A cose dette, e agitazioni già rimpiazzate da altre, metto qui delle considerazioni sulla cosiddetta “polemica De Gregori” che avevo scritto una settimana fa nella newsletter Le Canzoni, sperando di introdurre senso tra molte cose che mi sembravano dette un po’ sbrigativamente.
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Torno sulle polemiche intorno alle cose che ha detto qualche giorno fa Francesco De Gregori, perché mi pare si siano nel frattempo affollati pareri in cerca di spazio, col risultato di confondere cose assai diverse. Ieri, per esempio, sia Repubblica che il Corriere della Sera avevano in prima pagina un proprio articolo in superflua difesa di De Gregori: non ho dubbi sulla buona fede di Luigi Manconi e mi immagino sia stato mosso da una solidarietà tenace per “l’artista” (oggi invece sul Corriere c’era Veltroni, animato dalle stesse intenzioni, e contagiato dalle stesse fallacie), mentre mi pare che da un po’ Antonio Polito si faccia spesso tentare dal facile consenso del fruttuoso format “ex di sinistra che se la prende con la sinistra”. Il fatto è che tutti e tre hanno scritto estesamente per attaccare chi avrebbe criticato la scelta di De Gregori di non intervenire su cose della politica e della vita pubblica, configurando tutti e tre il tipico “straw man argument”: perché la critica nei confronti di De Gregori non è ovviamente quella, e non ci sarebbe stato ovviamente niente da rimproverargli se si fosse limitato a dire «io non ho voglia di intervenire su questo o quello».
Invece De Gregori ne ha dette altre due, assai rimproverabili: due vere sciocchezze. La prima è un giudizio saccente e presuntuoso nei confronti degli “artisti” che invece hanno cose da dire sulle vicende pubbliche e politiche, citandone per giunta come esempio il più inattaccabile bersaglio, ovvero Bruce Springsteen. Che direi non abbia bisogno di essere difeso dalle critiche di De Gregori, per senso della misura.
La sciocchezza maggiore invece è quella di sostenere – come ha fatto De Gregori – che in generale tutti gli “artisti”, in quanto artisti, dovrebbero astenersi dal dire la loro sulle vicende pubbliche o mondiali, per mancanza di titoli, e che se si desiderano opinioni di questo genere si debba invece andare “da un filosofo”. La tesi è così sbilenca che si contraddice da sola, nel momento in cui De Gregori stesso ritiene invece di comunicare pubblicamente – un “proclama”, direbbe lui – che ritiene “imbarazzante” l’impegno di Springsteen.
Ma a parte questo, non è l’abito che fa il valore di un’opinione, di un impegno, o di un “proclama”: è il suo contenuto, come per ogni cosa. Ci sono impegni e opinioni di “artisti”, in giro e nella storia, di molto maggior senso e valore rispetto a certi impegni e opinioni di alcuni politici, commentatori di professione o persino “filosofi” (in qualche caso tre figure coincidenti).
La verità – utile da ricordare quando ci si trova scorati di fronte alla gran parte delle discussioni correnti – è che diventano fallimentari tutti i pensieri che assumono separazioni categoriche tra le cose della realtà. Quindi non solo quelle tra “artisti” e non artisti, o tra artisti e “filosofi”, o tra persone comuni e politici (tutto è politica), ma anche quelle tra argomenti “politici” e non (tutto è politica): dire – da artista – che Trump sta devastando l’America o che il governo israeliano è genocida non è una predicazione di una categoria diversa rispetto a scrivere Imagine ma neanche rispetto a scrivere All you need is love (il privato è politico, il mondo e le comunità migliorano se le persone si comportano bene le une con le altre), o Generale o Viva l’Italia. Farlo in una “canzone” non è più o meno adeguato che farlo in un libro o in un discorso (se Springsteen dice cose contro Trump sillabandole o cantandole sembrerebbe invece fare una gran differenza, per i teorici del “parlo con le mie canzoni”). Gli umani pensano di mettere le cose in cassetti separati perché la complessità e il “dipende” sono difficili da gestire per i nostri indaffarati cervelli, ma il risultato è che poi si irrigidiscono in quella lettura del mondo e finiscono a dire sciocchezze.
Qui andrebbe il telefonato finale in cui ricordo la grandezza delle canzoni di De Gregori, ma ce n’è bisogno?