Quattro dischi per natale (per Vanity Fair)

Il primo disco di Rachael Yamagata uscì quattro anni fa. Mi fa sentire vecchio, ma ne scrissi per questa rubrica: “È una cantante dell’Asse – avi giapponesi, madre italo-tedesca – ma ha vissuto tra New York e Chicago”. Quel suo disco era molto bello. Adesso ne ha fatto un altro, dal titolo sfinente: “Elephants…Teeth Sinking Into Heart”. La prima canzone ricorda molto “Life on Mars” di Bowie, e questo la aiuta. Il resto è ottimo per guardare scoppiettare il camino dopo che i bambini sono andati a letto.
Del disco di Girl Talk (“Feed the animals”) invece ho scritto qui due mesi fa. È la cosa più divertente uscita in tutto l’anno, campionamento di oltre trecento cose diverse accavallate insieme con cui far ballare dal pischello con le brache calate allo zio che va verso la cinquantina. Sui nonni non garantisco.
Poi c’è Bill Fay. È un cantautore inglese e il suo disco più bello è del 1970 (“Bill Fay”). Poco dopo è praticamente sparito, ma ha un esercito di cultori, e io l’ho scoperto quest’anno. Nel mio contatore di iTunes la sua “Screams in the ears” è la canzone che ho sentito più volte (38) nel 2008.
Gabriel Kahane invece è ancora molto sconosciuto, ma ha tempo. È giovane, di Brooklyn, figlio di direttore d’orchestra e ha fatto un disco melanconico ma vivace, molto bello, che si chiama come lui. Del genere che gli ospiti a cena poi vi dicono “cos’è?”.