Cambia gioco

Le cose sono precipitate, per i progressisti di tutto il mondo. Una decina d’anni fa l’elezione di Barack Obama – simbolicamente rilevantissima in un contesto più esteso di cose promettenti – aveva suggerito che le prospettive di politiche di sinistra potessero essere ottimiste e che ci fossero margini per guadagnare preziosi consensi dei singoli, quelli che fanno vincere in democrazia, anche proponendo politiche volte al bene delle collettività: anche proponendo cose impopolari, sulla breve distanza. Ottimismi simili erano circolati in molti paesi occidentali: in Italia era nato un grande partito di centrosinistra moderno, e nel giro di pochi anni erano crollati il consenso e la forza politica di un centrodestra di lunga durata ma fallimentare. Per esempio.

Non facciamola lunga con i dettagli, le cose sono precipitate. I due appuntamenti elettorali più importanti dell’anno passato – negli Stati Uniti e Gran Bretagna – sono stati vinti da messaggi non solo di destra conservatrice, ma più propriamente di demagogia bugiarda e incompetente. Presso le sinistre annaspanti e disperate guadagnano popolarità predicatori qualunquisti o letture radicali anacronistiche. Uno spettro si aggira per il mondo, e i giornali lo chiamano “populismo” per fare prima, ma è costituito sostanzialmente da due elementi psicologici che hanno attecchito in tantissimi individui: lo sdoganamento della rivendicazione dell’egoismo e dei propri piccoli interessi, e quello dell’ignoranza e dell’incompetenza (trasformate in presunzione di conoscerli, i propri interessi, e i modi per tutelarli). Le due cose insieme hanno convinto estesissime quote di elettori di poter ridurre il bene del mondo al bene proprio, e di saper prevedere i percorsi verso il bene proprio, con sprezzo del sapere, dei fatti, dello studio delle cose, del passato e del futuro. La democrazia è diventata soltanto l’applicazione del volere della maggioranza, amputata della sua prerogativa che quella maggioranza sia informata: non essendolo, hanno detto Barabba. Hanno vinto i messaggi semplificati e confortanti, a prescindere dalla loro rispondenza alla realtà: analisi fragili e soluzioni facili convincono e ottengono voti, e hanno costruito un sistema rassicurante di autoconservazione e assoluzione – la colpa è degli altri, sempre – che potrebbe tenere molto a lungo. Il rapporto di forza tra capacità reali e capacità millantate si è invertito: vincono le seconde anche di fronte ai fatti, e anche questa è la post verità. Il quadro l’avevo descritto un po’ meglio qui: che le colpe di tutto questo siano nei fallimenti e nei tradimenti delle leadership, soprattutto nella politica e nell’informazione, ha poco interesse, ormai.

Il fatto è che questo stato di cose è stato finalmente registrato dalle forze progressiste, ma senza che questo abbia per ora mosso verso nessun progetto alternativo a quelli precedenti: a sinistra si pensa tuttora che comportarsi bene e fare progetti progressisti e di sinistra basti a ottenere consensi e strumenti per realizzare i suddetti progetti. Ci sono sfumature di contenuti, a sinistra, come sempre, ma la sostanza è quella: raccontiamo il bene che faremo e questo basterà a convincere gli elettori. “Gli stranieri sono persone come noi, perché non ci votate?”, “Bisogna proteggere l’ambiente anche facendo dei sacrifici, perché non ci votate?”, “I musulmani non sono tutti terroristi, perché non ci votate?”. La grande ingenuità della sinistra in buona fede è ritenere che il messaggio buono sia anche convincente, e io penso che persino i maldestri “scissionisti” del PD siano sinceramente convinti che ora con i loro messaggi “di sinistra davvero” costruiranno un consenso che saprà sconfiggere questa tendenza mondiale, senza ripensarne una virgola. Arrivano D’Alema e Speranza e battono Trump. Per non dire di Matteo Renzi, che sembra intenzionato a cercare di andare a ottenere quello che ha appena perduto, senza un ripensamento o una rivalutazione degni di questo nome sul perché lo abbia perduto. Il mondo gira in un altro modo, e questi pensano di rimetterlo a posto fissando prima o dopo le elezioni, creando diverse occasioni di confronto con le minoranze interne, abolendo il Jobs Act, o contando che fallisca Virginia Raggi.

Ripensare, è una cosa che non sta facendo nessuno. È umanamente comprensibile, è una specie di rimozione: dovunque ti giri vedi sconfitte e tendenze demotivanti, e cercare soluzioni ha come più probabile e immediata conseguenza trovare fallimenti. Non venirne a capo. Non sapere da dove cominciare. Lottare ogni giorno con accuse e insulti di ogni genere. Ma se la reazione è pensare che le cose a un certo punto vadano a posto da sole, non ci vedo messi benissimo.
A un certo punto, in certe partite di calcio, si vede che su un fascia non si riesce a portare avanti la palla: girano i passaggi, ma si resta sempre lì, poi uno scatta, si prova un lancio, ma viene intercettato, o quello finisce in fuorigioco. Il pubblico fischia. Non c’è verso.
Allora uno si allarga sulla fascia opposta e qualcuno dagli spalti urla a quello con la palla: “cambia gioco!”.

Sono due le dinamiche che sono stabilmente cambiate e che spezzano le gambe al modo che avevano i progressisti di camminare fino a oggi. La prima è la perdita di autorevolezza di certi valori e principi “positivi” che garantivano un rispetto per i progetti progressisti volti a migliorare le vite delle comunità e il mondo in generale. Con una propaganda bugiarda e strumentale, una serie di forze politiche e intellettuali ha invertito il canonico rapporto di valore tra i buoni e i cattivi, tra gli altruisti e gli egoisti, tra i saggi e gli ignoranti: i primi sono diventati “buonisti”, ipocriti, “politically correct”, in una vera rivoluzione egualitaria – quasi comunista – che ha raccontato al nostro umano egoismo che il nostro ego valeva più del bene collettivo, e che il bene collettivo era una grande ipocrisia per proteggere l’ego di qualcun altro. Stronzi di tutto il mondo unitevi (lo stronzo è in ognuno di noi), essere stronzi è giusto.
La seconda dinamica è un’inclinazione individuale sempre più intensa a voler ottenere successi e gratificazioni immediati e continui, a sentircisi costretti pena la constatazione di una umiliante sconfitta, e a trovare come loro eventuale surrogato la demolizione e critica del prossimo, la ricerca di capri espiatori, la soddisfazione di sé attraverso la diminuzione degli altri.
Aggiungeteci un elemento di contesto, l’abbassamento visibile della qualità umana e intellettuale delle classi dirigenti, in parte reale, in parte percepito (tutto è più trasparente), in parte enfatizzato dai media, e lo sdegno che genera.

Ancora oggi le forze progressiste e democratiche sprezzano – giustamente – come deprecabili e inaccettabili questi atteggiamenti, e predicano bene: ma così facendo non fanno che alimentarli ulteriormente e pagarne le conseguenze. Come succede in molti settori della vita umana, anche nell’organizzazione delle società la qualità ha smesso di pagare, dove con qualità definiamo una visione a lunga scadenza del miglioramento delle condizioni medie della vita di tutti. Paga invece in termini di consenso tutto ciò che suggerisce un miglioramento sulla brevissima distanza della vita di alcuni, noi stessi per l’esattezza: dove quel miglioramento è spesso fatto semplicemente del peggioramento per qualcun altro, di una rivalsa che diventa premio.

Adesso, la domanda – il ripensare – è: come se si indirizzano questi grandi fenomeni psicologico-sociali verso risultati proficui per le comunità, sottraendoli al possesso di grandi demagoghi o piccoli arrivisti, in rotazione continua causata dai loro rapidi fallimenti, con i successivi che si nutrono della caduta dei precedenti? La cosa da ripensare è: se le democrazie funzionano in un altro modo (questa è “la crisi” delle democrazie: il loro avere cambiato modo di funzionare), come si fa a indirizzarle verso gli stessi posti dove volevamo portarle prima? Se i messaggi che funzionano sono altri, come si usano quei messaggi a fin di bene? Come si ottiene il consenso e la soddisfazione dei singoli per fare il bene di tutti? Un esempio è stato lo sfruttamento del messaggio del rinnovamento e della sovversione della politica per governare in modi razionali e tradizionali, come ha provato a fare Renzi: ma quel messaggio si è esaurito rapidamente, figlio della propria contraddizione, e incapace di proporre un’immagine di leadership alternativa che andasse oltre Renzi stesso. In Canada, Trudeau sta sfruttando una ricerca di consenso basata su comunicazioni e promozioni superficiali e stilistiche, molto contemporanee, ma è da vedere che risultati reali riuscirà a ottenere solo a forza di foto cool e buone dichiarazioni.

Sono domande da un milione di dollari, e non è detto che abbiano una risposta: può darsi che come in altri momenti della storia l’inversione di tendenza positiva venga a un certo punto solo da una catastrofe, da un traboccare drammatico del vaso. Ma non è una prospettiva incoraggiante, e comunque mentre aspettiamo, almeno per ingannare il tempo, uno sforzo di invenzione, sperimentazione, discussione, varrebbe la pena farlo, invece che continuare a rincorrere l’oggi in un’ansia da estinzione che è già essa stessa estinzione. Farsi la domanda. Cambiare gioco. Ripensare.