Aiutiamoci a casa nostra

“Aiutiamoli a casa loro” è un’espressione sciocca: perché – non bastasse che è un’espressione usata finora da persone in malafede e con intenzioni riprovevoli – qualunque espressione di quattro parole è solo uno slogan che suonerà ambiguo, equivoco, e sarà usata polemicamente e strumentalmente da un paese col dito sul grilletto. Ha ragione Matteo Renzi a dire che le reazioni che ha generato guardano al dito invece che alla luna: ma il dito è il tuo, e forse c’è qualcosa che non va in quel dito (e in quella testa), se è stato in grado di coprire persino la luna. Forse continui – tu o chi per te: ma anche quelli li scegli tu – a non essere così oculato nella comunicazione delle “idee” a cui tieni tanto.

Detto tutto questo, che è un piccolo problema, proviamo a fare quello che – in questo affollamento intorno al dito – hanno fatto in pochi, e dare un’occhiata a ‘sta luna: il tema che maldestramente pone Renzi c’è, tant’è vero che le sue parole sono state in modi diversi avallate e condivise – prendendo le distanze da quelle quattro – da persone che attirano molti meno nervosismi come Gentiloni e Pisapia, e nessuno ha detto loro niente.
È un tema che ha molte implicazioni e questioni pratiche e reali – e queste sono le cose su cui bisognerebbe discutere e riflettere – ma che all’origine è determinato da un’alternativa di approccio di principio. Due pensieri agli estremi, che per me sono entrambi nobili e legittimi, se sinceri.

Uno è quello che ritiene che nessuno di noi sette miliardi abbia nessun diritto in più degli altri di vivere e muoversi in ogni luogo del mondo, se rispetta le regole condivise in quei luoghi. E che agli italiani – per fare un esempio – sia capitata la fortuna di nascere in un paese piuttosto ricco, democratico e sicuro: ed è una fortuna, non un diritto, quasi tutti noi non abbiamo fatto niente per rivendicarne il merito o le pretese. Potevamo nascere in Corea del Nord o in Nigeria o in Siria. E da questa opinione – piuttosto fondata, direi – discende che nessuno abbia il diritto di tenere fuori da qualunque pubblico metro quadro d’Italia nessuno, e che ogni umano che lo occupi debba avere gli stessi diritti (volendo, se parliamo di cosa è “giusto”, sarebbe persino più giusto che della sanità pubblica italiana beneficiasse ora per un po’ un signore del Sudan, al posto mio).

Il secondo approccio è quello di chi ritiene che si debbano avere degli obiettivi pragmatici e realistici e una visione lungimirante per il bene di tutti gli umani di cui sopra. È un approccio diffuso in molti contesti, che prende atto delle condizioni di fatto non modificabili a breve e ci fa i conti per ottenere il meglio (qualche settimana fa sul Foglio Carlo Cottarelli lo ha spiegato con l’esempio delle corsie in autostrada: gli italiani non staranno mai su quella più a destra, prendiamone atto e autorizziamo il sorpasso a destra) nei fatti anche scendendo a compromessi sui principi. Perché attenendosi ai principi, paradossalmente, i risultati possono essere peggiori fino a che non sono condivisi a sufficienza.
È quello che sta succedendo in molte parti del mondo: le politiche basate anche molto parzialmente sul buon principio enunciato sopra hanno generato delle migrazioni che tantissime persone in molte parti del mondo hanno vissuto come inaccettabili, pericolose, paurose. Quelle persone hanno quasi sempre torto, o sono molto egoiste: ma i fatti sono questi, e sono estesi abbastanza da non poterli sopravvalutare. Il risultato sono stati movimenti xenofobi in crescita di consensi, arrivati vicini al potere, presidenti degli Stati Uniti eletti perché annunciano muri, Regni Uniti che escono dall’Europa, razzismi sdoganati da leader politici furbastri, violenze e discriminazioni eseguite e quotidiane. Con conseguenze pericolose e controproducenti per molti degli stessi migranti e per i loro futuri. Molte analisi sostengono che i peggiori scenari di cui discute in questi anni il mondo abbiano come fattore rilevantissimo o prioritario le migrazioni. Insomma, qualcosa non sta funzionando, a dir poco.

Ripeto, le persone che pensano l’una o l’altra cosa hanno buone ragioni, eventualmente discutibili ma benintenzionate. Ma la quasi totalità di noi – parlo dei buoni, non pensate a Salvini – si pone in un punto variabile tra l’uno e l’altro estremo: cercando di trovare una sintesi alle molte contraddizioni di una questione che è semplice solo se si deve dire da che parte si sta di una linea. Qui la linea non c’è – le linee non ci sono quasi mai – c’è una questione mondiale ed epocale.

Ed è per questo che a sinistra Pisapia e Gentiloni non si sono occupati di quelle quattro parole, ma di capire – “mediazioni nobili” le ha chiamate Pisapia – come si prende in considerazione il secondo approccio non dimenticando il primo. Si può discutere di nuovo di come mai Renzi e i suoi non siano capaci di farlo (nel libro lo fa) senza generare casini, ma è un altro tema e direi anche un po’ meno importante, per quanto ci appassioni molto.
Il tema principale – la luna – a dirla in sintesi estrema è: le migrazioni vogliamo incentivarle o disincentivarle, oppure cosa in mezzo? E non è una cosa a cui può rispondere immediatamente nessuno: ma pensarci e discuterne con equilibrio aiuta.

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