio più
bombardato del mondo, credo- lui non ci venne.
Caro Marco, non c'era bisogno dell'arresto di Zakaev per sapere
che Putin e i suoi militari non si sognano nemmeno di trattare
con Maskhadov, nè con alcun altro rappresentante della
varia e lacerata resistenza cecena. Intendono schiacciarla (e
che cosa intendevano finora?) e puntare, in quel deserto, su
qualche governo filorusso, considerato dai resistenti come fantoccio
e traditore, com'è quello di Khadirov, che pure ha dalla
sua una stirpe importante. Nessuna prospettiva è possibile
intravvedere da questa scelta, se non la certezza di altri massacri
e altro terrore. Ma ora voglio lasciare a malincuore- il
rovello ceceno, e accennare alla questione generale che la vostra
aspirazione transnazionale solleva. Nel nostro mondo vale poco
l'accusa mossa dagli uni agli altri di dimenticarsi questa o
quella tragedia, genocidio, sterminio, affamamento: ci sono troppe
tragedie perchè non se ne trovi una da rinfacciare. Prendo
molto sul serio l'impegno, a volte più ricercato, a volte
più estemporaneo, che mettete nel raccogliere e rappresentare
i diritti di individui o popolazioni o minoranze nazionali,
religiose, politiche- ai quattro angoli del mondo. Spesso si
tratta, come terribilmente in Cecenia, di genti dal passato e
dal presente di combattenti strenui, che cercano un riconoscimento
alle proprie ragioni offese, una conoscenza da far arrivare al
grande mondo che si è fatto piccolo, uno sviluppo alla
propria lotta che vedono condannata. A volte nelle loro tradizioni
buddhiste, cristiane, e tante altre- c'è una fonte
di passione e intelligenza non violenta. Nessuno può immaginare
un trapasso improvviso e pieno da una tradizione di irredentismo
guerriero a una di resistenza non violenta, dalle armi e dai
gridi di guerra ai gesti e le parole di pace. Per questo il vostro
impegno sulla Cecenia, di fronte a un governo russo furente,
sugli ujguri musulmani, di fronte a un governo cinese che organizza
l'espianto e il trapianto fisico di un popolo, contro ogni convenzione
internazionale, sui montagnards cristiani vietnamiti,
tra i quali quel trapasso culturale si è disegnato con
l'episodio forse improvvisato e fragile, ma impressionante, dell'adesione
vasta al digiuno internazionale per l'ingresso delle donne nel
nuovo governo afghano!- il vostro impegno cammina su un bordo
affilato, che non a caso i poteri infastiditi denunciano violentemente
come complicità col terrorismo. Sono tanti i posti tormentati
della terra in cui oggi ribollono assieme terrorismo, guerra
di liberazione, intuizione di una non violenza attiva. Quello
che voi, e l'associazione delle democrazie cui ambiziosamente
fate appello, potete fare e suggerire, è qualcosa che
manca, se non sbaglio, e che non è nè la (benedetta)
assistenza umanitaria e giuridica, nè il fiancheggiamento
politico: bensì, per così dire, una terra di nessuno
della conversione all'informazione internazionale e alla militanza
attiva non violenta. Questo può anche voler dire "meno
violenta". A quella terra di nessuno, da rendere sempre
più larga e accogliente per braccati, stremati e disertori,
le frontiere della cattiva violenza, della strumentalizzazione
dei civili, delle prese in ostaggio, devono restare segnate e
sbarrate senza riserve.
Mi pare questa l'attenzione che, fuori da relativismi che diventano
complici e da assolutismi che diventano sciocchi o prepotenti,
può sforzarsi di affratellarsi ai buoni diritti e alle
guerre antiche dei posti tradizionali della terra, e convertirle.
Quanto alle guerre moderne, spesso senza diritti e sempre senza
l'attenuante delle tradizioni, esse hanno una sola sanzione e
una sola alternativa: una legge internazionale, una polizia internazionale,
un tribunale internazionale. Tanti auguri a voi tutti da Adriano
Sofri.
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