«My name is Giovanni Giorgio»

Se non avete letto le note di copertina, la prima canzone del nuovo disco dei Daft Punk (Random Access Memories, esce in mezzo mondo oggi, in Italia martedì) vi fa dire “guarda che stavolta hanno deciso di rifare gli Chic, quelli di Le Freak e di altri classici della Disco”. Se non avete letto le note di copertina, la terza canzone del disco vi fa dire “chi è il narratore di questo bizzarro monologo musicato che a un certo punto dice «My name is Giovanni Giorgio, but everybody calls me Giorgio»?”. Poi leggete quelle note e scoprite che nel primo pezzo c’è Nile Rodgers in persona, creatore degli Chic e leggendario produttore di grandi dischi dance e pop successivi (da alcuni anni combattivamente malato di cancro, di cui scrive su un blog); e scoprite che nell’altro pezzo “Giovanni Giorgio” è Giorgio Moroder che racconta come diventò l’inventore di Donna Summer e della discomusic, con dovizia di dettagli tecnici da produttore.
“Il disco più atteso dell’anno”, come lo hanno chiamato molti giornali internazionali, è insieme la sanzione che la dance contemporanea più imbattibile è sempre quella dei due francesi Daft Punk e che la dance contemporanea più imbattibile deve tutto agli anni Settanta e Ottanta, riempita di sintetizzatori, elettronica, vocoder, scratch, rime di “right” e “tonight”, finti astronauti e immaginario spaziale vintage, riferimenti al rock barocco dell’Electric Light Orchestra, falsetti, orchestrazioni da musical e devozione vera e propria per la discomusic. Tutto mescolato assieme, arricchito di autotune delle voci e invenzioni che a descriverle sono oltre i confini del kitsch, ma a sentirle sono una delle cose più divertenti – e a momenti anche emozionanti, come nella baracconata di “Touch” – che si siano sentite da anni. E il singolo “Get Lucky” con Pharrell Williams – un’altra cosa da Chic – spopola già da settimane, a ragione.

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Barock

In tutto questo oggi compie 60 anni pure Mike Oldfield, evocato quando ero bambino per una cosa che allora fu subito leggendaria – faceva molto “cultori della materia rock” – e stava in equilibrio tra il genio e la baracconata, un disco-sinfonia che pubblicò a vent’anni suonando quasi tutto il suonabile: “Tubular bells”.

Poi conobbe un secondo momento di grande successo più “commerciale” (in realtà anche Tubular Bells vendette tantissimo per decenni) dieci anni dopo con un paio di canzonette cantate – Moonlight Shadow e Foreign Affair, sfinenti, si sentivano ovunque – con efficacia da una cantante scozzese, Maggie Reilly (e non era male neanche Crime of passion, di quei tempi, di cui ho il 45 giri). Prima però fece la sua cosa che tuttora preferisco, un tempestoso pezzo che evoca la volta che quasi morì in aereo.

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Bradipd

Ora si riparla di Sergio Chiamparino come potenziale segretario del PD. È stato un apprezzato sindaco di Torino, l’ha guidata in una trasformazione apprezzata da tutti ma su cui molti ricordano che i debiti sono ancora da pagare, si è tenuto alla larga dalle peggior beghe nazionali pur essendo un solido pezzo del partito e dei suoi antenati. Non è quindi esattamente un “candidato di rinnovamento” ma con i rinnovamenti a cui siamo abituati può sembrarlo un po’, e Renzi che lo sa è stato il primo a farlo ricircolare nei giorni dell’elezione del Presidente della Repubblica.

Il problema con questo partito  è che tutto avviene sempre con straordinario ritardo, e quando avviene le cose sono già cambiate di nuovo, intorno. Chiamparino fu un’ipotesi interessante quattro anni fa quando le forze di chi voleva cambiare le cose erano deboli, e lui poteva essere un compromesso e un’evoluzione proficua.

Poi c’è ‘sto benedetto Chiamparino. Che è molto stimato per il suo lavoro da sindaco (e io condivido questa stima). E sa il fatto suo e conosce un partito. Vicinanza politica con i piombini: bassina. Però un’impressione di maggior facilità di comunicazione e comprensione dei due candidati maggiori, e di possibilità di proficua collaborazione. Si candidasse e chiedesse aiuto e complicità, la sua richiesta sarebbe più credibile di quella dei suoi rivali (uno manco l’ha presentata, peraltro). E sicuramente, anche guardandola da fuori, la sua sarebbe una candidatura di maggior spariglio dei giochi che non le altre due.

Ma allora Chiamparino rinunciò. Sono passati quattro anni che sembrano otto, abbiamo tutti quattro anni in più, il maggior fallimento di un “vecchio ” PD è ormai palese e la crescita di un’opportunità di rinnovarlo altrettanto palese. Ripescare Chiamparino sarebbe un passo indietro, e con ogni stima e rispetto per l’uomo e le sue qualità, se Renzi dovesse essere coerente con la sua metafora della rottamazione, dovrebbe dire che sta rottamando una Duna per sostituirla con una Uno.
Ed è sempre così, dicevamo. Prendete Cuperlo, che a questo giro è tornato in ballo anche lui, ed è persona intelligente e di grande equilibrio, anche lui di mediazione tra vecchie leadership e sensibilità più giovani. Tanto intelligente e di equilibrio che poteva essere una buona idea nel 2009, e se ne parlò parecchio, ma lui si è sempre tirato indietro. Adesso ha quasi 52 anni pure lui, molte cose sono cambiate ed è più vecchio di Enrico Letta. E andando indietro, Walter Veltroni avrebbe potuto essere un candidato di costruzione di una cosa nuova nel 2005, ma rinunciò e aspettò che passassero tre anni e il fallimento del governo Prodi.

Curiosa anche questa frequenza di leader che “non se la sentono” mai quando c’è da fare cose sovversive e di cambiamento, e arrivano alla stessa decisione solo quando ce li trascina la corrente e la loro disponibilità non rischia di far alzare nemmeno un sopracciglio. Leader per non disturbare.

L’ipotesi Chiamparino – come l’ipotesi Cuperlo – sono insomma in perfetta continuità con il passato delle scelte del PD: adottare le soluzioni che erano soluzioni ai problemi di quattro anni prima, e dimezzare i ritardi. Ma da un secondo dopo, già i ritardi stanno aumentando di nuovo, e nel 2015 saremo di nuovo qui a fare gli stessi discorsi e a proporre che a sostituire Cuperlo o Chiamparino o chi so io, dopo la grande sconfitta del 2015, sia Zingaretti.

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My man Wim

Wim Mertens mi piace da un sacco, da quando ero giovane e sentivo cose più rumorose e cominciai a innamorarmi dei pianoforti da soli, o anche dei pianoforti lamentati come quelli di Wim Mertens (o anche di quelli borbottati, come nel caso di Keith Jarrett). Però quando lo dico in giro, che mi piace ancora Wim Mertens, molto – il quale fa cose uguali ormai da un sacco di tempo, non solo col pianoforte, ma per me tutte belle – quelli bravi che conosco che si occupano di e fanno musica colta mi guardano un po’ come se avessi citato Tiziano Ferro durante un concerto di Neil Young. E allora ho via via smesso di citarlo, ma mi sento in colpa, anche perché da ragazzo ho visto molti suoi concerti, che lui è belga ma veniva sempre in Italia in certi bei teatrini di provincia. Quindi per farmi perdonare gli faccio molti auguri, che oggi compie 60 anni e io gli sono grato.

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Un esercito di spaventapasseri

Ho conosciuto Evgeny Morozov a Ferrara un paio di anni fa, quando partecipammo insieme a un dibattito e ci trovammo d’accordo su molti dubbi nei confronti di alcune enfasi ottimiste nei confronti di alcuni aspetti della vita digitale (allora, in particolare, parlammo del vacuo successo delle petizioni online, alternativo a impegni più proficui). E mi sta molto simpatico, da allora.
Ma mi unisco a quelli che trovano che la sua attenzione a questioni simili si sia ormai tramutata in una specie di “professionismo dell’anti internet” a gettone, avvicinandolo purtroppo a una macchietta inaffidabile nelle sue critiche routinarie a qualunque cosa sia internet, eletto a portavoce da masse di commentatori ignoranti di queste cose che cercavano giusto uno che spiegasse meglio le banalità luddiste che pensano. Lui dice che le spara grosse per muovere le acque, che è esattamente il vecchio fragile alibi di quelli che le sparano grosse perché non riescono più a smettere.
Ora si parla molto di un suo nuovo libro, una cui recensione mi sembra riassuma in una frase non solo tutta l’opera corrente di Morozov, ma anche gran parte del dibattito su internet e simili di cui si legge anche in Italia (e forse anche di altri dibattiti), alludendo allo stratagemma dialettico (straw man, spaventapasseri) con cui si attribuiscono assurde e infondate posizioni all’avversario, per poterle smontare con facilità ed efficacia.

«Questo libro è in sostanza una gloriosa vittoria contro un esercito di straw men»

 

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Libri letti

Ho cominciato Inferno di Dan Brown:

I ricordi si materializzarono lentamente, come bolle che risalgono in superficie dall’oscurità di un pozzo senza fondo.

Ho finito Inferno di Dan Brown.

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In cammino

Molti dei modi in cui uso il mio tempo oggi sarebbero sembrati assurdi anche a me, me li avessero disegnati vent’anni fa. Mia moglie – che non cessa di trovarli disdicevoli – ha ammesso da un po’ che quasi tutte le mie depravazioni digitali che osserva e condanna di volta in volta, diventano qualche tempo dopo le depravazioni digitali di tutti. Sono un pioniere dell’alienazione tecnologica, si può dire: la mia ipotesi è persino che io fossi psicologicamente programmato per l’alienazione tecnologica prima che la rivoluzione digitale arrivasse, e se non fosse arrivata probabilmente oggi mi troverei in una clinica per disadattati mentali o avvolto in grovigli di coperte su un lato della Stazione Centrale.

Comunque, ultimamente mi studio nella nuova evoluzione a cui mi ha portato la maneggevolezza dell’iPad Mini, facile da portarselo dietro e tenerlo in mano e leggerlo in qualunque contesto e angolo di tempo, e che uso quindi in tutte le circostanze in cui non sono davanti a un computer: di fatto, quando sono fuori. Scendo le scale con iPad in mano, cammino fino alla fermata del tram leggendo i giornali, guardando Twitter, aggiornando il Post, prendendo appunti, aspetto il tram così, salgo sul tram e leggo (qualche volta ho giocato a Ruzzle, sul tram, preoccupato che mi interrompesse qualche conoscente), scendo di nuovo e cammino leggendo, appoggio iPad sul bancone del bar mentre ordino una brioche, arrivo in redazione in ascensore leggendo ancora e facendo screenshot delle cose che mi interessano o che mando ai miei colleghi del Post, a volte sottolineate con GoodNotes o Skitch.

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Osservare cosa invece che capire perché

Una parte di una cosa su Big Data e come internet ci cambia pezzetti della vita che ho scritto per IL di questo mese.

Lo dicono nel loro libro Mayer-Schönberger e Kenneth Neil Cukier: «L’era dei Big Data sfida il modo in cui viviamo e interagiamo con il mondo. La cosa più impressionante è che la società dovrà accantonare alcune delle sue ossessioni per i sistemi di causa ed effetto in cambio di semplici correlazioni: interessandosi non ai perché ma solo ai cosa. Questo ribalta secoli di pratiche consolidate e mette in discussione i nostri più basilari approcci a come prendere le decisioni e comprendere la realtà».

L’accantonamento della ricerca di senso e ragioni delle cose in favore di una prevalente attenzione ai modi del loro dispiegarsi è in effetti una rivoluzione che investe molto altro del nostro modo di pensare, e non solo il tema dell’indagine sui dati. Perché è legata anche alla nuova accelerazione del cambiamento, all’evoluzione continua di fenomeni e successioni di cause ed effetti, che rendono fragile e volatile ogni costruzione generale e sintetica di fenomeni e successioni. In poche parole, nel tempo in cui organizziamo in schemi e rapporti causali universali le cose che osserviamo – ogni mese diverse dal precedente – queste sono appunto cambiate e con loro quegli schemi e rapporti. L’approccio dei Big Data ci dice di dedicarci a osservare e trarne insegnamenti e informazioni duttili, aggiornabili ogni giorno assieme allo sfruttamento di quelle informazioni. Quando nuovi fattori sconvolgono i criteri dei prezzi dei biglietti, il sistema di Farecast funziona lo stesso. Quando l’influenza verrà trasmessa da quel che mangiamo e avrà i suoi picchi in agosto, il sistema di Google Flu Trends avrà identica validità.

La riflessione ulteriore è su quali implicazioni possa avere questo nuovo ruolo di osservatori sul piano dei giudizi etici: tra osservare, capire e giudicare, siamo abituati finora a concentrarci soprattutto sulla terza attività, spesso a scapito della altre due, e internet sembra spingerci ancora di più in questa direzione, come se fossimo sempre più disposti a sacrificare la comprensione delle cose, ma non l’opinione da esprimere. Osserviamo molto, rinunciamo a capire, giudichiamo moltissimo.

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Hand in glove, 1983

Quasi mi dimenticavo, distratto dal nuovo gran disco dei Daft Punk, di celebrare le feste e onorare il padre e la madre. Oggi, trent’anni fa, uscì il primo singolo degli Smiths.

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Odissea nello Spazio per bambini

Quando eravamo bambini  nostro padre ci portò a vedere 2001 Odissea nello Spazio. Io avrò avuto meno di dieci anni e mio fratello circa otto, credo. Potrei dirvi quanto il genio visionario di quel film ci influenzò e le mature riflessioni che ne ricavammo, invece no. Non eravamo quel genere di bambini lì. 2001 Odissea nello Spazio rimase invece da allora nella nostra cultura comune come il paradigma del film mortalmente noioso, o di cui non si capiva niente: negli anni successivi ogni tanto citavamo il prisma e le scimmie dandoci di gomito, o paragonavamo altri film noiosi e sconclusionati a quello standard lì. Convinti come si è da ragazzini – ma c’è chi non ha ancora smesso – che quelli che avevano capito tutto eravamo noi, e che gli adulti che ammiravano quel film erano dietro a un impazzimento loro. E benché siamo invecchiati abbastanza da aver rivisto quell’impressione, ancora adesso ogni tanto ci scherziamo su.

Così, mi ha commosso scoprire che la produzione di un film che comunque avrei ritenuto poco adatto a un pubblico infantile pensò invece anche a quel pubblico con delle operazioni promozionali, come un fantastico fumetto – usato sui menu di una catena di alberghi – che ho trovato ripreso su questo sito e che immagina due bambini emozionati dall’anteprima del film.

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Ironia

Nell’uso com., la dissimulazione del proprio pensiero (e la corrispondente figura retorica) con parole che significano il contrario di ciò che si vuol dire, con tono tuttavia che lascia intendere il vero sentimento: fare dell’i.; parlare con i.;cogliere l’idi una frasedi un’allusionenon s’accorse dell’idelle mie parole. Può avere lo scopo di deridere scherzosamente o anche in modo offensivo, di rimproverare bonariamente, di correggere, e può essere anche una constatazione dolorosa dei fatti, di una situazione, ecc.; ci può essere perciò un’ibonarialieve,finesottileargutafaceta, o un’iamarafreddabeffardapungentecrudele, ecc. (v. anche sarcasmo). Esempî d’ironia sono le frasi comuni: «Ma bravo!», «Ma benissimo!», «Bella figura!», «Che occhio!» o «Che mira!» (a chi per es. colpisce molto lontano dal bersaglio), «Ma sai che sei proprio carino quando mostri la lingua!», o le espressioni «quella buona lana», «quella perla di galantuomo» e simili. Un’ironia è il verso dantesco: «Vieni a veder la gente quanto s’ama!», nel canto VI del Purgatorio (v. 115), e nello stesso canto tutta l’apostrofe a Firenze: «Fiorenza mia, ben puoi esser contenta Di questa digression che non ti tocca …» (vv. 127-151). Ironia può essere anche l’atteggiamento d’uno scrittore che investa tutta quanta la sua opera; si parla così dell’idel Parini, alludendo al suo poema Il giorno; e di iariostesca, per indicare il tono particolare con cui l’Ariosto presenta i personaggi e le situazioni del Furioso, il sorriso con cui si mostra attratto dal suo mondo fantastico e nello stesso tempo cosciente della sua irrealtà.

(debole tentativo di restituire al termine il suo significato, dopo che in giro è diventato sinonimo generico di qualunque umorismo, scherzo, battuta, più o meno riusciti)

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Notizie che non lo erano

La settimana scorsa, e ancora ieri con un nuovo articolo su Repubblica che citava le stesse parole, sui giornali c’è stato un grande dibattito sull’«anarchia del web», e su questa espressione attribuita al presidente della Camera Laura Boldrini. Ma nell’intervista su Repubblica in cui Boldrini aveva raccontato delle minacce ricevute su internet quell’espressione non veniva mai usata, né niente che le somigliasse: era stata creata autonomamente dal giornale come titolo dell’intervista. La stessa Boldrini ha smentito il giorno dopo di averla usata, come di aver chiesto restrizioni particolari per internet.
Una cosa simile è successa ieri su molti siti internet (e oggi su molti quotidiani) con le parole che ha usato Silvio Berlusconi durante una manifestazione del PdL a Brescia: abbiamo letto moltissimi titoli di questo tenore “Berlusconi: «Io come Tortora»”. Ma Berlusconi non ha mai detto quella frase: la sua citazione di Enzo Tortora – discutibile comunque, se avvicinata alle questioni processuali di Berlusconi – si riferiva esplicitamente a una critica dei meccanismi della giustizia che riguardano tutti gli italiani e non a se stesso.
Su Repubblica è stata ospitata venerdì la lettera di Antonella Cherubini Petruccioli, vedova del vicedirettore Rai che si è suicidato la settimana passata, che chiedeva di fare “alcune precisazioni”: «Non c’era, fra noi, alcuna separazione in corso, né ci sarebbe stata. Non ho ricevuto nessuna mail né ho potuto fare alcuna corsa forsennata per cercare di salvarlo. Le discussioni a casa appartenevano alle normali dialettiche familiari.
Mi dispiace che un giornale serio, quale ritengo essere Repubblica, non abbia verificato direttamente le notizie e abbia ceduto ai pettegolezzi, non rispettando la dignità di un uomo e il diritto di sua figlia minorenne di essere tutelata». Repubblica ha pubblicato la sua lettera.

 

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Tutti bravi uguali

Su Repubblica di oggi c’è un’intervista a Roberto Speranza, capogruppo del PD alla Camera, indicato come possibile candidato alla segreteria o quel che sarà, in tempi sbriciolati. L’intervistato non dice assolutamente niente, con una capacità di reiterazione e variazione sul niente di cui gli va dato atto e che dimostra una rapida assuefazione ai linguaggi dell’evasività politica. E alla fine proprio per questo, l’intervista è interessante e dà un’idea.

Ma c’è anche una singola evasività che è ulteriormente notevole. Ho scritto altre volte della grande finzione retorica intorno al tema “non ci serve un leader, ci serve un progetto”: pochi luoghi comuni sono così infondati e strumentali, soprattutto in un partito strapieno di progetti e con un bel curriculum di leader sconfitti. E chi ha trasformato i giusti timori contro i “partiti personali” in un tabù sull’importanza della leadership ha fatto un grave errore.
Ma qui mi sembra fantastico che addirittura alla vigilia di un’assemblea chiamata proprio a scegliere un leader, in un’intervista che chieda quali prospettive ci siano proprio rispetto alla scelta di un leader, qualcuno sostenga che il leader non è importante – disegnando come segretario una sorta di sagoma di cartone – come se avesse messo il nastro sbagliato, quello del “non ci serve un leader”. Anche nel giorno in cui si deve – accipicchia –  decidere un leader.

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Amedeo Nazzari!

Le solite premesse: Gianni Cuperlo è uno bravo, e l’intervista di Matteo Orfini del Manifesto ha molte cose buone. Ma dire che l’eventuale candidatura Cuperlo alla segreteria del PD è “innovativa” – quando è un’ipotesi di leadership alternativa che viene fatta da quando esiste il PD - dimostra quanto poco basti in quel partito per ritenersi innovativi.

p.s. battuta più bella della suddetta intervista:

Se Renzi ambisse alla segreteria?
“Pare non ambisca”.

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Cara Diaria

La storia della diaria che ora molti parlamentari del M5S non vogliono più restituire non dimostra che sono anche loro dei privilegiati ladri imbelli, come ora molti loro elettori già dicono, allevati dai proclami e dai forconi di quegli stessi parlamentari. Certo, probabilmente qualcuno vive male il perdere opportunità economiche insperate, come tutti gli italiani: ma se volevano che i rappresentanti al parlamento avessero ambizioni più nobili e responsabili di tutti gli italiani, dovevano smontare tutta la retorica sui cittadini comuni e compagnia bella. Li avete voluti normali, si comportano normalmente.

Ma diversi di loro, pare, hanno spiegato di avere scoperto le complicazioni della restituzione della diaria. Perdita di altre entrate, questioni fiscali, norme esistenti che rendono onerosa e difficile la restituzione: “casi particolari”. Hanno cioè scoperto che le cose hanno un bel suono quando slogan superficiali e assoluti, e sono più complesse quando diventano realtà. La realtà è fatta di tanti casi particolari. Il problema, insomma, non è quel che razzolano ora: è quel che predicarono prima.

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Storie dei Blow Monkeys

Quando poche settimane fa è morta l’ex primo ministro britannico Margaret Thatcher in molti hanno ricordato le tante canzoni che aveva ispirato alla musica pop e rock del suo paese, tutte critiche sulle sue politiche e anche piuttosto aggressive. La formula con cui spesso era citata in Gran Bretagna – “la figlia del droghiere”, qual era – fu anche usata per il titolo del disco di una band che nella seconda metà degli anni Ottanta ebbe un discreto successo, i Blow Monkeys (il nome del disco era “ She Was Only a Grocer’s Daughter”). Esistevano già da qualche anno, ma fecero il botto nel 1986 con “Digging your scene”, una canzone divertente e creativa nei suoni – ma il testo parlava dell’AIDS – che aveva insieme un po’ di dance anni Ottanta, parecchie citazioni soul, un po’ di post new wave del tempo e i falsetti alternati alle profondità del cantante che si faceva chiamare Dr. Robert. Stavano insomma dentro quel solco “patinato” ed elegante del pop anni Ottanta, poi presero una piega ancora più dance e poi videro che il loro momento era passato e si sciolsero.
Ora, come molti altri di quei tempi (Alison Moyet, persino), hanno fatto un disco nuovo, “Feels like a new morning”. Cose di cui diffidare, di solito, ed è sempre quel genere lì, forse un po’ più tranquillo, ma invecchiato con eleganza: e insomma, non è niente male.

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Un paio di pensieri

Che non c’entrano, ma sono brevi e li metto insieme. Una è l’arruolamento del termine “pacificazione” nel dizionario delle buone parole sputtanate: il PdL ha deciso di farlo soa per fingere che ci sia stata una guerra civile tra fazioni ugualmente giuste, e lavare il proprio impresentabile passato; e gli antiberlusconiani devoti l’hanno prontamente raccolta – vivendo di riflesso come sempre – per farla diventare sinonimo di “inciucio” e screditare ogni più articolata riflessione su come trovare identità e ambizioni comuni in un paese di sessanta milioni di persone. Lo stesso lavoro che fu fatto con i termini “buonismo” – per ammazzare la bontà – e “politically correct” – per ammazzare la correttezza: ora ammazziamo pure la pacificazione e i suoi nobili significati.

L’altra cosa è una riflessione che richiederebbe indagini psico-sociologiche approfondite: ovvero come convivano in molti di noi a) la lucida certezza – fondata sulla convinzione del primato della ragione, della logica e della scienza – che il Partito Democratico non abbia nessuna chance di superare i suoi limiti e contraddizioni, irrisolvibili, e diventare un’altra più promettente cosa, e b) la quotidiana spontanea e intrattenibile inclinazione a immaginarne prospettive diverse e che da lì possano venire cambiamenti in meglio delle nostre vite e del nostro paese, o che almeno si debba cercare di migliorarlo, il PD. Eppure lo sappiamo.

Dev’essere la stessa cosa di quando si è innamorati della persona sbagliata.

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Un’ultima cosa su Andreotti

A me sembra la più importante, non solo su Andreotti ma su tutti quanti noi, la politica italiana e come viene mostrata. Che nessuno ricordi di lui una sola iniziativa politica memorabile, un progetto, una realizzazione, un cambiamento imposto al funzionamento di questo paese e alla sua cultura e civiltà, tranne i cascami della sua personalità e delle sue esaltazioni da parte dei media. Un politico il cui ricordo sta tutto dentro la politica e i sarcasmi a effetto. “Un grande esperto dei modi della comunicazione politica”, ho sentito dire: che però non lascia un discorso, una frase motivante, una visione di Italia o di futuro, una formulazione che non contenga solo cinismo e allusioni autoreferenziali. E ne avrà avute, anche, di visioni o idee sul mondo: ce le ha chiunque, ormai. Ma non sono state importanti, non sono state trasmesse, non se ne rammenta nessuno. Non hanno lasciato niente. “Lo ricordiamo per…” è una frase che resta sospesa, se non la si completa con banali battute sul peggio.

Questa è la politica italiana e questa è l’informazione politica italiana (e questa è la nostra abitudine a questa politica): la celebrazione come il suo più importante simbolo e rappresentante di un grande trafficante della politica, e lo spaesamento di fronte alla domanda “Ma alla fine, che ha fatto?”.

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Amato, i massoni e Google

Oggi sul Corriere c’è una lunga intervista di Aldo Cazzullo a Giuliano Amato, che disserta sui propri meriti e le proprie qualità trascurate e calunniate negli ultimi mesi, pur dicendosi “abituato a vedere le cose in termini che vanno al di là di me”. Tra le altre bellicose rivendicazioni e gli allegri annunci sulla carriera forense della figlia grazie alle cause per diffamazione che lo riguardano, Amato dà un esempio illuminante della sua scarsa padronanza dei temi di internet di cui parla (su cui dice anche cose generali più sensate) in questo passaggio. 

Ora, Amato può facilmente constatare che quel che capita a lui con il termine “massone” capita praticamente a tutti i più noti leader politici: e il tema è interessante per l’analisi sulle ricerche e i pensieri degli italiani, ma toglie senso alla sua esibizione di vittimismo da primato (la storia dell’Amato omonimo, poi, io non la vedo proprio). E soprattutto, la protesta di Amato racconta una cosa comunissima tra le colte e preparate persone della sua generazione: la tendenza a lanciarsi in precipitose conclusioni su terreni che finalmente non conoscono e su cui hanno perso l’abitudine di fare le verifiche del caso.

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“Le piace Brahms?”

180 anni fa oggi, ad Amburgo, nacque Johannes Brahms.

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