New entry, Sweet Caroline

Il nuovo Google Trends con le categorie è piuttosto divertente, anche se non ha ancora vergognosamente l’Italia. Queste sono le canzoni più cercate negli USA, aggiornate sul mese di aprile (Sweet Caroline è per via di Boston). Anche questa è bella, anche se tutti i dati non sono aggiornati granché.

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My name is Jacob George

Siccome è un film di Baz Luhrmann, che ha un’attitudine piuttosto creativa e circense nei confronti delle ambientazioni delle storie che racconta, il nuovo Grande Gatsby fa un uso libero e vario della colonna sonora, e prima di lasciar prevalere temi di accompagnamento delle scene più tradizionalmente da “colonna sonora”, usa per la concitazione newyorkese degli anni Venti e per le animate feste di Gatsby delle canzoni e dei suoni decisamente postumi rispetto a quegli anni, e più attuali: hip-hop, dance e cose che saranno familiari e apprezzate anche dagli spettatori più giovani del suo film. Ma tra i vari riferimenti che affiorano, per due volte prendono invece completamente la scena due diverse citazioni della Rapsodia in Blu di George Gershwin. Che è una composizione del 1924, ed è tuttora insuperata nel raccontare con la musica – proprio raccontare, non accompagnare, o suggerire – gli Stati Uniti urbani del Novecento (e forse anche quelli seguenti). E chissà che pensieri avranno suggerito a Luhrmann la scelta di usare un tema così prevedibile e abusato, e al tempo stesso così infallibile; così familiare e insieme così anacronistico rispetto al resto delle musiche originali. Anche perché è dai tempi del formidabile inizio di Manhattan di Woody Allen che la Rapsodia in Blu è diventata molto di Woody Allen. Ma Luhrmann ha fatto bene: in quelle scene di Gatsby consegna per qualche decina di secondi il suo film a Gershwin, invece che viceversa, e ne vale la pena.

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Scegliere tra Saviano e Brunetta

Io ho questa curiosità, moderatamente polemica: i commentatori, i politici, i giornali stessi, che a sinistra stanno costruendo una campagna contro la parola “pacificazione” togliendole ogni significato costruttivo e progettuale e aderendo a quello chi-ha-avuto-ha-avuto proposto della destra (in un’ennesima adesione all’agenda proposta dalla destra), come si pongono rispetto al ragionamento sulla pacificazione che ha fatto Roberto Saviano, di cui sono soliti condividere, esaltare e pubblicare il pensiero e gli scritti? È un ragionamento anche loro, in contraddizione con quello che scrivono, oppure gli è estraneo, e non hanno coraggio di dirlo, di contestarlo?

«O si riparte dal sogno, o si riparte dalla possibilità di un mondo altro, o non c’è possibilità di convincere. Puoi solo contrastare, puoi solo pensare di essere migliore, in quanto diverso, dell’altro. Ma se invece vuoi andare a stanarlo, a convincerlo, devi rinunciare anche a una parte di te. (…) Entri nella contraddizione ma cerchi di prendere l’altro e di portarlo»

La risposta sensata, secondo me, è che la pacificazione di Saviano non è la pacificazione di Brunetta: e la conseguenza della risposta sensata, secondo me, sarebbe aderire al progetto suggerito da Saviano invece che precipitarsi a caricare i pezzi da otto contro Brunetta (il quale schiva e gongola), gettando il bambino nell’acqua sporca.
Ma caricare i pezzi da otto è l’unica cosa che sappiamo fare, quaggiù. E a gettare bambini nell’acqua sporca degli anziani, poi, abbiamo un record.

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Canzoni belle da vergognarsi

Dopo i primi ascolti del nuovo disco dei Daft Punk avevo detto a qualcuno che me ne chiedeva che se fosse stato fatto da qualcun altro lo avremmo trovato terribilmente kitsch, e lo avremmo probabilmente accantonato imbarazzati prima che potesse cominciare a piacerci. Una simile riflessione la fa il sommo critico pop del New Yorker, Sasha Frere-Jones:

Noodly jazz fusion instrumentals? Absolutely. Soggy poetry and kid choirs? Yes, please. Clichés that a B-list teen-pop writer would discard? Bring it on. The duo has become so good at making records that I replay parts of “Random Access Memories” repeatedly while simultaneously thinking it is some of the worst music I’ve ever heard. Daft Punk engages the sound and the surface of music so lovingly that all seventy-five loony minutes of “Random Access Memories” feel fantastic, even when you are hearing music you might never seek out. This record raises a radical question: Does good music need to be good?

Il tema è notevole: quello che scrive Frere-Jones è vero. È vero che il disco è fantastico nel suo essere tremendo, ed è vero che – per quanto ce la raccontiamo elencando le citazioni e la cultura disco – è un disco baracconata che non oseremmo mostrare ai nostri amici musicofili, non fosse che sono i Daft Punk, che per una serie di ragioni psico-social-modaiole hanno sdoganato delle cose di cui se no ci si vergogna.

Ed è vero anche, e lo abbiamo detto spesso, che le canzoni – non mi spingo su altre forme d’arte, ma sarei tentato – hanno una potenza appiccicosa ed emotiva che supera ogni valutazione critica e analisi colta, ed è il bello delle canzoni (e di altre forme d’arte: che-ci-piacciono, punto). Mi cito, con sprezzo del pericolo:

i Duran Duran hanno dato al mondo più belle canzoni di Frank Zappa

 

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Cose sul cambiare il mondo e perché

Metto insieme un po’ di cose interessanti che sono uscite negli ultimi giorni intorno al tema del cambiare-il-mondo e degli strumenti e stimoli a farlo, e del fallimento della politica su questo fronte. Per chi voglia una trattazione più estesa e chiara, le cose che ne avevo scritto in Un grande paese:

1. Sul fatto che una volta per migliorare le cose ci si buttasse in politica (o nel giornalismo), e oggi no
2.  Sul cercare di diventare altro – meglio – da quello che si è
3. Sul male interpretato egualitarismo che frustra le ambizioni di chi vuole diventare – in politica – migliore
4. Sugli stimoli a fare il bene degli altri, a partire dal proprio e non più per un innata generosità (vedi anche Margaret Thatcher)

Oggi in prima pagina sul Corriere della Sera c’è un ottimo e controcorrente commento di Giuseppe De Rita che riassume i primi tre di questi punti.

Sul New Yorker di questa settimana c’è una lunga storia sul rapporto dei grandi imprenditori della Silicon Valley con la politica e sul pensiero che non sia nella politica che si trovano gli spazi per fare delle cose buone.

Codice ha appena pubblicato un libro intitolato “Il tempo dell’altruismo” in cui Philippe Kourilsky distingue tra generosità e altruismo, e parla delle ragioni per il secondo, che “nasce da un’analisi razionale della realtà e delle nostre relazioni con gli altri” (ne ha scritto Repubblica).

Nei commenti a questo post del mese scorso, un lettore del presente blog segnala la “teoria della mano invisibile” e un po’ di cose collegate al punto 4 di cui sopra.

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Non si è reso conto

Le storie e le persone sono complicate e da pochi articoli di giornale non può uscire una comprensione di rapporti e cose in ballo sufficiente a dare dei giudizi, ad avere capito tutto. Ma se l’impressione che danno le poche cose contenute in questo articolo sulla ragazza picchiata dal suo fidanzato in Campania fosse fondata, questo articolo dovrebbe stare dentro la bibliografia più studiata nelle discussione di questi mesi sulla violenza contro le donne (l’intervista citata è qui).

Nel suo letto nel reparto di Chirurgia d’urgenza, Rosaria Aprea si è anche lasciata fotografare per dimostrare che «non è vero che ho subito percosse», tesi a suo parere dimostrata dall’assenza di lividi o medicazioni sul volto, sulle braccia, sulla testa. All’addome, però, hanno dovuto operarla due volte in poche ore: prima per asportarle la milza e poi per fermare una emorragia interna che se, fossero passati ancora pochi minuti, avrebbe potuto ucciderla. E ancora oggi i medici non hanno sciolto la prognosi.

Rosaria questo lo sa, ma resta convinta che Antonio Caliendo, imprenditore ventisettenne di Casal di Principe con il quale esattamente un anno fa ha anche avuto un bambino, «non voleva sicuramente farmi male» perché, dice lei, «ci amiamo e non vedevamo l’ora di andare a vivere insieme con nostro figlio». E non che questo tentato omicidio abbia indotto Rosaria a cambiare idea: la convivenza con Antonio è una «cosa che io voglio fare ancora, perché l’amo».

Solo qualche giorno fa diceva cose diverse: «No, non ci torno assieme. Non lo odio, provo rabbia. Però lo so che adesso è finita». Ed era stata lei a denunciarlo, appena arrivata al pronto soccorso accompagnata dalla madre, perché lui, dopo averla presa a calci se n’era andato. Ora sostiene di averlo fatto in «momenti di semi-incoscienza», ma «dopo i primi giorni in cui mi sono sentita frastornata ho via via acquisito la mia lucidità e mi sono accorta di avvertire sempre di più l’assenza di Antonio». E adesso vuole «ritirare la denuncia perché immagino che questo possa aiutarlo a venire fuori da quel posto». Immagina male, Rosaria. E forse il suo avvocato, Carmen Posillipo, glielo avrà anche spiegato: per lesioni gravi come quelle che le ha provocato il fidanzato, la Procura procede d’ufficio. Lei può perdonarlo, se crede, ma il magistrato va avanti per conto suo.

Lei, però, insiste: «Sto male al pensiero che sia rinchiuso in carcere. Non voglio che Antonio resti ancora lì dentro. Lo so che non si è reso conto di quello che mi ha fatto e voglio tornare con lui». Dice che vorrebbe «poterlo incontrare perché sono certa che si è pentito. Vorrei potergli dire da vicino: mi manchi tanto, vorrei tornare a passare le nostre serate assieme sul divano della tavernetta».

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Notizie che non lo erano

Il giorbale egiziano Al-Watan ha pubblicato questa settimana un’intervista all’ex presidente Mubarak ottenuta da un suo giornalista – a suo dire – in una paua del processo in corso a carico di Mubarak. Mubarak esprimeva giudizi sull’attuale presidente Morsi e situazione dell’Egitto che hanno avuto molto rilievo e attenzione nel suo paese: uno scoop, la prima intervista di Mubarak dalla sua deposizione, ripresa anche da altri giornali in tutto il mondo. Ma il giorno dopo l’avvocato di Mubarak ha negato che l’intervista e la conversazione siano avvenute (il direttore di Al-Watan ha in passato subito accuse e procedimenti penali sull’attendibilità di alcune notizie pubblicate).

La tv pubblica americana PBS ha ricostruito nei giorni scorsi sul suo sito la genesi e la diffusione dell’accusa contro Papa Francesco di essere stato a suo tempo complice di alcuni crimini della dittatura argentina: la ricostruzione ricapitola le smentite e correzioni che diversi siti e giornalisti hanno pubblicato nelle settimane successive, da quelle dell’articolo del Guardian che per primo era stato citato su quelle accuse, alla falsa foto di Bergoglio con Videla diffusa su Twitter tra i molti altri dal regista Michael Moore (che poi ha dovuto correggersi).

Il sito britannico International Business Times ha pubblicato la notizia di un cittadino svedese che sarebbe stato punto molte volte fino a entrare in coma dopo aver tentato di fare del sesso con un alveare di api. La notizia è stata ripresa da altri siti nel mondo e anche da alcuni italiani. Ma era uno scherzo inventato ancora l’anno scorso da un sito satirico svedese e International Business Times ha dovuto pubblicare una smentita.

Che Silvio Berlusconi abbia privatamente annunciato che l’allenatore del Milan Allegri andrà alla Roma e che lo si annuncerà dopo la partita di oggi tra Milan e Siena, è stato riportato da tutti i giornali, ma anche con qualche perplessità (“Il tono a dire il vero è parso scherzoso”, ha scritto la Gazzetta). Qualcuno dei presenti ha anche smentito. Ma che lo abbia detto o no, per sapere se la notizia è fondata basta aspettare fino a domani.

 

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«My name is Giovanni Giorgio»

Se non avete letto le note di copertina, la prima canzone del nuovo disco dei Daft Punk (Random Access Memories, esce in mezzo mondo oggi, in Italia martedì) vi fa dire “guarda che stavolta hanno deciso di rifare gli Chic, quelli di Le Freak e di altri classici della Disco”. Se non avete letto le note di copertina, la terza canzone del disco vi fa dire “chi è il narratore di questo bizzarro monologo musicato che a un certo punto dice «My name is Giovanni Giorgio, but everybody calls me Giorgio»?”. Poi leggete quelle note e scoprite che nel primo pezzo c’è Nile Rodgers in persona, creatore degli Chic e leggendario produttore di grandi dischi dance e pop successivi (da alcuni anni combattivamente malato di cancro, di cui scrive su un blog); e scoprite che nell’altro pezzo “Giovanni Giorgio” è Giorgio Moroder che racconta come diventò l’inventore di Donna Summer e della discomusic, con dovizia di dettagli tecnici da produttore.
“Il disco più atteso dell’anno”, come lo hanno chiamato molti giornali internazionali, è insieme la sanzione che la dance contemporanea più imbattibile è sempre quella dei due francesi Daft Punk e che la dance contemporanea più imbattibile deve tutto agli anni Settanta e Ottanta, riempita di sintetizzatori, elettronica, vocoder, scratch, rime di “right” e “tonight”, finti astronauti e immaginario spaziale vintage, riferimenti al rock barocco dell’Electric Light Orchestra, falsetti, orchestrazioni da musical e devozione vera e propria per la discomusic. Tutto mescolato assieme, arricchito di autotune delle voci e invenzioni che a descriverle sono oltre i confini del kitsch, ma a sentirle sono una delle cose più divertenti – e a momenti anche emozionanti, come nella baracconata di “Touch” – che si siano sentite da anni. E il singolo “Get Lucky” con Pharrell Williams – un’altra cosa da Chic – spopola già da settimane, a ragione.

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Barock

In tutto questo oggi compie 60 anni pure Mike Oldfield, evocato quando ero bambino per una cosa che allora fu subito leggendaria – faceva molto “cultori della materia rock” – e stava in equilibrio tra il genio e la baracconata, un disco-sinfonia che pubblicò a vent’anni suonando quasi tutto il suonabile: “Tubular bells”.

Poi conobbe un secondo momento di grande successo più “commerciale” (in realtà anche Tubular Bells vendette tantissimo per decenni) dieci anni dopo con un paio di canzonette cantate – Moonlight Shadow e Foreign Affair, sfinenti, si sentivano ovunque – con efficacia da una cantante scozzese, Maggie Reilly (e non era male neanche Crime of passion, di quei tempi, di cui ho il 45 giri). Prima però fece la sua cosa che tuttora preferisco, un tempestoso pezzo che evoca la volta che quasi morì in aereo.

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Bradipd

Ora si riparla di Sergio Chiamparino come potenziale segretario del PD. È stato un apprezzato sindaco di Torino, l’ha guidata in una trasformazione apprezzata da tutti ma su cui molti ricordano che i debiti sono ancora da pagare, si è tenuto alla larga dalle peggior beghe nazionali pur essendo un solido pezzo del partito e dei suoi antenati. Non è quindi esattamente un “candidato di rinnovamento” ma con i rinnovamenti a cui siamo abituati può sembrarlo un po’, e Renzi che lo sa è stato il primo a farlo ricircolare nei giorni dell’elezione del Presidente della Repubblica.

Il problema con questo partito  è che tutto avviene sempre con straordinario ritardo, e quando avviene le cose sono già cambiate di nuovo, intorno. Chiamparino fu un’ipotesi interessante quattro anni fa quando le forze di chi voleva cambiare le cose erano deboli, e lui poteva essere un compromesso e un’evoluzione proficua.

Poi c’è ‘sto benedetto Chiamparino. Che è molto stimato per il suo lavoro da sindaco (e io condivido questa stima). E sa il fatto suo e conosce un partito. Vicinanza politica con i piombini: bassina. Però un’impressione di maggior facilità di comunicazione e comprensione dei due candidati maggiori, e di possibilità di proficua collaborazione. Si candidasse e chiedesse aiuto e complicità, la sua richiesta sarebbe più credibile di quella dei suoi rivali (uno manco l’ha presentata, peraltro). E sicuramente, anche guardandola da fuori, la sua sarebbe una candidatura di maggior spariglio dei giochi che non le altre due.

Ma allora Chiamparino rinunciò. Sono passati quattro anni che sembrano otto, abbiamo tutti quattro anni in più, il maggior fallimento di un “vecchio ” PD è ormai palese e la crescita di un’opportunità di rinnovarlo altrettanto palese. Ripescare Chiamparino sarebbe un passo indietro, e con ogni stima e rispetto per l’uomo e le sue qualità, se Renzi dovesse essere coerente con la sua metafora della rottamazione, dovrebbe dire che sta rottamando una Duna per sostituirla con una Uno.
Ed è sempre così, dicevamo. Prendete Cuperlo, che a questo giro è tornato in ballo anche lui, ed è persona intelligente e di grande equilibrio, anche lui di mediazione tra vecchie leadership e sensibilità più giovani. Tanto intelligente e di equilibrio che poteva essere una buona idea nel 2009, e se ne parlò parecchio, ma lui si è sempre tirato indietro. Adesso ha quasi 52 anni pure lui, molte cose sono cambiate ed è più vecchio di Enrico Letta. E andando indietro, Walter Veltroni avrebbe potuto essere un candidato di costruzione di una cosa nuova nel 2005, ma rinunciò e aspettò che passassero tre anni e il fallimento del governo Prodi.

Curiosa anche questa frequenza di leader che “non se la sentono” mai quando c’è da fare cose sovversive e di cambiamento, e arrivano alla stessa decisione solo quando ce li trascina la corrente e la loro disponibilità non rischia di far alzare nemmeno un sopracciglio. Leader per non disturbare.

L’ipotesi Chiamparino – come l’ipotesi Cuperlo – sono insomma in perfetta continuità con il passato delle scelte del PD: adottare le soluzioni che erano soluzioni ai problemi di quattro anni prima, e dimezzare i ritardi. Ma da un secondo dopo, già i ritardi stanno aumentando di nuovo, e nel 2015 saremo di nuovo qui a fare gli stessi discorsi e a proporre che a sostituire Cuperlo o Chiamparino o chi so io, dopo la grande sconfitta del 2015, sia Zingaretti.

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My man Wim

Wim Mertens mi piace da un sacco, da quando ero giovane e sentivo cose più rumorose e cominciai a innamorarmi dei pianoforti da soli, o anche dei pianoforti lamentati come quelli di Wim Mertens (o anche di quelli borbottati, come nel caso di Keith Jarrett). Però quando lo dico in giro, che mi piace ancora Wim Mertens, molto – il quale fa cose uguali ormai da un sacco di tempo, non solo col pianoforte, ma per me tutte belle – quelli bravi che conosco che si occupano di e fanno musica colta mi guardano un po’ come se avessi citato Tiziano Ferro durante un concerto di Neil Young. E allora ho via via smesso di citarlo, ma mi sento in colpa, anche perché da ragazzo ho visto molti suoi concerti, che lui è belga ma veniva sempre in Italia in certi bei teatrini di provincia. Quindi per farmi perdonare gli faccio molti auguri, che oggi compie 60 anni e io gli sono grato.

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Un esercito di spaventapasseri

Ho conosciuto Evgeny Morozov a Ferrara un paio di anni fa, quando partecipammo insieme a un dibattito e ci trovammo d’accordo su molti dubbi nei confronti di alcune enfasi ottimiste nei confronti di alcuni aspetti della vita digitale (allora, in particolare, parlammo del vacuo successo delle petizioni online, alternativo a impegni più proficui). E mi sta molto simpatico, da allora.
Ma mi unisco a quelli che trovano che la sua attenzione a questioni simili si sia ormai tramutata in una specie di “professionismo dell’anti internet” a gettone, avvicinandolo purtroppo a una macchietta inaffidabile nelle sue critiche routinarie a qualunque cosa sia internet, eletto a portavoce da masse di commentatori ignoranti di queste cose che cercavano giusto uno che spiegasse meglio le banalità luddiste che pensano. Lui dice che le spara grosse per muovere le acque, che è esattamente il vecchio fragile alibi di quelli che le sparano grosse perché non riescono più a smettere.
Ora si parla molto di un suo nuovo libro, una cui recensione mi sembra riassuma in una frase non solo tutta l’opera corrente di Morozov, ma anche gran parte del dibattito su internet e simili di cui si legge anche in Italia (e forse anche di altri dibattiti), alludendo allo stratagemma dialettico (straw man, spaventapasseri) con cui si attribuiscono assurde e infondate posizioni all’avversario, per poterle smontare con facilità ed efficacia.

«Questo libro è in sostanza una gloriosa vittoria contro un esercito di straw men»

 

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Libri letti

Ho cominciato Inferno di Dan Brown:

I ricordi si materializzarono lentamente, come bolle che risalgono in superficie dall’oscurità di un pozzo senza fondo.

Ho finito Inferno di Dan Brown.

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In cammino

Molti dei modi in cui uso il mio tempo oggi sarebbero sembrati assurdi anche a me, me li avessero disegnati vent’anni fa. Mia moglie – che non cessa di trovarli disdicevoli – ha ammesso da un po’ che quasi tutte le mie depravazioni digitali che osserva e condanna di volta in volta, diventano qualche tempo dopo le depravazioni digitali di tutti. Sono un pioniere dell’alienazione tecnologica, si può dire: la mia ipotesi è persino che io fossi psicologicamente programmato per l’alienazione tecnologica prima che la rivoluzione digitale arrivasse, e se non fosse arrivata probabilmente oggi mi troverei in una clinica per disadattati mentali o avvolto in grovigli di coperte su un lato della Stazione Centrale.

Comunque, ultimamente mi studio nella nuova evoluzione a cui mi ha portato la maneggevolezza dell’iPad Mini, facile da portarselo dietro e tenerlo in mano e leggerlo in qualunque contesto e angolo di tempo, e che uso quindi in tutte le circostanze in cui non sono davanti a un computer: di fatto, quando sono fuori. Scendo le scale con iPad in mano, cammino fino alla fermata del tram leggendo i giornali, guardando Twitter, aggiornando il Post, prendendo appunti, aspetto il tram così, salgo sul tram e leggo (qualche volta ho giocato a Ruzzle, sul tram, preoccupato che mi interrompesse qualche conoscente), scendo di nuovo e cammino leggendo, appoggio iPad sul bancone del bar mentre ordino una brioche, arrivo in redazione in ascensore leggendo ancora e facendo screenshot delle cose che mi interessano o che mando ai miei colleghi del Post, a volte sottolineate con GoodNotes o Skitch.

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Osservare cosa invece che capire perché

Una parte di una cosa su Big Data e come internet ci cambia pezzetti della vita che ho scritto per IL di questo mese.

Lo dicono nel loro libro Mayer-Schönberger e Kenneth Neil Cukier: «L’era dei Big Data sfida il modo in cui viviamo e interagiamo con il mondo. La cosa più impressionante è che la società dovrà accantonare alcune delle sue ossessioni per i sistemi di causa ed effetto in cambio di semplici correlazioni: interessandosi non ai perché ma solo ai cosa. Questo ribalta secoli di pratiche consolidate e mette in discussione i nostri più basilari approcci a come prendere le decisioni e comprendere la realtà».

L’accantonamento della ricerca di senso e ragioni delle cose in favore di una prevalente attenzione ai modi del loro dispiegarsi è in effetti una rivoluzione che investe molto altro del nostro modo di pensare, e non solo il tema dell’indagine sui dati. Perché è legata anche alla nuova accelerazione del cambiamento, all’evoluzione continua di fenomeni e successioni di cause ed effetti, che rendono fragile e volatile ogni costruzione generale e sintetica di fenomeni e successioni. In poche parole, nel tempo in cui organizziamo in schemi e rapporti causali universali le cose che osserviamo – ogni mese diverse dal precedente – queste sono appunto cambiate e con loro quegli schemi e rapporti. L’approccio dei Big Data ci dice di dedicarci a osservare e trarne insegnamenti e informazioni duttili, aggiornabili ogni giorno assieme allo sfruttamento di quelle informazioni. Quando nuovi fattori sconvolgono i criteri dei prezzi dei biglietti, il sistema di Farecast funziona lo stesso. Quando l’influenza verrà trasmessa da quel che mangiamo e avrà i suoi picchi in agosto, il sistema di Google Flu Trends avrà identica validità.

La riflessione ulteriore è su quali implicazioni possa avere questo nuovo ruolo di osservatori sul piano dei giudizi etici: tra osservare, capire e giudicare, siamo abituati finora a concentrarci soprattutto sulla terza attività, spesso a scapito della altre due, e internet sembra spingerci ancora di più in questa direzione, come se fossimo sempre più disposti a sacrificare la comprensione delle cose, ma non l’opinione da esprimere. Osserviamo molto, rinunciamo a capire, giudichiamo moltissimo.

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Hand in glove, 1983

Quasi mi dimenticavo, distratto dal nuovo gran disco dei Daft Punk, di celebrare le feste e onorare il padre e la madre. Oggi, trent’anni fa, uscì il primo singolo degli Smiths.

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Odissea nello Spazio per bambini

Quando eravamo bambini  nostro padre ci portò a vedere 2001 Odissea nello Spazio. Io avrò avuto meno di dieci anni e mio fratello circa otto, credo. Potrei dirvi quanto il genio visionario di quel film ci influenzò e le mature riflessioni che ne ricavammo, invece no. Non eravamo quel genere di bambini lì. 2001 Odissea nello Spazio rimase invece da allora nella nostra cultura comune come il paradigma del film mortalmente noioso, o di cui non si capiva niente: negli anni successivi ogni tanto citavamo il prisma e le scimmie dandoci di gomito, o paragonavamo altri film noiosi e sconclusionati a quello standard lì. Convinti come si è da ragazzini – ma c’è chi non ha ancora smesso – che quelli che avevano capito tutto eravamo noi, e che gli adulti che ammiravano quel film erano dietro a un impazzimento loro. E benché siamo invecchiati abbastanza da aver rivisto quell’impressione, ancora adesso ogni tanto ci scherziamo su.

Così, mi ha commosso scoprire che la produzione di un film che comunque avrei ritenuto poco adatto a un pubblico infantile pensò invece anche a quel pubblico con delle operazioni promozionali, come un fantastico fumetto – usato sui menu di una catena di alberghi – che ho trovato ripreso su questo sito e che immagina due bambini emozionati dall’anteprima del film.

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Ironia

Nell’uso com., la dissimulazione del proprio pensiero (e la corrispondente figura retorica) con parole che significano il contrario di ciò che si vuol dire, con tono tuttavia che lascia intendere il vero sentimento: fare dell’i.; parlare con i.;cogliere l’idi una frasedi un’allusionenon s’accorse dell’idelle mie parole. Può avere lo scopo di deridere scherzosamente o anche in modo offensivo, di rimproverare bonariamente, di correggere, e può essere anche una constatazione dolorosa dei fatti, di una situazione, ecc.; ci può essere perciò un’ibonarialieve,finesottileargutafaceta, o un’iamarafreddabeffardapungentecrudele, ecc. (v. anche sarcasmo). Esempî d’ironia sono le frasi comuni: «Ma bravo!», «Ma benissimo!», «Bella figura!», «Che occhio!» o «Che mira!» (a chi per es. colpisce molto lontano dal bersaglio), «Ma sai che sei proprio carino quando mostri la lingua!», o le espressioni «quella buona lana», «quella perla di galantuomo» e simili. Un’ironia è il verso dantesco: «Vieni a veder la gente quanto s’ama!», nel canto VI del Purgatorio (v. 115), e nello stesso canto tutta l’apostrofe a Firenze: «Fiorenza mia, ben puoi esser contenta Di questa digression che non ti tocca …» (vv. 127-151). Ironia può essere anche l’atteggiamento d’uno scrittore che investa tutta quanta la sua opera; si parla così dell’idel Parini, alludendo al suo poema Il giorno; e di iariostesca, per indicare il tono particolare con cui l’Ariosto presenta i personaggi e le situazioni del Furioso, il sorriso con cui si mostra attratto dal suo mondo fantastico e nello stesso tempo cosciente della sua irrealtà.

(debole tentativo di restituire al termine il suo significato, dopo che in giro è diventato sinonimo generico di qualunque umorismo, scherzo, battuta, più o meno riusciti)

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Notizie che non lo erano

La settimana scorsa, e ancora ieri con un nuovo articolo su Repubblica che citava le stesse parole, sui giornali c’è stato un grande dibattito sull’«anarchia del web», e su questa espressione attribuita al presidente della Camera Laura Boldrini. Ma nell’intervista su Repubblica in cui Boldrini aveva raccontato delle minacce ricevute su internet quell’espressione non veniva mai usata, né niente che le somigliasse: era stata creata autonomamente dal giornale come titolo dell’intervista. La stessa Boldrini ha smentito il giorno dopo di averla usata, come di aver chiesto restrizioni particolari per internet.
Una cosa simile è successa ieri su molti siti internet (e oggi su molti quotidiani) con le parole che ha usato Silvio Berlusconi durante una manifestazione del PdL a Brescia: abbiamo letto moltissimi titoli di questo tenore “Berlusconi: «Io come Tortora»”. Ma Berlusconi non ha mai detto quella frase: la sua citazione di Enzo Tortora – discutibile comunque, se avvicinata alle questioni processuali di Berlusconi – si riferiva esplicitamente a una critica dei meccanismi della giustizia che riguardano tutti gli italiani e non a se stesso.
Su Repubblica è stata ospitata venerdì la lettera di Antonella Cherubini Petruccioli, vedova del vicedirettore Rai che si è suicidato la settimana passata, che chiedeva di fare “alcune precisazioni”: «Non c’era, fra noi, alcuna separazione in corso, né ci sarebbe stata. Non ho ricevuto nessuna mail né ho potuto fare alcuna corsa forsennata per cercare di salvarlo. Le discussioni a casa appartenevano alle normali dialettiche familiari.
Mi dispiace che un giornale serio, quale ritengo essere Repubblica, non abbia verificato direttamente le notizie e abbia ceduto ai pettegolezzi, non rispettando la dignità di un uomo e il diritto di sua figlia minorenne di essere tutelata». Repubblica ha pubblicato la sua lettera.

 

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Tutti bravi uguali

Su Repubblica di oggi c’è un’intervista a Roberto Speranza, capogruppo del PD alla Camera, indicato come possibile candidato alla segreteria o quel che sarà, in tempi sbriciolati. L’intervistato non dice assolutamente niente, con una capacità di reiterazione e variazione sul niente di cui gli va dato atto e che dimostra una rapida assuefazione ai linguaggi dell’evasività politica. E alla fine proprio per questo, l’intervista è interessante e dà un’idea.

Ma c’è anche una singola evasività che è ulteriormente notevole. Ho scritto altre volte della grande finzione retorica intorno al tema “non ci serve un leader, ci serve un progetto”: pochi luoghi comuni sono così infondati e strumentali, soprattutto in un partito strapieno di progetti e con un bel curriculum di leader sconfitti. E chi ha trasformato i giusti timori contro i “partiti personali” in un tabù sull’importanza della leadership ha fatto un grave errore.
Ma qui mi sembra fantastico che addirittura alla vigilia di un’assemblea chiamata proprio a scegliere un leader, in un’intervista che chieda quali prospettive ci siano proprio rispetto alla scelta di un leader, qualcuno sostenga che il leader non è importante – disegnando come segretario una sorta di sagoma di cartone – come se avesse messo il nastro sbagliato, quello del “non ci serve un leader”. Anche nel giorno in cui si deve – accipicchia –  decidere un leader.

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