Tu compreresti un carro armato usato da Donald Rumsfeld?

Adriano Sofri
il Foglio 31 marzo 2003

Re: No Subject

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Caro Giuliano, sai che penso che tu non sia meno insidiato di me dal moralismo, benché te ne difenda con più zelo. Ora però accantonerò ogni digressione morale, per porti un problema di tecnica politica. La più forte potenza dei mondo ha per ciò stesso una peculiare responsabilità, e dunque importa che abbia intelligenza e competenza adeguate. L’Amministrazione Bush ne ha dato prova? Al contrario, direi. Mi limito a questa ricapitolazione. Tirare dall’11 settembre la conseguenza che bisogna smetterla di foraggiare i nemici (provvisori) dei propri nemici, e rimettere in ordine i conti aperti con loro, è senz’altro ragionevole: del modo si discuterà. Ma trasformare questa lezione nel proclama universale e stentoreo della Guerra Preventiva è nella più benevola delle ipotesi una idiozia. Se non se ne può fare a meno, le guerre preventive si fanno, non si dicono. Riuscire a perdere strada facendo – lunghissima strada – il sostegno convinto della gran maggioranza dei paesi amici, e l’appoggio ipocrita (ma utile) di tutti gli estemporanei alleati (comprese Russia e Cina), è un capolavoro di comunicazione e di diplomazia alla rovescia. Riuscire a perdere l’uso del territorio turco, dopo averlo dato per scontato, salvo il tirare sul prezzo, e con esso perdere uno dei due fronti delle operazioni militari, è una impresa madornale. Decidere di attaccare lo stesso, da un solo fronte su due, mentre truppe e mezzi destinati al Nord sono ancora parcheggiati in America o in navigazione, è una cosa da pazzi. Cominciare una guerra di terra, con una lodevole (e peraltro inevitabile, di fronte all’enormità della mobilitazione contro la guerra nel mondo intero) attenzione al risparmio di vite e risorse materiali, dando per scontato il collasso del regime e l’entusiasmo militante della popolazione irachena, è una scommessa da giocatori d’azzardo, non il progetto del gendarme del mondo. Mentire in guerra è la norma. Ma spararle grosse (Saddam e suo figlio uccisi o feriti, Tareq Aziz ucciso o fuggito, Bassora conquistata ecc.) per essere platealmente smentiti nel giro di poche ore è masochista. Se poi hanno creduto davvero a quelle bufale, c’è da esserne ancora più allarmati. Condurre la guerra, dopo la dura rivelazione dei primissimi giorni, come se niente fosse, esponendosi a un possibile disastro, come la disfatta in campo aperto di un’ingente sezione della propria armata (gli iracheni non hanno osato il colpo grosso nei giorni della tempesta di sabbia), è un avventurismo micidiale. Se fosse successo – se forze americane fossero state attaccate dagli iracheni in condizioni impervie per la copertura aerea, col rischio di perdere centinaia di vite – l’America di Bush non avrebbe arrotolato la bandiera come dopo anni di Vietnam, né come dopo pochi giorni di Somalia: avrebbe reagito con un rincaro colossale – non oso dire fino a che punto. Ne sarebbe venuta una catastrofe subito, e l’eventualità di un contagio bellico all’intero Medio Oriente. L’attenzione alle vite delle persone (e poi ai loro beni, e ai monumenti di cui l’Iraq è così ricco) è un criterio discriminante, e bisogna che non sia né appaia come il lusso che una superpotenza si concede, salvo accantonarlo quando il gioco si faccia duro. (“Ora basta fare i bravi ragazzi”). Mi fermo qui. E’ già troppo, incombe ora l’incubo della presa di Baghdad. Non mi accontenterei dell’obiezione che siano trascorsi appena dieci giorni. E’ un’ipotesi di fondo che è fallita. In Afghanistan si puntava sulle forze locali, bande tribali e Loya Jirga. E’ andata. In Iraq sull’insofferenza sciita e generale, sul collasso del regime, sulla mancata combattività. E, in sostanza, sulla simpatia per gli americani liberatori. Non è andata. Non essendo demagogo, non vorrai rispondermi che se gli americani hanno combinato tali e tanti guai, una responsabilità ce l’hanno anche i francesi e i tedeschi e i russi e gli altri. Naturalmente: ma la potenza che deve guidare il mondo in un’epoca di ferro deve prevedere la vanità di Chirac e i vecchi tic di Putin, e farli ballare sulla propria musica, oppure accordarsi a uno spartito meno solistico. Tu compreresti un carro armato usato da Donald Rumsfeld?