Dell’unico difetto di Ballarò ho già scritto: non si sopporta l’effetto claque degli applausi, che toglie credibilità a qualunque cosa venga detta, e lascia gli applauditi con quella soddisfatta faccia da tonti ah-gliele-ho-cantate-sì.
Invece c’è un altro dettaglio formale di Ballarò che è ogni volta ipnotico. L’uso delle facce del pubblico. Come avrete notato, la scelta è di tenerlo molto vicino agli ospiti, e di illuminarlo della stessa luce sparata. Il risultato è che le persone del pubblico non sono più “sullo sfondo”, ma “intorno” all’ospite inquadrato. E siccome l’ospite l’hai visto mille volte, ti distrai e ti fissi sulle facce intorno, che sono molto più interessanti. Anche perché fare la “faccia da uno che ascolta” non è facile, come dimostrano decenni di passanti e carabinieri affollati dietro ai giornalisti nelle riprese stradali: si sembra sempre un po’ scemi. E così c’è qualcuno che ogni tanto annuisce, qualcuno che guarda fisso la nuca di chi sta parlando, altri che smaccatamente fissano il monitor per vedere come stanno venendo, e si sistemano i capelli. La settimana scorsa, poi, dietro Emma Bonino c’era un signore con una cravatta che sembrava una parmigiana di melanzane: seguire Emma Bonino che parlava era oggettivamente impossibile. Hanno provato a cambiare inquadratura, ma il signore si affacciava inesorabilmente e con lui la cravatta riempischermo: alla fine il regista si è arreso al fatto che l’ospite clou della serata fosse lei. La cravatta.