Ma prima dell’emergenza

C’è l’allarme, nelle parole di Luca De Biase, da Nova di giovedì scorso:

“I farmacisti italiani, presieduti da Giacomo Leopardi, vendono le loro brave dosi di vaccino contro l’influenza, quest’anno in quantità superiori al solito, e secondo un sondaggio della Swg l’11% degli acquirenti ritiene di ottenerne una protezione anche contro l’aviaria. Intanto, Guglielmo Marconi, l’avvocato dell’Avitalia, l’Associazione degli allevatori avicunicoli, ha presentato un esposto-querela contro ignoti alla procura della Repubblica di Teramo per procurato allarme, citando una campagna mediatica che starebbe, secondo l’accusa, «mettendo in ginocchio il settore avicolo italiano». Ci sono, in proposito, dati sconcertanti: 60% di calo nelle vendite di carni bianche e uova in Italia. Allarme scaccia allarme.

L’informazione scientifica sta sviluppando una nuova formula narrativa: dopo la notizia e l’approfondimento, c’è l’allarme. Lo si lancia per far passare una notizia e per spingere all’azione chi di dovere. Poco importa se la notizia ne esce distorta. È chiaro che il rapporto tra il vaccino oggi in vendita e l’aviaria è totalmente casuale. Ed è anche chiaro che la produzione nazionale di pollo non c’entra con l’epidemia. Ma i fatti – si pensa – sono meno importanti delle conseguenze dei messaggi. Si può lanciare l’allarme anche a fin di bene: per migliorare la reddititivà della produzione di farmaci e alimentarne la fabbricazione, oppure per valorizzare gli investimenti in ricerca e ottenere più finanziamenti. O ancora per segnalare la necessità di proteggere un settore in crisi. Ma non c’è allarme senza esagerazione e non c’è esagerazione senza conseguenze.

Il problema è che di fronte all’allarme non è possibile verificare la qualità delle notizie. Il conformismo strutturale dei giornali, che non possono permettersi di passare sotto silenzio notizie pubblicate dagli altri giornali, è un meccanismo perfetto per la diffusione degli allarmi. È un bene o un male?

È chiaro per esempio che il problema dell’«anno 2000» è stato un allarme: nel software dei computer che governavano banche e aerei, pubbliche amministrazioni e satelliti, c’era un errore che si temeva avrebbe potuto provocare enormi disastri. Nessuna di quelle sciagure si è verificata. Ma non sappiamo se non è successo nulla perché l’allarme è stato efficace o perché tutta la faccenda era una bufala. Di sicuro c’è stato solo un fatto: le vendite di servizi informatici per correggere il “baco” sono state molto sostenute negli anni precedenti l’avvento del nuovo millennio. Così sono stati modernizzati i programmi di molte aziende, banche e pubbliche amministrazioni. Ma non sapremo mai se l’allarme era fondato.

Il problema è che la tecnica dell’allarme è copiabile. E si può applicare a molti settori. Tanto che si diffonde. Fino a generare un sistema competitivo degli allarmi: un terreno sul quale si apre una nuova forma di concorrenza come quella che vediamo in questi giorni tra gli allevatori di pollame e l’industria dei vaccini. La verifica, vecchio arnese del giornalismo, a questo punto, dovrebbe tornare di moda”

Nova, Braudel

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