I vecchi tempi nei nuovi tempi

Sarebbe interessante capire se stiano cambiando anche i nostri sentimenti, ai tempi di internet. Che cambino le nostre relazioni con gli altri è ormai condiviso. La risacca spinge a riva quelli che ancora discutono se tutto sia perduto e i vecchi tempi eccetera, oppure se il nuovo mondo sia meraviglioso e perfetto. Ma fuori, al largo nella rete, le persone si frequentano, si conoscono e stanno assieme. Stanno davvero assieme, anche se in altri modi. Ma chissà che sentimenti hanno, adesso, per i loro “amici”: può darsi che una complicità da esploratori e una minor frequenza fisica li rendano persino più forti e nobili, questi sentiment, rispetto alle relazioni tradizionali.

Un pezzetto del successo di Facebook è appoggiato proprio sulla “coscienza” dei suoi utenti e su sentimenti “buoni”, come la lealtà e la correttezza. L’introduzione del termine “amici” per definire le proprie conoscenze in questo network è stata una trovata geniale (“Amici? Nemici? Semplici conoscenti?” diceva una vecchia striscia di Sturmtruppen). In qualunque altro forum l’approccio degli utenti che si registrano è sempre un po’ spaesato e diffidente: ci si entra da estranei, e si sa di trovarci altri estranei. Si faranno persino incontri spiacevoli, ospiti che sono venuti con pensieri e intenzioni diversi dalle nostre.
Invece a Facebook si accede attraverso un giuramento, una dichiarazione di impegno: che non è “mi impegno a comportarmi bene e non essere irrispettoso”, che sarebbe facile da violare con la coscienza pulita (“perché dovrei riconoscere le vostre regole?”). Ma è “voglio diventare tuo amico”: un doppio impegno che mette in campo le “proprie” regole. Dichiaro che ti sono amico, e che sono io a volerlo: ignorare questo vincolo è tradire se stessi, sarebbe una vergogna non di fronte agli altri ma alla propria coscienza. Quello di Facebook è un geniale ricatto morale.

Voi direte che è pieno di barbari, là fuori, e presto arriveranno anche su Facebook: vi si diranno amici e faranno Arancia Meccanica della vostra bacheca. Può darsi: è successo con Second Life, che a un certo punto vi nascessero persino attentati terroristici. Ma attentarono alle macerie, che Second Life si stava già sgonfiando da sola.
Però Facebook è costruito in modo da espellere con una certa facilità eventuali minacce al suo Truman Show. Ogni tanto c’è un po’ di maretta perché come in ogni club ci sono alcuni che vogliono spiegare le regole agli altri, e si irritano se qualcuno le segue a modo suo. Ma alla fine è un posto dove ci sono molti amici.

La relativa serenità che aleggia su Facebook (le pagine di odiatori tendono a sfarinarsi, senza l’aiuto dei quotidiani scandalistici) è in effetti piuttosto anomala per la rete. Persino i più appassionati sostenitori della comunicazione online consentono che questa ha creato lo spazio per un nuovo ecosistema dell’aggressività. È da poco uscito negli Stati Uniti un libro che si chiama “Snark” (scritto da David Denby, uno dei due ammirati e famigerati critici cinematografici del New Yorker). “Snark” è un neologismo che associa due parole inglesi (“snide” e “remark”) ed è nato per definire un nuovo tipo di linguaggio in cui prevalgono il sarcasmo, l’insinuazione, la malizia e spesso l’intenzione di ferire o diminuire l’interlocutore. Da alcuni anni si discute in rete di quella porzione di comunicazione cresciuta online a forza di aggressività, maleducazione, polemica e inciviltà: le stesse cose che esistono nel mondo fuori dalla rete ma non avevano mai avuto altrettante opportunità per esprimersi. Internet è un gran luogo di sfogo di frustrazioni e necessità di affermazione di sé attraverso la violenza verbale. Denby sostiene che questa china stia peggiorando in generale tutto il nostro sistema di relazioni, fuori e dentro la rete. Ai critici le sue argomentazioni sono apparse un po’ fragili e faziose: ma se è vero che una snarkizzazione del linguaggio in rete c’è stata, è anche vero che appartiene a una fase infantile del rapporto con gli altri online. Anche i peggiori polemici dopo un po’ si calmano, man mano che si consolidano le loro relazioni con la rete e con gli altri. O forse invecchiano.

S’avanza una fase nuova dell’occupazione umana della rete. Superata l’era in cui era campo di sperimentazione e scorribanda di un’élite avanzata di esploratori alfabetizzati, geek e curiosi del mondo, che ne erano la maggioranza visibile, ormai il web è diventato mainstream. La stragrande maggioranza dei suoi frequentatori ci va come legge il giornale: non ha bisogno di conoscere i meccanismi con cui funziona o di essere appassionata dell’informazione e delle cose del mondo. Ma ci trova quelle cose che le interessano e che conosce. Giovanni Boccia Artieri, studioso della comunicazione, ha individuato nel successo di Facebook “l’ascesa della borghesia” in rete. E questo non solo significa che i meccanismi della rete coinvolgono molte più persone che ne erano estranee, ma ha anche un effetto opposto.

Internet si “normalizza”. Viene ricolonizzata dal mondo di prima. I suoi nuovi abitanti, meno coraggiosi e attrezzati, vi ricostruiscono i modelli familiari. Il successo di Facebook è un successo di funzioni semplici e tradizionali: relazioni con vecchi compagni di scuola, album di ricordi, piccole conversazioni, campagne per i cani abbandonati, promozioni editoriali. Il noioso spauracchio del “dove andremo a finire” applicato sulla rete, si rivolge indietro: dove andremo a tornare?

La settimana scorsa Google ha annunciato un nuovo servizio (ne ha annunciata una mezza dozzina, e non gli si sta dietro): si chiama Latitude e si installa sui cellulari e i palmari. Permette di vedere sulle mappe di Google dove si trovano i vostri “amici”, ovvero coloro che si sono registrati al servizio e hanno consentito a farsene individuare (attraverso il GPS e la rete telefonica). L’effetto grafico è già piuttosto spettacolare, e sarà interessante vedere come cambierà il nostro pensiero rispetto al conoscere gli spostamenti dei nostri conoscenti: un passo ulteriore in confronto a quando non sapevamo neanche di chi erano le chiamate in arrivo. Ma anche questa novità va in direzione opposta rispetto agli allarmi sulla alienazione dal “mondo reale”. Latitude restituisce concretezza e senso spaziale ai rapporti digitali: li colloca su una mappa, e li colloca nel mondo. Sparirà il vituperato “dove sei?” dall’approccio telefonico (lo sostituirà un “mi compri il giornale, già che sei lì?”) e torneremo a immaginarci più realisticamene il contesto attorno all’interlocutore. Il virtuale si riavvicina al reale.

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2 commenti su “I vecchi tempi nei nuovi tempi

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