Rock e altro
Il Foglio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Maggio 2002

 

 

 

 

 

 

Re: No Subject

Rock e altro

Webpensieri

Links

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aprile 2002

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Marzo 2002

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Novembre 2001

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ottobre 2001

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agosto 2001

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Maggio 2001

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Aprile 2001

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Marzo 2001

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gennaio 2001

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Settembre 2000

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agosto 2000

 

Agosto 2003

Steely Dan
Everything must go
Gli Steely Dan sono un longevo duo idolatrato dai critici e dai fans, che si è inventato un suono più unico che raro e lavora su quello da decenni. Una via di mezzo tra musica degli anni Cinquanta e musica del Tremila, un po’ jazz, molto raffinata, e lo stesso canticchiabile. Uno dei due, Donald Fagen, parecchi anni fa fece un disco da solo che suonava allo stesso modo, The Nightfly, e fu un botto mondiale. Per stare allegri, e sentire buona musica assieme – le due cose capitano di rado – non c’è di meglio.

The National
Sad songs for dirty lovers
Ci sono almeno tre bellissime canzoni in questo disco. E quando vi ricapita? Ma il tono notturno, pensoso, disilluso, è di tutto il cd è e naufragarvi è dolce. E poi, come ne ha scritto un critico: “quelli che conoscono la vita, i guai dell’amore e le cose che rendono l’una e gli altri degni di essere vissuti, capiranno”.

Fountains of Wayne
Welcome Interstate Managers
Disco di canzonette americane, di band molto americana che sa dove mettere i coretti, dove le schitarrate, dove le serenate e dove le batterie. Un po’ da college, ma è estate per tutti. E poi ci sono i versi “I saw you talkin’/ to Christopher Walken”. Al contrario del cd sopracitato, trattasi di allegre canzoni per amanti spensierati, o anche per singles ugualmente spensierati. Quelli con i pensieri, non perdano tempo con la musica e si cerchino una ragazza/o. Poi ne riparliamo.

Eels
Shootenanny!
Gli Eels sono uno, ormai da parecchi dischi, che sa scrivere belle canzoni e ballate languide, senza diventare notturno e lugubre come certi suoi bravi colleghi. Pochi strumenti, ma quelli giusti - a momenti sembrano pezzi fatti con la tastiera Casio - filastrocche, ma rese ruvide abbastanza dalla voce rauca di E, monovocale monomembro della monoband.

Martina Topley Bird
Quixotic
Lei era la ragazza che cantava nei dischi di Tricky, ovvero un terzo del “sound di Bristol” (poi c’erano i Portishead, e i Massive Attack). Adesso lui si è trovato un’altra ragazza, italiana, e ha fatto un disco bruttino. Lei ha fatto un disco carino, qua e là incline alla sdolcinatura, ma capace di riprendersi.

Grandaddy
Sumday
Sono una band californiana che aveva messo insieme suoni elettronci moderni, rocchetto americano e modernizzazione del rock sinfonico, in un bel disco di tre anni fa, “The sophtware slump”. Questo gli somiglia, ma viene dopo ed ha meno invenzioni. Buono, per quel che circola, ma hanno fatto di meglio.

Mariza
Fado curvo
Mariza in Portogallo è un fenomeno da alcuni anni. Di essere “la nuova Amalia Rodrigues” è capitato a molte dimenticate, negli anni, ma Mariza tiene duro. È una diva, e sta sbancando anche all’estero (ne ha scritto anche l’Espresso, la settimana scorsa). Questro è il suo primo disco distribuito in Italia. I puristi del fado storcono il naso, ma ai sentimentali affezionati a certe serate a Lisbona piace, e molto.

Masked and anonymous
Vari
Con l’assai strombazzato ritorno al cinema di Bob Dylan arriva una colonna sonora fatta di pezzi di Dylan rifatti da Dylan e pezzi di Dylan rifatti da altri e pezzi di altri rifatti da Dylan. Come tutti i mish-mash, il disco è discontinuo assai. Le cose migliori non le canta Dylan, ma nemmeno De Gregori e gli Articolo 31, tanto pazzi da cimentarsi con Like a Rolling Stone. Ma tre o quattro pezzi da tenersi cari, se proprio ve l’hanno regalato, ci sono.

Terence Blanchard
The 25th hour
È la colonna sonora del film di Spike Lee che certi hanno trovato bellissimo e certi paraculissimo. Solo che alla musica è concessa maggiore paraculaggine che al cinema, perché arriva al cuore senza passare dal cervello, e questa musica – reiterazione in mille salse di un solo efficace motivo – entra nel cuore in certe serate silenziose e vi fa sentire di avere un’alta responsabilità nei destini del mondo o almeno in quelli dei vostri congiunti. Buona fortuna.

Aprile 2003

Minus 5
Down with Wilco
A via delle Botteghe Oscure, il dibattito sugli avvenimenti e sul quadro generale delle uscite discografiche è tutt’ora molto acceso. Tutto viene vagliato, elaborato, commentato, spesso con la partecipazione di aderenti e simpatizzanti. Ci sono momenti, in cui la discheria del Bottegone pare il negozio di Alta Fedeltà di Nick Hornby. Sui Minus 5 – che hanno raccolto un uomo dai Wilco, band supercelebrata dalla critica dall’anno scorso, e l’hanno sfottuto nel titolo del cd – il parere infine è stato: “sembrano i Beach Boys. Anzi, sembrano i Beach Boys che cercano di fare i Beatles”. Sulla riuscita del tentativo sono state presentate diverse mozioni, ma il prolungarsi dell’analisi su testi come “Ti ho vista piangere nel coro quacchero: non c’è niente come una vecchia religione per far venire voglia di innamorarti”, ha rinviato il voto.

The dining rooms
Tre
“Uffa”. “Amo detto basta”. “Maddechè?”. “Bah”. Severe componenti veterorockettare hanno contestato la proposta di frange più avanguardiste di ascoltare con attenzione il disco di un duo milanese di difficile definizione. “Difficile una mazza, è ancora quella roba elettronica lounge, comesichiama”, hanno insisitito gli oppositori. Ma no, sentiteli bene, questi hanno qualcosa, c’è della melodia, del jazz, del ritmo, si è risposto. “Eh, appunto, quella roba lì, comesichiama”. “Sono Moby dei poveri”, ha sentenziato un altro. Le frange più avanguardistiche si sono un po’ offese e sono andate a sentirselo a casa di uno di loro, mentre i vertici richiamavano all’unità: “non riuscirete a dividerci”.

The mountain goats
Tallahassee
L’unità è stata rapidamente riguadagnata: quando all’ordine del giorno viene messo qualcosa che ricada sotto il grande ombrello riformista dell’alt-rock (definito da alcuni disfattisti “me pajono tutti Neil Young”), ogni fronda cade dall’albero. Uno ha letto da qualche parte che sembrano i Counting Crows, gli altri obiettano, uno cita persino Bob Dylan. Poi interviene il teorico, quello che ha studiato, e ha letto i testi: “è più folk, ed è un concept album – oooh, fanno i più anziani al suono delle parole concept e album – che parla di una coppia con una relazione tumultuosa che si sposta a Tallahassee. Ci sono riferimenti a Scott Fitzgerald e Zelda, e una canzone sull’amore e le crisi politiche internazionali”. La canzone dice “ Il mio amore è come un aereo cubano di costruzione sovietica che vola dall’Avana sopra la Florida e le Everglades. Il nostro amore è come il confine tra Grecia e Albania, attraversato da camion di armi ogni notte”.

Songs: Ohia
The Magnolia Electric Co.
“Va bene Neil Young, ma qui si esagera”, ha detto uno, pensando di fare lo spiritoso. Ma su queste cose non si scherza: se dopo torme e schiere di più o meno lagnosi emuli della versione ballata del canadese più famoso nel mondo dopo la tenda, finalmente salta fuori qualcuno che “pare Neil Young”, ma nella versione rock, massimo rispetto. Anche se l’ala massimalista cerca di strumentalizzare l’operazione a suo favore. “Mi sembra di essere tornato ragazzo”, aveva detto commosso un simpatizzante passato di lì per ringraziare della regressione: “questo è un pezzo della nostra storia”. Le canzoni oltre i sette minuti rafforzano l’impressione che si tratti di roba seria, nella discussione vengono introdotte “Southern man” e “Four dead in Ohio” (di Crosby, Stills, Nash e, ehm, Young) per diverse assonanze, fino a che maturi padri di famiglia lasciano l’assemblea annunciando di voler tirare fuori la motocicletta dal garage.

M. Ward
Transfiguration of Vincent
“Ma un nome non ce l’ha?”, hanno detto i soliti disfattisti, la corrente buona solo a criticare e fare opposizione. Quelli pronti per l’alternativa di governo hanno ignorato la contestazione e hanno segnalato che comunque si chiami di nome, il signor Ward ha collaborato con alcuni esponenti di rilievo del riformismo rockettaro: Howe Gelb dei Giant Sand e i Grandaddy. Si è rischiata una nuova scissione quando alcuni di quelli favorevoli addirittura al dialogo con il nemico globalizzatore – che avevano appena suscitato grossi mugugni apprezzando il nuovo cd dei Simply Red – hanno sottoposto all’ascolto la straordinaria versione folk di “Let’s dance” di David Bowie. Per fortuna si era fatta l’ora di chiusura.

Marzo 2003

Massive Attack
100th window
(EMI)
Nelle settimane scorse in internet, è stato di gran moda compilare liste di 31 canzoni che i compilatori ritenevano le più importanti delle loro vite. L’idea veniva da un nuovo libro di Nick Hornby. La sorpresa è stata trovare che tra gli appassionati italiani le due canzoni più citate si chiamavano “Protection” e “Unfinished sympathy” ed erano entrambe dei Massive Attack, una band piuttosto avanguardista rispetto alle voghe musicali più diffuse, non esattamente “di facile ascolto”, ma diventata di culto e sinonimo di innovazione. Il cliché vorrebbe che una volta ottenuta una certa notorietà la band si sedesse sugli allori, la casa discografica si accorgesse del grosso seguito su cui investire, facesse una gran campagna preventiva che prima non si sognava nemmeno, e il nuovo cd fosse una gran delusione con appena la memoria delle invenzioni che furono. Oplà, il cliché è rispettato.

Stylophonic
Man music technology
(EMI)
La fuga dei cervelli. Un deejay italiano si inventa una canzoncina rielaborando un vecchio brano gospel, cerca di farlo uscire, nessuno se lo fila, lui va in Inghilterra, glielo pubblicano, e ora ha fatto il botto in mezza Europa. È quella che fa: If-ev’ry-body-in-the-world-Loved-ev’ry-body-in-the-world-Whata-glorious-world-This-could-be-(be-be-be). L’avessero adottata alla manifestazione dei pacifisti, al posto della Guerra di Piero, sarebbe stata la più grande vittoria creativa del movimento, altro che bandiere. Se volete potete comprare tutto il cd, che è un po’ sciapino, ma allegro.

Loose fur
Loose fur
(Domino)
Quelli meno giovani se ne ricorderanno: la musica “progressive” (o “progressive rock”, o “prog rock”, o “art-rock”, eccetera). Quel rock carico ma capace di straordinarie melensità che circolava negli anni Settanta, improvvise aperture bucoliche e sognanti e poi ritmi aggressivi e inquietanti, complessità sinfoniche, versi gridati e poi coretti, dissonanze e sonnolenze. Capolavori memorabili messi all’indice dai rocker più rudi e ruspanti: i Genesis, i King Crimson, i Pavlov’s Dog. Si può fare un bel disco con questi stessi andamenti, oggi, rendendoli un po’ più up-to-date e sanguigni? Si può, si può.
p.s. per gli scafati: due terzi dei Loose Fur sono Jeff Tweedy dei Wilco e Jim O’Rourke. Ci siamo capiti. Ci scusino gli altri.

Califone
Quicksand/Cradlesnakes
(Wide)
Questo è un problema che nessuno ha mai risolto da quando nacquero i long-playing: come si fa se metà disco è bellissmo e metà disco e bruttino? Certo, si poteva farselo prestare e registrarne solo metà su un lato di una C-60, e ora se ne può copiare solo un po’ sul computer. Ma è come una cosa amputata, e uno prova e riprova a riascoltare quei quattro brani centrali sperando di farseli piacere. Niente da fare. E intanto gli altri gli si attaccano addosso sempre di più. Belli belli. Un misto tra pop americano, alternative rock e blues. Che fare?

Novembre 2002

Beth Gibbons & Rustin' Man
Out of season

"A metà degli anni Novanta, Beth Gibbons avrebbe potuto riempire un teatro anche solo leggendo l'elenco del telefono": attacco dell'articolo del Times sul concerto londinese di due settimane fa. Teatro pieno, ma niente elenco del telefono. Per guadagnare tanto culto, Beth Gibbons era stata la voce dei Portishead, il cui "Dummy" aveva ottenuto premi, classifiche e lodi diventando un classico della nuova dance "down tempo" e guidando una effimera voga subito ribattezzata dalla stampa "la scuola di Bristol". Adesso Beth si è messa con Paul Webb, che fu il bassista dei Talk Talk, gruppo degli anni Ottanta che i più accorti sostengono progenitore dei Radiohead. Insomma, ce n'è di che aspettarsi una cosa nuova, originale e affascinante. Aspettatevela pure: è nuova, originale e affascinante. Metà avanguardia minimale e metà ammiccamenti folk e soul (con una impressionante imitazione di Billie Holiday). E poi c'è quella cosa dell'elenco del telefono.

Badly Drawn Boy
Have you fed the fish?

Hai chiuso il gas? Hai chiamato tua madre? Hai preso le chiavi? Il titolo del cd è sicuramente la scelta migliore tra le diverse possibili. Le canzoni no, ma solo perché non c'era scelta migliore. Sono tutte carine uguali. Badly Drawn Boy è un ragazzotto irsuto e sempre a capo coperto da un cappello di lana sfigato. La stampa inglese dice che è un genio dai tempi del suo primo disco, perché a loro se uno sa scrivere semplici canzonette pop, piace sempre. Hanno avuto i Beatles, e non si sono più ripresi: sono devoti persino agli Oasis. BDB è bravino, comunque, e ha svoltato con la colonna sonora di "About a boy", carina. Anche questo cd è carino. Su una compilation che esce contemporaneamente, BDB canta "Come on Eileen" dei Dexy's Midnight Runners, che a oggi è la sua unica canzone memorabile, tra tanta carineria.

Sigur Ros
()

Come i Sigur Ros non c'è nessuno. È inutile inventarsi i soliti paragoni per farsi capire, alludere a generi dai nomi sbilenchi e vaghi che possano evocare qualcosa. Come i Sigur Ros non c'è nessuno e quando hai detto di nuovo che sono islandesi e avevano fatto uno dei più bei cd degli ultimi anni, e che questo nuovo gli somiglia, non c'è altro da dire.

Bright Eyes
Lifted

Di Conor Oberst, inventore e unico membro dei Bright Eyes, qui si è già scritto. Ha ventidue anni e ha già inciso cinque dischi molto belli, da cantautore americano. Canta con passione, soffrendo e divertendosi, e stavolta si è dato anche da fare con gli arrangiamenti. Il libretto del cd è composto come un libro, con sommario e capitoli coincidenti con le tredici canzoni. A Conor le ripetizioni di strofe e ritornelli paiono spazio sprecato, "con tutte le cose che ho da dire".

Ani Di Franco
So Much Shouting So Much Laughter

Una volta, i doppi live erano un oggetto sacro. La crescita rock di un paio di generazioni ha venerato la tappa ineludibile di qualsiasi grande mito, che poi ha cominciato ad essere frequentata dalle seconde e terze file. "Plays Live" di Peter Gabriel, "Paris" dei Supertramp, "Central Park" di Simon e Garfunkel, "Four way street" di Crosby, Stills, Nash e Young, "Live" di Joe Jackson e "Alè-Oò" di Claudio Baglioni. Poi quel tempo si imborghesì, la musica cambiò, e pochi anni fa l'ultimo colpo di coda della dinastia dei doppi live fu "Live in NY" dei Counting Crows. Questo di Ani Di Franco non è di quella classe, ma risveglia quei ricordi ed è un'ottima presentazione per quelli che non l'hanno ancora conosciuta, brava e arrabbiata cantautrice americana di ormai solida carriera.

Tracy Chapman
Let it rain

John Parish è un musicista assai stimato "nell'ambiente". John Parish ha lavorato molto con la tetra rockeuse PJ Harvey, che per molti è una patente di grandezza indiscutibile. Per altri invece non vuol dir niente, perché PJ Harvey è una noia, secondo loro. John Parish spiega così il post-rock: "Prima la gente non capiva un disco rock senza una voce riconoscibile, senza un'immagine umana da associare alle canzoni e al disco. "Così sembra una colonna sonora", dicevano". John Parish ha da poco pubblicato un cd bello, molto strumentale, che non si è filato nessuno. Nel frattempo John Parish ha prodotto il nuovo cd di Tracy Chapman, ed erano quattordici anni che lei – parlando di rivoluzione - non faceva un disco così bello.

Maggio 2002

David Bowie
Heathen

(Columbia)
Uno pensa che David Bowie non ne indovini una buona da quindici anni, e poi scopre sette di fanatici dei suoi recenti "Hours", "Outside" e persino di "Earthling", passati inosservati dall'anziana e miope storia del rock. Ma lui stesso deve aver capito che o si inventava qualcosa o faceva la fine di Mick Jagger. Ha costruito una scena cinematografica, evocativa, non un vero concept album come ai bei tempi, ma nemmeno una semplice serie di canzoni: un disco omogeneo anche nelle tre cover, una dei Pixies, una di Neil Young, e una del fenomenale Legendary Stardust Cowboy, suo mito giovanile che ispirò Ziggy. E ha messo insieme un'atmosfera un po' astronautica e un po' lugubre a cui i vecchi fans abboccheranno beati (ascoltare "Slip Away" per credere, o l'inizio eroico del singolo "Slow Burn"): che poi trabocca in un allegro prefinale (wa-wa-wa-oooh!). A noialtri questo pare il suo disco più bello in vent'anni. Esce il dieci giugno. Una cascata di altre cover e rarità verrà giù con i cd singoli previsti per luglio.

Langley Schools Music Project
Innocence and Despair

(Basta)
Diciannove canzoni degli anni Settanta, cantate da bambini tra i nove e i dodici anni, sempre in bilico tra il capolavoro avanguardistico e l'effetto nikkacosta. Vennero registrate venticinque anni fa da un giovane maestro di musica hippie nella palestra di una scuola canadese. I bambini suonano gli strumenti inventati da Carl Orff per loro e cantano in coro "Desperado", "Space Oddity", le canzoni dei Beach Boys e quelle dei Wings. Con ingenuità e consapevolezze loro, dando nuovi significati e mescolando dolcezze struggenti a brividi sinistri. Il disco artigianale è stato ritrovato tra le cose di un rigattiere e un produttore coraggioso ne ha fatto un cd, pubblicato lo scorso autunno in America. I media hanno spiegato il piccolo culto e le quarantamila copie vendute con la sindrome da vecchie cose rassicuranti post 11 settembre.

Mum
Finally we are no one

(Fat cat)
Prima c'è Bjork, che ha tracciato il solco e poi si è addormentata vicino all'aratro. Secondi sono i Sigur Ros, autori di uno dei cd migliori dell'anno passato e attesi alla seconda prova, come si dice. Terzi, nella nouvelle vague musicale islandese, sono i Mum, il cui precedente cd fu apprezzato e lodato in diversi angoli del mondo. Questo ne è una prosecuzione monotòna: i ragazzi hanno capito che la loro elettronica melodica infantile è inimitata e quindi ci marciano. Fanno bene, è una dolcezza che rende allegri.

Mark Eitzel
Music for courage and confidence

(New West)
Eitzel è un assai stimato songwriter americano, oggetto di culto presso i college e i fans del rock più recente e indipendente che si chiama alternative (o alt, per abbreviare). Chiuse i suoi American Music Club e si mise in proprio, con risultati paragonabili a quelli di tutti i grandi e versatili autori: scrive canzoni varie e originali, e a volte gli vengono meravigliose e a volte meno. Questa volta ha fatto una rivoluzione e ha messo la sua voce profonda e suadente agli ordini di canzoni altrui, con eccellenti risultati mitigati da qualche ardimento di troppo ("Do you really want to hurt me" forse non era necessaria). Ma il classico discomusic "More, more, more" e lo standard jazz "I'll be seeing you" valgono la pazienza.

Craig Armstrong
As if to nothing

(Virgin)
Uomo da colonne sonore - da ultimo ha messo le mani assai su quelle di Moulin Rouge -lo scozzese Craig Armstrong ha fatto un cd a forma di colonna sonora, lunare (si noti il tic linguistico quando si parla di uno che si chiama Armstrong), notturno, magnifico. Ci sono dentro versioni degnissime di Stay degli U2, già usata da Wenders, e Starless dei King Crimson.

 

Notwist
Neon golden

(EMI)
Il miglior disco di una band tedesca che si ricordi (si accettano sfidanti, si astengano Kraftwerk, Trio, Skorpions). Nella disattenzione del mondo, hanno cominciato diversi anni fa come gruppo punk, poi si sono addolciti e questa è una piacevole raccolta di musica pop, con chitarre sostenute dall'elettronica ma senza strafare: se i Radiohead facessero canzonette, le farebbero così. E le potreste anche sentire per radio, se la casa discografica li passasse alle radio, invece dei Supertramp (cosa ridete? è uscito un cd dei Supertramp, davvero). Cantano in inglese, per vostro sollievo, e riconciliano con l'espressione easy-listening.

Lambchop
Is a woman

(EMI)
I Lambchop hanno: un leader dal nome tedesco, Kurt Wagner; delle belle copertine; un concerto a Milano la settimana scorsa; alcuni bei dischi degli anni passati; un solo disco straordinario, questo; canzoni notturne e dondolanti che danno l'idea di cosa forse possa significare il termine "lo-fi music", usato per loro e qualcun altro dalle riviste specializzate; il titolo di disco del mese su tre delle suddette riviste inglesi. Pianoforte, chitarre, sassofono, 14 persone e strumenti tradizionali, non vi aspettate che lo passino per radio: nenie da piano bar quando tutti se ne sono andati a dormire - un disco unplugged degli Steely Dan - che fanno venir voglia di alzare il volume e affondare la faccia nel cuscino.

Neil Young
Are you passionate

(Warner)
Non esiste nessun mostro della storia del rock che si sia preso tante volte la libertà di deludere i suoi fans per poi risollevarsi e risollevarli ogni volta. Allo scorso giro, si era limitato a pubblicare una gracile versione contemporanea dei suoi capolavori country, senza strafare in iniziative balenghe. Ma il premio è arrivato anche stavolta, con un disco rock che prova a fare del soul qua e là, e mette giù diverse belle canzoni. Sulla militante "Let's Roll", inno ai passeggeri eroi del volo 93 si è già detto molto. Ce n'era bisogno in tempi di retorica nazionale e internazionale, ma non è la cosa migliore del disco. Alcune canzoni si somigliano molto tra loro: se ve ne piace una siete a cavallo, altrimenti può diventare un problema. È un buon disco di Neil Young, il migliore in otto anni: per quelli esausti di ascoltare sempre gli altri 15 eccellenti dischi di Neil Young (38 in tutto), e in attesa da anni della ristampa di quelli ancora inediti in cd.

Elvis Costello
When I was cruel

(Universal)
Elvis Costello ha un manipolo di fans disposti a farsi vendere di tutto, e la garanzia di recensioni mai malevole. Spesso è molto bravo, a volte riesce a sembrarlo. Ha pubblicato decine di dischi che si fatica a ricordare, ma a risentirli ogni tanto si trovano dei gioielloni. È un capace scrittore di canzoni di ogni genere e diversissime, con il risultato che alcune sono brutte. Quelle belle, molto belle, non sono mai entrate nella storia. Niente che non si possa scrivere anche di questo cd.

Toumani Diabate, Afel Bocoum and friends
Mali Music

(EMI)
Damon Albarn è il leader dei Blur, forse la più originale pop band inglese degli anni Novanta. Dopo aver collaborato con Michael Nyman ed essersi inventato i Gorillaz (la band a cartoni animati che ha spopolato l'anno scorso, anche troppo), è andato in Mali e ha conosciuto dei musicisti di laggiù, con cui ha registrato in pochi giorni e con semplici mezzi tecnici un po' di canzoni. Si è riportato tutto a casa, ci ha lavorato e ne ha fatto un disco, che è una specie di Buena Vista Social Club africano, meno lezioso e accurato. Il terzomondismo musicale non è mai stato popolare presso questa colonna: "Mali music" ha inizio e fine piacevoli ed è un po' noioso nel mezzo. Andrà forte nei lettori cd di sinistra e allieterà il consumo di droghe leggere. Quanto ad Albarn, la stampa si inventò alcuni anni fa una competizione tra i Blur e gli Oasis. La sproporzione di forze era già chiara allora.

90 Day Men
To Everybody

(Wide)
Ignoti al 99virgola99 percento degli umani da questa parte dell'oceano (e al 99virgola97 dall'altra), i 90 Day Men facevano il loro buon indie rock senza infamia e senza lode come tanti altri. Poi si sono comprati un buon pianista che aveva sentito parecchia musica e hanno sbandato verso quello che negli anni Settanta si chiamava progressive. Dopo un attacco che pare John Lydon post Sex Pistols, gran code strumentali e ardimenti sinfonici innestati su un rock moderno moderno. Una canzone sugli Smiths e un tema ipnotico e ninnananna che ricorda molto quello di Philip Glass per Koyaanisqatsi. Post rock, o pre rock, dei migliori.

Nathaniel Merriweather
Lovage – Music to make love to your old lady by

(Ark Records)
La lounge music se la facesse Elio. I Portishead a Disneyworld. I Gorillaz in un bordello di lusso. Serge Gainsbourg uscito dall'ibernazione. L'inventore di questo cd è Dan the Automator, produttore e deejay incensato a destra e a manca e responsabile tra l'altro dei suddetti Gorillaz. Con intenti spiritosi e dissacranti ha tirato dentro Damon Albarn dei Blur (e dei suddetti Gorillaz), Afrika Bambataa, il cantante dei Faith No More e un pezzo dei De La Soul, campioni di rap anni Ottanta. E ha fatto un disco di allusioni sessuali esplicite, citazioni, campionamenti e parodie. Gli è venuto benissimo e piuttosto trash, ma l'affossamento del trash da parte di Michele Serra è arrivato subito dopo.

Charles Webster
Born on the 24th of july

(Peacefrog)
"Se volete un buon cd per rilassarvi con i vostri amici a Lake Tahoe mentre fuori nevica", ha scritto un cliente di Amazon di questo disco. Questo suggerimento potrebbe esaurire ogni curiosità da parte dei lettori di queste anonime righe, ma vorremo lo stesso aggiungere qualcosa. Lui è un produttore di musica house di culto, questo cd diventerà prediletto nei locali parigini di cui si parla qui sotto, a momenti ricorda i Massive Attack dei quali impiega la cantante insieme a un mazzo di altri vocalisti. Che c'è, avete qualcosa da dire sul termine "vocalisti"? Soul, languido ed elettronico, gran disco.

Giant Sand
Cover Magazine

(Wide)
Harvest di Neil Young uscì esattamente trent'anni fa. La prima canzone era "Out on the weekend", i primi suoni un'armonica memorabile. Mi sa che farò le valigie e comprerò un pick-up, e me ne andrò a Los Angeles. Cominciava così uno dei dischi più immortali della storia del rock, come si dice in questi casi, vergognandosi un po'. "Out on the weekend" apre trent'anni dopo un cd di covers del gruppo di Howe Gelb, ammirato professionista del country rock contemporaneo. Seguono cose di Johnny Cash, Black Sabbath, Goldfrapp, Sonny Bono e "Fly me to the moon", roba di Sinatra. Un buon compleanno.

Stéphane Pompougnac
Hotel Costes Quatre

(Wagram)
L'Hotel Costes è a cento metri dal Buddha Bar, a Parigi, e i due locali si sono spartiti gli anni scorsi il titolo di posto più figo del mondo dove bere una cosa e ascoltare musica lounge e simile. Poi il Buddha Bar è diventato roba che si sente anche nei gabbiotti delle guardie giurate, e i fratelli Costes hanno mostrato un fiato più lungo. Hanno aperto locali su locali e si sono impossessati persino dell'ultimo piano del centro Pompidou. In confronto al terzomondismo stucchevole delle compilations Buddha Bar, la musica delle loro raccolte è più affezionata alla superiorità della cultura occidentale. Certo, sempre musica per ascensori del nuovo millennio, ma piacevole e modaiola: che fanno tutti i superiori, ma poi gli piace tirasela nei locali giusti e leggere Wallpaper.

Alanis Morissette
Under Rug Swept

(Wea)
Capita raramente che i cd tanto attesi dal grande pubblico e dalle pagine spettacoli dei quotidiani maggiori siano lontanamente interessanti: vedi Michael Jackson, Madonna, Mick Jagger, Sting, Lenny Kravitz, eccetera. Questo ha una sua piacevolezza, anche se si potrebbe pensare che è già tutto sentito nei suoi due precedenti e non ce n'era bisogno. Ma provate voi a cambiare radicalmente dopo aver fatto tutti quei soldi. Provate voi a essere il secondo rocker canadese, tra Neil Young e Bryan Adams, roba che non potrete essere mai né primi né ultimi. Provate voi a diffondere un singolo dal titolo ormai così sfigato, "Hands clean" (frenate i cori, voi del Palavobis: è una roba pilatesca). Provate voi a scrivere una canzone che chiede "21 things I want in a lover", quando Paul Simon aveva già messo giù "50 ways to leave your lover". Lo comprerete in autogrill e non sarete delusi.

St. Thomas
I'm coming home

(Virgin)
Si può dire? I norvegesi sono un gran popolo e i loro ministri gay si sposano mentre in Egitto i gay li fanno fuori, ma il loro acoustic rock tanto pompato negli ultimi tempi è un po' palloso.

 

Alison Krauss + Union Station
New Favorite

(Rounder Records)
Alison Krauss fa quella musica che qui che siamo sbrigativi e ignoranti chiamiamo country, ma si tratta ad essere esatti di bluegrass, ovvero una sfumatura più southern, detto nello spazio consentito e con spreco di anglicismi. Ha guadagnato sette-otto estimatori anche in Europa dopo aver partecipato alla colonna sonora di "Fratello dove sei", film molto southern. Questo cd è assai bello quando canta lei, un po' noioso quando cede il passo ai coinquilini Union Station.

Gillian Welch
Time (The Revelator)

(Acony Records)
Gillian Welch fa quella musica che qui che siamo sbrigativi e ignoranti chiamiamo country, ma si tratta ad essere esatti di bluegrass, ovvero una sfumatura più southern, detto nello spazio consentito e con spreco di anglicismi. Ha guadagnato sette-otto estimatori anche in Europa dopo aver partecipato alla colonna sonora di "Fratello dove sei", film molto southern. Ha una carriera più giovane di quella di Alison Krauss ma è più carina e canta sempre lei. Le canzoni "Time (The Revelator)" e "Everything is free" sono bellissime.

Natalie Merchant
Motherland

(Elektra)
Bella signora bianca di sinistra, già cantante di un gruppo di nome Ten Thousand Maniacs che lasciò bei ricordi nei cuori di uno sparuto gruppo di fans ma neanche una virgola nelle storie del rock. Poi si mise in proprio e le cose andarono così e così- salvo uno straordinario "Live in New York" - malgrado sia una di quelle di cui i recensori scrivono sempre bene, non si capisce perché. Forse perché è una bella signora bianca di sinistra, oppure perché ha una voce stupenda. Tra l'altro alla bisogna mastica il bluegrass con eleganza, e la sua "Motherland" è dubbiosa e malinconica, in tempi di patrie certezze. Questo è il migior disco che abbia fatto da sola, ma che importa: ha una voce stupenda.

Angie Stone
Mahogany Soul

(Arista)
Ci sono due persone che ottengono un articolo di una pagina nello stesso giorno su New York Times, Newsweek e Los Angeles Times, ma solo una per merito di un casino elettorale in Florida. Invece Angie Stone è data dalla stampa americana – da un anno a questa parte – come la numero uno delle numero uno nere del R'n'B. Che vuol dire Rhythm and Blues, o potete chiamarlo Soul, insomma ci siamo capiti, quella musica nera moderna che non ha niente a che fare né con il rap né con le melassette alla Destiny's Child. La musica nera vera, quella che onora Curtis Mayfield, Marvin Gaye e Aretha Franklyn dei bei tempi. Beh, in questi anni le numero uno sono state Lauryn Hill, Macy Gray, Jill Scott, Mary J. Blige. Ed Angie Stone, appunto.

Alicia Keys
Songs in A minor

(BMG)
E poi è arrivata Alicia Keys. Avrete letto che ha avuto cinque nominations agli American Music Awards, avrete visto la copertina dell'ultimo Rolling Stone, avrete sentito che Angie Stone l'ha voluta a cantare nel remix del suo singolo "Brotha". E allora che volete sapere ancora? Questa colonna si assume le sue responsabilità e contro i più titolati media americani prende una posizione forte, controcorrente e destinata a fare rumore: Alicia Keys è più brava, di Angie Stone. Ecco.

Chocolate Genius
Godmusic

(V2)
Venne l'11 settembre, e ultima delle miserie che si portò via fu la colonna "Rock e altro" di quel mese. Di questo secondo cd del nero Marc Anthony Thompson in cui suonano Marc Ribot e Chris Wood la colonna perduta diceva: "Questo disco uscirà tra un mese. Non l'abbiamo ancora sentito. Ma ci giureremmo che sarà eccellente. Anzi, facciamo così: se ci sbagliamo la prossima colonna di recensioni si aprirà con l'espressione 'l'estensore di questa colonna è un cretino incompetente'". È andata bene.

Mercury Rev
All is dream

(V2)
A vedere gli stivaletti di Jonathan dei Mercury Rev (ma ha un cognome? I parenti devono averne vietato la diffusione), nella foto all'interno, ci si chiede come abbiano fatto a farsi pubblicare un cd. Ma i casi sono due: o lui ha cambiato di recente calzaturificio (ora si serve da quello di Serena del Grande Fratello, evidentemente), oppure lo stivaletto non fa il monaco, visto che il loro primo cd fu meraviglioso, un tre anni fa. Questo si apre con un'introduzione enfatica e rapitrice, una specie di colonna sonora di James Bond per malinconici. Un trucco per fregarvi se lo ascoltate al negozio: dieci secondi e avete deciso di comprarlo. Dopo diventa un discreto disco, discutibile, ma non discosto dalle loro vecchie melodie. Insomma carino, ma dimenticabile.

Eels
Souljacker

(Universal)
Capita continuamente. Escono dei cd gradevoli: non eccelsi, ma gradevoli. Il problema è che gli stessi interpreti avevano fatto dei cd eccelsi, prima. Quindi è un po' una delusione. Il nuovo cd di Ed Harcourt non è bello come il primo. Il nuovo cd dei Mercury Rev non è struggente come il primo. (A volte invece va meglio: sono belli più che mai i nuovi Sparklehorse e Joe Henry). E il quarto cd degli Eels (che poi sono uno, come i Bright Eyes e gli stessi Sparklehorse) è un po' meno bello del terzo che era un po' meno bello del secondo, che era un po' meno bello del primo. L'iperbole prosegue, e l'asintoto a cui tende è la ciofeca, ma per ora siamo ancora sul discreto. Nel senso che quattro canzoni sono eccellenti, e la migliore si chiama "World of shit", che vuol dire "Mondo di shit".

Chocolate Genius
Godmusic

(V2)
Questo disco uscirà alla fine del mese. Non l'abbiamo ancora sentito. Ma ci giureremmo che sarà eccellente. Anzi, facciamo così: se ci sbagliamo la prossima colonna di recensioni si aprirà con l'espressione "l'estensore di questa colonna è un cretino incompetente".

Ryan Adams
Gold

(Mercury)
Ryan Adams, Ryan. Con la erre. Quello che dite voi è Bryan, quel rocchettaro all'acqua di rose piccoletto e canadese, sputtanatosi via via in colonne sonore e collaborazioni imbarazzanti. Questo si chiama Ryan, è più giovane, sta un po' a New York e un po' a Nashville e possiede una chitarra. Ne è uscito fuori un disco di uno che sta un po' a New York e un po' a Nashville e possiede una chitarra. Ryan Adams, con la erre. (Questa era la recensione al cd di Ryan Adams dell'anno scorso, "Heartbreaker").

Bob Dylan
Love and theft

(Columbia)
Mi chiedi di parlare, stavolta. Di dire di questo nuovo disco di Bob Dylan che tutte le ammuffite cicale della critica musicale italiana si sono affrettate ad incensare in cambio di una copia omaggio, di un brandello di intervista, di un indisturbato sonno nelle paludi di espressioni come "il menestrello" (e si tratterà del "boss", la prossima volta, e così via, fantasia). Un disco che si perderà nel giro di pochi mesi, come si perdono spesso opere pigre e insignificanti di grandissimi che furono: l'ultimo Neil Young, l'ultimo Paul Simon, tutta roba noiosa ma inattaccabile dallo sciocco establishment musicale. Prendi le cinquanta miglior canzoni di Bob Dylan, prendine cento, e non ce ne troverai una che viene da questo disco. Perdìo, prendi questo disco, fallo incidere a un giovane e talentuoso sconosciuto, e gli andrà di lusso se lo citerà il Buscadero, concedendogli una stentata sufficienza. E ora non chiedermi più nulla. Quello che avevo da dire l'ho detto. La rabbia e l'orgoglio me l'hanno ordinato. Punto e basta.

Ed Harcourt
Here Be Monsters

(EMI)
"Ehi, ci sono un sacco di microfoni qui!", ha esclamato Ed Harcourt quando la EMI gli ha messo a disposizione un grosso studio di registrazione, la scorsa primavera. Il suo primo mini cd l'aveva registrato da solo, a casa, cantando e suonando ogni strumento, e aveva ottenuto critiche eccellenti, che lo hanno paragonato a Tom Waits, Lou Reed e Van Morrison. Questo nuovo è già stato nominato per il miglior disco dell'anno in Gran Bretagna, il Mercury Prize. Lui ha una vena compositiva che gli pulsa impazzita, e poca voglia di darsi un taglio, ma gli vengono fuori canzoni eccellenti e gai arrangiamenti da musical. E a 23 anni, del suo talento, esistono solo lui e Conor Oberst degli americani Bright Eyes.

Dakota Suite
Morning Lake Forever

(Glitterhouse)
Questo disco sì che è bello. Loro sono di Leeds, e fanno canzoni crepuscolari che evocano onde di risacca, nere nubi, pomeriggi brumosi, auto che si allontanano e cose così. Poche parole mormorate, piccoli accordi di chitarra e pianoforte: pubblicarono un cd l'anno scorso di altrettanta meraviglia, "Signal Hill". Questo disco sì che è bello.

Prefab Sprout
The Gunman and Other Stories

(EMI)
Paddy McAloon dei Prefab Sprout ha sempre avuto un debole per le cose americane, e ha cantato di Jesse James, Elvis, e ora del west. Se avete diciannove anni e vi trovate a metà degli anni Ottanta, o se siete sudditi del Regno, un loro nuovo disco di vocette e sciropposi ritornelli può essere un avvenimento piacevole. Purtroppo, che anche una sola delle summenzionate condizioni sussista appare all'estensore della presente rubrica assai raro. Ragione per la quale, pur essendo questo cd dei redivivi onesto e leggero, egli consiglia che vi andiate a riascoltare quello che si chiamava "Steve McQueen", quello con la motocicletta.

Beta Band
Hot Shots II

(Regal)
C'è questa scena, in "Alta Fedeltà", in cui il protagonista che ha un negozio di dischi dice a un amico "sta' a vedere": il negozio è affollato e lui mette su una canzone. Tutti a poco a poco cominciano a muoversi e seguire la musica e poi ciascun cliente si avvicina e chiede cos'è. Era "Dry the rain" dei Beta Band, gruppo rock di culto e nicchia che sta guadagnando onori maggiori e ampie recensioni con il suo nuovo cd. Ancora musica divertente e difficilmente paragonabile, con basi ritmiche molleggiate che la fanno da padrone e motivetti da canticchiare per tutta la giornata. Una via di mezzo tra le musiche dei cartoni animati e i vecchi Pink Floyd, a dirla grossa, va'.

Tindersticks
Can Our Love

(Beggars Banquet)
I Tindersticks hanno Stuart Staples e la sua voce profonda profonda anche quando le loro copertine non sono più belle come i primi tempi. Questa ha un asino. Non sono americani ma hanno quella roba che si chiama soul, come capita a Van Morrison, come capitava un tempo ai Dexy's Midnight Runners. Un cantante con la voce profonda profonda bisogna tenerselo stretto, con i tempi che corrono.

Shuggie Otis
Inspiration Information

(Luaka Bop)
Sono passati ventisette anni, lui ne ha quarantanove, non suona più, maShuggie Otis può star certo che il suo disco non se lo filerà nessuno, malgrado David Byrne abbia deciso di ripubblicarlo nella sua etichetta. Per chi non ne sapeva niente, è una pacchia funky-soul tra Stevie Wonder e Tim Buckley. Chi lo comprò già allora, complimenti, vince una cena.

 

Mogwai
Rock Action

(Southpaw)
Pare che un lettore di queste brillanti segnalazioni discografiche abbia una volta ubbidito ai loro consigli e sia andato in un negozio a comprarsi il cd dei Godspeed you black emperor. Si fa vivo ogni tanto per ringraziare. Queste righe sono per lui. Ehi, comprati il nuovo cd dei Mogwai. Fregatene del fatto che siano già stati incasellati nella nuova bislacca categoria del "post-rock", assieme a Tortoise, Slint e Radiohead del nuovo millennio. Hanno presentato il cd a Reykjavik, città dei Sigur Ros (tredici righe sul Foglio un anno fa, sei pagine sul New York Times domenica), vorrà dire qualcosa. Hanno il produttore dei Mercury Rev, vorrà dire qualcosa. Facevano musica fragorosa e poi quieta e poi fragorosa: adesso è rimasto il quieta. Rumorismo melodico, chitarre distorte, cori lamentosi, archi e lugubri dolcezze. Sono scozzesi, giovedì suonano a Nonantola e odiano i Blur. (Per gli altri nove lettori: avete quattro cd da comprare in una recensione sola, poi lamentatevi).

Low
Things we lost in the fire

(Wide)
Fate conto che sull'arca di Noè fosse morto il rinoceronte: ci sarebbe stato un gran funerale sotto un cielo nero nero con bagliori improvvisi di luce, e la musica, cadenzata, solenne, e anche dolce e malinconica, l'avrebbero suonata i Low, di Duluth, Minnesota.

Ocean Colour Scene
Mechanical Wonder

(Universal)
A chi è rimasta voglia di buon pop inglese, rimpiangete gli Style Council, non ne può più degli Oasis e anche gli Stereophonics non si sentono tanto bene, il quinto cd degli Ocean Colour Scene piacerà. A Londra e Birmingham riempiono i teatri citando Who e Beatles, e sono i prediletti degli Oasis e Paul Weller. Moseley Shoals, il loro secondo cd da un milione di copie, fu un tesoro di canzonette. Da autoradio.

Oh Holy Fools
Bright Eyes /Son, Ambulance

(Family Affair)
Omaha, Nebraska. Il nome di una canzone dei Counting Crows. Il posto da cui viene Conor Oberst. "Chi diavolo è questo ragazzo e come ha fatto a sapere tutte queste cose di noi?", stava scritto l'anno scorso su una rivista americana, quando uscì "Fevers and mirrors" dei Bright Eyes. Che sono Conor, ventun anni, e certi amici suoi cooptati di volta in volta. Rock, dolce, emozionante, canzoni che tirano gli angoli degli occhi: un Tom Waits che ha ingoiato una Fisherman. Conor ha pubblicato da non molto un cd in comproprietà con i concittadini Son, Ambulance: una canzone per uno, fino a otto. Loro sono bravini, lui molto di più. E ha solo ventun anni, come Diaco. Sarà a Milano il 22 maggio, insieme agli Arab Strap.

REM
Reveal

(WEA)
"Imitation of life" è la versione REM delle Madeleine di Proust, che cita "Lo specchio della vita" di Douglas Sirk e quel che il cinema ha fatto di noi. "Chorus and the ring" è una discreta imitation della più bella canzone dei REM, "Find the River". "Summer turns to high" è la dimostrazione che i REM sono i Beach Boys. In "I'll take the rain" c'è una dichiarazione d'intenti: "se gli uccelli possono cantare tutta la vita, perché io no?". E "All the way to Reno" parla di chi ha un tallone d'Achille: la tendenza a sognare. Abbiamo visto troppi film, appunto.

Mark Eitzel
The invisible man

(Wide)
Negli Stati Uniti Mark Eitzel è un adorato scrittore di canzoni. Uno dei migliori. Il suo gruppo, gli American Music Club furono di culto presso la gioventù locale e di riferimento per tutto il rock "alternative" dei Novanta. Era un po' che non si dava da fare, complici guai e disastri vari. Ha una voce notturna e ipnotica che diede il suo meglio alcuni anni fa in una canzone che si chiamava "Johnny Mathis's feet". Questo bel disco se lo è fatto quasi tutto da solo a casa, San Francisco, con un Macintosh G4. Leggere i testi, conviene.

Air
10000 Hz Legend

(Virgin)
Quelli che superarono il disgusto per la svenevole e martellante "Sexy Boy", qualche anno fa, ne furono ricompensati. I due francesi Air hanno fatto un paio dei cd più belli di questi anni, e sono diventati assai di moda con il loro misto di lounge sperimentale ed elettronica anni Settanta. Il cd esce tra qualche giorno coinvolge Beck e dà altrettante soddisfazioni. Con echi cosmonautici e canti di sirene, evoca sfere di plexyglas, barbarelle e pantaloni scampanati: ne andrebbe matto il turista Tito sulla Soyuz.

 

Radiohead
Amnesiac

La storia è questa. I Radiohead, uno dei tre gruppi rock più applauditi degli anni Novanta (con U2 e REM) pubblicano neanche un anno fa un cd attesissimo e spiazzante. Al posto di ballate, melodie e chitarre, una ardita raccolta di musica sperimentale, elettronica, spesso ripetitiva e senza apparente capo, né coda. Pochissima promozione, la critica mondiale se ne innamora, i fans si dividono, il coraggioso disco – Kid a – stravende malgrado se stesso. Nel frattempo cominciano a circolare voci di un subitaneo nuovo cd che segni un ritorno alle melodie più consuete. Uscirà in tutto il mondo il 5 giugno (i Radiohead saranno in concerto a Verona il 30 maggio). Ma con due mesi d'anticipo tutte le sue canzoni nella loro forma definitiva sono disponibili su siti di fans e Napster (dritta, cercate "Amnesi@c"). E la sorpresa è che Amnesiac somiglia moltissimo a Kid A. "Look into my eyes, I'm not coming back", canta Thom Yorke in Knives out. C'è persino una nuova versione di una canzone già nel cd precedente, Morning Bell. "È più caldo", ha detto Yorke, e in effetti le canzoni più radiofoniche sono tre o quattro invece di due, il disco è più cantato (più spesso, lamentato), le melodie un po' più facili, chitarre e pianoforti più aggraziati. E soprattutto, c'è già stato Kid A: Amnesiac sarebbe stato rivoluzionario un anno fa. Oggi è un bel disco dei Radiohead.

Duncan Sheik
Phantom Moon

Se siete a Providence, Rhode Island, stasera andate al Lupo's. C'è il concerto di Duncan Sheik. Se invece per caso non foste a Providence, potete sempre entrare in un negozio e comprarvi il suo terzo cd – Phantom Moon – una raccolta di ballate, arpeggi di chitarra e archi, in cui questo giovane neworkese si è convinto di essere Nick Drake. A cominciare dal titolo: "Pink Moon" è uno dei più amati dischi del cantatutore inglese morto a 26 anni nel 1974, che Sheik si diletta ad eseguire dal vivo per intero. Phantom Moon, scrive Rolling Stone, è "ambient pop che galleggia per le stanze senza mai toccare il pavimento". Affidato per i testi al drammaturgo Steven Sater e con un'apparizione della chitarra elettrica di Bill Frisell. Un disco molto bello.

Ed Harcourt
Maplewood

(Heavenly)
Se a maggio uscirà il tuo primo vero album e nel frattempo hai pubblicato un mini cd, ci sono diversi modi per farlo notare. Uno è scriverlo, suonarlo, canatarlo e inciderlo tutto da solo a casa tua. Uno è dire in giro che hai 23 anni e vivi con la nonna. Uno è metterci sei canzoni di ogni tipo, tutte diverse, che ricordano ora Tom Waits, ora Bono, ora chi capita. Uno è bere un sacco di vino quando sei solo, perdere il senso del tempo e scriverlo in una canzone. Uno è scriverne una così bella che varrà da sola l'acquisto del cd, e metterla per ultima. Ed Harcourt, manco a dirlo, li ha provati tutti in una volta sola.

Arab Strap
The red thread

(Wide Records)
Lugubre, riflessivo, melodico modo di passare un'oretta contemplando le macchie sul soffitto. Loro sono scozzesi e si fecero un nome scrivendo una canzone per l'eliminazione della Scozia dagli europei di calcio, nel '96. Ma qui si tratta di relazioni, connvivenze, amori e alcoolici, gioie e rimpianti.

Divine Comedy
Regeneration

(Emi)
Il nuovo cd dei Divine Comedy contiene undici graziose canzonette, comunque. Ma chiunque non abbia mai sentito parlare di questa band che nel pop inglese gode di solida stima (e guadagnò anche una mezza pagina su Time, l'anno scorso), farà molto meglio ad andarsi a comprare la raccolta "The secret history". Oggi che hanno un'etichetta più forte e un cd dal titolo voltapagina uscito dalle mani del produttore dei Radiohead, lo humour dei testi e gli arrangiamenti orchestrali (che ricordavano i varietà televisivi degli anni Settanta con Mina e Alberto Lupo) si sono un po' perduti: ieri facevano dei Divine Comedy una sorta di Smiths più allegri. O "Easy listening per inguaribili dandy", come dice il dizionario Baldini e Castoldi.

January
I heard myself in you

(V2)
Va dato atto agli Oasis che ora tutti i dischi pop con chitarre e sound anni Sessanta, fanno pensare agli Oasis invece che ai Beatles o agli Spirit. I January con quel sound si sono fatti anche venire delle idee, che agli Oasis mancano da un po', e ci hanno fatto un cd da tirar giù la capotte della due cavalli e sparire in lontananza.

Mc Solaar
Le cinquième as

(Polydor France)
Ora che il bluff Eminem si è rivelato, grazie all'imbarazzante "great performance" sanremese, sarà meglio tornare a occuparsi di cose serie. MC Solaar, senegalese di adozione parigina, è il miglior rapper non anglosassone in circolazione, sulla breccia francese da quasi dieci anni. Fa ottima musica orecchiabile, canta testi pensati, e se l'anglofonia non è una pregiudiziale, pubblica cd migliori di quasi tutti i suoi colleghi. Basta tollerare la copertina machista, e quello nuovo è pieno di idee: una pacchia.

Rae & Christian
Sleepwalking

(Grand Central)
Due produttori e deejay di Manchester si incontrano e fanno un cd a metà tra il soul d'annata e l'hip-hop britannico. Non vuol dire niente? Può darsi, ma ci tirano dentro anche Bobby Womack, che gli scrive e canta una canzone su una sua aggressiva fan che viene rinchiusa in una clinica. Ancora niente? Pazienza, tanto in Francia vende benissimo.

Aquiet revolution
A quiet revolution

(V2)
Damian O'Neill, che si è inventato questo cd, arriva da gruppi che si chiamavano "Undertones" e "That petrol emotion". Questa è musica strumentale, cinematografica, con xilofoni, tromboni e altro ancora, che inclina a muoversi al rallentatore o cadere feriti da una revolverata, e l'immagine si sfoca. "Vapour music", insomma, come si chiama uno dei pezzi.

 

Godspeed You Black Emperor!
Lift your skinny fists like antennas to heaven

(Wide Records)
Provocatorio tentativo di dimostrare che se una band canadese dalla composizione variabile tra gli otto e i dodici elementi, battezzata con un nome assurdo – citazione da un documentario giapponese degli anni Settanta - pubblica un doppio cd dal titolo irrammentabile, composto di quattro suites di venti minuti ciascuna interamente strumentali salvo l'aggiunta di registrazioni vocali radiofoniche o stradali, utilizzando tutto l'armamentario strumentale del rock mescolato a orchestrazioni sinfoniche, archi e fiati, senza promuoverlo né diffondere interviste, tentativo di dimostrare, dicevamo, che un siffatto inqualificabile disegno potrà comunque ottenere la menzione di capolavoro su almeno quattro riviste musicali anglosassoni, e sul presente quotidiano, in nome della sua audace bellezza.

Damien Jurado
Ghost of David

(SubPop)
Per quelli che vogliono un genere: experimental folk music, dicono gli americani. Per quelli che vogliono un riferimento: Nick Drake, Elliott Smith e Mogwai. Oppure nessun riferimento. Per quelli che vogliono dei versi: "It just so happens I have many concerns", "I have seen the brighter side of the roads that lead to hell". Per quelli che vogliono un mood: melodico-depressivo. Per quelli che vogliono la musica: molta chitarra acustica, e poco più. Per quelli che vogliono qualcosa da dire: Jurado è uno capace di scrivere tredici canzoni canzoni senza un ritornello. Per quelli che vogliono un'opinione: gran bel disco, accidenti. Per quelli che vogliono canzoni allegre: lasciar perdere. Per quelli che vogliono un consiglio: comprarlo.

Bertrand Burgalat
The genius of Bertrand Burgalat

(Bungalow)
Uno che dà un titolo così a un cd di canzoni quasi tutte non sue che nemmeno canta, o crede di essere spiritoso o crede di essere un genio. Burgalat è un francese di origine corsa a metà tra il produttore, il deejay e il musicista elettronico. Ha lavorato con la musica del suo paese e ne ha tirato fuori un cioccolatino che piacerà a quelli che si sono messi in casa le raccolte lounge-dance tipo Buddha Bar e Hotel Costes per non essere da meno, o si sono affezionati allo space pop (che non vuol dire niente, ma per non essere da meno si dice così) degli Air, di cui riprende Sexy Boy. Qui c'è qualche idea in più, qualche ritmo in meno e Nick Cave che canta in francese. Se non lo trovate in Italia, c'è Amazon. Per non essere da meno, si raccomanda di usare molto i termini charme, melànge, verve e citare Serge Gainsbourg.

Ryan Adams
Heartbreaker

(Sony)
Ryan Adams, Ryan. Con la erre. Quello che dite voi è Bryan, quel rocchettaro all'acqua di rose piccoletto e canadese, sputtanatosi via via in colonne sonore e collaborazioni imbarazzanti. Questo si chiama Ryan, è più giovane, sta un po' a New York e un po' a Nashville e possiede una chitarra. Ne è uscito fuori un disco di uno che sta un po' a New York e un po' a Nashville e possiede una chitarra. Che altro se ne deve dire, che ci canta Emmylou Harris con la sua bianca chioma e gli stivaletti con le frange, che ricorda il bravissimo Joe Henry, chè è un disco troppo country per chiamarsi rock e troppo rock per chiamarsi country? Un gran bel disco, un po' rock e un po' country. Ryan Adams, con la erre.

Wim Mertens
Der Heisse Brei

(Materiali Sonori)
I cd di Wim Mertens, nei negozi, non si trovano quasi mai. Spesso è perché non ci sono. Ma il più delle volte non si sa dove cercarli. Bisogna, più che provare a classificare la sua musica, sforzarsi di entrare nella psicologia del negozio: dove diavolo li avranno messi? In
vent'anni esatti di carriera, Wim Mertens ha inciso (si può dire ancora inciso, dei cd, per favore?) una quarantina di dischi. Una casa discografica seria non gli avrebbe permesso di pubblicarne sette in un anno, ma ai Disques du Crépuscule sono più bravi delle case
discografiche serie. Fedele al titolo del suo "Maximizing the audience", il compositore belga si è cimentato in raccolte orchestrali, di solo piano, di piano e voce, di fiati, di sola chitarra. Ha fatto colonne sonore, la più famosa quella del Ventre dell'Architetto di Greenaway. Ha
composto un raro esempio di hit per solo piano, Close Cover. E ha portato il minimalismo sperimentale di molti suoi colleghi su onde di ripetizione melodica che si distinguono per un'evidente tensione a dare piacere. Come gli altri suoi cinque cd di piano e vocalizzi in una
lingua immaginaria, questo nuovo disco trasmette molta bellezza, in un senso. Nel senso, per esempio, di avere degli ospiti a cena che dicono "Che bella questa musica, cos'è?". Provare.

Electrasy
In here we fall

(BMG/Arista)
Se "In here we fall" fosse uscito nel settembre 1990, invece che dieci anni dopo, il batter d'ali degli Electrasy avrebbe suscitato un ciclone nelle vite dei fratelli Gallagher, che oggi avrebbero un chiosco di kebab a Kensington, Londra. O altro, forse avrebbero inventato Amazon (e Jeff Bezos avrebbe un chiosco di hot dog a Tacoma, Washington). Grazie a questa loro idea - Amazon, che quella di essere gli Oasis gliel'avrebbero soffiata gli Electrasy - chiunque nel mondo, dalllo Sri Lanka all'Italia, può comprare un cd che la BMG italiana non ha ancora deciso se pubblicare. Ma se le radio qui si mettono a programmare "Morning Afterglow", i fratelloni possono cominciare ad allenarsi con la carne di montone. (Se poi vogliamo parlare di musica, gli Electrasy sono inglesi ma tendono a Seattle, hanno due chitarristi, una cover dei Led Zeppelin e 160 concerti l'anno. Rock, quello vero, direbbe Taricone).

Joe Jackson
Night and Day II

(Sony Classical)
"Il rock è morto", disse una volta Joe Jackson. Son cose che si dicono, e poi lui intendeva certe cose che sa lui . Provò anche a spiegarle. Ma non si capivano benissimo, e comunque i titoli erano già bell'e fatti, che c'era da spiegare? Il rock è morto, punto. Per adeguare almeno le azioni alle parole, Joe Jackson si imbarcò in composizioni anomale, sinfoniche, notturne, colonne sonore. Erano distanti, a prima vista, da "Night and Day". Lui, con "Night and Day" ci si era pagato parecchi taxi: qui da noi era stato Carlo Massarini a renderlo famoso, diciotto anni fa, e bravo Massarini. Per dimostrare che tout se tient, nel 2000 Joe Jackson ha intitolato il suo nuovo cd "Night and Day II". Ha voluto riparlare di New York, con parecchie disillusioni in più rispetto a quando ci era arrivato, e ha legato insieme le canzoni facendole cantare anche ad altri interpreti (una Marianne Faithfull da brividi). Ha messo su, insomma, un musical sulle vite nella metropoli, che non è poi una gran novità, in effetti. Ma a lui è venuto bene bene.

 

Silent Poets
To Come

(Warner)
Questo è un cd bellissimo. Fine della recensione.
Oppure. Questo è un cd bellissimo, di cui sono responsabili due musicisti giapponesi che ne avevano già pubblicati altri cinque al paese loro. Uscito un anno fa, in Europa e negli Stati Uniti è circolato faticosamente, poi i francesi – che in queste cose sono bravi – hanno deciso di ripubblicarlo con una bella coonfezione rossa. Per definirlo si sono accatastati i soliti monosillabi – dub, trip-hop, cool, techno-trance, nu-jazz – ma provate voi a pigiare in un monosillabo un'ora di elettronica dolce e languida guarnita di voci femminili di velluto (Virginia Astley tra le altre) e un po' di rap qua e là. Fatta da due giapponesi, per di più. Se non ci fossero i Masive Attack, bisognerebbe inventare i Silent Poets.

 

Sigur Ros
Agaetis Byrjun

(Fat Cat)
"Un buon inizio", si intitola questo disco. In islandese. Laggiù, lassù, è il cd che ha venduto più copie quest'anno. Loro sono un gruppo di ragazzi formato nel 1994 e al loro secondo disco, che cantano nella loro lingua e fanno una musica originale e inclassificabile. Una colonna sonora avvolgente di suoni cupi e riverberi e voci liete, che ha un po' di Enya, un po' dei Cocteau Twins e dei Mercury Rev – per chi li ricorda - e qualche chitarra degli U2: anche se loro dicono che "la maggior parte di quelli che vengono citati come nostra ispirazione, non li abbiamo mai sentiti nominare". La pretesa di "cambiare per sempre la musica e il modo in cui la gente pensa alla musica" non li rende molto simpatici, ma le canzoni sono un canto di sirene formidabile e il cd sta esaltando la critica di mezza Inghilterra, dove è stato ristampato. Ecco, senza parlare di ghiacci, geyser e lontananze.

Phish
Farmhouse

(Warner)
Per capire perchè il maggiore settimanale di spettacolo americano, Entertainment Weekly, mette i Phish in copertina definendoli "la maggiore band di culto americana" non bisogna comprare i loro cd. Tantomeno il nuovo "Farmhouse". Bisogna andarli a vedere in concerto. I Phish sono un vero fenomeno, e sono dei fenomeni con vent'anni di carriera. A capodanno hanno suonato nelle Everglades in Florida davanti a ottantamila persone, da mezzanotte alle sette del mattino. Sono in concerto praticamente sempre e hanno un seguito di fans devoto e straordinario, un po' come i Grateful Dead e – nel loro piccolo – i Nomadi da noi. I Phish sono musicisti straordinari che cambiano scaletta ogni sera, fanno cover di qualsiasi cosa e a volte eseguono interi dischi di altri in un concerto (lo hanno fatto con il "White Album" dei beatles, con "Quadophenia" dei Who e "Loaded" dei Velvet Underground), aggiungendo improvvisazioni e assoli chilometrici. Una volta, a Dallas, hanno suonato solo una canzone, "Tweezer", lavorandoci sopra per settanta minuti. I fans impazziscono e a Milano demolirono mezzo teatro Smeraldo dall'entusiasmo. La musica è un rocchetto leggero e memore dei solidi Settanta, che sui dischi di studio raggiunge risultati esterni. In Farmhouse è bellissima "Dirt", ma se non si hanno i soldi per scaraventarsi a seguire la tournée americana in corso, né la pazienza di aspettarli qui, la cosa migliore è ascoltare il doppio live "Hamptons comes alive", titolo che cita un leggendario live di Peter Frampton.

Wyclef Jean
The Ecleftic
(Columbia)
Qui da noi, il rap resta sempre una cosa da ragazzi, salvo rare eccezioni. Furono un'eccezione i Fugees (quelli della cover di Killing me softly, 17 milioni di copie vendute nel mondo del loro The Score) e l'anno scorso Lauryn Hill, che dai Fugees veniva (The Miseducation ha portato a casa cinque Grammy Awards e una dozzina di dischi di platino). Con queste cifre a carico, una reunion dei Fugees è attesa di qua e di là dall'oceano da quei tempi.
Non riuscendo a mettersi in contatto col suo produttore, Wyclef Jean, secondo dei tre Fugees, decide di cominciare a registrare il suo nuovo cd, Ecleftic. Quando finalmente una segretaria gli passa il boss della casa discografica, quello lo saluta affettuosamente e gli chiede del nuovo disco dei Fugees. "No, ho fatto un disco da solo, si chiama Ecleftic", insiste Wyclef Jean. "Senti, non gliene frega niente a nessuno, la gente vuole i Fugees, mettiti d'accordo con gli altri e chiamami quando avrete un disco nuovo dei Fugees", chiude il boss e riattacca.
Ecleftic - Rolling Stone lo ha definito il miglior disco di hip-hop che si potrà sentire in tutto il 2000 - comincia con questo dialogo, e continua con mille trovate e diverse belle canzoni, col supporto di Whitney Houston, Kenny Rogers, Youssou N'Dour, Mary J. Blige e Earth, Wind & Fire. E molti intermezzi parlati, come quello che introduce Diallo, dedicata al giovane senegalese ucciso a freddo dalla polizia newyorkese l'anno scorso (protagonista anche di una recente ballata di Bruce Springsteen). Wyclef Jean è uno più in gamba e intelligente dei suoi bellicosi colleghi rapper, e almeno sa suonare la chitarra. Cosa di cui approfitta in una cover di Wish you were here dei Pink Floyd. Nientemeno.

David Gray
White Ladder
(Warner)
David Gray ha trent'anni, ed è un po' inglese un po' gallese. Ma il suo quarto cd di ballate tristi, uscito quasi due anni fa, fu abbastanza ignorato come i precedenti ovunque, fuorché in Irlanda. Dove White Ladder si piazzò stabilmente al numero uno e vinse cinque dischi di platino: il suo concerto a Dublino fece 22 esauriti. Così un paio di mesi fa gli inglesi pensarono di ristamparlo e là adesso è quarto e sta cominciando a farsi largo anche negli Stati Uniti, mentre vengono ripubblicati tutti i suoi vecchi cd e anche le cose che ha canticchiato sotto la doccia. Le critiche lo paragonano a Bob Dylan, Van Morrison e Leonard Cohen. Le critiche esagerano sempre un po' si sa: ma con i finestrini aperti e il gomito fuori, in una giornata di sole non c'è quasi niente di meglio.

Shivaree
I Oughtta Give You a Shot in the Head
for Making me Live in this Dump
(Emi)
C'è questa ragazza che si chiama Ambrosia, aveva una nonna che suonava l'ukulele e un patio in West Virginia, ha cominciato a cantare a sette anni e ha fatto un cd (qualche mese fa, ma in Italia è arrivato da poco) con due più anziani compari e un nome preso a prestito da una biografia di Jesse James. Lei ha una voce dolcissima, bambina e suadente e poi bambina di nuovo: i compari la accompagnano mescolando tromboni, suoni bayou ed elettronica. Il disco è molto southern e romantico: ci ha messo le mani uno bravissimo nel folk-pop che si chiama Joe Henry, titolare di una fila di bei dischi. Il più bello si chiamava La cortesia del mondo (Kindness of the world).