Le parole che non ti ho mai detto

Oggi, forse inosservato, il giornalismo italiano ha fatto un ulteriore passettino per allontanarsi dalla correttezza: piccolo, ma significativo.

Succede questo, in Italia. Che quando avviene un arresto che fa notizia, i giornali non possono ovviamente ottenere di intervistare immediatamente l’arrestato, per ragioni di cautela dell’inchiesta. Prima ci deve essere un interrogatorio, almeno.

Ma succede anche che, per altrettanto giuste ragioni di tutela dei detenuti, questi possano essere sempre visitati da deputati o consiglieri regionali che si vogliano sincerare delle loro condizioni, e delle condizioni di detenzione nelle carceri.

Queste due buone norme si sono presto aggrovigliate generando una pratica per cui subito dopo l’arresto i giornali si accordano con dei deputati in visita – quando addirittura non chiedono loro di andare in visita per loro conto – e poi ne raccolgono il racconto fuori dal carcere. E in questa forma, di racconto di seconda mano, lo pubblicano.

Sarebbe giusto che i deputati non si prestassero a questo traffico di favori, e che andassero in carcere solo per le ragioni di cui sopra, con discrezione e riferendo solo le cose che è giusto sapere sul regime di detenzione. Ma separare questi dalla crusca di quelli a cui piace apparire sui giornali il giorno dopo, è impossibile, quindi pazienza e ci si affidi alla coscienza dei singoli.

Ma oggi è successa una cosa nuova, su Repubblica (ma poteva cominciare benissimo qualcun altro, secondo me, vista l’aria): Repubblica oggi ha un’intervista con Fiorani in carcere. Un’intervista. Con le domande in grassetto, e le risposte, eccetera. Un’intervista. Firmata da un giornalista di Repubblica la cui sola premura è di riferire in apertura che “Fiorani parla attraverso l’onorevole Pierluigi Mantini”. E poi via con i grassetti, domanda, risposta, tutto virgolettato, e firmato da un giornalista che non c’era.

E dalla prossima volta, faranno tutti così, per non essere da meno