Del nostro meglio

Quello che segue è un ragionamento schematico e che non pretende di spiegare tutto. Niente spiega tutto. Le cose sono complicate. Diciamo che è una brusca sintesi di una tendenza, che riguarda il disastro italiano.

Qualche giorno fa ho scritto una cosa che Filippo Facci ha usato in una sua valutazione sui tic perdenti della sinistra, valutazione che io ho trovato molto banale e sbrigativa: facile, buona per l’assenso dei poveri di spirito (mi perdoni Filippo se la uso come sintesi delle obiezioni che non mi riguardano). In breve, spiegavo che il dovere di una buona politica – e di una buona sinistra, e di una buona gente in genere – dovrebbe essere quello di migliorare il mondo: migliorando se stessa, e gli altri. Naturalmente si può discutere su cosa sia “migliore”, ma io credo che alcuni valori condivisi siano indiscutibili. Insegnare a se stessi e agli altri a non essere egoisti, a non essere scorretti, a non essere volgari, a non essere mediocri, a non essere violenti, a non essere stupidi, mi sembra per esempio un percorso su cui si può essere d’accordo, no?

(L’obiezione di Facci – quella del trattare i cittadini come fossero bambini – può essere valida per gli stati e le leggi, che non devono presumerli tali: ma trattare nelle nostre vite gli altri come bambini, nel senso di insegnar loro le cose che crediamo giuste e che abbiamo imparato, e impegnarsi per la loro felicità e umanità, è una grande e buona cosa, altro che battute).

Dicevo quindi che il problema per la sinistra non è “stare sul territorio” per capire e soddisfare i bisogni della gente: alcuni di questi bisogni sono inaccettabili, per esempio. Non è capendo che una parte di italiani vuole cacciare gli stranieri e trovando quindi il modo per cacciarli che si farà una buona politica (la tesi di Facci per cui queste riflessioni sono dettate dalla sconfitta elettorale riguardino pure qualcun altro: io non sto parlando di vincere le elezioni, sto parlando di comportarsi bene a costo di perderle).

Sto parlando di trovare un progetto per cui comportarsi bene consenta eventualmente anche di vincere le elezioni, come risultato accessorio.

Starei anche parlando della necessità etica di trovarsi dei modelli per essere delle persone migliori, al di là della politica: e del superamento del vecchio pigro alibi sull’”essere se stessi”. Non bisogna essere se stessi (con la sola eccezione di Gesù Cristo, ottimo modello per sé e per gli altri): bisogna essere qualcun altro, migliore di noi.

Bene, mi avvicino al ragionamento schematico. Io non penso che gli italiani siano oggi peggiori di come erano una volta. Nè penso che il popolo sia bue, a meno di non eliminare ogni sospetto di presunzione intellettuale da questo giudizio e dire che siamo tutti popolo, e tutti buoi. Penso però che esistano classi e ruoli storicamente privilegiati, storicamente “illuminati” e storicamente investiti dall’obbligo di essere da modello per gli altri. Sono state le classi colte – colte per loro fortuna ed eredità – a guidare i progressi civili, culturali e scientifici della razza umana e delle nazioni democratiche. A guidare i popoli verso il progresso. Sono stati gli intellettuali, i politici, i leader del passato, a modellare i nostri valori e definire le cose che riteniamo giuste. A giungere a una condivisione su cosa fosse giusto e cosa sbagliato e a trasmettere questi sentimenti ai “popoli”.

Gli italiani del passato non erano migliori di quelli di oggi. Ma avevano vergogna dei propri difetti, delle proprie meschinità, delle proprie cattiverie. O almeno li sapevano sbagliati. Perché qualcuno gli aveva insegnato che c’era il giusto e lo sbagliato (con molti dubbi in mezzo, ma anche diverse certezze).

Ecco, secondo me oggi non lo insegna più nessuno. Lo sbagliato è stato sdoganato. La mediocrità non conosce vergogna né sanzione: anzi a volte è premiata. E se siete superficiali potete prendere questo come un elitismo giorgiobocchista, e pensare che sto prendendomela con gli elettori di destra che votano Berlusconi perché sono stupidi. Balle. Questo è un modo sciocco e pigro di archiviare questo ragionamento. Io invece sto dicendo che in Italia le classi e le persone deputate a essere modello per gli altri se la sono data a gambe, e anzi hanno preso a modello le mediocrità più comuni. Come ho scritto altre volte, i leader politici eletti non sono più persone “migliori di noi” (e votate per questo), ma uguali a noi (facendosene un vanto), e anche peggiori di noi (per il nostro compiacimento). Se un tempo desiderare il male altrui era sanzionato da un sistema di valori trasmesso dalla cultura nazionale, oggi alcuni dei pensatori e leader di riferimento persino li promuovono, l’egoismo e il desiderio del male altrui. La mediocrità.

Non parlo solo della politica, sarebbe facile e già ci pensano in molti. Parlo dei giornalisti, degli intellettuali, di chi usa la televisione, degli scrittori. Di tutti quelli che parlano agli altri. Persino di certi insegnanti. Di tutti coloro il cui ruolo ha un potere nello stabilire dei modelli, e stabiliscono dei modelli pessimi. Facendo politica vanitosa, giornalismo mediocre, televisione insulsa, esempi vili ed avidi. Per quanto voi vi crediate assolti, eccetera.

Mia moglie ha scritto una cosa sull’etica della pubblicità, e parlandone con lei mi sono trovato a obiettarle che la pubblicità è l’unico ambito che per definizione non può dare nessuno spazio all’etica (salvo il rispetto della legge). Serve a vendere, punto. Poi però mi sono detto: e perché no? Perché la demagogia commerciale deve essere alibi per chi peggiora il mondo? Che accidenti di scuse sono “questo è quello che funziona, questo è ciò che vuole la gente, questo è il giornale che si vende, questo è il programma che fa il 20 di share”, per essere complici della catastrofe umana e civile che travolge l’Italia da anni?

(Perdonate la serietà del periodare: naturalmente dico questo con totale disincanto sul futuro e rallegrato dal sonno beato della mia bambina. Ma la situazione è questa).

Andando dietro a questi pensieri, si arriverebbe a concludere (Michele Serra, che interviene spesso intorno a questi temi, secondo me lo ha già fatto da un pezzo) che è la democrazia la radice di questo andamento inesorabile. Fino a che la democrazia era giovane e incompiuta, se ne mediavano le richieste con oligarchici interventi correttivi. Si provava a “fare cultura” in tv, si cercava di fare politiche illuminate e impopolari, si chiamava “missione” quella del giornalismo, eccetera. Poi la democrazia – e la sua forma mercato – hanno prevalso (in altri paesi, i limiti sono stati scritti più solidamente che da noi, e resistono meglio, ma a fatica): e ora si offre quello di cui c’è domanda prevalente, per farsi eleggere, per fare share, per vendere giornali. O anche semplicemente per farsi adulare e apprezzare, bassa demagogia, trionfo delle vanità immediate. Nessuno vuole essere ricordato più. Ammirato subito. Non so concludere, andando dietro a questi pensieri, che la democrazia sia la ragione del disastro: soprattutto perché senza la democrazia i disastri sarebbero peggiori. Ma mi sono fatto quest’idea.

Ecco cosa è cambiato, in Italia. Era una democrazia, è diventata rapidamente una demagogia. E andare dietro a questo cambiamento nella speranza di vincere le elezioni, per la sinistra è una follia. Intanto perché se si tratta di messaggi superficiali, demagogia e bisogni meschini c’è chi lo sa fare immensamente meglio, e senza quei residui scrupoli di alcuni di noi. E poi perché non è giusto. Non si fa. È sbagliato, se questi termini valgono ancora qualcosa per qualcuno. Ci sono le cose giuste e le cose sbagliate: e si fanno quelle giuste. Soprattutto – e non meno – quando tutti gli altri fanno quelle sbagliate.

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