The newsroom, internet e l’anonimato

Dalla sesta puntata di The Newsroom, discussione sui commenti anonimi aggressivi al sito del programma:

Will: Ecco cosa vorrei. Vuoi discutere?, bene.  Allora voglio sapere come ti chiami, quanti anni hai e che lavoro fai. E cosa hai studiato.
Mackenzie: Oddio.
Neal: Il senso di internet è che è uno strumento populista.
Will: Anche i populisti hanno dei nomi. William Jennings Bryan, Will Rogers, io. A meno che tu non sia Gola Profonda, o in un programma di protezione di testimoni, l’anonimato è da codardi. Sei nel branco, spari dai posti comodi.

Will chiede se si può creare un sistema che verifichi nomi e dati dei commentatori del sito.

Neal: Possiamo farlo, se vuoi.
Will: Voglio.
Mackenzie: Il risultato non sarà che nessuno commenterà più sul nostro sito?
Will: Primo: oh, no. Come faremo senza il parere di “SurrendrDorothee”? E secondo, il risultato sarà che il nostro sito renderà dei ghetti tutti gli altri siti. Il risultato sarà la civiltà nel dibattito pubblico. E un trionfo di populismo. Ho intenzione di sistemare internet, da solo.

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14 commenti su “The newsroom, internet e l’anonimato

  1. uqbal

    Non so se sono in tema, ma come si può facilmente intuire, io l’anonimato non lo considero sbagliato. Se qualcuno vuole sapere in pvt il mio nome, volentieri (anche se non me lo chiede mai nessuno -e non direi di sì a tutti cmq), ma la visibilità che internet dà al nome di ciascuno di noi, rende preferibile un po’ di prudenza.
    Non che quel che io dica abbia chissà che eco nel mondo: però tutto quello che scriviamo è reperibile in un istante, per sempre. E non è bene: è come se i discorsi che faccio in famiglia o privatamente con una persona fossero immediatamente udibili dal mio datore di lavoro, da tutte le persone che conosco, dalla mia compagna, ecc. ecc.
    E questo per cosa? Se esprimo una buona idea in calce ad un articolo on-line è così importante che si sappia che è mio?
    Cmq prevedo per il futuro un nuovo campo della filologia letteraria: andare a trovare quel che gli scrittori (o altri personaggi pubblici) commentano sotto pseudonimo…magari dopo che sono morti e vengono trovate le login nei loro tablet…e vedere che cosa cacchio pensavano del mondo quando non stavano scrivendo o facendo gli intellettuali in altri circuiti.
    “I romanzi di Tizio vertevano su un acceso anticlericalismo che viene confermato dai violenti scambi di commenti cui si dedicava con lo pseudonimo di “Dawkinsciociaro”, ma d’altra parte altri commenti sempre pubblicati sotto quel nome ci rivelano una personalità sfaccettata capace di amare i gattini, l’umorismo spicciolo e i fotomontaggi buffi”.

  2. propositionjoe

    Penso che sia una ragionamento abbastanza insensato. Esiste forse qualche legge che vieta ad un sito di accettare l’iscrizione solo dei commentatori che mandano fotocopia del documento? non credo. Allora se proprio è un’esigenza pressante chi vuole può creare qsta tipologia di forum. Che poi uno mica è obbligato a tenersi i commentatori, se proprio pensa che non siano una risorsa utile tolga i commenti e il gioco è fatto.

  3. splarz

    Non solo è giusto quel che dice uqbal, ma in rete si trovano tantissimi spazi in cui è bene non si conosca il nome dell’autore del commento (dalle ragazzine di girlpower ai siti di aiuto medico, per citare i primi che mi vengono in mente).
    Mettere nome e cognome non c’entra nulla con la civiltà: i metodi per evitare i troll esistono da molto tempo, usateli.

  4. Broono

    Che poi la questione Anonimato-No-Bello io negli anni l’ho vista sollevare sempre ed esclusivamente come reazione a una critica.
    Lo stesso dialogo citato viene offerto dopo averlo sintetizzato come una “discussione sui commenti anonimi AGGRESSIVI”.
    Niente di male, non fosse che ogni volta che si riestrae l’argomento lo si presenta come una questione di principio, di rispetto, di democrazia.
    Fosse così, com’è che non lo si solleva mai nei confronti delle decine di “Genio!” e di “Oh come avrei voluto scriverla io questa cosa qui” e di “Corro in libreria!”?
    I fiumi di complimenti riempiono spazio lettura tanto quanto i fiumi di critiche ma in quel caso lo spazio non è mai considerato rubato e nemmeno si pretende di sapere chi sia questo anonimo adulatore e che studi abbia fatto per poter definire un articolo una perla o un momento di genio.
    Se il commento è una critica, si estrae la sociologia della procedura di dibattito tra persone che si sono prima girate il curriculum per questione di diritto onestà e di democrazia facendone questioni filosofiche altissime.
    C’è in The Newsroom un medesimo dialogo nel quale Will si lamenta dell’eccessivo numero di commenti positivi anonimi lasciati sul sito del programma?
    C’è un dialogo nel quale intima a Mackenzie di studiare un sistema che cacci a pedate chiunque scriva che il programma è quanto di meglio sia stato inventato senza accompagnare il commento dalle info su nome cognome professione e studi fatti?
    Vabbè ma quella è fiction e il Sofri voleva solo produrre un elemento di dibattito da lui considerato utile.
    Ok, allora scendiamo di nuovo nel reale: il Post, inventato dallo stesso Sofri che vincola il valore di un contributo alle info sull’autore, è un giornale on line caratterizzato dall’assenza di firme ai pezzi.
    Per quanto ne sappiamo noi lettori, le dieci foto migliori della storia delle dieci foto migliori della storia potrebbe selezionarle il polpo Paul o equivalente.
    Non c’è nome, un nick, un castissimo “Reverendo James” o “La Sirenetta” che orienti il lettore anche solo sul sesso dell’autore o di chi ha scelto quella notizia piuttosto che un’altra, se mai avesse importanza.
    Quando si tratta di parlare al pubblico, il pubblico del Post non deve sapere chi gli sta proponendo Le Migliori dieci cose delle Migliori Cose, deve fidarsi del fatto che se il titolo dice che sono le Migliori tanto basta per confermare competenza di chi si è fatto selezionatore.
    Se poi ti spunta quello che dice “Per me una delle dieci non è proprio la migliore” ecco che spunta l’Ehi tu chi sei come ti chiami che lavoro fai che studi hai fatto come ti permetti di parlare a noi anonimi da anonimo chi ti credi di essere…NOI?
    Ma facciamo che il dibattito è serio e allora contribuisco con domanda seria (dopo quella “Come mai sempre in risposta a una critica e mai in risposta a una lode?” che pure una risposta la gradirebbe): Saresti disposto a scambiare l’anonimato con la moderazione?
    D’accordo sul documento in fase di registrazione, tu d’accordo sul fatto che, risolvendo in quel modo ogni questione legale e filosofica, ogni altra forma di moderazione risulterebbe a quel punto superflua?
    In cambio di un nome cognome pronto ad assumersi ogni responsabilità personale, saresti disposto a perdere ogni altra forma di controllo?
    Se d’istinto hai pensato “No”, stai solo aggiungendo forme di controllo a forme di controllo, cosa che dimostrerebbe che il problema è solo tuo e che sta toccando livelli da vera e propria ossessione.
    Se hai pensato “Sì” fallo, sei il Direttore il giocattolo è tuo e puoi farlo anche domani.
    Io ti spedisco i documenti domani stesso, ma poi tu mi permetti di scrivere sulla pagina di Makkox quello che penso dei suoi commentatori, tutti anonimi, che vi stanno stranamente benissimo così senza che nessuno chieda a nessuno di dimostrare che se ha colto la citazione insita nel baffo d’inchiostro scivolato è perché ha studiato.
    Lo dico perché oggi non lo posso fare, naturalmente, essendo quella pagina la patria del commento pubblicato solo se positivo.
    Non solo se firmato, solo se positivo (e ogni 2/300 “Genio! Dio! Comprato!” qualche utile idiota lasciato passare per vedersi subito testimone dell’immensa simpatia e capacità autocritica del titolare dello spazio).
    Parliamo anche di questo quando si parla della questione commenti o questa è questione che non tocca alcun principio?

  5. newsbathroom

    “Comunque, mi ricordavo però che Wittgenstein esisteva da prima, anche se non subito come blog. Avevo registrato la URL per farne una specie di giornale online poi mescolato a un archivio di articoli che scrivevo sui giornali. Di questa fase, non ricordo più date e transizioni. Solo che oggi, ancora facendo ordine in giro, ho trovato questa pagina HTML del 25 novembre 2000, chiaramente ispirata da McSweeney’s e riempita di vecchie cose giovanili sotto pseudonimi.”

  6. Licia

    Attenzione però alla traduzione, che secondo me non riproduce correttamente il senso della discussione citata. In inglese populism e populist raramente hanno il significato spregiativo che hanno populismo e populista in italiano, anzi, populist ha spesso l’accezione positiva di “non elitario”.

  7. trentasei

    brevemente, come ha ben detto uqbal, il motivo per cui uno vuole rimanere anonimo è questo: tenere spearati gli ambiti.

    Non vedo perchè il mio datore di lavoro dovrebbe sapere le mie idee politiche, o perchè mia madre deve sapere il mio pensiero su tutto quel che dico in rete semplicemente googlando “nome cognome”. Ancora, come potrei esporre un’idea contraria al tenutario di un sito -che in genere ha tutti i suoi fan pronti a schierarsi- se poi il rischio è di vedermeli a rompere le balle altrove?

    un po’ come colleghi e amici e familiari, e in una parola di moda oggi le cerchie: si rendono partecipi diverse persone di differenti livelli e tipi di argomenti.

    tipo, io uqbal lo inviteri a cena, mica mi frega che si chiami riccardo o paolo: il livello dei suoi commenti e le idee che espone mi vedono spesso in sintonia, quindi penso sarebbe anche una cena piacevole, che valore aggiunto mi darebbe il suo nome e cognome? Ah, sì, forse siccome è un tipo abbastanza riservato, forse lo vedrei sparire dai commenti. Bene, bel risultato.

    Se c’è un troll aggressivo, per la vecchia storia di “in fondo questa è casa mia”, lo si censuri.

    Non ved perchè per evitare questo dovrei commentare con nome e cognome.

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