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  • 31 agosto 2010

    Gente da rinchiudere

    Mi chiedo con che faccia oserà lamentarsi, Antonio Di Pietro, quando qualcuno lo caccerà con i forconi per le strade.

    “E se personaggi come Dell’Utri vengono cacciati a suon di fischi dalle piazze, forse il risveglio sociale non è poi così lontano. C’è ancora un’Italia capace di indignarsi. Ed è proprio da qui che si deve ripartire. Iniziamo a zittire quelli come Dell’Utri in tutte le piazze d’Italia, perchè non è lì che dovrebbero stare, ma in galera”

    A dirla più semplice ancora, se io domani vado a un dibattito con Di Pietro e comincio a urlare “vattene pagliaccio” (lo farei in totale sincerità, e perché “capace di indignarmi”)  impedendogli di parlare, sono di fatto legittimato dalle sue parole. Non lo farò io, lo farà qualcun altro, e toccherà difendere Di Pietro.

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    O ci occupiamo solo di trovare le ragazze a Gheddafi?

    Fino a prova contraria Carla Bruni è una cittadina italiana a cui organi di stampa di un paese straniero hanno dato della puttana. La Francia ha protestato, e difeso la moglie italiana del presidente francese. Ma le autorità italiane dovrebbero dire qualcosa, no?

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    Uso privato del blog

    Ora che lui è rientrato a Milano, chiude il Barnes & Noble dietro casa di Christian Rocca a New York

    30 agosto 2010

    Momenti

    “La conversione delle hostess”, espressione di sintesi usata da Filippomaria Pontani per raccontare il caso libico di ieri, è una formula meravigliosa: sembra il titolo di un episodio biblico, e di una tela cinquecentesca

    Buoni e cattivi

    Può darsi che i metodi usati dalla magistratura belga due mesi fa contro membri del clero sospettati di aver coperto casi di pedofilia – le perquisizioni, le riesumazioni – siano stati eccessivi, come avevano protestato in molti in tutto il mondo (in Italia, il cardinal Bertone e il Foglio, tra gli altri). Può darsi. Ma si metta a verbale che quelle accuse non erano campate in aria, e che il cardinale Danneels – un bravo vescovo progressista a suo tempo potenziale successore di Papa Woytjla – ha effettivamente cercato di insabbiare un provato caso di pedofilia. Poi parliamo dei metodi.

    Send in the clowns

    La copertina di Panorama col ministro dell’Interno che si è “travestito” da mafioso è una cosa impensabile in un paese con un po’ di rispetto per se stesso e per la propria tragedia, e al tempo stesso del tutto normale in questo paese. Adesso immaginatevi un Obama travestito da bin Laden che dalla copertina di Time dice sorridendo “attento a te, Osama”. È difficile smettere di essere un paese di pagliacci fino a che si è un paese di pagliacci.

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    Gheddafi a Roma

    Dunque, riassumendo: un vecchio porcello ridicolmente pittato, cammuffato e truccato come un guitto da avaspettacolo, diventato milionario a spese dei propri connazionali attraverso oscure connections, incapace di tollerare anche la minima opposizione alla propria stizzosa prepotenza, dotato di televisioni e giornali sotto controllo governativo che cantano la sua gloria e azzannano i suoi avversarsi a comando, cinicamente capace di esibire per il pubblico una devozione religiosa che si guarda bene dal praticare in privato, arriva a Roma circondato da legioni di smandrappone per (e)scortarlo e intrattenerlo e per sparecchiare qualche altro milione dalle nostre tasche  in cambio di qualche nocciolina regalata alle scimmiette italiane per far contenti i beduini dei suoi media che le spacciano per grandi affari. Nei prossimi giorni, questo grottesco, ma ricchissimo satrapo, da anni oggetto di ridicolo internazionale, incontrerà Muammar Gheddafi.

    (Vittorio Zucconi sul suo blog)

    La stampa libica

    Dal Tempo di oggi.

    Guardate, guardate, che schifo

    Temo di essere noioso, ma dai giornali che danno morbosamente pagine e pagine di spazio e foto all’incontro di Gheddafi con duecento “hostess”, la predica sul fatto che sia lo show “umiliante” e “imbarazzante” per le donne e per l’Italia non suona così credibile.

    Tortelli lucchese

    Un mese fa tutte le recensioni americane parlavano molto bene di Super Sad True Love Story, il nuovo romanzo di Gary Shteyngart (che aveva scritto Il manuale del debuttante russo, pubblicato in Italia da Mondadori) e così mi è venuta la curiosità di leggerlo. Nel frattempo, ora tutte le recensioni americane stanno parlando straordinariamente bene del nuovo romanzo di Jonathan Franzen, Freedom, che deve ancora uscire ma passa già per capolavoro: tanto che sta crescendo il prevedibile fronte di chi se ne è già stufato a priori, grazie anche a una proverbiale antipatia dell’autore delle Correzioni.

    Ma dicevo di Super Sad True Love Story: è una storia ambientata in un futuro molto prossimo, praticamente domani, ma orwelliano: e fa capire di quanto poco manchi al nostro presente per diventare orwelliano (nel senso di 1984). All’inizio è ambientata a Roma, dove il protagonista americano vive una fase decadente della sua vita in una fase decadente della città e dell’Italia che suonano assolutamente familiari al lettore italiano. E però, vengo al punto (il punto per ora, in questa primissima fase della mia lettura), mi ha fatto molto impressione una cosa. C’è questo romanziere di fama internazionale, con un grande editore, incensato dalle critiche, da cui uno si aspetta una grande accuratezza e un grande perfezionismo professionale. E che parla di Roma come se ci fosse stato e conoscesse le cose di cui scrive (con un risultato fallimentare ma a cui molti non sanno sfuggire: quello di dare al lettore l’impressione di una scelta di luoghi, cose, occasioni, che discende dalle esperienze dell’autore e non da una ricerca fatta con criteri di opportunità e congruità con la storia; voglio dire che se i personaggi stanno in una casa di Piazza Vittorio, la sensazione è che quella piazza non sia stata scelta tra le mille di Roma perché più funzionale alla storia, ma perché familiare all’autore, e così per molte altre cose).

    E insomma, abbiamo uno scrittore importante, un professionista, che ambienta una parte del suo romanzo a Roma, con personaggi italiani e luoghi e vini e cose italiane (la Rai, il rosso di Montepulciano) e a un certo punto c’è un bambino italiano in difficoltà che dice:

    “Aiuto me”

    “Aiuto me”? Era così difficile chiamare un qualunque italiano invece di usare il traduttore di Google? E per segnalare la passione del protagonista per la cucina italiana era il caso di usare un piatto che si chiama “tortelli lucchese”?

    E insomma suona davvero strana una simile trascuratezza a questi livelli della professione letteraria ed editoriale, e questo è un punto. Il secondo punto: cosa dovrà diventare questo romanzo, proseguendo nella lettura, per superare il mio pregiudizio sulle qualità del suo autore? Sicuramente molto di più dell’unico passaggio che mi sono segnato finora: niente di particolare, ma una considerazione familiare.

    That’s what I admire about youngish Italians, the slow diminution of ambition, the recognition that the best is far behind them. (An Italian Whitney Houston might have sung “I believe that parents are our future”). We americans can learn a lot from their graceful decline.

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    29 agosto 2010

    Le bellezze di Firenze

    Oggi sono stato alla stazione di Firenze, entrando dal lato dei taxi, ma avevo cinque minuti e mi sono voluto affacciare su via Valfonda per vedere se avevano davvero buttato giù la pensilina di Toraldo di Francia. E wow, è una meraviglia: non ne è rimasto neanche un mattone, c’è tutta un’altra luce e un altro respiro, e insomma succedono cose buone.

    Così di buonumore sono rientrato nella più bella stazione ferroviaria italiana e nel maggior capolavoro dell’architettura fascista e guardandomi intorno ho visto la vecchia sala d’attesa, dove non ho quasi mai messo piede, ma a volte sbirciavo affacciandomi i dettagli omogenei alle rifiniture di tutto il complesso: l’insegna, i rivestimenti di legno, le foto turistiche d’epoca in bianco e nero, l’orologio, le porte in vetro e ferro. Probabilmente non sbirciavo da parecchio, perché non avevo fatto caso che fosse diventata così.

    (segue)

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    Fagogitati dal boxino morboso

    Quando un anno fa scrissi di questa perplessità, qualcuno mi disse che magari la notizia c’era. Considerato che ora è passato un anno, quella giustificazione mi sembra superata. Eppure sul sito di Repubblica, con la notizia di apertura, vedo di nuovo una fotogallery su “Le amazzoni che scortano il leader libico”.

    Care persone di Repubblica.it, so che ogni tanto si fanno le cose senza pensare, per meccanismi a cui ci pensiamo estranei e invece ci risucchiano. Quindi vi chiedo: ci avete pensato bene – voi di Repubblica, quella degli attacchi all’immagine femminile propalata dal PdL eccetera – prima di linkare in apertura di home page come se fosse una cosa esotica o eccitante un’intera sezione fotografica dedicata alle “guardie amazzoni” di Gheddafi (assai più normali e dignitose del loro capo maschio), ovvero semplicemente dei militari di sesso femminile? Qual è la notizia? Come mai non ce n’è una dedicata ai loro colleghi uomini intitolata “i piselloni”? Fatemi sapere se sbaglio.

    update: qualcuno ipotizza che la famosa guardia femminile di Gheddafi sia la notizia che giustifica questa formula. Ma quella è una notizia ormai vecchia e ripetuta mille volte: e anche a volerla ripetere, non giustifica una galleria fotografica con le foto di ciascuna signora. Sono donne soldato: le abbiamo anche in Italia, nessuno le chiama “amazzoni”. Se Gheddafi avesse una guardia di tutti uomini bassini, avrebbero messo dodici foto di uomini bassini, e il titolo “le guardie pigmei”?
    A me sembriamo un paese di lettori di GrandHotel, ma magari sono io.

    28 agosto 2010

    Dettagli

    Ieri sul New York Times la column del Nobel per l’Economia Paul Krugman si apriva così:

    What will Ben Bernanke, the Fed chairman, say in his big speech Friday in Jackson Hole, Wyo.? Will he hint at new steps to boost the economy? Stay tuned.
    But we can safely predict what he and other officials will say about where we are right now: that the economy is continuing to recover, albeit more slowly than they would like. Unfortunately, that’s not true: this isn’t a recovery, in any sense that matters. And policy makers should be doing everything they can to change that fact.

    Poche ore dopo però Bernanke non ha detto quello che Krugman aveva “tranquillamente previsto”, e ha anzi invertito i termini. Come ne ha scritto lo stesso New York Times:

    The Federal Reserve chairman, Ben S. Bernanke, signaled once again on Friday that the central bank was prepared to act if the economy continued to weaken, as yet another economic report confirmed that the recovery had slowed to a crawl.

    Così, stamattina, la traduzione su Repubblica dell’articolo di Krugman comincia – poco misteriosamente – qualche riga dopo l’inizio, avendo scelto di cancellare l’avventata introduzione.

    Questa non è una ripresa, da nessun punto di vista. E le autorità dovrebbero fare tutto il possibile per cambiare le cose. L´unica cosa vera di questa tesi sulla ripresa solida è il fatto che il Pil resta in crescita: non siamo in una recessione classica, dove tutto scende. Ma che importa? Quello che conta è se la crescita è forte abbastanza da far calare una disoccupazione che in questo momento è a livelli astronomici.

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    Sorvegliare e punire

    Il dibattito sulla funzione della pena e del carcere è antico, ricco e approfondito, ed è impossibile sintetizzarlo. Mi limito ad abbozzare alcuni concetti di cui mi sono convinto seguendolo lateralmente, e di cui ho scritto altre volte.
    La funzione della pena deve essere di efficacia per la comunità e per chi la riceve: e che essa sia associata alla reclusione è una consolidata abitudine culturale e mentale, ma non ha nessun fondamento logico se non per le persone giudicate pericolose per gli altri.
    Intendo quindi dire due cose: che tutto il repertorio di argomenti legati alla “punizione”, al “dover pagare” i propri sbagli, a un’idea di giustizia connessa a sterili attribuzioni di sofferenze è completamente privo di fondamento, per quanto istintivo e culturalmente radicato nei nostri pensieri da quando siamo bambini. In Italia tendiamo a privilegiare tutta la sfera di risarcimenti, scuse, errori da pagare, perdoni sui reali superamenti dei problemi: e il ruolo delle “vittime” nel dibattito pubblico è un accessorio di questa tendenza (un ulteriore accessorio, meno tollerabile, è il vittimismo: c’entra, ma è una questione complessa). Le pene non dovrebbero invece servire a “fare giustizia”, ma a migliorare le cose, come ogni scelta fatta dalle istituzioni pubbliche (naturalmente “fare giustizia”, e rendere serena la comunità su questo, può aiutare a migliorare le cose, ma in una misura molto minore di quella che le viene attribuita correntemente). In questo senso le loro – delle pene – funzioni primarie sono due: la “rieducazione” (diciamo), nel senso di tutte le pratiche che rendono meno probabile che il condannato voglia ripetere il reato, e la deterrenza, ovvero una sanzione che lo inibisca ulteriormente anche se lo volesse ripetere. Poi ci sono le pratiche che dovrebbero limitare le occasioni e le ragioni per cui i reati siano compiuti, ma queste sono pratiche politiche e culturali più ampie che non riguardano i singoli casi e i giudizi penali.
    (segue)

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    27 agosto 2010

    Ci sono i locali porno, ci sono i fast food…

    Il sindaco di New York Michael Bloomberg da Jon Stewart, sulla moschea in discussione.

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    Far cambiare le cose a chi non le ha cambiate mai

    Il Nobel per l’economia Paul Krugman ha analizzato le prospettive e i precedenti del Partito Democratico e ha proposto decisioni nuove e drastiche.

    So cosa diranno alcuni responsabili del PD: metteranno in guardia dai rischi di fare scelte avventate. Ma abbiamo già avuto modo di verificare le conseguenze delle scelte prudenti e dell’attesa che le cose cambiassero da sole: ci ha portato in quello che sembra uno stato di stagnazione permanente. È il momento di ammettere che quella che abbiamo di fronte non è una rimonta, e di fare tutto quello che possiamo per cambiare questa situazione.

    No, ok: parlava dell’economia americana, ma mi è venuta questa associazione.

    Ahi!

    Dal sito di hosting TopHost, a cui sono giunto tramite la segnalazione di uno di coloro che hanno avuto il proprio blog disintegrato per sempre.

    26/08/2010 ore 17:30
    Rendiconto problema storage e ripristino database
    Dopo il ripristino della funzionalità dello storage avvenuto ieri, oggi abbiamo lavorato nel recupero dei database usando tutti i mezzi e le fonti a noi disponibili.
    Tutto ciò che è stato possibile recuperare è stato recuperato, in qualche caso è stato recuperato il database senza qualche tabella, risultata corrotta. Alla fine delle operazioni sono rimasti fuori qualche centinaio di database per i quali, ci spiace, non c’è più nulla da fare.
    Aggiornamento delle 19:00. Ci spiace veramente per i dati che non siamo riusciti a recuperare. In questi due giorni di fuoco abbiamo lavorato alacremente fino a tarda notte, perché ci teniamo a risolvere nel miglior modo possibile ogni problema e questo anche se potevamo nasconderci dietro le norme di fornitura dove è detto che l’integrità dei dati non è garantita e rendere a tutti i clienti semplicemente spazi resettati.

    Vinti dalla propria insicurezza

    Sul New York Times c’era un bel pezzo di David Brooks tre giorni fa, drammaticamente vero, sulla perdita di capacità critica del proprio pensiero e delle proprie opinioni da parte degli americani. Vale naturalmente anche per noi.

    There’s less talk of sin and frailty these days. Capitalism has also undermined this ethos. In the media competition for eyeballs, everyone is rewarded for producing enjoyable and affirming content. Output is measured by ratings and page views, so much of the media, and even the academy, is more geared toward pleasuring consumers, not putting them on some arduous character-building regime.

    In this atmosphere, we’re all less conscious of our severe mental shortcomings and less inclined to be skeptical of our own opinions. Occasionally you surf around the Web and find someone who takes mental limitations seriously. For example, Charlie Munger of Berkshire Hathaway once gave a speech called “The Psychology of Human Misjudgment.” He and others list our natural weaknesses: We have confirmation bias; we pick out evidence that supports our views. We are cognitive misers; we try to think as little as possible. We are herd thinkers and conform our perceptions to fit in with the group.

    But, in general, the culture places less emphasis on the need to struggle against one’s own mental feebleness. Today’s culture is better in most ways, but in this way it is worse.

    The ensuing mental flabbiness is most evident in politics. Many conservatives declare that Barack Obama is a Muslim because it feels so good to say so. Many liberals would never ask themselves why they were so wrong about the surge in Iraq while George Bush was so right. The question is too uncomfortable.

    There’s a seller’s market in ideologies that gives people a chance to feel victimized. There’s a rigidity to political debate. Issues like tax cuts and the size of government, which should be shaped by circumstances (often it’s good to cut taxes; sometimes it’s necessary to raise them), are now treated as inflexible tests of tribal purity.

    To use a fancy word, there’s a metacognition deficit. Very few in public life habitually step back and think about the weakness in their own thinking and what they should do to compensate. A few people I interview do this regularly (in fact, Larry Summers is one). But it is rare. The rigors of combat discourage it.

    Of the problems that afflict the country, this is the underlying one.

    “Il primo monumento del modernismo postbellico”

    La storia del palazzo delle Nazioni Unite e dei progetti di rinnovarlo

    Leaving Pisa’s never easy

    Alexander Chancellor del Guardian ha avuto qualche problema a ritornare a casa dalla Toscana con EasyJet

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