E.L. Doctorow
La città di Dio
Mondadori
326 pagine
32.000 lire
|
Un pastore newyorkese ex sessantottino di grandi
dubbi viene un giorno derubato del crocifisso della sua chiesa.
Lo ritrova dopo pochi giorni un giovane rabbino sul tetto della
propria sinagoga. Nasce un profondo legame tra i due uomini alla
ricerca di una spiegazione del mistero. Il rabbino viene poi
ucciso e il pastore ne sposa la moglie, rabbino anche lei, abbandona
il cristianesimo e diviene ebreo.
Ci vuole pazienza per condurre a termine la lettura dell'ultimo
romanzo di E.L. Doctorow. Per questo "La città di
Dio" ha spiazzato molti, quando è uscito negli Stati
Uniti, la scorsa primavera. Con tutto il credito che si può
concedere all'autore di "Ragtime", la richiesta di
attenzione e fede imposta dal suo racconto è una bella
prepotenza. Per una lunga parte iniziale non solo è complicatissimo
ricostruire i diversi narratori che si alternano di paragrafo
in paragrafo o, in assenza di virgolette, le voci parlanti
all'interno dei paragrafi stessi ma anche il filo che annoda
le diverse vicende, di cui quella del pastore Pem è solo
la principale, è del tutto misterioso.
Il libro è in effetti un complesso lavoro di scrittura
a proposito di temi impegnativi l'esistenza di Dio, il
valore delle Scritture, il confronto tra ragione e scienza, l'olocausto
e il rapporto dei cristiani con esso che fatica molto a
trovare una coerenza di romanzo. Anziché organizzare il
tutto, l'alternanza rocambolesca di narrazione tradizionale,
dialoghi, versi di canzoni, spunti di sceneggiature, riflessioni
di scienza, musica e ornitologia, apparizioni in prima persona
di Einstein, Wittgenstein e Frank Sinatra, per quanto siano trovate
a momenti geniali, confondono ulteriolmente. Ma questo lampante
e ineludibile fallimento, è un prezzo assolutamente onesto
per il piacere intellettuale che la scrittura di Doctorow e il
genio dei suoi ragionamenti concedono. La parte più tradizionalmente
narrativa, quella del piccolo Yeoshua nella Lituania occupata
dai nazisti, è una specie di oasi di riposo tra i confusi
baleni di intelligenza del libro (che neanche qui mancano: "Eravamo
vissuti tra i cristiani per generazioni solo per vederci distorcere
e adattare alla forma del loro odio. Eravamo stati trasformati
in ebrei perché gli altri potessero essere cristiani").
E ci sono imbattibili passaggi umoristici, come la cerimonia
che Pem immagina del suo spretamento ("all'alba, rullano
i tamburi, e alla presenza del clero schierato, il vescovo ti
strappa il crocefisso, ti lacera il collarino e ti piega all'indietro
le dita") o la reincarnazione auspicata per Adolf Hitler
in batterio del fango cloacale del pesce-accetta.
Lo stesso romanzo è parte di una corsa alla metafora che
alimenta il groviglio dei temi trattati. L'idea che le cose siano
più complesse della possibilità di ridurle in sistemi,
che si tratti della creazione del mondo e del suo funzionamento,
che si tratti della Bibbia, che si tratti della città
di New York, si insinua anche in una delle molte considerazioni
autobiografiche messe da Doctorow in bocca ai suoi due personaggi
principali, l'alter ego scrittore Everett e il pastore Pem: "Tu
scrivi abbastanza bene", dice il secondo, "ma nessuno
scrittore può riprodurre il tono genuino della vita".
E il rapporto tra le storie e il raccontarle, è presente
in tutto il libro: "I giornali raccontano storie che, con
rare eccezioni, non vengono mai portate a termine".
"Città di Dio" non sfugge a obiezioni anche
di sostanza: mentre il mistero irrisolto della croce è
un escamotage narrativo in grado di reggere la propria funzione,
pur perdendo presto qualsiasi importanza, la morte del rabbino
Joshua è elusa con una prepotenza irritante nei confronti
del lettore. E il personaggio di Sarah è assai evanescente,
il suo fascino e la sua grandezza ripetuti a ogni pié
sospinto ma privi del conforto di un approfondimento serio. Persino
gli intervalli di riflessioni scientifiche sono stati colti nella
castagna di alcuni errori fattuali dai lettori americani.
Del caos narrativo che vorrebbe andare sotto il nome di romanzo,
lo stesso Doctorow pare però essere cosciente e maestro,
quando riflette sulla Bibbia e le sue incongruenze. "Gli
interpreti sapevano quello che facevano quando non cercarono
di cancellare le incoerenze e di mettere le cose a posto. Proprio
le contraddizioni, le storie che coabitano con i propri rifacimenti,
manifestano la stessa lotta descritta nei racconti".
|