Sono seduto

Stamattina sono passato accanto al carcere di San Vittore e per la prima volta ho visto aperta una porticina che dà su Viale Papiniano: c’erano diverse persone in attesa, sul marciapiede. Mi sono chiesto se aspettassero l’uscita dei loro cari – ma quello è un rito che mi sembrava di aver notato si consumasse sull’altro lato, su via Vico – o se fossero parenti in visita. Li ho guardati, figurine accalcate nel freddo sotto un muro alto alto e lungo lungo, accanto a una porticina, e ho pensato che sembrava un disegno di Gipi. E ho pensato anche a quando tra quelli lì c’ero anch’io, e che non devo dimenticarmene mai. Ci scrissi una cosa lunga, allora, dieci anni fa.

Sono seduto su questa sedia arrugginita da venti minuti. Oggi è sabato e c’è da aspettare. Sento le voci che si schiacciano a vicenda e i bisbiglii che cercano di sgattaiolare nel rumore. Tra poco la porta verniciata di grigio a un metro dalla punta delle mie scarpe si aprirà, preceduta da uno scrocco di chiavi, e una successione di bambini accompagnati da una signora grassoccia uscirà improvvisamente, sorpresi gli uni e l’altra della mia presenza da questa parte. O forse una coppia un po’ anziana, o una giovane ragazza zingara. Ritrarranno lo sguardo a meno che io non sia abbastanza veloce da dir loro buongiorno e offrirgli il modo di ricambiare. Attraverseranno i pochi metri di cortile e se sono nuovi aspetteranno un po’ di fronte alla porta blindata dall’altra parte, prima di azzardarsi a suonare il campanello perché qualcuno venga a lasciarli passare, mentre io supererò la porta di legno verniciata di grigio e aspetterò che la guardia la chiuda per venire ad aprirmi la blindata successiva. Ma intanto sto qui, sulla sedia arrugginita, a guardare la porta grigia, pitturata maldestramente, a un metro dalla punta delle mie scarpe, e le gocce di vernice che si sono solidificate in basso, sopra lo zoccolo. Ci sono delle ragnatele che pendono dal soffitto. A essere precisi non sono vere ragnatele, piuttosto dei filacci neri aggrovigliati. Saranno vecchie ragnatele abbandonate dal titolare? O tutta un’altra cosa? Fanno schifo, comunque, ci vorrebbe un entomologo.

Frequento questo carcere da tre anni e mezzo. I parenti dei detenuti sì che entrano ed escono dalle carceri continuamente, altro che i delinquenti impuniti. Mi immagino il giudice D’Ambrosio anziano, in pensione, seduto su una panchina dei giardini qui di fronte che mi vede arrivare, stamattina, ed entrare. Scuote la testa e mi indica al giornalista pensionato della panchina accanto, tirandogli la manica della giacca: “Vedrà che lo faranno uscire dopo un paio d’ore, come al solito”.

Il carcere dei parenti è un carcere a parte. Una terra di nessuno, una via di mezzo tra il fuori e il dentro. Niente che possa essere paragonato alla disumanità del carcere dei detenuti, niente che possa essere paragonato con l’umanità della vita fuori. Un giro sulle montagne russe: dura poco, ti stravolge e ti rimette coi piedi per terra e la sensazione di avere sognato. Ma poi ti abitui.

Questo carcere ha le sue regole. Regola uno, le regole non si discutono. Non perché sia vietato, ma perché non c’è niente da discutere. Come l’esistenza di Dio, per capirsi. Immaginate di poter discutere una regola come “non si possono mostrare ai detenuti foto di assembramenti”? È saltata fuori una volta che avevo portato a mio padre delle foto di persone a lui care, scattate a un incontro pubblico sulla sua storia. E così via. Le regole prevedono che il detenuto possa ricevere quattro visite al mese, ciascuna di tre persone al massimo, tutti familiari, o persone di strettissima e certificata relazione, ciascuna visita della durata di un’ora. Le visite possono diventare sei, se il detenuto ha tenuto una buona condotta durante il mese, guadagnandosene due premiali. Per avere le visite premiali però bisogna fare domandina. Parla così, il carcere, dice “premiali”, e “familiari”, e dice “domandina”. Un misto continuo di burocratese da motorizzazione civile e linguaggio da asilo nido.

Beh, questo è un mese che mio padre si è comportato bene, a quanto pare. Ha fatto domandina per le visite premiali. E dato che siamo una famiglia poco numerosa, oggi sono qui da solo. Da soli è meglio, si riesce a parlare un po’ senza preoccuparsi di togliere tempo alle altre persone che sono venute. Un’ora passa in fretta, da soli. Invece quando siamo due o tre, tutti sono sempre un po’ imbarazzati a dire cose che non sembrano all’altezza della situazione, della rara occasione di stare un’ora assieme. I discorsi si spezzano continuamente. Ci guardiamo. E mio padre dice cose tipo “ma che siete venuti a fare?”, oppure “quanto dura oggi quest’ora?”. Allora qualcuno comincia a raccontare anche le cose che non sembravano all’altezza. E infatti non lo erano, il più delle volte. Ci sono dei giorni che queste visite sembrano davvero stupide.

La porta verniciata di grigio si apre, ed esce una coppia meridionale che conosco, con un ragazzino. Lui è un uomo enorme e calvo, con un gran sorriso e delle mani che te la stritolano.. Hanno il figlio maggiore qui per cose di droga e vengono su due volte al mese da chi si ricorda dove. I genitori che vengono a trovare i loro ragazzi arrivano combattuti tra il desiderio di abbracciarli e portarseli a casa in braccio e quello di prenderli a schiaffi dall’altra parte del muretto divisorio. “Sono ragazzi”, risponde mio padre alle mamme che dicono “mi fa diventare matta”. Le mamme sono sempre delle donne molto piccole, che hanno dei figli grandi e grossi e coi capelli lunghi. Quando si incontrano, i ragazzi si mostrano esageratamente di buonumore: un po’ per consolarle e un po’ per fare i bulletti. A volte piangono, le mamme, e allora i ragazzi si arrabbiano. Alcuni, quando litigano con i parenti, a un certo punto cominciano a chiamare la guardia e a fare segni perché vengano ad aprire la porta per farli rientrare in cella. Succede più spesso tra i fidanzati. Deve essere una cosa terribile separarsi così, fino alla prossima volta. Come riattaccarsi il telefono in faccia, ma molto peggio.

Ci sono anche dei ragazzi di buona famiglia che si sono messi nei casini con la droga. I loro genitori si riconoscono, sono più rigidi, come se sentissero che il luogo richiede una particolare solennità, o non volessero mostrarsi troppo fuori luogo. Hanno modi più silenziosamente severi, si vede che passa una tensione fra loro stessi. Il figlio tiene la testa bassa o rivolta da un’altra parte, mentre parlano. Aspetta che vadano. Pensa a far finire presto quest’accidente capitato nel mezzo di un corso di studi diligente e proficuo.

Quando entro nello stanzone, dopo aver superato un’altra porta blindata, non riesco a far caso a chi ci sia oggi. La sala è piena di gente. È una stanza lunga, sarà una dozzina di metri, e larga poco più di tre. È divisa per lungo da un muretto alto un metro e qualcosa, che separa detenuti e visitatori. Non è come nei film, non c’è il vetro e il telefono: ci si può toccare e baciare e far sgattaiolare i bambini piccoli dall’altra parte del muretto, se le guardie sono in buona. Nel carcere di Bergamo, dove misero mio padre per due mesi quando questa storia cominciò, invece ci si sedeva a dei tavoli di legno. Ma non me ne ricordo granché, sarò andato al massimo tre volte. Una, c’era mia nonna che era ancora viva. Qualche anno fa mio zio Gianni ha raccontato sull’Unità quella visita e tutti abbiamo pianto per mezza giornata.

In questa stanza, dalla parte dei detenuti, c’è anche un divisorio di vetro che arriva al soffitto e serve per separare gli uomini dalle ragazze. Però a volte non c’è posto abbastanza e allora anche gli uomini vengono fatti accomodare da quella parte lì. Oppure, certi detenuti vanno a trovare una ragazza del femminile con cui hanno fatto amicizia o si sono fidanzati, e allora per un’ora passano dalla parte dei visitatori. Non so se sia che hanno richiesto loro la visita, o per cavalleria. In fondo alla sala, dietro a un altro pannello di vetro, stanno le guardie. Tengono d’occhio che non succeda niente di illecito, credo. Io non ho mai visto niente che mi sembrasse illecito, e forse neanche loro, quindi qualche volta decidono di richiamarci perché siamo appoggiati troppo addosso al muretto e gli copriamo la visuale. Quando c’è poca gente mio padre preferisce che ci mettiamo contro il muro vicino all’entrata, dalla parte opposta delle guardie. Non che abbiamo mai fatto o detto niente che volessimo nascondere. Ma una specie di paranoia, o di desiderio di riservatezza, ti porta a cercare di guadagnare a un po’ di discrezione qualsiasi cosa fai.

Tra di noi, il più discreto è mio zio Gianni. Qualsiasi cosa debba dire, la dice a voce bassissima e guardando in giro con aria distratta. Il più delle volte si tratta di cose tipo “ti saluta tanto zia Ada”, ma quasi sempre nessuno capisce esattamente. Gianni è l’unico con la testa a posto in famiglia. Ma molto, molto, a posto. Dice cose come “in questa fase dobbiamo fare molta attenzione”, oppure “sarebbe opportuno che tu gli facessi una telefonata”. Se non c’era Gianni stavamo freschi. Cioè, molto più freschi di così. Quando eravamo piccoli, io e mio fratello Nicola non lo vedevamo tanto di buon’occhio perché teneva con nostra cugina un regime a nostro modo di vedere piuttosto rigido. In sostanza, non le permetteva, e quel che era peggio neanche a noi quando eravamo da loro, di leggere Topolino a tavola. Noi, mai fatto conversazione a tavola. Siamo passati da Topolino alla televisione. Mia madre a un certo punto, quando eravamo piuttosto cresciuti, ha cominciato a proporre di spengerla, ma l’abbiamo trattata come se fosse impazzita e ha lasciato perdere.

Ora che ci penso, una cosa illecita l’abbiamo fatta una volta, stando attenti che non ci vedessero. Era un giorno che non mi ero tolto l’orologio. Quando passi la prima delle settecento porte che ti fanno attraversare, devi posare tutto quello che hai in un armadietto ammaccato di cui ti porti via la chiave sapendo benissimo che lì hanno libero accesso solo le guardie, quindi se ti danno la chiave è per non farti fregare la roba dalle guardie, e che se alle guardie gira così, aprono l’armadietto ammaccato e si pigliano quello che vogliono. Comunque, nell’armadietto devi mettere tutto quanto, cioè l’orologio, le chiavi, il portafoglio, il telefonino, le monete, tutto quello che hai nelle tasche, i gioielli, la sciarpa, gli scontrini del bar, la penna, tutto quanto. Su alcuni oggetti la giurisprudenza non si è ancora formata, tipo gli occhiali, e allora qualche volta puoi tenere gli occhiali e qualche volta no. Io le prime volte andavo con degli appunti di tutte le cose che dovevo dire a mio padre, delle persone che mi avevano chiesto di dirgli altre cose, delle questioni per cui avevo bisogno di sapere il suo parere. Ma non si poteva portare un pezzo di carta scritto. Nemmeno uno bianco, comunque. Così cominciai a scrivermi le cose sul dorso della mano, come a scuola il giorno che interrogano. Mi ero anche figurato che facessero delle obiezioni e del caso che poteva nascere con loro che pretendevano di lavarmi le mani e io che minacciavo di tatuarmi. Ma non dissero niente, naturalmente. In genere, quando prepari le scuse e le contromisure migliori del mondo, nessuno te le chiede. Da allora, vado spesso con le mani scritte, e sono la prima cosa che mio padre guarda quando arrivo, per capire se è una giornata indaffarata o no.

Fatto sta che spesso ti dimentichi di posare proprio tutto, o di guardare in ogni tasca, e l’agente che ti perquisisce se ne accorge e tu sei un po’ imbarazzato, come se ti dovessi vergognare di aver cercato di introdurre una moneta da cento o un biglietto del bus in carcere. Ma quella volta non se ne accorse, e dopo, quando eravamo dentro, scoprii di avere ancora lo Swatch col cinturino di pelle, che è il mio preferito tra i miliardi di Swatch che mi sono comprato. Una cosa un po’ idiota, lo so. Così mio padre mi chiese di passarglielo subito, che in carcere era proibito tenerne uno e lui non aveva niente per vedere che ore sono, e abbiamo fatto questo imbroglio senza che nessuno ci prestasse caso.

Che poi non è che l’orologio o mille altre cose non si possano tenere in carcere: solo che non si possono ricevere da fuori. Una volta che sono dentro, pazienza. In teoria, credo, dovresti comprarle allo spaccio interno. La volta che ci ho pensato mi è sembrato anche un bel business: più cose vietano, più ne vende lo spaccio. A pensar male si fa presto, e pare anche brutto.

In realtà il carcere non è così cattivo come nei film americani, tipo Brubaker, o Quella sporca ultima meta (che ho visto tutti e due con mio padre al cinema America di Roma): è molto, molto stupido. Sai quei compagni di scuola stupidi che per fare gli spiritosi o per fregarsi il tuo kinder brioss, ti danno una spinta mentre parti in bici e ti fanno fratturare una clavicola? Il carcere è come il più stupido dei compagni di scuola stupidi. Bisognerebbe dargli un fracco di botte, in realtà.

Tra le cose più stupide che vediamo noi di fuori (quelli dentro secondo me ne vedono di stupide e anche di cattive), c’è la selezione del pacco. Il pacco si chiama proprio così ufficialmente, come la domandina, ed è fatto delle cose che si possono portare al detenuto quattro volte quattro al mese. Unica regola chiara: il pacco pesa al massimo cinque chili. Regole su cosa ci può stare e cosa no: nessuna. È tutto affidato a una lista sterminata che sta affissa accanto all’ingresso dei visitatori. Quel che è nella lista non entra, il resto sì, salvo casi senza precedenti che vengono discussi, in genere rifiutati e aggiunti in coda alla lista. La lista è stata battuta a macchina e fotocopiata una prima volta, poi via via sono state aggiunte altre voci con una biro blu e una nera, con un pennarello arancione e con uno nero piuttosto consumato.

Noi le prime volte sbagliavamo tutto, a cominciare dal peso. Le guardie lì hanno una bilancia tipo salumiere ma di quelle con la lancetta, non quelle con i numerelli elettronici di adesso. E cinque chili, si fanno in un baleno. Esempio: due asciugamani, tre camicie, tre paia di calzini, una decina di albicocche (snocciolate, rigorosamente). Cinque chili. Così, capitava (ora siamo più bravi) di doversi riportare a casa una vaschetta di mozzarella (affettata, rigorosamente), un accappatoio (senza cappuccio, rigorosamente) o una coperta (senza orlo, rigorosamente). Le scarpe, poi, fanno voce a parte. Per le scarpe ci vuole la domandina.

Comunque io oggi il pacco non l’ho portato, che questo mese abbiamo già esaurito i quattro di bonus. Mentre aspetto, molti dei visitatori finiscono la loro ora e vengono fatti uscire. È quasi l’una e io sono arrivato per ultimo. Così, per fortuna, non bisognerà pigiarsi l’uno accanto all’altro, tra sorrisi e gentilezze solidali e fastidi di scarsa intimità. E il posto accanto al muro in fondo è libero. Quando si apre la porta dall’altra parte e mio padre entra, sorride, saluta con la testa in giro per la stanza, e mi fa cenno con l’indice di andare lì, in fondo.

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