Quando c’era Massarini, gli ospiti arrivavano puntuali

Un’ultima cosa su Sanremo, che ci siamo già buttati spietatmente dietro le spalle, insieme al cartone del latte scaduto che abbiamo trovato stamattina nel frigorifero.

È vero che i margini di miglioramento del festival sono stati piuttosto esigui, negli ultimi anni. È vero che bene che vada una buona edizione esibirà due-tre buone canzoni piuttosto che zero e due-tre buone battute piuttosto che zero. È vero che bisognerebbe andare con le teste di cuoio, per migliorarlo, e che non basterebbe fucilare gli autori sul lungomare per dare l’esempio a quelli che verranno. È vero, insomma, che Sanremo è sempre – più o meno – la stessa cosa, e quest’anno era solo al livello più basso del range.

Ma non è proprio sempre esattamente così. Qualcosa si è anche fatto, qualche volta. Qualcosina. Prendi gli ospiti stranieri, tra cui si ricordano ancora alcuni minimi storici come quel baluba che si chiamava Hevia e sosteneva di fare musiche celtiche essendo spagnolo, o qualcosa del genere. E quest’anno, uno che fa wrestling (uno-che-fa-wrestling), e il fratello piccolo di Di Caprio.

Beh, nel 1987, quando vinsero quelli di “Si può dare di più” – titolo che da solo rese inutili anni e anni di commenti passati e a venire sul festival – gli ospiti stranieri furono questi: Duran Duran, Frankie Goes To Hollywood, Spandau Ballet, Style Council, Eight Wonder, Whitney Huston, Bob Geldof, Paul Simon, Smiths. Vedete un po’.

Vanity Fair