I volenterosi carnefici di Facebook

Massimo Gaggi raduna oggi sul Corriere una serie di notizie recenti per fare una riflessione sul tema della privacy e Facebook (il titolo del Corriere sottolinea l’allarme dei giorni scorsi sui messaggi privati, che il Post ha spiegato essere con tutta probabilità infondato: ma Gaggi parla d’altro). La tesi di Gaggi è che una serie di incidenti e sviluppi abbiano fatto crescere la sensibilità degli utenti, che non sarebbero più disposti ad accettare le crescenti ingerenze nei fatti loro di Facebook. La “società civile” la chiama Gaggi.

Io penso esattamente il contrario di Gaggi: penso che invece la tendenza sia a una sempre maggiore indulgenza e indifferenza a questi temi. Mi pare che continuiamo ad abbassare l’asticella, e che i grandi gestori di servizi sulla rete lo sappiano: ogni volta che si spingono più in là, questo diventa rapidamente lo standard, e quindi hanno tutto l’interesse a continuare a spingere. L’esempio che faccio spesso è quello dei cookies: vi ricordate quando sembravano pronte ogni giorno manifestazioni di piazza contro l’intrusione non richiesta dei cookies? E oggi abbiamo cookies anche sotto le suole delle scarpe, e ce ne freghiamo. (Un esempio pre-internet sono invece le pubblicità che interrompevano i film, contro cui minacciammo persino referendum).

A me pare che ci abituiamo a tutto. E mi pare soprattutto che la grande maggioranza delle persone si faccia pochi pensieri di privacy eccetera, soprattutto in luoghi affollatissimi come Facebook, in cui la coscienza critica è abbastanza rarefatta e l’inclinazione degli utenti è soprattutto a dare ogni cosa di sé, piuttosto che a proteggerla. Non sarà quindi da una generale consapevolezza che verranno ripensamenti e revisioni delle libertà che si prende Facebook: eventualmente – come al solito – dipenderà da pochi, da legislatori, da intuizioni strategiche dello stesso Facebook, da pressioni di poteri altri. Le cinture di sicurezza, non sono obbligatorie perché ci fu un grande movimento di popolo che temeva per la propria incolumità: furono introdotte grazie agli studi di esperti e tecnici e per il volere di ministeri e produttori.

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10 commenti su “I volenterosi carnefici di Facebook

  1. andrea rocchi

    sono perfettamente d’accordo con Sofri. Sul tema ho scritto una breve saggio su Amazon, intitolato La sindrome Fb. L’impressione è che la privacy sia come un paravento, sbandierata quando fa comodo salvo poi immettere in Rete, con estrema disinvoltura, qualsiasi informazione che riguarda la sfera personale

  2. vit

    anch’io concordo con Sofri. Ma il tema è più complesso e coinvolge il modello economico della rete.
    Le cinture di sicurezza non hanno stravolto il modello di business delle case automobilistiche.

  3. nessun0

    I motivi per cui la gente condivide così allegramente la propria vita privata sono molteplici, però di sicuro una illusoria visibilità spinge molti a comportarsi in questo modo.
    La notorietà (individuale) si presenta nel momento in cui il numero di individui che conoscono qualcosa di una certa persona ‘nota’ supera in modo straordinario quello degli individui che mediamente conoscono una persona presa a caso.
    La notorietà può essere ottenuta attraverso molti mezzi: intellettuali, fattuali, estremamente positivi, estremamente negativi; l’importante è che le caratteristiche relative all’individuo ‘noto’ siano molto lontane da quelle mediamente distribuite tra le persone.
    Su Fb si cerca quindi di ottenere questa “straordinarietà”, cercando naturalmente l’estremizzazione di ciò per cui è nato il social network, la condivisione di parti di se. Il problema nasce nel momento in cui questo atteggiamento viene attuato da molte persone, infatti in questo caso esso diventa immediatamente vicino alla “media” dei comportamenti, perdendo così la sua straordinarietà e quindi la più importante caratteristica per raggiungere la notorietà. Quindi ciò che si verifica è una rincorsa all’estremizzazione, ma assolutamente inutile ai fini del raggiungimento della notorietà, perché attuato da moltissimi.
    L’unico modo per superare questo meccanismo potrebbe essere quello di cercare la straordinarietà attraverso azioni difficilmente ripetibili, magari puntando sul proprio talento.
    Tutti possono condividere ciò che di più privato hanno, oppure “assumere posizioni estremiste” (chi ha orecchie per intendere…) alla ricerca di una fugace notorietà, pochi possono diventarlo per caratteristiche inimitabili.

  4. Gianluigi S.

    Giusto per rimanere in tema, ho chiesto, qualche giorno fà, come era possibile cancellare la registrazione dal ILPOST ma non mi è stato ancora risposto. Esiste, vero?

  5. reb

    penso che quel che manca (anche?) sia una… uhm… “cultura della rete”: mi trovo davanti spesso utenti inconsapevoli, che si allarmano oltremodo per sciocchezze, senza rendersi conto che stanno invece rischiando molto di piu’ su altri fronti, quando sarebbe semplice dormire sonni tranquilli adottando la semplice regola della piazza: se una cosa non la diresti mai nella piazza del tuo paese, beh, allora evita di pubblicarla online e hai risolto!

  6. reb

    @gianluigi s.: se fossi al tuo posto manderei una mail a mail [at] ilpost.it (indirizzo carpito qui http://www.ilpost.it/chi-siamo/ ) indicando nick e indirizzo di posta collegato, ribadendo la tua richiesta; secondo me, se chi riceve la mail non puo’ risolvere il tuo problema, sicuramente sa a chi girarla :)
    [scusate l’ot]

  7. Pingback: links 26/09/212 | Simone Weil

  8. bobryder

    Il fatto che ce ne freghiamo dei cookies,non significa che siano una cosa positiva.L’idea per cui,prima o poi,ce ne fregheremo di Faebook, delle sue intrusioni,non mi entusiasma, sa di acquiescenza, e di brutto.Per quanto mi riguarda,nel mio piccolo, a facebook,nemmeno sono iscritto.

  9. guglielmo.celata

    La pubblicità, su Internet puoi non vederla, basta usare adblock su chrome o firefox.
    Non è come in TV, dove per non vedere la pubblicità devi spegnerla, la TV.

    I contenuti sui social network li devi pubblicare, mica te li rubano a forza.

    Il punto è che è difficile che si formi un’opposizione a qualcosa che permette di essere usata in molti modi flessibili, a seconda del grado di consapevolezza.

  10. Pingback: Abituarsi all’erosione della privacy | il Taccuino dell'Altrove

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