Ciao, amiche palle!
Francesca Filiasi

Donna, novembre 2003

Re: No Subject

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Avvertenza: questo articolo non è un publiredazionale camuffato. Ikea non mi ha dato una lira per scriverlo, non conosco nessuno che ci lavori. La mia è una fede: il culto dell’utile e dell’inutile, ovvero tutto quello che si trova da Ikea. Della poca fatica, della poca applicazione mentale, della poca spesa. Ikea ricompensa noi credenti con l’illusione che la nostra casa arredata da plastica e truciolato sia il modo migliore per avvicinarsi a una sorta di risveglio e realizzazione spirituale, di poter ‘creare una vita migliore’.
E dunque, nel momento dell’estrema conversione, io dico: siamo tutti svedesi! E sull’eco di questo grido, con in mano il mio catalogo, mi ributto con rinnovato vigore nel bailamme della tipica giornata Ikea. Una via crucis che mi condurrà forse, stazione dopo stazione, alla resurrezione di casa mia. Il tragitto della fede è rigidamente segnato. Per terra grandi frecce nere indicano il percorso da fare, impossibile sgarrare. Vicino a me un signore con aria sgomenta dice: «Qui dentro ci si perde», ma questo è impossibile, almeno fisicamente. In termini di identità forse: chi sei tu, o uomo Ikea?

Devi essere un uomo a cui evidentemente piace la casa virtuale di 86 mq che si incontra appena saliti su. Prima di entrare c’è una piantina che ti spiega ogni ambiente, ognuno perfettamente ricreato. C’è il citofono in entrata, gli stivali da pioggia sotto la panca, la tavola da pranzo è apparecchiata di tutto punto, in cucina c’è la pasta e i biscotti nei recipienti di vetro. Il finto balconcino ha piante e sedie a sdraio. Ogni tanto delle garbate signorine Ikea arrivano e mettono a posto il divano, sprimacciano i cuscini, passano lo spruzzino sulle vetrinette. Mi sento come Riccioli d’oro quando arriva a casa dei tre orsetti. O come Edward Norton in “Fight Club” quando seduto sul gabinetto ordina per telefono i suoi mobili Ikea e poi dà di matto. Tutto è perfetto, in un folle e inquietante inseguimento della realtà. Se non fosse per i cartelli dei prezzi, penseresti di essere in una vera casa. La grandezza di Ikea sta anche nel regalarti un mondo assolutamente aspirazionale. Le librerie sono zeppe di libri e pile di libri sono sul tavolino accanto al divano. Ora, con tutta la simpatia, dubito che il compratore medio Ikea, cioè l’italiano medio noto in tutto il mondo per non leggere mai, abbia così tanti libri, ma è bello pensare che sia così. Nei portafotografie stanno famiglie perfette di svedesi biondi: se non fai attenzione potresti portartele a casa e lasciarle così, invece che metterci le foto dei tuoi cari, tutti curti, niri e chiattulelli.

Non è sempre stato così: anch’io prima di conoscere la vera fede peccavo. Per le mie case precedenti ho inventato, creato, arredato tutto di testa mia. Una manifestazione di orgoglio di cui adesso mi pento. Ricordo quanto ho girato per rigattieri, piccoli antiquari, ho persino recuperato un tavolino e una lampada dalla spazzatura. Per rifare la tappezzeria di una vecchio sofà di una prozia ho speso più che per un divano Ektorp. Una vergogna. Avevo un rapporto adulterino con il corniciaio che trovava cornici diverse e bizzarre per ogni mio quadro.
Oggi invece si può imparare l’arte da Ikea, dove tutto è meravigliosamente identico a se stesso, così sicuro.
Se si vuole, si può appendere in salotto non soltanto la cornice, ma anche l’immagine del quadro. Oggi non vedo più il mio corniciaio, ma in compenso ogni volta che entro in casa di qualche sconosciuto mi sento
come se fossi a casa mia. Tutto è uguale: l’armadio Pax (vobiscum), il tavolino Lack, la sedia Mammut, il letto a soppalco Tovik. Ikea ha compiuto la vera rivoluzione marxista: a tutti il diritto al proprio divano Klippan.

Dal sogno mi sveglia un lieto trillo che interrompe la musichina ovattata in filodiffusione e una voce che recita: è ora di pranzo (o miseria, è vero), il nostro ristorante ti aspetta con le tipiche specialità svedesi. Vuol dire un solo grido, un solo idioma: polpettine. Ecco un altro dei miracoli Ikea: qualcuno ha mai immaginato che avremmo pagato per provare la cucina svedese? Eppure al ristorante decine di persone in fila si contendono canapè di gamberetti, salmone marinato e aringhe coperte da salsine indefinibili come se fosse fois gras. Tutti si dividono ecumenicamente lo smorgasbord (il tipico buffet alla svedese) come se fosse il corpo di Bocuse. Io, da sempre, mangio solo le polpettine. Dopo anni passati a subire il terrorismo di mamme e tate (mai mangiare polpette al ristorante, sono fatte con gli avanzi di tre giorni prima!) mi ritrovo ad agognare polpettine surgelate con contorno di patate lesse, patetiche nella loro insipida nudità. Il piatto prevede anche una salsina ai frutti rossi. Prenderla o no? Ecco lo spartiacque fra i veri adepti e chi millanta solo. Per me, porzione doppia.
Dopo il pranzo mi dirigo verso il reparto bambini, in assoluto i più seguiti dalla religione Ikea. Del resto c’era già chi diceva: lasciate che i pargoli vengano a me. E come durante il catechismo si entrava in un mondo fiabesco fatto di leoni domati da San Daniele e gnomi come Davide che riescono ad abbattere il gigante Golia, da Ikea c’è tutto un mondo a misura dei piccini. Per i ragazzini è l’inizio di un training orientato alla serializzazione dei loro gusti e dei loro bisogni che sicuramente li aiuterà nel futuro. Cibati da McDonald’s, vestiti da Zara, abitati da Ikea, la loro vita correrà serena, come perennemente salvaguardata dalle sponde di una grande culla. Seguo in religioso silenzio i cartelli che sottolineano il credo Ikea per i piccoli.

Come nelle lettere di San Paolo agli apostoli anche qui leggiamo parole che ci fanno riflettere: al riparo da occhi indiscreti, l’amore conquista tutti, entra nel dondolio del mondo. Dondolarsi su e giù? Un modo sereno di rilassarsi. Lo diceva anche nonna. Intanto tre ragazzi con i dread locks provano tutte le sedioline per bambini continuando a ripetere «che storia, che storia, cioè, io quasi quasi me ne compro una. Cioè, me la porto in giro no?». Vado a fare un giro nel bazar. Ogni reparto mi accoglie come una vecchia amica: sono anni che li frequento, anni che accumulo tazze, set all’americana, wok e taglieri di plastica. Nel reparto casalinghi adoro quelle grandi ceste con gli accessori: i taglia-patate, i gratta-aglio gli appendi-coltelli. Per lo più inutili. Nel reparto biancheria ho conosciuto le gioie del primo piumino. Ora posseggo più copripiumini di un albergo tirolese. Nel reparto illuminazione saluto le grandi palle di carta di riso che pendono dal soffitto. Ciao, amiche palle! Le ultime forze le impiego per superare il magazzino self service. Cammino in mezzo a torri piene di ogni ben di dio e guadagno la cassa. Al di là c’è lo snack bar. A uno dei tavolini una coppia di anziani. La signora con la faccia da vecchia mondina mastica un paninetto flaccido con dentro un hot dog dall’aria immangiabile. Signori, io adoro questo posto.