L’anarchia delle news

Stamattina su Repubblica c’è un’interessante conversazione tra Concita de Gregorio e il presidente della Camera Laura Boldrini, sulle minacce e invasioni della privacy che Boldrini ha subito dopo la sua nomina, su internet e fuori da internet. Non entro nel merito del problema e di come affrontarlo, qui: magari ne scrivo di nuovo (sulle aggressività e violenze verbali offline e online qui si scrive da molti anni, lo dico per i polemici dell’ultimo minuto), anche se sono molto disincantato sulla capacità di discutere e comunicare che hanno due opposte fazioni, una che vede l’altra come una manica di delinquenti che vuole usare la Rete per ogni tipo di violenza, e l’altra che vede la prima come un tetro manipolo di censori delle libertà e fautori di leggi emergenziali.

Mi fermo su un dettaglio interessante che testimonia ancora una volta come in Italia si litighi quasi sempre su cose in gran parte ovvie e condivise, attaccandosi alle parole e a loro pretesi significati, e all’attribuire agli altri cose che non pensano o non hanno detto. È da stamattina infatti che leggo molti tweet e interventi in rete che criticano Boldrini per aver accusato “l’anarchia della Rete”, aver chiesto “leggi speciali” e regole nuove” per internet, e incasellano le sue considerazioni nella categoria “potere che vuole reprimere”, con una notevole tempestività nell’associare al potere repressivo una che fino a un mese fa era considerata dal potere repressivo presunto una pericolosa sovversiva col capriccio di difendere gli emarginati e deboli di mezzo mondo.

Ora, mentre intorno a me si continua a chiedere conto a Boldrini di quelle parole e quelle richieste, pochi si sono accorti che nessuna di quelle espressioni è stata usata in effetti da Boldrini o è contenuta nell’articolo. Pochissimi hanno notato che le parole più contestate – “anarchia della Rete” – sono state usate solo da chi ha titolato l’articolo di Concita De Gregorio, ma non sono mai citate da nessuno. Solo alcuni sono risaliti all’unica proposta che Boldrini fa – dopo aver insistito invece soprattutto sul parlare e discutere della questione – che è “porsi la delicatissima questione del controllo del web”: ovvero discutere del fatto che le regole esistenti e condivise siano davvero applicate e come applicarle (il “controllo”, parola spacciata da eccitati terrorismi per orwelliana, è quello del controllore sul tram: che controlla i biglietti, eccetera). Ovvero discutere se sia giusto o no – è questo il caso e l’esempio di cui si parla nell’articolo – che chi mette online falsità e calunnie a tuo carico ne sia responsabile come se le scrivesse su un giornale o affiggesse dei manifesti sui muri, e come far sì che lo sia: oppure se in Rete debbano valere regole diverse o non debbano essere applicate quelle applicate fuori dalla Rete.

Io penso la prima, visto che in molti andiamo sostenendo che la Rete sia un pezzo della vita e del mondo reale, nel bene e nel male. Ma non importa, si può anche pensare diversamente e parlarne. Ma qui invece tutti stanno parlando d’altro: stanno discutendo se esista o no “l’anarchia della Rete” e se ci vogliano o no “leggi speciali”. Temi inesistenti nell’articolo contestato. Ma così vanno i confronti e le discussioni, in Italia: dovrebbero servire a capire, servono solo a menarsi senza ragione.

Stamattina ero in un aeroporto e sui monitor giravano quei telegiornali spicci che girano sui monitor degli aeroporti: uno dei titoli era

«Laura Boldrini: no all’anarchia in Rete»

Quindi un giornale di carta ha creato un titolo con una frase inventata che viene ripreso da una rete televisiva e trasmesso in molti luoghi d’Italia, e tutta la Rete sta a discutere e criticare quella frase.
Se non è anarchia questa, in effetti.

Altre cose:

20 commenti su “L’anarchia delle news

  1. frap1412

    D’accordo, certe frasi non sono state pronunciate, d’accordo su “errore” titolista, ma parole della Boldrini lasciano spazio a qualche timore, anche dopo la successiva intervista di Grasso.
    Per quanto riguarda la diffusione della notizia, più che di anarchia parlerei di “cattiva informazione” da verificare se dovuta a scarsa competenza o malafede.

  2. Lowresolution

    Non saprei: sarei d’accordo con Sofri, ma Repubblica riporta la frase tra virgolette, lasciando intendere che sia una dichiarazione della Boldrini. Non sono in grado di giudicare.

    La parte finale dell’intervista alla Boldrini invece solleva qualche perplessità. Sono d’accordo su un punto: internet fa parte della vita reale e a internet si applicano le leggi normali. Anzi, a volte accade con maldestra severità (si sequestra un server per bloccare un sito o solo un post).

    Se invece, come sembra, la Boldrini auspica leggi speciali per la rete, non sono per niente d’accordo.
    Non capisco nemmeno quali sia il tabù a cui si riferisce. Spero non si riferisca alla libertà di espressione: è un diritto fondamentale. Se si abusa di quel diritto, su qualsiasi mezzo e canale, abbiamo già le leggi che proteggono e puniscono. Non mi sembra servano delle leggi apposta per internet. Forse invece serve una vera educazione e cultura della rete che aiuti tutti a un uso più consapevole e a colpire gli abusi.

  3. splarz

    Sono fermamente convinto che il problema principale risieda nella percezione di quello che è la rete Internet: chi ne sa qualcosa quando sente citare “Internet” come fonte si mette a ridere, chi non sa cosa sia Internet lo identifica come un luogo o, al più, un qualcosa assimilabile alla tv che gode di un grado superiore di autorevolezza rispetto alla chiacchiera da bar. Nessuno di queste ultime persone comprende che si tratta solo di un mezzo, che i siti non sono tutti uguali e non sono tutte uguali le persone dietro ad essi. Una seria educazione informatica sarebbe sufficiente per rendere le persone molto più critiche a riguardo e aumentarebbe la consapevolezza di ciò che significa scrivere e commentare online – resto sempre basito di come la gente racconti qualunque cosa su facebook senza nemmeno rendersi conto delle implicazioni a riguardo.
    A tal proposito mi si permetta una postilla: la veemenza con la quale molta gente insulta su facebook, con tanto di nome e cognome in bella vista, dovrebbe far riflettere su quanto sia sopravvaluta la questione anonimato: la maleducazione online non è altro che miseria umana.

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  5. ro55ma

    Forse la Presidente della Camera è solo molto risentita (comprensibilmente) per il trattamento che giornalisti e impiccioni vari riservano alla figlia e a quella privacy che… purtroppo, passato il confine, tocca anche agli ex purichegiudicavano divenuti KASTA..
    Spero sia istruttivo e mi spiace per la famiglia.

  6. Carmen

    A quello che dici avrei voluto solo aggiungere che non credo alla buona fede di Repubblica e della de Gregorio nel creare questo polverone, ma Bordone lo argomenta assai meglio di come potrei fare io.
    Resta un po’ di amarezza, perché la Boldrini ha sollevato temi importanti di cui si dovrebbe parlare e se n’è persa l’occasione, speriamo ce ne siano altre.

  7. mirkop82

    La questione “educazione e cultura della rete” si risolverà solo quando ci saranno generazioni che non hanno visto il “prima di internet” e perciò sarà tutto una cosiddetta “vita reale”.

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  11. Fagal

    Il problema strutturale di internet e della comunicazione che si é sviluppata su internet non é dato dall’eccesso di comunicazione in sè ma dall’eccesso di comunicatori e quindi di notizie. In questo, per esempio, trovo molto interessante e controcorrente la scelta selettiva de Il Post o di altri siti on line che offrono poche notizie e piuttosto una elaborazione della notizia. Internet ha prodotto un eccesso di notizie a causa dell’eccesso di comunicatori. Chiunque comunica deve trasmettere qualcosa che non sia noto, se appunto vuol fare notizia. Siccome la notizia dovrebbe essere la comunicazione di un “fatto noto o che possa diventare tale”, quando manca la si crea non da zero, sennò sarebbe falsa, ma la si cerca di estrapolare dal fatto noto. Dal fatto noto risalgo all’ignoto e quindi a quello che può essere un nuovo fatto. Ragionamento per presunzioni. Ossia la notizia non é proprio così ma da quello si può ricavare che o non si può escludere che. E’ la cannibalizzazione della notizia. Ecco perché é stata pionieristica, in Italia, l’idea di Grillo del blog politico. Perché la notizia la comunichi tu ed eviti filtri a priori. Poi al limite ci possono essere taglia e cuci fatti successivamente ai quali si può sempre replicare; ma almeno si evita che quanto si vuole dire venga distorto a monte.

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  14. Vittu

    Sono d’accordo con lei su tutto, un pò meno sulla conclusione, la libertà di parola dovrebbe valere fuori dalla rete prima che dentro.

  15. gzarantonello

    Credo anche io che la scelta dei titoli e i conseguenti commenti a caldo abbiano portato a uno scontro di fazioni, per altro poco informato, perdendo un’occasione di dibattito costruttivo.

    In particolare, come ho visto citato anche in alcuni commenti precedenti, ritengo che ci sia un tema importante non adeguatamente affrontato sui media e nella società in genere, quello dell’educazione all’uso della rete e anche alle conseguenze delle proprie azioni online.
    La diffusione repentina di strumenti che permettono a chiunque una potenziale audience nazionale o globale senza bisogno di competenze tecniche o costi a fare da barriera all’ingresso non è un salto culturale da poco, e molti lo hanno vissuto senza rendersi conto che quello che fanno in rete è essenzialmente pubblico.

    In più, come viene ben spiegato su http://www.massimomelica.net/laura-boldrini-concita-de-gregorio-lanarchia-fantasma-della-rete/ ciò che viene messo in rete persiste nel tempo e ha conseguenze ben più pesanti di quello che si possa immaginare in modo superficiale.

    Condivido per questo quanto scrive Francesco Vignotto su http://www.farsileggere.it/2013/05/proteggiamo-gli-idioti-oltre-alla-boldrini/ evidenziando che vanno “protetti” da loro stessi anche coloro che non si rendono conto delle proprie azioni online.

    A mia volta ne ho già scritto ben prima di questo caso, a conferma della ricorsività con cui si ripresenta la questione.

    Credo dunque che l’educazione all’uso della rete e dei social media sia qualcosa di importante e necessario, specie per le nuove generazioni, per cui la differenza fra digitale e reale è molto sfumata.
    Non sono convinto che lo si possa sviluppare nel tempo spontaneamente e, in ogni caso, la frittata potrebbe essere già stata fatta prima di arrivare alla meta, con tutte le conseguenze del caso nelle vita delle persone.

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