Le tre querele: il direttore,
il giudice e il farmacista
Enzo d'Errico
Corriere della Sera,
22 novembre 2002
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Il paragone con Pecorelli
considerato una minaccia e le critiche su Tortora Il Tribunale
scrive: «E' proclive a delinquere»
NAPOLI - Notiziole, polemiche e commenti: insomma, tutto quello
che condisce la pietanza quotidiana di un giornale. Con un pizzico
di pepe in più del necessario, casomai. Ma nient'altro.
Eppure questa banale ricetta, che è poi l'abbecedario
della libera stampa, costerà a Lino Jannuzzi due anni,
cinque mesi e dieci giorni di galera: vale a dire la somma di
tre sentenze passate in giudicato da poco meno di un triennio.
L'ha stabilito il Tribunale di sorveglianza di Napoli accogliendo
il parere della Procura generale. Bando alle mezze misure, no
a provvedimenti destinati ad attenuare un verdetto tanto aspro:
il senatore di Forza Italia, attualmente a Parigi, dovrà
varcare la soglia del carcere appena rimetterà piede in
Italia. E questo perché i giudici vesuviani lo considerano
«proclive a delinquere», un recidivo per nulla «pentito»
di aver distillato quelle opinioni che gli sono valse tre condanne
per diffamazione e (in un solo caso) minacce. La prova? Un dossier
con gli scritti che Jannuzzi ha pubblicato negli ultimi due anni.
Facciamo, allora, un passo indietro nel tempo e proviamo ad osservare
da vicino l'architettura di questa vicenda. Siamo tra il '91
e il '93. Jannuzzi dirige «Il Giornale di Napoli»,
una testata locale che sotto la sua guida registra un picco di
vendite perfino insperato. Il registro degli editoriali e il
tono delle rubriche sono spesso aspri. E nel pieno d'una polemica
a distanza con Pasquale Nonno (all'epoca direttore de «Il
Mattino») sulle esternazioni del presidente Cossiga, scoppia
la prima grana.
Per difendere il «picconatore», Jannuzzi accusa il
rivale d'usare parole che «ricordano la prosa di Mino Pecorelli».
La querela è immediata. E frutta, dopo un bel po', una
condanna a un anno di reclusione per diffamazione e minacce.
Minacce? Sì, perché secondo i giudici il paragone
con Pecorelli suona come un sinistro avvertimento lanciato a
Nonno. Il secondo episodio chiama alla ribalta Giorgio Fontana,
il giudice istruttore del caso Tortora. L'occasione giunge da
uno degli anniversari della vicenda: l'articolista attacca a
testa bassa Fontana (che oggi fa l'avvocato) riesumando le contraddizioni
di quell'indagine. E anche stavolta scatta la condanna a un anno
di galera per diffamazione. L'ultimo tassello viene da una notiziola
che riguarda un farmacista della provincia di Napoli. È
un «pezzo» senza firma e, dunque, di fronte alla
legge ne risponde il direttore responsabile. Jannuzzi viene condannato
a cinque mesi e dieci giorni. Prima che la sentenza passi in
giudicato, il farmacista muore per cause naturali. I suoi eredi,
però, non hanno il diritto di ritirare la querela. Perciò
il processo va avanti fino alla stazione d'arrivo. E, al pari
degli altri due, naufraga nella tempesta che accompagna la messa
in liquidazione de «Il Giornale di Napoli».
«La normativa non lasciava spazio a soluzioni diverse da
quella adottata - spiega il Procuratore generale, Vincenzo Galgano
-. D'altronde, non mi sembra che il senatore Jannuzzi sia un
incensurato. Anzi, ha alle spalle un bel mucchio di precedenti
per le stesse accuse. E poi, francamente, mi risulta difficile
intravedere un legame tra l'esercizio della professione giornalistica
e il reato di diffamazione».
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