Chi avrà avuto ragione

Le difficoltà di Matteo Renzi dal referendum in poi sono in buona parte dovute a scelte di Matteo Renzi, prima tra tutte la sua ormai proverbiale inclinazione a non costruire un gruppo alla sua altezza intorno a sé, e seconda il suo disinteresse a ricostruire una nuova coerente e valida classe dirigente all’interno del PD. Poi però ci sono degli ostacoli e delle opposizioni di contesto che Renzi ha cercato di superare, pensando di sconfiggerli di forza invece di scendere a patti con meccanismi e ruoli che sosteneva di volere “rottamare”. Sono tutti quei rilevanti attori della scena mediatico-politica che nei confronti di Renzi hanno avuto da subito un atteggiamento “cosa-vuole-questo? come-si-permette?”, e che oggi celebrano il suo apparente declino con una serie di “dove pensavi di andare?”.

Questo sentimento più psicologico-emotivo (come quasi tutto quello che orienta la politica e il resto) fu manifestato un paio d’anni fa da una serie di interventi contro Renzi piuttosto trasparenti, che citai a esempio qui, ridateci un’occhiata. È interessante oggi vedere lo sviluppo di quella situazione con un gruppo di nuovi interventi conseguenti: Massimo D’Alema che si gode l’aver dato un colpetto non indolore al PD renziano, Lucia Annunziata o Ezio Mauro che rimettono Renzi al suo posto, facendogli capire chi resta e chi passa, e a chi avrebbe dovuto dare retta. E quale generazione governa ancora la comunicazione politica.

Può anche darsi che Renzi abbia dato loro una mano rendendo incompleto il proprio progetto di rinnovamento e legandolo ancora a dinamiche politiche, comunicative e strategiche vecchie e non abbastanza sovversive: non aver “rottamato” abbastanza, e non perdiamo tempo inutile a essere schizzinosi sulla parola. Ma chissà, la rivincita dei rottamati e rottamabili probabilmente dice semplicemente che avevano ragione loro. Che la sapevano più lunga sull’Italia e sulla politica, ed è giusto che decidano loro come vanno le cose.

La cosa più ottimista che ho sentito in queste settimane me l’ha detta un amico, ed è più o meno così: «magari davvero quel gruppetto di dalemiani e gli altri si prendono un po’ di voti a sinistra recuperandoli tra gente che non voleva più votare PD e avrebbe votato Grillo; magari il PD renziano senza la sinistra più distruttiva fa sentire meno estranei gli elettori di centro e ne guadagna togliendoli a Berlusconi; magari col proporzionale questo genera un governo di alleanze di centro e sinistra in cui il PD è protagonista; ovvero alla fine la solita Italia democristiana di sinistra in cui non si rinnova niente e tutto declina piano piano all’infinito, ma almeno scongiuriamo il nazigrillismo». E gli oppositori dell’Italicum probabilmente miravano a questo: il governo Gentiloni ne è una anteprima, rispettabilissima.

C’è un tema, in tutto questo, ed è ovvio quanto è rilevante ed eluso: ed è che esistono molte Italie e molti italiani, tutti con eguale diritto a vedere soddisfatti i propri voleri. Tra le molte, due aggregano soprattutto due fronti che sono in gran parte generazionali – ma con estese zone di permeabilità e scompiglio – malgrado il tema del rinnovamento generazionale sia un po’ passato di moda con i risultati delle ultime elezioni e con la nomina di Renzi (ma è cambiato molto poco, ancora): uno è ancora legato a un mondo di prima e alla sua sopravvivenza in mezzo alle preoccupanti sovversioni di questo millennio, l’altro è favorevole alle sovversioni e curioso dei cambiamenti che porteranno. Uno è conservatore e prudente, l’altro è innovatore e spericolato, per sintetizzare al massimo pregi e difetti di entrambi.

Ma siamo sempre una democrazia, e se sta vincendo il primo (col rischio di essere però superato da un terzo, conservatore e spericolato insieme) vuol dire che è quello che le persone vogliono in maggioranza (la “condizione naturale” dell’Italia, direbbe Chris Rock) , e che il secondo non è stato finora capace di convincerle. E che D’Alema, Mauro, Annunziata, possono dirlo a ragione: “avete visto chi aveva ragione?”.

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