Twitter, gli hashtag e lo spam

Da quando al Post ci siamo messi a studiare e capire la genesi dei Twitter Trends – la lista dei termini più usati su Twitter – abbiamo avuto soddisfazioni e frustrazioni. Le soddisfazioni nascono da ogni occasione di capire mondi paralleli che non siamo abituati a frequentare, come per esempio quelli dei fanatismi musicali dei teenager (che monopolizzano buona parte di quei trends), o di scoprire cose di cui in molti parlano senza che noi ce ne siamo immediatamente resi conto. Le frustrazioni si debbono al realizzare che la maggior parte dei temi su cui gli italiani si appassionano hanno poco a che fare con l’attualità o con la circolazione delle informazioni e molto coi giochini fini a se stessi, i tentativi di fare dello spirito diventati routine (Pisapia e Sucate hanno lasciato una scia di fuffa inestinguibile), le competizioni tra ragazzini a chi ha lo hashtag più lungo. Ma seguire tutto e capirlo è comunque interessante.

Che però ci sia un problema di invasione di irrilevanza e perdita di senso, lo notano in tutto il mondo. Il sito dell’Atlantic ha contestato infatti lo “spam via hashtag”, ovvero l’abuso di determinati hashtag più popolari per usi altri: quello dei “bot” automatici che fanno circolare pubblicità (porno compreso) usando gli hashtag più diffusi; quello di chi fa lo spiritoso su un determinato hashtag nato con intenzioni serie e scatena una reazione di mattacchioni che colonizza quello hashtag; quello di chi decide di twittare dal suo account successioni intensissime di citazioni da un evento che interessa a pochi; quelli che usano lo hashtag (confesso di essere tra questi, e Massimo Mantellini mi sgrida) fuori dalla sua funzione, come sorta di commento o corollario al tweet.
Dice l’Atlantic: così una funzione utile ed efficace è resa inutilizzabile. Ok, cercherò di moderarmi. Ma ai ragazzini e ai simpaticoni chi glielo spiega?

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9 commenti su “Twitter, gli hashtag e lo spam

  1. cristiano valli

    se una cosa per funzionare va spiegata, richiede un ‘impegno collettivo’, significa che non funziona e non può funzionare [come è successo con chatroulette]. usare gli hashtag ‘come sorta di commento o corollario al tweet’, è divertente, continuerò a farlo. è twitter che deve trovare la soluzione, nel caso, mica io prendermi sulle spalle l’alto fattore. francamente, a me chemmifrega? e perché mi dovrebbe importare? mi pare che sulla presunta ‘funzione pubblica’ di certi strumenti online si sta un filo esagerando. twitter non è una free-community sulla libertà di parola, è una aziendona, fatti loro. mi sembra come quando si rimproverava a della gente di non usare auto italiane come se fosse un riguardo per il paese e non un favore agli agnelli.

  2. piero.vereni

    Forse Sofri farebbe bene a considerare le conseguenze di questo tipo di comunicazione, se il risultato è che poi si comincia veramente a credere che “se una cosa per funzionare va spiegata, richiede un ‘impegno collettivo’, significa che non funziona e non può funzionare”.
    Mi chiedo cosa sarebbe successo alla storia dell’umanità se questo principio demenziale si fosse veramente applicato anche solo saltuariamente. Ce lo vedo proprio Pericle che dice ai suoi concittadini: “Guardate, la democrazia secondo me è un concetto che, per funzionare veramente, avrebbe bisogno non solo di essere spiegato, ma anche di un impegno collettivo. E poi come faccio a spiegarvelo con 140 caratteri? Sentite, fuori dai denti: meglio che lasciamo perdere. Tana e liberi tutti. Fuori le clave e vediamo chi vince. #chemmifrega”

  3. cristiano valli

    quando si parla di prodotti è un dato di fatto, non è una cosa in cui si è ‘cominciato a credere’. il paragone fra democrazia e twitter fa così ridere che nemmeno mi prendo la briga di commentarlo. pensare che fra l’usare male gli hastag e la clava ci sia una qualsiasi sorta di corrispondenza è semplicemente demenziale.

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  5. xabaras_1

    visto che anche a livello mondiale ci sono una marea di bimbiminkia che intasano twitter con una miriade di messaggi inutili, se qualcuno si inventasse un nuovo social network per loro, non sarebbe affatto male…. A parte questo, cmq in Italia siamo ancora ben lontani dall’uso che se ne fa in altri paesi. Basta vedere che qui da noi non c’è nemmeno una città che è nelle tendenze, negli Usa ce ne sono quasi 50 (voglio dire: c’è Baton Rouge e non c’è Roma….). Quindi ancora sono in pochi quelli che lo usano, di conseguenza sono anche ancora pochi i messaggi che girano. Cmq, credo che per un uso valido di twitter, sia importante l’uso che ne possono fare le persone che fanno tendenza, come ha fatto Fiorello che un po’ ha “sdoganato” l’uso di twitter. Per quanto riguarda i politici, tutto sommato sono in diversi ad usarlo anche dialogando un po’ con i cittadini. Almeno, con Twitter lo fanno, con FB anche, con G+ decisamente meno.

  6. Raffaele Della Ragione

    @cristiano valli, 3 maggio 2012 alle 22.33
    “il paragone fra democrazia e twitter fa così ridere che nemmeno mi prendo la briga di commentarlo. pensare che fra l’usare male gli hastag e la clava ci sia una qualsiasi sorta di corrispondenza è semplicemente demenziale”: un po’ come dire che usare auto italiane, alla fine, significhi solo fare un favore agli agnelli, e non anche a diverse centinaia di migliaia di italiani. Come se un’ azienda, qualsiasi azienda, fosse solo un patrimonio della proprietà e non anche di chi ci lavora dentro.

  7. gabriel

    È rassicurante sapere che c’è sempre qualcuno che vigila su Internet per dare una raddrizzata a quelli che lo usano male.
    #SomeoneIsWrongOnTheInternet

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