La fine delle lezioni

Vedo che il PresdelCons ha ritenuto di aggiungersi alla folta e fiera schiera di quelli che usano un’espressione ormai motto nazionale, di cui ho scritto altre volte qui, e in Un grande paese, che incollo.

Ultimamente, a orientare la nostra disponibilità a confrontarci col sapere e i pensieri altrui è la frase «non accetto lezioni». Nessuno «accetta lezioni», e anzi rivendica fieramente questo rifiuto, questa assurda amputazione di ciò di cui più abbiamo bisogno e che più ci arricchisce: lezioni. In realtà, lo capite, non siamo così stupidi: quello che non accettiamo non è nuovo sapere, nuove informazioni, nuove comprensioni delle cose che ci renderanno migliori (o che ci potremo almeno rivendere al giro successivo). Quello che non accettiamo è che siano «lezioni», e che il nostro riceverle ci ponga in una condizione subordinata rispetto a chi ce le dà: e che ci sembra subordinata in modo insopportabilmente umiliante. Questo ha a che fare con le cose che abbiamo detto finora, ma anche con una grave e recente perdita di rispetto per le qualità altrui e col rifiuto dell’idea che ci possano essere persone più colte di altre, più sagge di altre, più intelligenti di altre, più esperte di altre, e soprattutto più colte, sagge, intelligenti ed esperte di noi. Ma anche, più banalmente, che su ogni tema, ambito o esperienza, le eccellenze siano distribuite dove meno tolleriamo. Il nostro odioso e maleducato vicino di pianerottolo può essere il maggior esperto del mondo di solai in legno. La sua opinione sulla trave che ci si è incrinata in salotto non sarà meno fondata perché è odioso e maleducato, e non ci sarà meno utile per questo. Invece l’eccellenza, le piccole e puntuali eccellenze, non sono più premiate e ammirate: sono piuttosto viste con sospetto e scatenano competizione.

Qui c’è un altro gancio, che cito solo di passaggio: quello col discorso già affrontato sulla qualità della classe politica e delle persone che votiamo ed eleggiamo, e sui sentimenti di invidia e disistima con cui accogliamo le esibizioni di qualità e competenza, sentimenti che quindi ci portano a votare persone «normali» e «come noi», anziché uomini e donne più bravi di noi: perché non ammettiamo che lo possano essere. Li preferiamo simpatici e incapaci.

Rivendicare come valore il «non accettare lezioni» è in realtà una dimostrazione di presunzione e limitatezza: se tutti accettassero qualche lezione in più, e se lo avessero fatto in passato, il mondo sarebbe migliore. Se almeno si rendessero conto che non c’è niente di cui vantarsi nel non saper accettare lezioni, il mondo sarebbe un po’ migliore. Che i bambini di sei anni, istintivamente competitivi e desiderosi di affermare la propria volontà, vivano come una riduzione di sé l’ascolto di un insegnamento è normale; che lo facciamo in molti adulti – convinti evidentemente che tutto quello che sappiamo lo abbiamo imparato da soli col nostro agile capoccione – è ridicolo. I dispensatori di lezioni dovrebbero essere i primi a possedere la capacità di riceverne. Nel luglio 2005 Israele criticò il papa che non lo aveva menzionato in un intervento di solidarietà con gli Stati vittime del terrorismo. Il Vaticano rispose con queste parole: «La Santa Sede non accetta insegnamenti e direttive da altre autorità». E perché no? Ma il paradosso da primato – e la legittimazione definitiva del nuovo motto nazionale – si ottenne in una puntata di Ballarò del gennaio 2011, quando fu il ministro dell’Istruzione, titolare e responsabile del settore statale dell’insegnamento, a ripetere tre volte orgogliosamente a un professore universitario: «Non accettiamo lezioni, non accettiamo lezioni, non accettiamo lezioni!».

12 commenti su “La fine delle lezioni

  1. pinosp

    Ero in un piccolo supermercato ieri pomeriggio. In coda alla cassa. Una signora anziana che mi precedeva faceva notare alla cassiera che sulla cassa accanto, chiusa, aveva visto un rotolo di scotch che aveva comprato nella stessa mattinata, ma l’aveva dimenticato lì ed era tornata con lo scontrino sperando di riaverlo. “Penso che sia il mio, visto che stava lì e sta pure scritto sul mio scontrino, vede?”. La cassiera ha chiamato ad alta voce una collega, ma questa ha detto che la mattina non era in servizio neanche lei, quindi come poteva sapere? E però se lo prendesse, in fondo si trattava di soli 50 centesimi. La signora anziana diceva nel frattempo di essere anche disposta a pagarlo di nuovo, in fondo si trattava appunto di soli 50 centesimi. La cassiera era perplessa. Allora mi sono permesso di dire alla signora anziana: “in effetti signora, secondo logica lei dovrebbe avere ragione…”. La cassiera si è all’improvviso inviperita: “Stia zitto, non parli, lei non c’entra”. Sono ammutolito. Un’altra signora in coda: “ma non si può più neanche dire la propria?”. A questo punto la cassiera, a me sconosciuta, ha cominciato stizzita a farmi il verso: “Ecco, fa pure l’intellettuale, secondo logica, secondo logica, secondo logica…”. Mi ha stupito essere appellato intellettuale solo per aver aperto bocca, solo per aver contravvenuto alla regola sovrana di prendersi i cavoli propri restando sempre muti e ciechi. Accettare poi una “lezione” da uno sconosciuto?
    Ho lasciato tutto e sono andato via (oddio, forse pure io non ho accettato la “lezione”…).

  2. giovannig

    Mettiamoci in mezzo anche “Chi sei tu per giudicare?”. Dopo lo straw man, ecco il nostro vecchio amico ad hominem.

  3. pifo

    Assolutamente d’accordo con L.S. e aggiungo banalmente che spesso sono stati propri gli insegnanti piu’ odiosi quelli a lasciare in noi i segni piu’ profondi, pero’ leggendolo, questo post, mi sono sorpreso a fare la seguente riflessione: il vicino antipatico puo’ regalarci delle memorabili ed utilissime lezioni sui nostri solai che noi, per il nostro bene, dovremmo deciderci a considerare ma questo non significa che praticando con sistematicita’ l’antipatia militante si abbia necessariamente qualcosa da insegnare.
    Sara’… ma questo post mi sembra tanto un punto medio tra una proiezione e una Fehleistung freudiana.
    Saluti.

  4. splarz

    se non usata a sproposito, come negli esempi proposti, la frase viene completata sottolineando l’incoerenza di chi vorrebbe insegnare principi che puntialmente disattende: se al capone cominciasse una filippica sull’importanza dell’onestà, rimproverando qualcuno per aver rubato una caramella, costui potrebbe tranquillamente rispondere “non accetto lezioni di onestà da un delinquente”.
    potrebbe essere comunque presuntuoso (rubare una caramella è comunque sbagliato) ma non sarebbe privo di senso, nè dimostrerebbe il rifiuto ad ammettere che c’è chi ne sa più di noi.

  5. themadcap

    «Allora capii, dice Socrate, che veramente io ero il più sapiente perché ero l’unico a sapere di non sapere, a sapere di essere ignorante. In seguito quegli uomini, che erano coloro che governavano la città, messi di fronte alla loro pochezza presero ad odiare Socrate».

  6. piti

    Però tu, Luca, se uno ti dà torto portando delle argomentazioni, accetti così tanto l’eventuale lezione che lo escludi dai commenti.
    Fatta questa necessaria anche se risentita premessa, hai perfettamente ragione in ciò che scrivi oggi.

  7. gavazza

    E aggiungerei che non accettiamo lezioni specialmente “da persone non elette dal Popolo italiano”! La massima rivoluzione del pensiero della nostra classe dirigente è stata il passaggio dal “lei non sa chi sono io” al “ma chi l’ha eletta, a lei?”…

  8. atlantropa

    Vero che si parla di Berlusconi, però questo pezzo suona alquanto pretestuoso.

    Berlusconi non ha detto “non accetto lezioni da nessuno”, ma: “nessuno [sottinteso: all’interno dell’Unione] è in grado [e sottinteso, almeno per come l’ho letta io, ha il grado] di dare lezioni ai paesi partner [ovvero, in qualche modo, pari grado]”.

    Mi piacerebbe sapere cosa, poi, potrebbe esserci di “necessario” o “arricchente”, per Berlusconi, nel ricevere quel tipo di lezione – sostanzialmente una pubblica umiliazione.

  9. reb

    sono d’accordo con l’articolo: l’umilta’ – purtroppo – e’ merce assai rara, di questi tempi

  10. pes

    C’è ricascata anche stasera. Due volte sole l’ha detto, però. La terza parte del tricolon è stata: Non faccia del moralismo.

  11. pieros

    Ha ragione Splarz: il modo di dire sarebbe non accetto lezioni da… Il fatto che sia comunemente troncato in non accetto lezioni tout court è segno di arroganza e ignoranza. Credo che questo atteggiamento, molto radicato nella mentalità italiana (ricordo una compagna di scuola che mi criticava perché prendevo le mie idee dai libri, quindi secondo lei non ragionavo con la mia testa) sia nato con il fascismo, e che un certo fascismo perenne continua a circolare nella cultura civile del paese. Sia destra, come forse è naturale, sia a sinistra, peraltro.

  12. sombrero

    Fuori dalla letteratura le parole sono poca cosa dal punto di vista dell’autosufficienza; bisogna vedere chi le pronuncia, in che contesto e perché.
    Nella malaugurata ipotesi che tanta protervia nel rinunciare a priori a qualche salutare lezione venisse espressa da un manipolo formato per metà da imbecilli e per metà da delinquenti comuni (fatti salvi gli eventuali e di solito non rari casi di sovrapposizione), la cosa sortirebbe inevitabilmente un effetto tragicomico anche volendo prescindere dalla personalità che si fosse macchiata di lesa maestà.

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