La storia è questa. Gino Paoli ha fatto un disco nuovo. Dentro c’è una canzone che parla di un uomo che violenta una bambina. Poi l’uomo morirà e la bambina avrà un momento di tenerezza e pietà per lui. Tutto questo potrebbe essere consegnato alle notizie minori di un giornale di spettacolo. Se non fosse che l’ufficio stampa di Paoli deve aver fiutato l’opportunità, e in alcune redazioni si è accesa la lucina “scottante tema della pedofilia”.
E qui è intervenuta Alessandra Mussolini, a capo della commissione parlamentare per l’infanzia. Che ha deciso di “convocare” Gino Paoli. Tutto vero. Avrebbe detto la Mussolini: “È un testo equivoco. Visto il testo della canzone abbiamo deciso di audirlo (sic!) perché è equivoco e non c’è una giustificazione per atti del genere”. “Tutto ciò è di pessimo gusto”, ha aggiunto Gabriella Carlucci. E ancora la Mussolini: “Se fosse stata in vigore la legge contro la pedofilia culturale forse Paoli non avrebbe potuto cantare questo brano”. La cosa? Una legge “contro la pedofilia culturale che tra pochi giorni sarà firmata in Parlamento”.
Insomma: c’è in Italia una commissione parlamentare che convoca un cantautore per chiedergli conto di una sua canzone, e che annuncia una legge che impedisca la libertà di espressione nella musica e nella cultura. Vieteranno la vendita di “Lolita”. Sono matti.
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