Nassiriya
Adriano Sofri

Repubblica, 14 novembre 2003

Re: No Subject

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C’è una domanda cui in tanti abbiamo rinviato giorno dietro giorno la risposta. Vorrei che la guerra in Iraq non fosse avvenuta? Volevo che non avvenisse: con la riserva di cercare un modo diverso per abbattere la tirannia di Saddam. E’ avvenuta. Non mi inginocchio davanti al fatto compiuto. La Prima Guerra mondiale, e la Seconda Guerra mondiale, avvennero, e siano maledette –e onorati i loro leali e infelici combattenti. Ma a questa domanda non voglio rispondere. Non voglio pronunciare una risposta che rimetta sul suo trono Saddam Husseyn e ricopra le fosse comuni. Ma neanche una risposta che accetti come un costo necessario i morti di ieri, di oggi e di domani. Risponderei come occorre –sì sì, no no- quando l’Iraq fosse davvero avviato alla libertà e alla democrazia, o quando l’Iraq fosse consegnato a una guerra civile e una teocrazia e le sue donne ridotte in cattività. Fino ad allora, bisogna misurarsi con quello che succede in Iraq –e in Israele e Palestina, e altrove.
Si può chiamare “resistenza” l’insieme delle attività condotte contro i militari e i civili americani e inglesi e polacchi e italiani e le persone delle Nazioni Unite e della Croce Rossa? Certo: a condizione di rinunciare all’aura nobile che fa splendere quella parola ai nostri occhi. Un’ennesima maiuscola in meno. Se no, chiamare resistenza il terrorismo suicida mi sembra indegno.

Respingo la teoria della guerra preventiva e la pratica unilaterale della gendarmeria del mondo. Dunque auspico una polizia internazionale. Mi auguro una sconfitta dell’Amministrazione Bush alle prossime elezioni. Tendo a pensare –forse è solo un desiderio equivocato- che sia la retorica della guerra preventiva che la pratica della guerra unilaterale abbiano subìto un serissimo colpo dagli sviluppi dell’impresa irachena. Gli Stati Uniti hanno sperimentato l’inganno della vittoria facile. Il rincaro di proclami sul fatto che terranno duro suona, quello sì, sempre più simile alle gride dei tempi del Vietnam. Hanno visto di non potersi permettere la loro tracotante unilateralità. Hanno liberato l’Iraq, e ci stanno da occupanti. Hanno impiegato una guerra per catturare un ricercato in Afghanistan, e poi una guerra per catturarne un altro in Iraq: e non li hanno nemmeno presi. Hanno cercato solo a posteriori, e in modo ancora prepotente e insieme reticente, l’accredito dell’Onu. D’altra parte, chi deride l’accredito a posteriori dell’Onu come il suggello di un’impotenza e un servilismo sbaglia, perchè è appunto con la situazione a posteriori che ci misuriamo, ed è da lì che muove il futuro. In quel fatto compiuto, la presenza dei militari italiani è legittima.

Ci torno subito. Prima voglio dire che le frasi sui “nostri ragazzi” mandati allo sbaraglio non mi piacciono. Non solo perchè alcuni sono uomini fatti e padri di famiglia. Ma perchè devo pensare che tutti siano uomini e donne responsabili; volontari, che devono aver molto immaginato e riflettuto al rischio che li aspettava. Non mi piace il paternalismo un po’ razzista che ne fa carne da cannone agli ordini di mandanti facili, “senza sapere perchè”. Lo sanno, mi pare, e lo sappiamo anche noi, ascoltando le commemorazioni di questi giorni. Il po’ di esperienza che ne ebbi mi fa dire di più: che questi “ragazzi” imparano con gli occhi e con le mani la geografia fisica e umana della terra di oggi, almeno come la imparavano gli emigranti di una volta, e i volontari civili di oggi. Molto più peculiarmente dei turisti più agiati. Ho in mente la cartolina di Giuseppe Coletta, ieri su tutti i giornali: “Vi giungano i miei più cordiali saluti da questi luoghi pieni di storia, ma che la pochezza dell’uomo rende infelici...”. Chi avrebbe saputo dire meglio?

Torniamo al punto. C’è una vecchia (e fondatissima) renitenza al mestiere delle armi: essa però resiste con troppa grazia fra le nostre file –di noi che vorremmo riparare il mondo. Militarismo, esaltazione armata, cattivo spirito di corpo, ottusità gerarchica, sono pessimi arnesi, e vanno osteggiati e, quanto è possibile, emendati. Ma l’abitudine a contrapporre il volontariato civile a quello militare è una stupidaggine. Ho proposto molte volte, nelle sedi più proprie –la stampa dei movimenti e delle ong, il settimanale Vita- di immaginare piuttosto un’affinità e una complementarità fra volontariato civile e presenza di pace militare. Può darsi che nel lutto di questi giorni ci sia qualche eccesso di zelo sugli italiani brava gente. Ma tutto quello che avevo visto –televisto- e sentito sui carabinieri italiani in Kosovo li faceva stimare come un’efficace e premurosa associazione volontaria: senza di loro nè la incolumità, nè l’esistenza quotidiana della minoranza serba sarebbe stata assicurata. E spero che altre più esposte missioni non abbiano sguarnito quel fronte delicatissimo, come troppo spesso succede per le ong civili.
In Iraq un’effettiva investitura dell’Onu, un allargamento delle forze internazionali indipendente dallo schieramento trascorso pro o contro l’intervento, sono propositi giusti, ma non metteranno al riparo dal terrorismo. E’ saggio chiedere che si modifichi il quadro della presenza internazionale. Lo è meno esigere il ritiro degli italiani, neanche scommettendo sulla facile previsione che altro sangue sarà versato. Se avessi autorità, farei moltissimo conto dello stato d’animo e della volontà di carabinieri e soldati. C’è un’Italia che attraverso queste esperienze sta prendendo le misure del mondo e di se stessa. Non è il contraltare del volontariato civile, ne è –almeno: può esserne- l’alleata.

Ultimo punto. Questa volta qualcuno ha premeditato ed eseguito un colossale attentato avendo il mucchio di militari italiani per bersaglio, e per danno collaterale una cianfrusaglia di bambini donne e uomini iracheni che passavano da lì. Chi ha fatto questo –oltre allo sciagurato attentatore che si è guadagnato il paradiso- è esattamente il nostro nemico. Quello che è toccato a noi. Qualunque classifica politica di responsabilità si compili rispetto alla situazione irachena di oggi, si riservi un posto speciale, in cima, a questi assassini. Loro sono il nostro nemico.
Ecco, queste le cose da dire. Se le avessi trattenute dentro, sarebbero rimaste più complicate ed esitanti. Bisognava dirle seccamente.