Cina non olet

C’è un regime dittatoriale che mette in carcere i dissidenti, che perseguita le minoranze etniche, che reprime la libertà d’espressione, che tiene sotto controllo i suoi cittadini e le loro attività. Ce ne sono diversi, direte voi. Ed è vero, però ce n’è uno solo che non riceve manifestazioni di protesta, indignazioni dei governi, severi commenti quotidiani sui giornali, pur governando una popolazione enorme. E mentre arresti e detenzioni di persone impegnate per la libertà e per la democrazia raccolgono il giusto scandalo quando avvengono in Iran o in Russia, se succede in Cina che sia condannato a vent’anni il principale simbolo (solo perché il regime stronca tutti gli altri prima che lo diventino) di un tentativo di libertà e democrazia, media e politica italiana – con rarissime eccezioni – si comportano come se fosse stato condannato un rapinatore in Galles.

L’indulgenza che la Cina si è guadagnata in Occidente – e molto in Italia – solo in forza del suo potere economico è una storia di corruzione piuttosto notevole, malgrado i tempi ricchi di eccezionalità. Partiti, politici e mezzi di informazione concludono accordi economici e creano relazioni con le istituzioni liberticide e antidemocratiche cinesi come se si trattasse della Norvegia, legittimando da decenni la persecuzione di ogni libertà e di tantissime persone che la libertà la chiedono. E accolgono festanti contributi economici che diventano immediatamente un sistema di corruzione dell’informazione e della politica: basta guardare chi tace sulla condanna di Jimmy Lai e si intuisce chi ha preso soldi dal governo cinese e si fa dettare la linea dall’agenzia di informazione del regime, Xinhua. Nell’ultimo decennio accordi “di collaborazione” con le strutture cinesi di propaganda statale sono stati felicemente celebrati dalle agenzie Ansa, Nova, Agi e Italpress, da Class Editori, dal Sole 24 Ore, per dire solo di quelli più pubblicizzati (non tutti rinnovati, e con rare proteste). E Ansa, Class e Nova hanno annunciato nei giorni scorsi un altrettanto entusiasta accordo tra il ministro Giuli e il responsabile per il cinema del governo cinese. Per fare delle cose insieme al regime e alle sue potenti strutture di propaganda e di repressione del dissenso. E portare a casa dei soldi, degli altri.
Ma ricordiamoci che tra i sostenitori di collaborazioni con la dittatura – e raccoglitori di contributi economici – ci sono anche molti politici o ex politici di sinistra, anche tra i più famosi e ammirati, che da anni si impegnano a promuovere per qualche ragione l’immagine della Cina, mentre Liu Xiaobo moriva in carcere.

Il giudizio morale su tutto questo se lo faccia ognuno per conto suo, liberi. Ma sarete d’accordo che è una storia notevole, in questi tempi notevoli.

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