Deposizioni

Per una coincidenza mi sono capitate di nuovo sotto gli occhi due storie di spettacolari colpi di scena giudiziari novecenteschi che conoscevo per ragioni del tutto diverse. E che racconto per averci avuto relazioni del tutto diverse, e perché mi piacciono le coincidenze. Le due storie si somigliano, pur in contesti distantissimi, perché in entrambi i casi un testimone laterale chiamato a deporre dice candidamente una cosa che nessuno si aspettava, e che da altri era stata tenuta deliberatamente e malevolmente nascosta: come in certe serie tv processuali. In un caso la rivelazione fu decisiva, nell’altro no.
La prima delle due storie è ricomparsa perché ieri è morto Alexander Butterfield, che ebbe un involontario ruolo nello scandalo Watergate, e lo avevo raccontato in un podcast di qualche anno fa.

Butterfield era un ex pilota militare di 48 anni che dal 1968 era stato scelto da Haldeman – si conoscevano dall’università – come assistente del presidente Nixon: era una via di mezzo tra un assistente personale del presidente e un vice di Haldeman, che governava moltissime responsabilità importanti del lavoro di Nixon senza essere coinvolto sulle questioni operative o politiche. Se non ne abbiamo parlato finora è perché, per questa ragione, non ebbe nessun ruolo in tutte le scelte e gli sviluppi che abbiamo raccontato, pur essendo a conoscenza di molto fino a che fu alla Casa Bianca, prima di andare a guidare un importante ente dell’aviazione nel 1973. Ma il suo incarico suggerì alla commissione del Senato di ascoltarlo, pur senza grandi aspettative e la sua fu un’audizione gestita dallo staff della commissione, senza neanche i senatori presenti.Butterfield rispose alle domande di investigatori e consulenti a proposito delle conversazioni nell’ufficio ovale riferite da John Dean a cui aveva assistito: in quell’udienza, rispondendo, spesso consultava degli appunti ed era straordinariamente preciso rispetto alle cose che erano state dette. Quando fu il suo turno di interrogarlo, l’avvocato Donald Sanders, consulente del Comitato per il partito Repubblicano, si era già insospettito di questa precisione, e chiese a Butterfield come mai nelle loro testimonianze Dean e Colson avessero riferito uno strano dettaglio: ovvero che durante certe conversazioni nell’ufficio ovale Nixon aveva detto alcune cose spostandosi verso un lato in particolare della stanza. Non è che c’era un sistema di registrazione?, chiese Sanders. “Speravo che voialtri non me l’avreste chiesto”, rispose Butterfield.

La risposta completa di Butterfield, quella da cui poi venne giù tutto, fu questa: “Speravo che voialtri non me l’avreste chiesto. Sono preoccupato delle conseguenze che la mia risposta possa avere sulla sicurezza nazionale e sugli affari internazionali. Ma immagino di dover considerare che questa conversazione sia una cosa ufficiale, come se fossi sotto giuramento?“.“È così“, gli rispose Sanders.“E allora sì, c’è un impianto di registrazione alla Casa Bianca”.

C’era un impianto di registrazione alla Casa Bianca dall’inizio del 1971, benché anche Lyndon Johnson avesse sviluppato un sistema di registrazioni delle sue riunioni e conversazioni telefoniche, che Nixon aveva però fatto smantellare all’inizio del suo mandato. Ma dopo aveva cominciato a preoccuparsi che della sua storia alla Casa Bianca non rimanessero tracce affidabili e a pensare che una documentazione poteva tornargli utile: fece installare le apparecchiature col consueto livello di paranoia, diffidenza e inganno di Nixon, parlandone solo con Haldeman, il quale affidò l’incarico a Butterfield, e a sua volta ne parlò solo a un altro suo assistente, Larry Highby. Quindi non lo sapeva praticamente nessuno: quando Butterfield lo rivelò, quel giorno di luglio 1973, il sistema si azionava automaticamente e registrava ogni conversazione nell’ufficio ovale da più di due anni.

La storia delle registrazioni cambiava tutto: da qualche parte c’erano dei nastri in grado di rivelare ogni cosa detta da Nixon insieme ai suoi rispetto al Watergate. Sanders si precipitò a cercare il suo capo Fred Thompson, che guidava il team di consulenti della Commissione scelti dal partito Repubblicano, per informarlo immediatamente. Fred Thompson sarebbe diventato famosissimo per gli americani in quei giorni di audizioni televisive, e poi venne eletto senatore e si candidò alla presidenza nel 2008, ritirandosi presto, ma divenne conosciuto anche in tutto il mondo diversi anni dopo con la sua lunga carriera di attore: per dirne solo una, è il capo dell’aeroporto in Die Hard 2, il film con Bruce Willis.
Butterfield fu immediatamente riconvocato per un’audizione pubblica in diretta televisiva con la Commissione del Senato, e Fred Thompson gli rifece la domanda per tutto il paese: “È a conoscenza dell’installazione di sistemi di ascolto nell’ufficio Ovale, signor Butterfield?. “Sì, signore”, rispose Butterfield, e raccontò che ce n’erano anche in altre stanze e telefoni usati dal presidente.

Da quel giorno iniziò una storia nuova, quella del combattimento legale tra Nixon e le varie parti che indagavano sul Watergate e che chiesero immediatamente di ascoltare i nastri. Nixon si rifiutò di consegnarli, citando ragioni di sicurezza e il cosiddetto “privilegio dell’esecutivo”: ovvero il discusso diritto del presidente e del governo a non sottostare alla richiesta di rivelare informazioni che possano limitare o mettere in pericolo l’azione autonoma del governo. Quello che fino ad allora era stato “il caso Watergate” divenne per i giornali “i nastri di Nixon”: passerà un anno prima che la Corte Suprema ordini all’unanimità al presidente di consegnare tutti i nastri, di cui fino a quel momento Nixon aveva rilasciato solo isolate trascrizioni o limitate porzioni.

La seconda storia mi è tornata presente perché nei giorni scorsi degli amici mi hanno chiesto alcune cose sulla successione dei pessimi processi che condannarono mio padre. Nel primo di quei processi successe che venne chiamato a deporre un parroco. Fino a quel momento la versione dell’accusatore di mio padre (e dei suoi coimputati), Leonardo Marino, fatta propria dalla procura e dall’inchiesta, era stata di un suo sincero rimorso che lo aveva portato a presentarsi spontaneamente il 19 luglio 1988 ai carabinieri ignari per confessare la partecipazione a un omicidio. Lo sviluppo della deposizione del parroco è raccontato da Carlo Ginzburg nel libro Il giudice e lo storico.

Il motivo immediato va cercato nella deposizione resa meno di un mese prima, il 26 gennaio, da don Regolo Vincenzi, parroco di Bocca di Magra, chiamato a testimoniare in dibattimento. In istruttoria Marino aveva detto di essersi confidato con lui, anche se non in confessione, «subito prima delle festività natalizie del 1987»; e l’aveva sciolto dall’impegno di segretezza su quell’incontro. Don Vincenzi, chiamato a testimoniare (30 luglio 1988), aveva confermato. In quella circostanza Marino gli aveva rivelato di avere partecipato a fatti di terrorismo, dicendosi profondamente pentito di uno soprattutto, gravissimo. Inoltre gli aveva detto che era «continuamente cercato da alcune persone a Bocca di Magra ed anche pedinato; con minacce gravi pretendevano che tornasse a operare nel mondo della criminalità»; a queste persone aveva risposto «che con il mondo della criminalità terroristica aveva chiuso per sempre e non voleva più saperne». In dibattimento il presidente Minale ha insistito per saperne di piú: ma senza ottenere molto. Marino, sulle minacce: «Non mi riferivo a minacce di quel momento. Era un discorso piú generale della mia vita… sulla mia vita passata… evidentemente il parroco ha un po’ frainteso quello che volevo dire…» Ma chi l’aveva minacciato?
«Erano persone che comunque provenivano da vecchie esperienze politiche passate insieme. Erano persone con cui avevo io fatto precedentemente militanza politica. Avevano partecipato a scioperi, cortei, manifestazioni, violenze ecc. C’erano questo nucleo ristretto che compivano azioni illegali per conto dell’organizzazione. Per cui, queste persone, erano persone che riconoscevo in questo contesto» Ma nel corso del dibattimento Marino finisce col rimangiarsi tutto: «Io, quando parlai col parroco… Quando parlavo di minacce, mi riferivo alle minacce che avevo avuto anni prima e, evidentemente, il parroco ha frainteso o…»

Anche don Vincenzi, chiamato a testimoniare dinanzi alla Corte d’Assise di Milano, lí per lí sembra voler correggere o addirittura ritrattare ciò che aveva detto in istruttoria. Il colloquio con Marino era avvenuto alla fine di ottobre, non due settimane prima di Natale; Marino gli era parso tranquillo, anche perché durante l’estate aveva guadagnato bene. E i pedinamenti? Chiede il presidente. Sí, don Vincenzi ricorda che Marino gli aveva accennato a «un tentativo di coinvolgerlo in altri fatti»; ma di minacce o di pedinamenti non si era parlato. Il presidente si mostra sorpreso, quasi minaccioso («Guardi, Lei è teste. Quindi l’arresto in aula non è piú previsto, però…»). Don Vincenzi finisce col confermare, con evidente disagio, la propria testimonianza di quasi due anni prima. Ma il presidente non gli dà tregua: «Nei giorni precedenti l’incontro con Marino, ha visto in paese persone estranee, persone nuove?»
Don Vincenzi: «Ho visto persone che in macchina erano in posizioni strategiche. Siccome io, in queste cose, le tengo sempre presente, perché in passato abbiamo avuto ruberie ecc.: nel mio caso no, perché io ho un sistema tutto speciale e allora sono anche intervenuto cercando di far sloggiare perché erano in territorio a disposizione della parrocchia. Allora, mi ha mostrato un tesserino di Forza Pubblica e a questo punto li ho lasciati…»
Presidente: «Sí, questo è l’episodio che risulta. No, ma volevo dire, in paese, avendo sentito Marino parlare di pedinamenti e coinvolgimenti, lei..»
Don Vincenzi: «Io ne ho sentito parlare dalla gente, da delle persone, ecco. Ma questo dopo che i fatti erano avvenuti. Che avevano notato in precedenza persone che seguivano di giorno e di notte, arrivavano, partivano. Poi, questo, io.. cosí, dalle persone. Io non ne sono a conoscenza. Io, la mia conoscenza è riferita a queste persone in borghese che poi sono risultate: Forza Pubblica».
Presidente: «No, queste altre indicazioni… Queste persone le han parlato, le hanno riferito queste cose, quando? Dopo i colloqui con Marino?»
Don Vincenzi: «No, dopo che Marino era stato arrestato».

La domanda del presidente sulle « persone estranee», volta a chiarire l’oscuro accenno (poi smentito) di Marino ai pedinamenti e alle minacce da parte di innominati ex compagni di terrorismo, ha avuto un risultato del tutto imprevisto. Improvvisamente sono emersi due gruppi distinti di pedinatori, uno dei quali (l’unico in cui don Vincenzi si è imbattuto direttamente) composto da agenti in borghese muniti di tesserino. Quando la parola passa alla difesa, l’avvocato Gentili (difensore di Sofri) torna sull’argomento. Don Vincenzi precisa che una sera, dopo essere stato sentito come testimone (30 luglio 1988), aveva visto un gruppo di giovani in macchina che si erano allontanati prima che potesse annotarne la targa. (Si trattava evidentemente del gruppo di ex aderenti a Lotta Continua che in quel periodo stavano svolgendo una sorta di controinchiesta poi divulgata sotto il titolo di Doloroso mistero). Invece l’incontro con le persone che avevano mostrato il tesserino di forze dell’ordine si era verificato « prima dell’arresto di Marino».
«Prima dell’arresto di Marino?» ripete (forse incredulo, o stupito) l’avvocato Gentili.
Presidente: «Molti giorni prima? Piú o meno? Questo però è un episodio…»
Don Vincenzi: «Forse un mese prima. Quindici giorni, un mese prima».
Avvocato Gentili: «Ricorda a quali forze dell’ordine apparteneva? Cioè, se erano carabinieri o poliziotti? »
Don Vincenzi: «Carabinieri».

Carlo Ginzburg spiega la dimensione dello svelamento avvenuto in aula quel giorno e completato dalle successive ammissioni dei carabinieri.

Dunque, su un punto decisivo – il laborioso inizio delle proprie confessioni – Marino aveva mentito al giudice istruttore Lombardi e al sostituto procuratore Pomarici. Oggi sappiamo che l’istruttoria formale da essi condotta era stata preceduta da una fase, durata diciassette giorni, in cui Marino aveva avuto una serie di colloqui informali nelle caserme dei carabinieri di Ameglia e Sarzana. Di questi colloqui non esistono verbali o altre tracce documentarie. Non basta. Stupefacente è l’ora, quasi sempre notturna: i carabinieri la giustificano con l’orario di lavoro di Marino – che però, si scopre, di mattina non lavorava. E poi, perché tanti riguardi per Marino? Qui si arriva a un’altra stranezza, forse la maggiore: la sproporzione tra la genericità delle confessioni di Marino in questa fase e l’interesse che suscitano a livelli gerarchici via via piú elevati. L’accenno di Marino a «un fatto grave successo a Milano » una ventina d’anni prima, seguito dalla dichiarazione che «avrebbe gradito riferire superiormente» (è il maresciallo Rossi che parla) ha un’efficacia immediata. Il capitano Meo si affretta a incontrare Marino, anche se poi riesce ad ottenerne soltanto pianti, dichiarazioni di pentimento, e il solito accenno a «un grave fatto verificatosi a Milano». Non molto, si direbbe, ma pur sempre abbastanza da schiodare da Milano, la notte stessa, un personaggio come il colonnello Bonaventura: un esperto di lotta al terrorismo, già collaboratore di primo piano del generale Dalla Chiesa. Ora, Bonaventura si era occupato ripetutamente proprio dell’omicidio di Calabresi; ma questa (ci vien detto) è una pura e semplice coincidenza, perché Marino ha rivelato la propria partecipazione all’omicidio di Calabresi soltanto più tardi, in istruttoria.

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