Certe mattine piovose

Racconto spesso questo aneddoto, per me essenziale a proposito dei pensieri sull’Italia contemporanea.
Tre anni fa facemmo una conversazione pubblica in un teatro con Jovanotti, molto piacevole e interessante. A un certo punto lui raccontò di una cosa che gli era successa guardando il telegiornale: si stavano succedendo le solite dichiarazioni di politici davanti alle servili telecamere del Tg, e scorato dalla loro inconsistenza e pochezza, Lorenzo si trovò a dire ad alta voce: “Sono tutti uguali…”.
E subito si batté una mano in fronte preoccupato: “Che ho detto…”.

Ecco. Lo racconto spesso, perché è come mi sento da qualche anno, da quando la reticenza ad avere pensieri qualunquisti, ignoranti, malevoli e superficiali non riesce più ad arginare il fastidio per la mediocrità umana della maggioranza di chi si occupa di questo paese. E tuttora scrivo queste cose con imbarazzo, pensando che sia sbagliato affrontare le cose da questo punto di vista. Non perché sia infondato, ma perché è sbagliato, e controproducente. A meno di non trovare conforto nel proprio borbottio incazzoso, come capita a molti. Ma il borbottio incazzoso non migliora le cose, anzi le peggiora, malgrado quel che si raccontano i borbottatori incazzosi.

E poi ti dicono “Tutti sono uguali,
tutti rubano alla stessa maniera”.
Ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera.

Scrivo oggi questa cosa, perché nei miei pensieri questa tentazione sta conoscendo un’escalation ulteriormente spiacevole. Così come Lorenzo quella sera, mi accorgo di reagire a molto di quel che vedo in giro – siano cose “importanti”, o piccole – con un’espressione che non è mia e non mi piace e trovo sciocca, e proprio per questo devo riconoscere la sua spontaneità irresistibile. Ed è: “che paese di merda”.

Ora, tutto questo è molto brutto. Cosa si fa? Io temo che sia vero che – aldilà della brutale schematicità dell’espressione suddetta – le cose di questo paese vadano peggiorando, vada peggiorando la sua umanità, la qualità dei pensieri e dei sentimenti delle persone (e ha molto a che fare con questo e questo). E avviene proprio mentre il mondo e i tempi offrirebbero forse molte occasioni di miglioramento e progresso. Potremmo fare grandi cose, e ne facciamo di piccine e schifose. Peggioriamo.

Ma cosa si fa? Borbottare incazzati è umano e comprensibile, ma non serve a niente e peggiora a sua volta chi lo fa. Andare via dall’Italia – con tutto lo scherno per chi lo minaccia e non lo fa mai – è una scelta attrettanto egoista ma almeno più costruttiva, per chi riesce a farlo. So cosa sto dicendo. Ma sono pochi. Continuare a trattenere le espressioni superficiali e qualunquiste è un saggio esercizio di stile e autodisciplina, ma eludere le ragioni del loro emergere sarebbe cieco. Non si organizza una crociera se i crocieristi sono in ospedale. Cosa si fa? La si organizza più piccola? La si organizza con qualcun altro? Si organizza un poker in corsia? Si aspetta?

Mi chiedo se prendere atto costruttivamente delle condizioni umane dell’Italia non possa servire. Mi chiedo se non si possa cercare di migliorarla a partire non dalle sue grandi chances e ricchezze, ma a partire dal suo disastro. Avendolo ben chiaro. Avendo ben chiaro che è un lavoro ingrato, lungo, e con buone probabilità perdente. Avendo come motto non “Yes we can” – che sarebbe ipocrita e illusorio – ma “Maybe we can’t, but we have no choice”.

Guardavo Obama il giorno dell’inaugurazione e pensavo a quanto siano più facili le cose in un paese a cui puoi dire – con una tollerabile dose di retorica – che è un grande paese, che ce la farà, che tornerà a essere grande come è sempre stato, che ha di cosa essere fiero. Quanto sia più facile convincere e animare un popolo che ha due secoli di ragioni per credere in se stesso, e un mondo intorno che lo rende orgoglioso. In cui il patriottismo è per ragioni storiche e sociali immune dal nazionalismo. Quanto sia “normale” ed efficace, in un paese come quello, il discorso di Al Pacino in “Ogni maledetta domenica”. Provate a immaginare un pubblico italiano di fronte a incitamenti del genere, di fronte a chi gli dica “siete un grande paese e un grande popolo, torniamo ad essere esempio per il mondo”: qualcuno si girerebbe indietro per capire a chi si stia parlando, altri si darebbero di gomito, uno si seccherebbe della retorica nazionalista, eccetera. E avrebbero ragione. Non siamo un grande paese. E sappiamo di non esserlo. E queste due cose si mordono la coda.

Forse il discorso politico e pubblico – e privato – in Italia non dovrebbe cercare altrove modelli privi di senso qui. Forse dovrebbe essere radicalmente un altro. No, non intendo “siete un paese di merda, vedete almeno di non farvi notare”. Forse dovrebbe essere “non siamo mai stati un grande paese, ma cominciamo a esserlo”. Non ce la raccontiamo, ma proviamoci.

Certo, se almeno non piovesse tanto.

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