Né con l’assillante né con l’assillato

La settimana scorsa a Piazza Pulita è successo di nuovo: un deputato leghista, seguito a Roma da un giornalista e un cameraman che gli chiedevano dei recenti scandali intorno al suo partito, ha preso con una mano la telecamera e a giudicare dal suono ha gettato a terra un copriobiettivo o qualche altro accessorio. Il giornalista lo ha seguito ancora chiedendogli “perché ha rotto la telecamera?”, scena che la telecamera ha continuato a riprendere e quindi forse tanto rotta non era (“L’onorevole Fogliato rompe la nostra telecamera” è anche il titolo del video sul sito di Piazza Pulita).
La categoria del giornalista che assilla il politico (o altro personaggio pubblico) ha ormai una storia lunghissima e alcuni celebri campioni (Valerio Staffelli, naturalmente; il micidiale Luca Bertazzoni di Santoro; le Iene in genere). E ognuno interpreta il ruolo a modo suo: alcuni portano il telespettatore a simpatizzare per i più impresentabili assillati e addirittura ad auspicare persino che je menino, altri mantengono una goffa misura. Ma la sintesi di questo atteggiamento, visto dal lato giornalistico è: un tempo si facevano domande per ottenere risposte, oggi si fanno domande per ottenere reazioni (e possibilmente reazioni che si possano rivendere in forma di comunicato stampa, notizia d’agenzia, vittimismo, e ogni altra forma promozionale). Ma non è obbligatorio scegliere con chi stare tra l’assillato e l’assilante.

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Il PD vince ancora, se non arriva nessuno

Scrissi dopo il primo turno della vittoria del PD, indiscutibile sulla base di criteri chiari. Ed è indiscutibile il successo anche ai ballottaggi. Ma non è una vittoria senza sconfitte: nelle tre città maggiori il PD ha: perso, perso sostenendo un candidato che lo aveva sconfitto e vinto sostenendo un candidato che lo aveva sconfitto.

C’è una sintesi di tutti questi risultati: il Partito Democratico, la sua forza di cui parlavo, è considerato da molti italiani solido abbastanza da essere il meno peggio. Quindi ovunque si scontrasse con il centrodestra o la Lega, impresentabili, vince: ovunque invece si scontra con qualcos’altro di alternativo (sinistra più estrema, M5S, lista civica), perde.

La sua speranza è che alle politiche non si affacci qualcosa di credibilmente nuovo, forte abbastanza. E in quel caso vince. Poi vediamo che combina, senza cambiare.

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Sei anni fa

Il primo articolo di Repubblica su Facebook, settembre 2006.

Li riconosci perché indossano camice button-down di Brooks Brothers, mocassini portapenny, matita temperata nel taschino, e appartengono alla community di Facebook. Gli studenti dell’ Ivy League, che riunisce i migliori college americani – da Harvard a Yale, da Princeton alla Columbia – sono i seguaci più fedeli del sito di social-networking che ha fatto del concetto di tribù l’ origine del successo. Nato nel 2004 dall’ idea di Mark Zuckerberg, studente di Harvard, e dei suoi compagni di stanza Dustin Moscovitz e Chris Hughes, Facebook è diventato presto popolarissimo fra gli studenti del college, una piazza virtuale dove gli studenti si incontrano, si scambiano opinioni, fanno amicizia. La realtà è andata oltre le aspettative dei suoi fondatori: il sito riunisce oggi 9,5 milioni di giovani appartenenti a 2.200 atenei americani, 22.000 licei e 2.000 aziende selezionate come la banca Morgan, la Microsoft, la Pepsi. Con l’ iPod è diventato l’ icona del mondo studentesco: alle sue pagine accede l’ 85% degli universitari americani. Ora Zuckerberg ha annunciato l’ apertura all’ intera Internet Generation.

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Notizie che non lo erano

La signora Buccellati, della società di gioielli Buccellati, è stata rapinata a Milano qualche giorno fa e tutti i giornali hanno scritto che le fosse stata sottratta una borsa con valori per dieci milioni di euro. Ma la Buccellati ha diffuso il giorno dopo questa comunicazione: «La società, dopo le verifiche dei valori sottratti, informa che l’effettivo danno subito è enormemente inferiore a quanto riportato finora da tutta la stampa».
Un mese e mezzo fa scrissi qui della secca smentita di Marcello Lippi alle notizie sul suo arruolamento come allenatore di una squadra di calcio cinese, dicendo: «O era falsa la notizia, o era falsa la smentita: vedremo». Adesso che l’annuncio del contratto è ufficiale, possiamo dire che era falsa la smentita (obbligata, si dice, dalle richieste della squadra cinese di aspettare l’esaurimento del rapporto con l’allenatore precedente). La categoria delle “smentite che non lo erano” si sta ingrossando ultimamente, e ha avuto come caso più plateale quello di Leoluca Orlando, che aveva giurato pochi mesi fa che non si sarebbe candidato a sindaco di Palermo, e come sapete parteciperà al ballottaggio domenica.
Giovedì Repubblica titolava in prima pagina “Grecia, corsa a ritirare i soldi in banca” sopra una grande foto di persone in coda davanti a una banca greca: ma quella foto, a quanto pare dal suo uso su una pagina web, era dell’anno scorso.
C’erano numerose inesattezze in diverse ricostruzioni giornalistiche della vita di Donna Summer, la cantante morta giovedì: la Stampa diceva tra l’altro che il suo famoso produttore Giorgio Moroder, originario di Ortisei in Val Gardena, è “friulano”.
Ieri molti giornali di tutto il mondo – e anche gli italiani – hanno riferito con grande enfasi dello “storico” sorpasso dei non bianchi tra i nuovi nati negli Stati Uniti secondo il censimento del 2011. È in effetti una notizia rilevante: ma era stata già data un anno fa, a giugno, quando erano stati diffuse le anticipazioni sul censimento. Il Corriere della Sera per esempio aveva già scritto allora: “Da un’ analisi preliminare dei dati dell’ ultimo censimento Usa relativo al 2010, che verranno resi noti al pubblico tra qualche settimana, emerge lo storico sorpasso delle baby-minoranze sugli under 2 bianchi”.

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Non ce la raccontiamo

Jonah Peretti di Buzzfeed (e prima dello Huffington Post, uomo di grande esperienza e successi nella comprensione dei meccanismi umani in rete) ha trovato - parlando di Facebook – un modo autoindulgente per giustificare il giornalismo dei “boxini morbosi”, ovvero quella parte sempre più invadente di contenuti sui siti di news che con i canoni tradizionali del giornalismo non vi troverebbero spazio (“animaletti carini”, dice a mo’ di esempio, ma metteteci gossip, strano-ma-vero, pruriginosità varie, papere sportive e video comici). Siccome ha una sua efficacia e autosufficienza lo incollo, e poi dico che ne penso.

Imagine you are a French intellectual at a Cafe. You are reading Sartre and Le Monde. You are thinking about big ideas and the issues of the day. And then you notice, as if often the case in Paris cafes, a cute dog sitting under the table next to you. You pause for a moment to pet and admire the dog. Clearly you do not suddenly become stupid while petting the dog. Having love and empathy for another living thing doesn’t make you dumber.
Then you notice a friend sit two tables over and you spend some time talking with her, discussing the cuteness of the dog, the front page of Le Monde, and the subtle distinction between “good faith” and “bad faith” in Sartre’s theory of inauthenticity. Talking about a wide range of topics with your friends is part of being human and it makes sense that people send lots of time on Facebook, and in cafes, socializing with their friends. We are complex creatures with contradictory needs and a love of animals or conversation doesn’t prevent us from reading investigative journalism, philosophy, or breaking news.
Facebook has figured out the humans like the French cafe. We don’t like the media we consume to be neatly separated and segregated. The Facebook News Feed mashes everything together: news about your friends, humor, cute animals, and substantive journalism. It is an exciting time to be a journalist and Facebook is part of the reason why.

La riflessione mi interessa, ed è all’apparenza convincente: ho scritto qui di altre riflessioni e analisi simili e malgrado non le condivida sono incuriosito dai tentativi competenti di analisi e comprensione delle cose. La ragione per cui trovo autoindulgente e pilatesca questa romantica costruzione di Peretti è però che noi non siamo intellettuali francesi, nella cospicua maggioranza. E mi azzardo a pensare che sia più difficile diventare intellettuali francesi che leggono Sartre e Le Monde se si sta su Facebook. Perché per la quasi totalità di noi – è la natura umana – “i nostri amici, l’umorismo, e gli animaletti” sono più attraenti del “giornalismo di qualità”: e il lavoro dei giornalisti è sempre stato quindi di scavare una nicchia al giornalismo di qualità e alla loro scelta di gerarchia delle notizie nuotando controcorrente alla nostra attitudine a contenuti più facili e insignificanti (i lettori di giornali non sono mai stati maggioranze, come si sa). Ora Peretti, e molti altri, propongono che i giornalisti offrano entrambe le cose: ma è come dire a una tv pubblica di fare anche varietà mediocre e non solo buona informazione (ops), o come dire a una libreria di vendere anche dvd porno. Il business cresce, ma non per questo si vendono più libri. Se ne vendono uguale, o meno.

E quindi preferirei che Peretti e gli altri come lui avessero la sincerità – molti ce l’hanno – di dire che la questione è la stessa della libreria con i dvd porno: vendere i dvd porno permetterà di continuare a vendere libri, attività in perdita che altrimenti sarebbe destinata a chiudere (di fatto già lo si fa, nelle librerie, se guardate quali titoli reggono il mercato editoriale), e lo stesso vale per i giornali e l’informazione. Il modello “misto” è quindi interessante, ma non è una rivoluzione creativa: è un adattamento darwiniano, con specie che si estinguono.

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I cartoni delle uova

La grande epica delle radio libere, abbondantemente celebrata e costruita da film, libri, musica e memorie varie, avrebbe dovuto individuare come suo simbolo concreto (che se no era tutta una cosa di “etere”, musica, suoni, polvere, emozioni e telefonate in onda) un oggetto: il cartone delle uova. Ovvero quei pannelli fatti a forma di contenitori delle uova e storicamente usati in ogni ambiente dove si fa musica perché hanno un buon potenziale di assorbimento del rumore a basso costo rispetto a materiali più efficaci e “tecnici”. E usati moltissimo nelle radio libere, soprattutto in quelle più piccole e a corto di risorse, come quella che frequentai per un periodo quando ero al liceo, che stava davvero in un garage sulla strada, diviso in due spazi insonorizzati con i cartoni delle uova e chiuso da una saracinesca avvolgibile.
Ero il più piccolo, mi facevano mettere i dischi ogni tanto – io a casa ne avevo pochissimi, costavano – a patto che non parlassi nel microfono perché avevo la voce di Paperino. E che non mi fissassi troppo sulle stesse canzoni, come quando avrei messo “You” di George Harrison una volta ogni mezz’ora, per la disperazione dei nostri trentasette ascoltatori e la mia sovreccitazione – pezzo tiratissimo, fatto praticamente solo di pronomi – in quello spazietto di cartoni delle uova.
Per quello mi è tornato in mente, perché vedo ora la raccolta di George Harrison uscita insieme al film di Martin Scorsese su di lui, e non vedo “You”, e pazienza. Ho tutti i file mp3, ora, e niente cartoni delle uova.

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Notizie che non lo erano

Questa è interessante, vista da qui. Il New York Times ha pubblicato una delle sue “corrections” – le correzioni agli errori contenuti nei suoi articoli, abitudine sconosciuta ai giornali italiani – a proposito stavolta di un articolo pubblicato nel 1935: vi era riportato il nome di un concerto di Beethoven nella nota sbagliata e c’era un refuso nel nome del pianista.
Il capo della polizia Antonio Manganelli ha smentito giovedì le notizie uscite sui quotidiani sull’attentato contro un dirigente dell’Ansaldo a Genova:  «Non abbiamo alcuna evidenza sulla nascita di nuove Brigate Rosse».
In un articolo su Repubblica sulle folle di giovani che vogliono partecipare a X-Factor, Francesco Merlo ha scritto domenica che il programma è stato “inventato quarant’anni fa dall’inglese Simon Cowell”: ma Cowell quarant’anni fa aveva dodici anni, quindi è probabile che il calcolo non sia molto accurato (il programma è andato in onda la prima volta nel 2004, in Gran Bretagna).
Alcuni siti di news hanno diffuso, anche in Italia, la storia che “Abramo Lincoln aveva inventato Facebook”: nel senso che Lincoln avrebbe depositato due secoli fa un brevetto per una specie di giornale personale, che parlasse solo di una persona. Ma il “giornalista” che aveva diffuso la scoperta è stato rivelato come un inventore seriale di notizie, e la storia non aveva nessun fondamento.
Secondo Donato Capece, Segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, «Quello messo in atto nel carcere di Parma da Bernardo Provenzano è stato un maldestro tentativo di simulazione di suicidio probabilmente per evitare di essere sottoposto ad una visita psichiatrica già programmata». La notizia del tentato suicidio era stata data da tutti i giornali e i telegiornali, e avrà bisogno di maggiori verifiche.

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Per Enzo, tra l’altro

Da oggi il Post pubblica le strisce quotidiane dei Peanuts e di Doonesbury, unico in Italia, e c’è una lunga storia dietro che nasce da quando alcuni quotidiani italiani pubblicavano i comics come centinaia di altri in tutto il mondo – giurerei su Paese Sera, decenni fa – e prosegue con un esperimento esaurito sul nascere a cui partecipai al Riformista, e prosegue con la pubblicazione di Doonesbury sull’Unità, di cui fui suggeritore e co-curatore assieme a Francesco Costa, ma che poi fu interrotta.
Sui Peanuts, ho nel cassetto da dieci anni un libro intitolato “Tutto quello che so l’ho imparato dai Peanuts”: ma tutti ne sanno abbastanza e ci coltivano rapporti propri. Non serve dire niente. Su Doonesbury ho scritto molte altre volte (e qui c’è molto di quello che serve sapere): una di quelle volte titolai il post così come questo, e vale ancora.

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Punti e stelle

Al di là del merito e delle tifoserie (non sono juventino, non sono interista, non ho interessi in ballo), ho un’obiezione “tecnica” a quello che scriveva ieri Michele Serra e a quello che scrive oggi Stefano Nazzi, sull’implicazione sovversiva e di violazione delle regole della pretesa della Juventus di attribuirsi 30 scudetti e 3 stelle.
Riassumo Serra – col quale già ne parlammo – in pochissime parole: se decidi di comportarti come se una sentenza pronunciata da un organismo che implicitamente rispetti e condividi sia sbagliata, ne mini le fondamenta e fai saltare tutto il patto.

L’obiezione è che Serra confonde l’obbedienza a una regola con la sua contestazione, confonde un reato con un’opinione. La Juve non è parte dell’istituzione, non è tenuta a condividere pubblicamente i suoi pronunciamenti, mentre è tenuta invece a obbedirvi: anche perché se non lo facesse compierebbe nuove violazioni di regole che sarebbero sanzionate.
La Juve non ha deciso di non partecipare più al campionato (poteva farlo, se avesse voluto mettere in discussione il sistema), o di andare alla sede dell’Inter e portarsi via dei trofei: sta solo manifestando il suo dissenso da quella sentenza, che ha comunque inevitabilmente subito e “rispettato”, punti di penalizzazione compresi. Ufficialmente, gli scudetti sono 28, punto.

L’equivoco è importante, perché discende direttamente dalla pretestuosa obiezione che nella società civile pretende che non si possano discutere e criticare le sentenze della magistratura: il “rispetto delle sentenze” è una formula ingannevole e strumentale usata per mettere a tacere i dissensi. Le sentenze le fa rispettare lo Stato, e la forza pubblica, eventualmente: ma io, mentre le subisco, mentre sconto la pena, ho diritto di dire che non è giusto e che per me il colpevole non sono io. Ho diritto di dirmi innocente, che lo sia o no. Ho diritto di fare tutto quello che non violi una regola scritta, nel qual caso ne sarò perseguito. E sostenere che esercitando questo diritto io metta a rischio il patto sociale è un ricatto morale che trascura la libertà di opinione.

La Juventus ha 28 scudetti, punto. E ha diritto di dire che ne ha vinti 30. Punto.

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Michele chi

La confusione e la spartizione del territorio e degli ospiti tra i talkshow di prima serata che si occupano di politica sono intense: lunedì l’Infedele, martedì Ballarò, mercoledì riposo, giovedì Santoro e Piazza Pulita, venerdì Robinson, ultimo arrivato. Oppure: lunedì Lerner, martedì Floris, giovedì Santoro e Formigli, venerdì Costamagna. Voi quali chiamate col nome del programma e quali con quello del presentatore? Santoro è Santoro, in ogni caso: quasi nessuno lo chiama Servizio Pubblico, anche perché la scelta del nome non è di grande identità. E chissà se è questo ad aver generato i goffi momenti a Robinson, quando l’ospite Giovanni Sartori, che era stato intervistato la  settimana precedente per una puntata del programma di Santoro, ha negato di sapere cosa fosse, “Servizio Pubblico”. «Lei ha detto a Servizio Pubblico…», gli ha rinfacciato Costamagna; e lui: «Cos’è Servizio Pubblico?». Veniva da chiedersi se a) Sartori è un uomo distratto; b) Sartori non conosce il nome del programma di Santoro, a dimostrazione della sua scarsa penetrazione (o del fatto che i programmi di Santoro alla fine sono tutti Santoro, e il resto non conta); c) Sartori è stato intervistato da una giornalista senza preoccuparsi di quale programma avrebbe trasmesso l’intervista; d) quello intervistato da Santoro era un sosia di Sartori, visto che il Sartori di Robinson ha persino negato di aver detto alcune cose che il suo sosia aveva detto su Grillo. Già, perché si parlava di Grillo, per la sessantacinquesima volta, anche lì.
Dai che tra poco andiamo tutti in vacanza.

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Franco Serantini, 40 anni fa

Ieri erano 40 anni esatti dalla morte di Franco Serantini, ucciso dal pestaggio della polizia durante una manifestazione di sinistra a Pisa il 5 maggio 1972, dopo due giorni di sofferenze in carcere. È un paese che celebra qualunque anniversario con grande (e a volte legittima) enfasi, ma di Serantini mi pare non si sia ricordato nessuno. Al Post volevamo pubblicare le pagine del bel libro di Corrado Stajano, ma c’è un problema di diritti e non siamo riusciti. Poi la giornata ci ha travolti, e non siamo riusciti nemmeno noi nel nostro piccolo a supplire a questa impressionate mancanza: che rivela quanto quella storia sia dimenticata e quanto nessuno abbia voglia di ricordarla: sarà che non ci sono eccitanti polemiche da alimentare.

Almeno a Pisa, se ne ricordano:

 il  7 maggio prossimo ricorrerà infatti il 40° anniversario della morte di Franco Serantini, anarchico di soli vent’anni, brutalmente percosso da alcuni agenti del 2° e 3° Plotone della 3a Compagnia del 1° Raggruppamento celere di Roma mentre – il 5 maggio 1972 – partecipava a una manifestazione antifascista di protesta contro il comizione dell’allora onorevole Giuseppe Niccolai dell’Msi. Franco venne poi trasportato al carcere “Don Bosco” di Pisa e lì, nonostante la sua disperata richiesta di cure, venne prima interrogato e solo in seguito sottoposto a una visita medica.
Il 7 maggio lo trovarono morto nella sua cella. Il certificato di morte parlò di “ematoma intracranico post-traumatico”, ma l’avvocato Giovanni Sorbi che all’epoca prese parte all’autopsia parlò di “corpo devastato” dai colpi.
Franco Serantini viveva nel Collegio Pietro Thouar, nella piazza che oggi, per la maggior parte dei pisani, porta il suo nome. Dopo la morte gli amici e i compagni di Franco, insieme a gran parte della città, lo hanno voluto ricordare apponendo una targa sull’edificio dove Franco aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita e ponendo nella piazza un monumento di marmo a memoria.
Da quel momento per tutti gli amici di Franco, e per tanti pisani in generale, la Piazza San Silvestro è diventata di fatto il luogo deputato alla memoria di Serantini. Nel 2011 la Biblioteca che porta il nome di Franco, ha promosso una petizione on-line perché gli fosse intitolata la piazza. Più di un migliaio le firme raccolte, ma l’Amministrazione comunale a quella voce ancora non ha prestato orecchio.

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Chi ha vinto

Tutte le analisi sono parziali e sommarie, e anche questa. Solo un pezzetto della storia, solo un punto da cui guardarla. Ma se partiamo dalle somiglianze tra il voto greco e quello italiano –  che ci sono, in gran parte delle motivazioni e delle scelte, insieme a mille ovvie differenze – una delle differenze più sensibili è che qui tra i puniti manca uno dei grossi partiti che sostengono il governo dei tagli e dell’austerità: ovvero il PD. E questo è forse il criterio maggiore con cui considerare quello del PD un successo, e rispettare una volta ancora – malgrado tutte le sue immobilità e spaesamenti – la solidità della sua forza. L’unico partito che non tracolla mai. Che forse è anche il maggior limite alla sua evoluzione, ma quella è storia di domani. Oggi se la sono cavata bene.

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Twitter, gli hashtag e lo spam

Da quando al Post ci siamo messi a studiare e capire la genesi dei Twitter Trends – la lista dei termini più usati su Twitter – abbiamo avuto soddisfazioni e frustrazioni. Le soddisfazioni nascono da ogni occasione di capire mondi paralleli che non siamo abituati a frequentare, come per esempio quelli dei fanatismi musicali dei teenager (che monopolizzano buona parte di quei trends), o di scoprire cose di cui in molti parlano senza che noi ce ne siamo immediatamente resi conto. Le frustrazioni si debbono al realizzare che la maggior parte dei temi su cui gli italiani si appassionano hanno poco a che fare con l’attualità o con la circolazione delle informazioni e molto coi giochini fini a se stessi, i tentativi di fare dello spirito diventati routine (Pisapia e Sucate hanno lasciato una scia di fuffa inestinguibile), le competizioni tra ragazzini a chi ha lo hashtag più lungo. Ma seguire tutto e capirlo è comunque interessante.

Che però ci sia un problema di invasione di irrilevanza e perdita di senso, lo notano in tutto il mondo. Il sito dell’Atlantic ha contestato infatti lo “spam via hashtag”, ovvero l’abuso di determinati hashtag più popolari per usi altri: quello dei “bot” automatici che fanno circolare pubblicità (porno compreso) usando gli hashtag più diffusi; quello di chi fa lo spiritoso su un determinato hashtag nato con intenzioni serie e scatena una reazione di mattacchioni che colonizza quello hashtag; quello di chi decide di twittare dal suo account successioni intensissime di citazioni da un evento che interessa a pochi; quelli che usano lo hashtag (confesso di essere tra questi, e Massimo Mantellini mi sgrida) fuori dalla sua funzione, come sorta di commento o corollario al tweet.
Dice l’Atlantic: così una funzione utile ed efficace è resa inutilizzabile. Ok, cercherò di moderarmi. Ma ai ragazzini e ai simpaticoni chi glielo spiega?

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Gotye under my skin

La notizia è che c’è un belga al primo posto della classifica delle canzoni più vendute su iTunes negli Stati Uniti e al primo di quella britannica e al primo di quella italiana. Ma è anche primo nella classifica generale americana dei singoli. Che non so se sia mai avvenuto: escludo nel caso di Jacques Brel, e anche di Plastic Bertrand. E i Deus manco a parlarne. E insomma, realizzo che il Belgio non è mai stato molto competitivo sul piano della musica internazionale.
E ora c’è Gotye. Che va bene, non è proprio belga belga, però è belga. Nel senso che è nato a Bruges e si chiama Wouter De Backer, che non è poco. Poi ok, a due anni la sua famiglia lo ha portato in Australia e lì è rimasto. Ora ha quasi 32 anni, il suo terzo disco l’autunno scorso ha fatto il botto in Australia e poi un po’ alla volta in mezzo mondo. Nelle settimane scorse il singolo “Somebody that I used to know” è arrivato al primo posto in una quindicina di paesi, e allora lo hanno mostrato in un sacco di programmi tv americani, e ha svoltato anche lì. A me ricorda “Lemon tree”, una canzone che fece il giro del mondo nel 1996, loro erano una band tedesca – Fool’s garden – di cui fuori dalla Germania poi non si seppe altro. Magari al belga va meglio.

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Notizie che non lo erano

La storia dell’uomo che ha “creato incidenti e complicazioni” (così i siti inglesi) nel centro di Londra è un tipico caso di notizia che arriva nelle redazioni prima di essere ancora del tutto chiara: alcuni siti di giornali aspettano che lo sia di più rischiando di sottovalutarla, altri la pubblicano immediatamente rischiando di sopravvalutarla. I siti britannici non le hanno dato i titoli maggiori e hanno parlato solo di “disturbance”, quelli italiani molto spazio, avvalorando dettagli non verificati e insistendo su esplosivi e armi. Il risultato, per fare solo un esempio, è che quando tutto è finito Repubblica.it aveva in homepage il titolo “Liberati i quattro ostaggi”, nell’articolo il titolo “Uomo armato sequestra quattro persone”: ma nel testo si diceva “gli agenti hanno dichiarato di non essere a conoscenza di alcuno ostaggio” (anche Corriere.it, in homepage, “Arrestato l’uomo barricato in un palazzo con quattro ostaggi”; BBC, molto più piccolo “Chiusa Tottenham Court Road dopo segnalazioni di minacce esplosive”). Oppure, ancora Repubblica.it, “Uomo con bomba minaccia quattro ostaggi”: il Guardian, alle 18, diceva che “testimonianze su alcune bombole di gas non sono state confermate”.

È stata molto ripresa ed amplificata su diversi quotidiani la notizia che uno dei due marinai italiani – Massimiliano Latorre – in carcere in India sarebbe stato definito “un eroe” dalla stampa indiana per aver salvato un fotografo indiano che rischiava di essere investito: “La stampa indiana racconta dell’atto di eroismo di cui il marò tarantino è stato protagonista sabato mattina fuori il carcere di Trivandum mentre, con Salvatore Girone, si recava al colloquio giornaliero con i familiari”. Titolo della Gazzetta del Mezzogiorno, per esempio: “Marò salva fotoreporter bloccando auto con le mani”. “Per i media indiani Latorre diventa un eroe”, Messaggero. “Latorre-eroe salva un fotoreporter”, Ansa (“così la stampa indiana”). Ma come ha spiegato il sito di news sull’Asia China-Files, in realtà su un solo quotidiano indiano è uscita piuttosto una foto di Latorre fuori dal carcere mentre si avvicina a un uomo per terra, con questa didascalia: “Il marine italiano Massimiliano Latorre mentre scatta per soccorrere un fotoreporter inciampato dopo aver sbattuto contro un’auto davanti alla prigione. Il marine, nel momento dell’incidente, stava uscendo di prigione per incontrare la sua famiglia”.

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Non uno di noi

Sugli ostacoli di fronte all’elitismo e sulla forza dell’anti-intellettualismo (roba di Un grande paese, per chi si chiede perché ci torni), il New Yorker avvisa Obama di andarci piano col fare il figo:

But for Obama, accentuating his hipness carries some dangers. The essence of being hip, after all, is that you operate on a more refined plane than most people: you are more fashionable, more discerning, and more discriminating than the average boob. For a President who is already viewed by some Americans as an out-of-touch élitist, this isn’t necessarily the sort of image you want to cultivate—especially during a prolonged economic downturn.

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Ho molti amici blogger

Ho un paio di pensieri su alcune cose che Francesco Merlo ha detto a Perugia sui blog e che hanno irritato in molti: lo so che sono passati alcuni giorni, ma ho fatto altro e comunque è sempre saggio mettere un tempo tra le cose che ci sembrano sciocchezze e il loro commento (un tempo infinito, a volte). Merlo ha detto delle cose contro “i blog” (“non tutti”) che somigliano a quelle che negli anni sono state dette da altri critici.

Il web viene utilizzato spesso per coltivare rancori, per lanciare schizzi di umore che spesso sono neri, diventano spesso i bloger, non tutti ovviamente, diventano dei parassiti dei giornalisti di carta, perchè fanno le pulci a quel titolo, questo ha fatto così eccetera, passano le loro giornate a censurare, criticare i giornali, quindi come se ci fosse nel bloger, anche fisicamente, difatti poi a volte si somigliano, sono un po’ cupi e hanno questa idea del mondo che, insomma, trafficano con le parole, il giornalismo non è questo.

Niente di nuovo insomma, opinioni un po’ ignoranti e superficiali ma non più rare di quelle che dicono “se li hanno arrestati qualcosa avranno fatto” o “i gay hanno molto gusto”, cose così. Però ci torno perché sono una nuova occasione per notare quanto uno dei peggiori nemici della chiarezza e della verità siano le categorie e le generalizzazioni. I “blogger” non esistono, come non esiste il “giornalismo”. Sono categorie e semplificazioni di cui ogni immagine chiara è inevitabilmente una semplificazione fuorviante: da cui non possono che nascere opinioni superficiali e ignoranti. Come dire “i libri sono belli”: mica è vero, è pieno di libri mediocri, se uno poi li legge.

Sarebbe quindi inutile discuterne nel merito, delle critiche di Merlo: non si mostra un ebreo generoso a chi dica che gli ebrei sono avari. Però in questo caso ci sono un paio di elementi interessanti ed esemplari, nel merito, per capire non una generalità ma un pezzetto dell’atteggiamento di alcune persone sulla rete.
Posto che Merlo – che ho conosciuto a Perugia e mi sembra una persona assai più cortese e meno aggressiva di questo e altri suoi interventi – dice “non tutti” (ma la dichiarazione in quanto tale rende quel “non tutti” piuttosto secondario), le due cose di cui accusa i blog sono “parassiti” e “non giornalismo”.

Ora, volendo seguire questa linea di pensiero, uno potrebbe accusare di parassitismo e non giornalismo anche la quasi totalità degli articoli di Merlo, che constano praticamente sempre di commento a valle di notizie pubblicate altrove sul suo giornale, senza che lo stesso Merlo abbia fatto particolari indagini giornalistiche per scriverli. Quasi sempre “fa le pulci”, “passa le sue giornate a censurare e criticare”, come direbbe lui. È la sua cifra e ciò per cui il suo giornale lo usa. L’eventuale qualità dei suoi pezzi risiede nella scrittura – più letteraria che giornalistica – e nell’acutezza di analisi, che sono proprie di molti osservatori, letterati, intellettuali, senza che il giornalismo – inteso nel senso riduttivo e semplificatorio – ci abbia niente a che fare. Non più di molti blog che raccontano il mondo, per dire dei rischi delle categorizzazioni spicce.

(Parentesi: questo pezzo sulla stupidità della differenziazione tra giornalisti e blogger l’ho scritto la prima volta nel 2003, credo. Dimmi tu.)

Ma anche non volendo mettere sotto la sua propria lente il lavoro di Merlo stesso, lui dovrebbe eventualmente spiegare in cosa sia meno parassita l’uso di video messi da altri su Youtube, di foto prese da Flickr o Twitter, la riproduzione di spezzoni televisivi, la traduzione di articoli stranieri: tutte cose che legittimamente o meno fanno il suo e altri giornali. Dovrebbe eventualmente spiegare perché non sia “fare le pulci”, il diffuso attacco ai “pericoli della rete”, all’”inaffidabilità delle notizie online”, e ad altri miti dell’informazione luddista: con cui i giornali si riempiono di articoli bellicosi, in un capriccio simmetrico a quelli a cui sembra riferirsi lui.

Ma siccome tutte queste mi sembrano totali ovvietà, che anche Merlo conosce, immagino che quello che lui volesse dire – in un contesto in cui si è lasciato andare a una certa sommarietà, magari era tardi – è che ci sono alcuni blogger infantili e scontenti che usano i loro blog per cercare di affermare se stessi e combattere le proprie insicurezze attraverso la ricerca spasmodica dell’errore del giornalista, verso il quale hanno un complesso di inferiorità e competizione. E che alcuni giornalisti hanno identici e simmetrici complessi per cui non riescono a vivere con indifferenza e misura  che questo avvenga, se ne fanno venire esaurimenti nervosi e attacchi di lesa maestà, e certi persino cercano i propri nomi su Google salvo poi stare agitati tutto il giorno perché uno sconosciuto che si firma Sacrograal o Thepirate ha corretto loro un accento trattandoli da cretini.

Questa in effetti è una ricostruzione di un aspetto psicologico assai marginale dell’informazione contemporanea che mi sembra fondata, a volerla proprio fare.

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Tulibudibudautiu

Momenti di commozione ieri sera, quando una fiction squinternata su Rai Uno – “Una grande famiglia” – ha usato quel capolavoro del trash sentimentale che è “Without you” dei Badfinger – in una versione della versione di Mariah Carey – riportando alla memoria il leggendario video bulgaro di “Chenlì”.

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La tv nel tablet

Fermiamoci un attimo a meravigliarci, ogni tanto. Molti di noi hanno guardato la televisione per diversi anni alzandosi a schiacciare i tasti dei canali e abbassare il volume col dito, e ora abbiamo tra le mani delle lavagnette sottili più piccole di un foglio A4 su cui guardiamo i programmi della tv dovunque vogliamo, anche alla fermata del tram. Qualcuno dirà che però le lavagnette le abbiamo pagate parecchio, che per vedere i programmi di Sky si paga dell’altro, che quelli disponibili sono solo alcuni, che ogni tanto diventano tutti sgranati a quadratini, soprattutto durante le partite, che sull’applicazione della Rai ci sono sfinenti pubblicità che si ripetono uguali ogni volta che cambi canale, e che la connessione mobile non è così affidabile in tutta Italia. E va bene. Ma io mi meraviglio lo stesso.
In questo momento, dalla fermata del tram, posso guardare la puntata dei Simpson, il Tg1, il torneo di tennis di Montecarlo, un documentario di disastri aerei, e pure Antonella Clerici e certe pastasciutte (e ne posso scrivere per Vanity Fair, dalla fermata del tram). Cose che non ho mai il tempo di guardare.
L’unico problema qual è? È che sulla stessa lavagnetta, alla stessa fermata del tram, posso vedere i film usciti due mesi fa (anche quelli nuovi, se fossi pirata cattivo), giocare a una serie di games spettacolosi, leggere i giornali di tutto il mondo, seguire conversazioni e notizia da tutto il mondo su Twitter e videochiamare su Skype mio fratello.
Sono sempre tempi difficili, per la tv.

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Un vecchio trombone come gli altri

Non credevo questo momento sarebbe arrivato: non sto più riuscendo a rispondere a tutte le mail, mi scuso con chi passasse di qui e spero di recuperare almeno con vergognoso ritardo.

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