Oggi i maggiori quotidiani titolano gli articoli sulla querelle Vaticano-Israele sintetizzando un passaggio della nota vaticana (“La Santa sede non accetta insegnamenti e direttive da altre autorità”): “Non accettiamo lezioni”.
La risposta “non accettiamo lezioni” è inflazionata e sopravvalutata, soprattutto in Italia (Vaticano compreso). Rivendicare come valore il “non accettare lezioni” è in realtà una dimostrazione di presunzione e limitatezza: se tutti accettassero qualche lezione in più, e se lo avessero fatto in passato, il mondo sarebbe migliore. Se almeno si rendessero conto che non c’è niente di cui vantarsi nel non saper accettare lezioni, il mondo sarebbe un po’ migliore. Che i bambini di sei anni, istintivamente competitivi e desiderosi di affermare la propria volontà, vivano come una riduzione di sé l’ascolto di un insegnamento è normale; che lo faccia l’italiano medio – convinto che tutto quello che sa lo ha imparato da solo con il suo agile capoccione – è consueto. Ma i dispensatori di lezioni dovrebbero essere i primi a conoscere la capacità di riceverne. Sarebbe stato assai più nobile e giusto che qualcuno in Vaticano avesse formulato la seguente risposta, ugualmente ferma: “È consuetudine della Santa Sede ascoltare le lezioni, soprattutto quando giungono da autorità così illustri come lo stato di Israele: ma questa volta la lezione è sbagliata. Le nostre orecchie restano aperte”
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