Ripeterò, non avendo mai avuto il minimo cenno di ricevuta, un esempio clamoroso, che non poteva non interessare i pareri altrimenti così pronti dei magistrati della procura. I due giudici togati del nostro primo processo si chiamano Manlio Minale, che presiedeva la Corte di Appello (come ti è stato appena ricordato) e Galileo Proietto, giudice a latere. Ebbene, Minale era al suo ultimo processo da giudice, essendo già stato designato, prima dell’apertura stessa del dibattimento, procuratore aggiunto, dunque collega, subalterno di Borrelli, e superiore in grado di Pomarici, dei magistrati di quella procura che con tanto impegno e spirito di “squadra”, aveva sostenuto l’accusa in istruttoria, e l’avrebbe sostenuta in dibattimento. Tu hai notato forse come in tutti questi anni io abbia cercato di tenere un equilibrio, di non farmi risucchiare dentro schieramenti costituiti, di non prendere posizione su questioni generali (comprese le più spinose, come l’uso e l’abuso dei “pentiti”) attraverso il filtro esclusivo della mia personale vicissitudine. Questo valeva dunque anche per un tema come la separazione delle carriere fra magistrati dell’accusa e del giudizio, sul quale conservo un preoccupato dubbio. Esemplificando i paradossi cui può portare la carriera unica, si è spesso evocata la possibilità che un magistrato finisca col giudicar e gli stessi imputati di cui è stato lui, da Pm, a costruire l’accusa. Bene: nel mio caso si è compiuto il paradosso opposto, col giudice chiamato a sconfessare l’operato, particolarmente esposto e discusso, dei suoi colleghi in pectore. Per completezza di paradosso, aggiungo che anche il giudice a latere, ed estensore della motivazione della sentenza, Proietto, è passato alla procura. Ho invano aspettato che qualcuno, Borrelli, D’Ambrosio, Spataro, un altro a piacere, dicessero una parola sulla singolarità del caso. Tanto più che si trattava di un processo, non dirò importante (tutti i processi, avendo in palio il diritto e il destino delle persone, dovrebbero essere importanti) ma costellato di delicati colpi di scena, come la ricordata accidentale scoperta della convivenza notturna taciuta e negata fra Marino e i carabinieri, venuta fuori per l’ingenuità di un curato di paese, e trattata con ineffabili riguardi dalla procura (Pomarici che dichiarava di aver telefonato a Borrelli per avvertirlo della venuta dei carabinieri a testimoniare) e dal Presidente, che pure era stato il primo menato per il naso dall’originaria versione sul pentimento spontaneo e repentino. Adriano Sofri, Lettera a Dario Fo sulla Procura di Milano
Il Manifesto (via Sofri.org)